venerdì, dicembre 30, 2011

Bilancia, Donato

Ore 21:44
Quando arrivo alla festa, tutti mi accolgono con il sorriso: per un attimo mi sento importante.
Dovete capirmi, è la notte di San Silvestro e, nel parcheggio sotterraneo dello studio televisivo, due ragazzetti mi hanno appena terrorizzato gettandomi delle miccette tra i piedi.

Neanche il tempo di sfilarmi il cappotto, che Lucia mi porge una fetta di pandoro al mascarpone e mi fa trangugiare senza tirare fiato un flùte di spumante.
Tintinnio di calici di plastica.
Più tardi si va in onda, non si può perdere tempo.
Lucia è la mia assistente a ReteViva, piccola emittente locale ove sono stato assunto, circa tre mesi fa.
La sera stessa, per festeggiare, io e la-mia-abbastanza-incinta-moglie abbiamo brindato con cedrata a fiumi.
Avendo sempre preferito la carta stampata, ancora non avevo chiare le dinamiche della televisione.

Non sarebbe incredibile poter vivere una situazione qualche istante prima del proprio arrivo?
Quella vecchia storia di essere un moscerino e passare nelle serrature delle porte; o, piuttosto, avere autentiche premonizioni.
Il modo non fa molta differenza: vorrei soltanto poter capire se stasera stanno tutti sorridendo veramente a me, o se, cameramen travestiti da renne a parte, tutti si stavano annoiando a morte e si sono illusi che il mio arrivo potesse cambiare la storia di questa serata.

In questi tre mesi ho condotto una scialba trasmissione mattutina, che ricorda vagamente la mia vecchia Zolletta di Zucchero: Buongiorno Rosario, rigorosamente tutte le mattine in diretta.
Per questo non mi aspettavo di lavorare la notte di Capodanno, ma i pezzi grossi di ReteViva non avevano voluto rinunciare alla diretta tv nemmeno in questa occasione.

Ore 22:28
Tra due minuti il sensore rosso sopra la Camera1 comincerà a lampeggiare e saremo in onda.
Al mio fianco, profumato come una ballerina del Moulin Rouge e con una parrucca biondoplatino in testa, c'è Zeldo, professione astrologo. Credibilità ai miei occhi: bassissima. Credibilità agli occhi della mezza dozzina di vecchiette che stanotte saranno incollate a ReteViva: altissima.
Stasera conduco lo Speciale Oroscopo. Segno per segno, vi sveliamo l'anno che verrà.
"I capelli sono a posto?" - non giudicatemi male, se non riesco a condividere appieno la preoccupazione del mio nuovo amico Zeldo.

Ore 23:59
"E per gli amici del segno della Vergine, concludo parlando di lavoro."
Non c'è stato niente da fare: fino all'ultimo ho provato a convincere Zeldo a dare un'impronta comica alla trasmissione, facendo le previsioni per segni inventati da noi sul momento.
"Sarà una fantastica annata per il Cotechino"oppure "Siamo desolati, ma le donne nate sotto il segno della Platessa non se la passeranno bene nella prossima decade".
L'astrologia è una cosa seria, mio caro Presentatore.
Zeldo racconta di Urano nella settima casa e si accarezza i capelli con naturalezza, dimenticandosi della parrucca e svelando ai telespettatori profonde ciocche nere: sento il mascarpone ribellarsi dentro di me.

Il grosso orologio digitale alle nostre spalle emette un suono, facendo scattare un breve conto alla rovescia. Visto che stasera non abbiamo pubblico in studio, tocca a me e Zeldo e agli assistenti di studio battere le mani per creare un minimo di atmosfera.

Dieci, nove, otto...

Durante il countdown, ripenso ad un vecchio amico con cui avevo condiviso qualche capodanno, quando eravamo giovani. Ogni primo gennaio era solito dedicarsi ad una pratica veramente insolita: la mattina presto, mentre noi altri consumavamo la prima colazione dell'anno, lui si isolava, si concedeva qualche minuto solo per sé. Diceva avesse bisogno di fare il Resoconto Dell'Anno Precedente.
Mi piaceva molto quell'idea: possedeva allo stesso tempo un nonsoché di mistico e di cerimonia ufficiale.

... tre, due, uno...

Inoltre, era sicuramente una delle poche occasioni in cui non era concesso mentire a sè stessi.

Zero. Scocca la mezzanotte: sei ragazze vestite - vestite? - da segni zodiacali provocanti irrompono nello studio e intraprendono un balletto che è talmente brutto da parere improvvisato.

"Buon anno a tutti gli amici di ReteViva" - che stile.
Mentre la telecamera inquadra il sorriso artificiale di Zeldo, lancio il primo stacco pubblicitario del nuovo anno.

giovedì, dicembre 29, 2011

Alteri, I parte

L'uomo avvolto nelle bende e lo smemorato sono in viaggio da quattro giorni. Viaggio non è una proprio la parola adatta, in quanto più che andare da qualche parte i due gironzolano. La loro è un'attesa attiva, simile a quella della pesca. L'orbita confusa di un asteroide senziente.

Attraversano il territorio in lungo e in largo, sempre in auto, su ogni tipo di strada. Il bendato paga educatamente e silenziosamente ogni spesa e nessuno fa domande. In appena quattro giorni sono passati per certi posti più e più volte ma per lo smemorato è sempre come fosse la prima.

Quando sono in macchina il bendato non fa che parlare: i suoi sono spesso lunghi e complicati discorsi sulla fiducia di cui può godere un narratore e sul tempo atmosferico che finiscono comunque per contraddirsi tra loro e terminare in una serie infinita di punti di sospensione.

Fuori dalla macchina non scambiano nemmeno una parola e l'uomo smemorato, già alla seconda notte, comincia a soffrire fisicamente il modo in cui l'altro entra puntualmente per primo nella camera del motel e accende la televisione. Complessivamente, il continuo spostarsi non lo angoscia e non lo infastidisce.

Ripete senza saperlo le stesse domande sin dal giorno in cui si sono incontrati, perplessi, nella tromba delle scale di un palazzo a Xxxx, senza ricevere mai una risposta che, comunque, non ricorderebbe. Ogni tanto guarda il paesaggio, senza trovarlo più interessante del vetro attraverso cui lo osserva. Mangia tutti i giorni lo stesso panino della stazione di servizio, senza saperlo.

La testa bendata si gira verso di lui all'altezza di Xxxxx Xxxxxx, specchiandolo in grandi occhiali da sole:
"D'altronde, non hai tutti i torti: non è mai lo stesso panino"

giovedì, dicembre 22, 2011

Capitolo 19) Senza Titoli

Riassunto delle puntate precedenti :

Sebastiano Scalise, ruspante giovanotto di origini pugliesi, poco più che ventenne lascia Gallipoli per seguire in Friuli Venezia Giulia la ragazza dei suoi sogni, Deborah. Ma, come tipicamente accade in queste storie, dopo un idillio iniziale, la loro relazione si interrompe. E per Sebastiano è già l'ora di fare i conti con la realtà : triste e solitario, strappato dalla Puglia e catapultato ad Osoppo, un piccolo paese della fredda provincia di Udine, lontano dagli affetti e dalle sue radici. Come è lecito aspettarsi, non riesce a superare il trauma dell'abbandono; ed eppure decide di non fare ritorno a Gallipoli, anche se più per pigrizia ed inerzia, che per coraggio. Nello sconforto dei primi mesi, rinuncia anche alla sua aspirazione di entrare in polizia, aggiungendo così alla delusione amorosa la frustrazione di un lavoro privo di soddisfazioni : al primo colloquio viene subito assunto alle Poste Italiane.

Passano gli anni : Sebastiano è invecchiato, nel fisico ma soprattutto nello spirito. Lavora ancora in Posta, ed il suo unico sfizio è rappresentato dalla giornata del Sabato, in cui non lavora e può dilettarsi ad immaginare una vita diversa, più gratificante. Ed è proprio un Sabato a cambiargli nuovamente l'esistenza : per una serie di contingenze bizzarre, gli accade di aiutare lo svitato del paese, Oscar Calippo, a sventare una rapina surreale in una pescheria. I due uomini diventano inspiegabilmente amici. Ma soprattutto complici di una fuga dalla realtà avara e scontata : con i risparmi di due vite intere decidono di aprire un'agenzia investigativa.

Una mattina, il nuovo Sebastiano, ora provetto investigatore privato, riceve in ufficio una visita inaspettata: è Deborah. Seb & Deb non si frequentano da molti anni, e svariate cose sono cambiate nelle loro vite, in particolare in quella di Deborah : ora è una prostituta, e vuole affidare un caso a Sebastiano; una sua collega, Belene, è stata minacciata, e Deborah vuole scoprire da chi e perchè, temendo per la sicurezza dell'amica. Ma è troppo tardi : Belene è morta, ed è proprio la strana coppia a farne la scoperta il giorno stesso. La giornata nefasta però si corona al ritorno in agenzia, dove i due si imbattono nel cadavere di un'altra donna : si tratta di Manuela, la figlia del proprietario del bar sotto l'ufficio, a cui Sebastiano fa con discrezione la corte da settimane.

La situazione precipita quando dei due omicidi viene accusato Oscar, di cui si sono perse le tracce da quel giorno. Sebastiano, superando l'iniziale riluttanza, decide di intraprendere insieme a Deborah le ricerche dell'amico. E incredibilmente il viaggio va a buon fine : Oscar e Sebastiano si ricongiungono in Toscana, località La California. Ma, quando Oscar nota la presenza di Deborah affianco a Sebastiano, ne rimane sconvolto : colpo di scena! L'ex matto di Osoppo rivela di aver visto Deborah uccidere Manuela, per poi incolparlo tramite una serie di stratagemmi; e la ritiene colpevole anche della morte di Belene. Seppur nello sconforto generale, molte incongruenze e molti misteri trovano soluzione sulla base del racconto di Oscar, e il caso sembra chiuso. Sembra, perchè in quel momento fanno irruzione nella stanza degli uomini in nero, che sequestrano Sebastiano, Deborah e Oscar.

Il mandante del sequestro è Goto, capo di un'organizzazione criminiale che gestisce un grosso traffico di prostituzione in Friuli, ed ha convocato Sebastiano, che grazie alle informazioni scottanti di cui è venuto a conoscenza si è costruito una buona fama di detective privato. Vuole convincerlo, con le buone o con le cattive maniere, a lavorare per lei. Tuttavia, l'anziana meretrice non fa in tempo a formulare la sua proposta, perchè Merlo, il tirapiedi che ha condotto il sequestro in Toscana, le regala l'opportunità di essere la terza donna a morire in questa sporca storia; poi, senza esplicitare le ragioni del suo folle gesto, si dà alla fuga portando con sè Sebastiano; egli, travolto dagli eventi e temendo per la propria vita, abbandona al loro destino Deborah e Sebastiano, ma poi ha un ripensamento...

*
Alla fine ho scelto il treno; niente Toyota Corolla.
Per tornare a casa ho scelto il treno, in modo tale che il viaggio fino a Gallipoli possa sembrarmi lungo un'eternità. Un'eternità bellissima e spensierata; un'eternità che contenga tutto il tempo necessario per raccontare questa storia : la mia storia.
Nick Hornby ha ragione, quando scrive che nell'infelicità, tutto nel mondo - leggere, mangiare, dormire - ha chiuso dentro qualcosa, da qualche parte, che serve a renderti ancora più infelice. Ma per i periodi felici il ragionamento vale lo stesso, seppure all'inverso : anche il silenzioso scorrere di immagini sempre uguali dietro il finestrino di un treno, può nascondere la sua piccola fetta di felicità.


*Merlo*

Non so bene il perchè, ma dal momento in cui quella notte gli chiesi di fermare la macchina e riportarmi indietro, è stato come se fossimo diventati amici. Amici per sempre, senza mai più rivederci.

Prima di rimettere in moto il Pick Up, Merlo è sceso e mi ha offerto una delle sue Pall Mall.
"Questa è la penultima che fumo sai?" - senza mostrare particolare soddisfazione.
E io, facendo schioccare l'accendino : "Ma solitamente non si dice 'questa è la mia ultima sigaretta'? Perchè proprio la penultima?"
"E' semplice, l'ultima la fumerò dopo che avrò sotterrato la mia bambina".

In quel sacco adagiato sul sedile del guidatore c'era sua figlia. Sua figlia. Per questo mi aveva sistemato nel vano posteriore del furgone, all'aperto, dove solitamente stanno gli oggetti; le casse e i sacchi.
"Mi dispiace sai? C'ero io al Polpo di Genio, ma immagino ricorderai; ed ero io in cella con te, quando hanno ammazzato a freddo Alfred; ma tanto era solo questione di tempo, se non si fossero presi la briga loro, l'avrebbe fatto tra non molto l'epatite" - Merlo sembrava indifferente rispetto al mio silenzio glaciale. Chissà quante doveva averne già passate.
"Mi facevano lavorare per loro sotto ricatto. Avevano preso mia figlia; Sebastiano, secondo te a sette anni si può provare un qualche tipo di istinto sessuale?" - e qui, una tirata molto profonda.
L'immagine surreal-sexy della settantenne Gòto va in frantumi in una frazione di secondo, la vetrata in frantumi pure; il mare di tempera inonda la stanza : un mare di vomito.

"Avrei fatto qualsiasi cosa, qualsiasi cosa, purchè la lasciassero stare. E loro avevano accettato : l'avevano mandata a scuola, viveva in collegio, aveva delle amiche, una vita normale insomma; e la vedevo spesso : non le avevano mai torto un solo capello. In cambio, però, io ero diventato il loro schiavo; la persona giusta per i lavori sporchi, i più sporchi. Come uccidere quella prostituta : trucidata in casa sua, in quel modo barbaro, simulando un omicidio seriale."
"Belene!" - ho esclamato io.
Come investigatore non valevo nulla, ormai era acclarato. Fosse stato per me, avrei spedito diretta in prigione Deborah per un duplice omicidio.
E invece ne aveva commesso solo uno; certo, non che fosse cosa da niente.

"Non ce l'ho fatta più quando mi hanno chiesto di ucciderne un'altra; la Francese, stavolta toccava alla Francese" - praticamente Merlo parlava da solo.
"Sapevo che con il mio gesto l'avrei condannata" - e nella mia mente si accendono flash ripetuti di Gòto. Gòto che commissiona a Lurch la soluzione finale, Gòto che con gli occhi mi chiede aiuto disperata, Gotò che stramazza all'indietro.
"Oggi, o forse dovrei dire ieri, l'avevano messa in catene perchè mi ero rifiutato di occuparmi della tua amica. Ieri era il suo compleanno."
Era lei che avevo intravisto imprigionata, scambiandola per Deborah : la figlia di Merlo.

Il bicchiere di Gòto rotea in aria e cade a terra, ma non si rompe; si vena soltanto.

"Ma allora Deborah è ancora viva?" - ancora oggi mi vergogno profondamente di non avergli detto altro.


*Oscar*

Non avevo mai visto un uomo piangere.
Tranne Richard Gere al cinema, si intende.
"Coraggio, non fare così Oscar; ti chiamerò tutti i giorni."

Alla stazione di Udine, il mio treno era ormai in partenza, e Oscar non si decideva ad andarsene; mi ero quasi convinto che volesse fare come nei film, correndo nella direzione del treno e sventolando un qualche fazzoletto bianco.
"Ma sei p-proprio sicuro che non p-possa venire anch'io con te?" - del resto era solo la dodicesima volta che me lo domandava.
E per festeggiare la dozzina, decisi che un ampio sorriso consolatore fosse sufficiente come risposta.

Oscar doveva ritenersi più che fortunato per non essere finito in prigione, altrochè voler venire in Puglia insieme a me.
"E così quella mattina eri a letto con la Francese, vecchio mandrillo! Raccontamelo ancora una volta" - in qualche modo dovevo rompere il silenzio che io stesso avevo creato.
"Te l'ho già detto, non credevo che Veronique fosse una p-prostituta."
Convincente. "Le hai salvato la vita, e manco era venuta a letto a con te. Metti caso ci fosse venuta, che facevi? A parte pigliarti l'HIV intendo; te la sposavi quella Lorenza? Già me la immaginavo la cerimonia solenne - rito francese o latino? - nella parrocchia di Osoppo."

Deborah aveva confessato l'omicidio di Manuela, scagionando Oscar da tutte le accuse.
Tuttavia il movente non era ancora chiaro : in un'intervista rilasciata ai cronisti del Fatto di Osoppo, il formidabile ispettore Manetta aveva dichiarato che le indagini avevano portato la polizia a ritenere che le due ragazze fossero diventate amiche sul "posto di lavoro"; e che Manuela avesse confessato all'assassino i suoi sentimenti, peraltro mai dichiarati, per l'investigatore imbranato che tutte le mattine faceva colazione nel suo bar.
Gelosia, semplice gelosia.
"Siamo di fronte al classico delitto passionale" - aveva concluso Manetta.
Seb & Deb : insieme per sempre.

"Mi mancherai stronzo" - Oscar aveva gli occhi rossi.
Neanche un'esitazione, non un balbettio. Non ce n'era il tempo, era rimasto solo quello per un ultimo abbraccio. Tutti in carrozza.
Come in Vita Spericolata, ognuno di noi ora sarebbe tornato a casa, per sempre perso dentro i fatti suoi.


*Deborah*

Quando sono tornato indietro, ho visto lampeggianti dappertutto.
Oscar si era ricordato di essere un pericoloso ricercato, ed aveva fatto una telefonata ad un qualche pezzo grosso di sua conoscenza al distretto.
Il Genio di Osoppo. Altrochè matto.

Il circo di Gòto aveva chiuso i battenti : Oscar, Deborah, Lurch, nani e troie; erano finiti tutti in manette. Ero scampato ad una vera retata, ad una maxi-operazione di polizia in grande stile.

Sul blindato dei Carabinieri vedo Oscar ammanettato; sembra tranquillo.
Ho giusto il tempo di fargli un occhiolino : Oscar sorride.

Seduta a gambe incrociate vicino al furgone, per terra, Deborah sta piangendo.
"Ero tornato indietro a salvarvi, ma, come sempre, ho trovato traffico e sono arrivato in ritardo" - Deb emette una flebile risata tra i singhiozzi.
Poi mi rivolge parola, ed in quel momento mi pervade la certezza che non vi saranno altre occasioni.
"Non potrai mai capire, lo so" - e mentre dice questo, mi ricorda la Deborah che mi aveva spinto a scalare l'Italia intera, pur di stare insieme a lei.
"Volevo solo salutarti per un'ultima volta...

L'organizzazione criminale di Gòto, invece di mandarle in pensione, faceva sparire le ragazze che si ammalavano, o che diventano troppo vecchie per il mestiere. Così il problema non si poneva più. Niente rischi di soffiate alla polizia, o che le ragazze si mettessero in proprio, iniziando a battere il marciapiede per conto loro. Sai che concorrenza?
Belene aveva compiuto 39 anni : il limite di anzianità era stato ampiamente superato. Veronique-Lorenza era sieropositiva. Forse nei giorni seguenti sarei andato a cercarla, per rivelarle che ciò che le rimaneva da vivere le era stato donato da un uomo generoso di nome Merlo.

...Volevo salutarti perchè stanotte ho deciso di tornare padrone della mia vita.
Ho passato troppo tempo prigioniero dei giorni che furono, dei giorni felici passati con te, e anche dei giorni senza di te, che sono appassiti lentamente e tutti uguali; come tante candele la cui cera cola senza tregua, e che alla sera si spengono casualmente, per un colpo di vento isolato, nel bel mezzo del nulla. Ero aggrappato con le unghie e con i denti ad una certa idea di felicità, e stanotte, non il giorno in cui mi hai lasciato, non il giorno in cui mi sono licenziato, non quel giorno in pescheria, ma stanotte, sono finalmente scivolato giù. Avevo paura che fossi morta, che quegli uomini ti avessero ucciso, e di non potertelo più dire; non poterti più rivelare quello che mi ha aiutato a capire, e che credo possa aiutare anche te, visto quello che è successo con Manuela.
Il segreto è estorcere la felicità a noi stessi : ciò che ci accade conta relativamente, l'importante è quello che noi facciamo con ciò che ci accade."

*
E' sabato mattina, a Gallipoli il sole è alto nel cielo. Alla fine della mia passeggiata, quando entro in pescheria, non ho ancora deciso cosa comprerò.
Nel momento in cui il pescivendolo mi saluta e mi domanda come può essermi utile, non riesco a trattenermi dal guardarmi intorno con sospetto : tutto tranquillo.

Improvvisamente ho voglia di triglie, e, stavolta, nessuno potrà fermarmi.


Fine


*
Cecilia distoglie lo sguardo dal monitor : ha appena letto l'ultimo capitolo del mio racconto.
"Beh non dici niente?" - mia moglie mi sorride.
"Non me l'aspettavo, è un finale pieno di speranza, anche se a modo tuo."
Ora sono io che le sorrido.
"Hai ragione, ma ero stanco di inventare personaggi infelici".

martedì, dicembre 20, 2011

Alibi, X parte

Eduardo se ne andò, da solo, senza aver finito di mangiare la sua focaccia.
Quando ebbi finito, misi in ordine e cominciai a lavare le tazze usate per la colazione.
Sentii un enorme senso di scoraggiamento. Di qualunque cosa si trattasse eravamo solo all'inizio, il mio vero ingresso doveva ancora avvenire.

Pensai di aver avuto e sprecato il tempo a mia disposizione prima di entrare in scena e percepii che da quel momento in poi avrei dovuto improvvisare. Ma improvvisare che cosa, in effetti? Una decisione? Una ricerca? Una scissione? Un ritrovamento?

Il mio timore più grande era quello di essere la pedina di un gioco non solo già giocato, ma a cui avevo addirittura già assistito. Mi sentivo sul ciglio di una di quelle storie circolari o spiroidali, che avevo letto nei libri di Murakami ed Auster e che mi avevano al tempo molto affascinato. Sembravo, a volermi guardare con un minimo di obiettività, una sorta di comparsa della mia stessa storia personale. Un personaggio che disperandosi alla ricerca del proprio ruolo finisce per impersonarne un altro ed essere qualcosa che non è oppure, impigliandosi in avvenimenti sempre più distanti dall'ordinario ma che sono tali in un modo sempre più sottile, finisce per mischiare realtà e irrealtà in modo irrecuperabile.

Decisi che ad ogni costo non mi sarei perso, che avrei prestato attenzione, che avrei sempre tenuto d'occhio il punto da cui ero partito: una persona normale di un mondo normale. Mi ripromisi di fare attenzione non soltanto agli avvenimenti che erano fuori dal comune, come quelli che mi erano già accaduti, ma anche a quelli che lo erano troppo poco.

Indossai la giacca ed uscii, chiudendomi la porta alle spalle, dopo aver guardato ancora una volta la mia famiglia, addormentata al completo.

Continuando a riflettere, pensai che il mondo non poteva spaventarmi più del dovuto, anche se non conoscevo nessuno in quella città di cui non sapevo neanche il nome.
Feci un paio di passi in avanti, cercando di fare mente locale su come fossi arrivato in quel pianerottolo sconosciuto. Girai su me stesso e vidi una porta, chiusa, che evidentemente non avevo notato salendo le scale.

Mi rallegrai: pur non sapendo nemmeno il mio nome, una porta chiusa era un'ottimo punto da cui cominciare.

Fine di Alibi, continua in Alteri

venerdì, dicembre 16, 2011

Alibi, IX parte

Bene - pensai - ci siamo. Nel bene o nel male ora saprò. Questa persona, che mi si presenta così distaccata, così calcolatrice così onniscente così conscia del proprio potere in un modo che indossa perfettamente la mia idea di malvagio è perlomeno una persona capace, una persona informata dei fatti. Vorrà trarne un vantaggio, vorrà magari quello che potrebbe anche, per me, essere il male, ma sapendo mi dirà tutto ciò che serve per capire.

La mia presunzione e la mia speranza cominciavano subdolamente a farmi credere di avere, fino a quel momento, pensato per  presunzioni e agito secondo pregiudizio.

Continuai a pensare, tra me e me, mentre Eduardo si concentrava sul caffellatte dopo avermi parlato: sì questa persona è sgradevole, è manipolatrice, ha abbandonato una parte di se stesso senza rimorso e senza dolore ma sarebbe sbagliato, sarei sbagliato, a pensare che non possa conoscere ciò che io voglio sapere e che non possa per questo rendermene partecipe.

Perchè credere che un artista sarebbe una persona gradevole da frequentare solo perchè amiamo quello che ha composto o detestare per parentela le cose fatte da un malvagio? Ora lo capisco, e ne avrò conferma quando mi rivelerà quello che sto per chiedergli: c'è un momento in cui le cose dette e pensate e fatte si staccano da noi, e a parte l'effetto deperibile con cui le abbiamo lanciate e volute far intendere esse vivono di vita propria, perdendo ogni dipendenza.

Allo stesso modo la conoscenza: se spoglierò ciò che mi dirà dalle tracce di influenza che vi avrà inseminato  ciò che mi resterà da gustare sarà la verità. Perchè quest'uomo, che è il meglio di ciò che di quest'uomo conoscevo a quanto dice e a quanto sento, conosce la verità e nient'altro che la verità. E pur deformandola dovrà per forza usarla per esprimersi. Allora io carpirò i suoi segreti.

Posò la tazza, squadrandomi con gli occhi socchiusi, e prima che potessi formulare il primo di tutti i miei perchè, parlò per primo:

"No. Non sono il tuo deus ex machina. Da me non avrai di più di quello che ti ho detto, che è già molto. La realtà e la verità dei fatti le troverai da solo, se le cercherai dove sono veramente. Resta da vedere se una volta che le avrai trovate saranno ancora interessanti per te. Io sono solo venuto a mostrarti che esiste una decisione da prendere, perchè alla mia prima visita non ero stato abbastanza chiaro, lo ammetto.
Ma ora per sapere soffrirai; e capendo o no quale sia, farai la tua scelta."

lunedì, dicembre 12, 2011

1

A volte, ricordo ancora le urla di incitamento dei miei colleghi, il giorno in cui mi sono licenziato.
"Spacca il culo a questi stronzi, sei tutti noi!" - glielo leggevo in volto che avrebbero voluto essere al mio posto. Lo leggevo in volto a tutti.

Il tifo e i cori da stadio nel momento in cui, in un rigurgito di incoscienza, avevo deciso di giocare a basket con i monitor dei pc della redazione. Monitor almeno il doppio più grossi del cestino dei rifiuti: il mio personalissimo proibitivo canestro.
"Rosario, ti confesso che di recente c'ho pensato spesso. A casa, nell'ingresso, da mesi c'è uno scatolone che non aspetta altro che essere usato per portar via tutte le mie cose da questa maledetta scrivania. Ma fin ora non ho mai trovato il coraggio: tengo famiglia. Ebbene, oggi me lo hai dato tu quel coraggio, è ora di prendere quello scatolone."
Nelle settimane successive alle mie dimissioni non si è più riscontrata alcuna lamentela.

Ricordo ancora il martedì mattina in cui, disoccupato, ho sollevato di scatto la testa dal cuscino e ho detto a mia moglie di volere un figlio da lei. Fuori pioveva forte, ma in camera in quel momento era già spuntato l'arcobaleno.
Io e Cecilia siamo una bella coppia: ce lo dicono tutti. Ci prendiamo ancora per mano quando passeggiamo, e i nostri amici ci prendono molto in giro per questo. Dicono che non abbiamo più vent'anni, e che, piuttosto, tra non molto saranno vent'anni che siamo sposati.
"E voi sette anni li chiamate 'non molto'? Questo qui, non so neanche se potrò sopportarlo per i prossimi sette minuti."
Risate generali. Ho sposato Cecilia per il suo senso dell'umorismo; più passano gli anni e più me ne convinco.

Mattia oggi compie quattro anni, e sta guardando Spongebob alla televisione. Volume basso.
I cartoni animati di mio figlio hanno il potere di rilassarmi come poco altro.
Nella mia vita precedente, scrivevo per un piccolo giornale di provincia: il Lanternino. Che nome del cazzo, lo so; però non è per questo che mi sono licenziato.
In fondo, quel lavoro mi piaceva: la vita di redazione, la mia rubrica quotidiana "La zolletta di zucchero", la partita di calcetto con gli amici al mercoledì, le litigate con il mio capo, Tonino, che mi voleva meno irriverente, le nottate al sapore di caffè.

Ho lasciato perché non ero più disposto ad accettare di scrivere per Qualcuno; io desideravo scrivere per Qualcosa. O se proprio avessi dovuto scrivere per qualcuno, sicuramente avrei voluto scrivere per me, e non per il mio editore.
Mi sentivo soffocare. Non ero più libero, alla fine tutto può essere ricondotto a questo.
Immaginate una moneta lanciata per aria che atterra sempre di taglio, mai testa e mai croce: ecco, ogni giorno, quando varcavo la soglia della redazione, io mi sentivo così.

Da quando ho lasciato il Lanternino, la mia produzione letteraria è stata, per così dire, asciutta.
Tuttavia, bisogna ricordare che sono stato dieci mesi senza lavoro; tutti i giorni mi congratulavo con me stesso per aver sposato un magistrato.
Ripensandoci, forse un termine più adatto per definire la mia vena artistica post-licenziamento potrebbe essere prosciugata.
Paragonando quel periodo alla situazione attuale, mi viene da sorridere.

Ho ripreso contatto con la scrittura pubblicando un racconto a puntate per un cosiddetto free press, quasi due anni fa. E mi hanno anche pagato. Poco, ma lo hanno fatto.
E' la storia di un ex-impiegato delle poste, pugliese trapiantato in Friuli, che in seguito ad un evento fortuito cambia vita e decide di fare l'investigatore a tempo perso.
Più o meno come il suo autore, che ha deciso di fare lo scrittore a tempo perso: in tutte le migliori opere la componente autobiografica è forte.
Devo ancora inviare l'ultimo capitolo al mio caporedattore. Eravamo d'accordo di farne slittare di parecchio la pubblicazione, permettendo che montasse la suspance nei lettori; ebbene, ieri mi ha telefonato: è convinto che tutto quello che dovesse montare sia ormai montato. Vuole il racconto entro lunedì, ed io, invece di lavorare, sono ancora in vestaglia, seduto a gambe incrociate sul divano, affianco a mio figlio a guardare in silenzio la televisione.

Gli sgraffigno un biscotto dal pacchetto che sta custodendo gelosamente. Non è male questo Spongebob: finalmente capisco perché i bambini preferiscono i cartoni animati ai compiti a casa.

giovedì, dicembre 08, 2011

Alibi, VIII parte

"Sì, sono sveglio." Scorsi la sua figura seduta dai piedi fino alla testa. Non si era tolto il cappotto.
"Togliti il cappotto Edu dai; hai già fatto colazione?"
Il miei genitori dormivano tranquillamente in camera loro, con la culla di mio fratello accanto. Anche Francesco dormiva. Eduardo mi seguì silenziosamente in cucina, sorridendo.

Chiusi la porta dietro le sue spalle e accesi la radio con il volume al minimo. Senza fare caso alla musica che ne usciva, mi preoccupai di caricare la caffettiera.
"Resta qui un minuto, spegni il caffè quando serve. Torno subito."
Mi infilai la giacca e scesi le scale per andare a comprare la focaccia. La pasticceria era appena aperta e la commessa mi accolse perfettamente sveglia, senza la più piccola parte di sonno negli occhi.

Fu lui a rompere il silenzio che si era creato. Aveva qualcosa di ammorbidito nella voce, mentre sceglieva il pezzo di focaccia che avrebbe intinto nel caffellatte. Nel frattempo, alla radio e a Londra nel 1971, Frank Sinatra intonava Pennies from Heaven.

"Le persone, a questo dovrai credermi sulla fiducia, non sono per niente semplici. Ad una prima occhiata ci si accorge che non sono, solitamente, composte di doppi, cose dualmente divise. Bianco nero, ying e yang e quella roba lì. Anche quando composte di due soli elementi, le persone sono spesso in uno stato di confusione così totale da rendere difficile ricondursi a quei due, singolarmente semplici, elementi. Per non parlare dell'inflazionato buono cattivo. Quello che è vero, storicamente vero, è che il dualismo è un ottimo criterio con cui interpretare la realtà e progredire all'interno di essa.

Quando si mette a posto una libreria, ad esempio, si scelgono i libri che vanno tenuti e quelli che non vanno tenuti, in modo da liberare spazio per libri che abbiano, a loro volta, l'occasione di essere letti e quindi giudicati.Questo esempio era solo per introdurre il concetto e ti dico sin d'ora che non è perfetto per il nostro caso, in quanto un libro può non essere adatto al momento e che qualunque libro può essere riabilitato o scacciato dalla libreria per vie che sono arbitrarie e variano nel tempo.

L'ambito di cui parlo non contempla una simile ambiguità. Esistono le cose che valgono qualcosa e quelle che non valgono niente, come esistono i cibi edibili e quelli che non lo sono. Immagina un setaccio in un fiume del Klondike. Affascinante. Certo, anche le pietre comuni hanno la loro importanza ed il loro utilizzo, ma cosa sono in confronto all'oro, se è l'oro che stai cercando?

Torniamo alle persone. Le persone non sono semplici. Le cose preziose nelle persone sono emulsionate in tutto il resto: distinguibili e separabili ma in un modo che è tutto fuorché comodo, o pratico. Solo il tempo può raccogliere l'olio sopra l'acqua, raggruppare e distinguere. Il tempo ed, in verità, alcuni eccezionali eventi.

Te lo dico, qui ed ora, inequivocabilmente: io sono il chicco che si è liberato della pula."

sabato, dicembre 03, 2011

Alibi, VII parte

Mi svegliai prono, proprio come mi ero addormentato. Non mi alzai, non mi mossi nemmeno. Cercai immediatamente, con tutto me stesso, di concentrarmi sulla voce che sentivo provenire alla mia destra.
Impossibile non riconoscere Eduardo o stimare da quanto tempo stesse parlando.

"...questo certo spiega il motivo per cui ho voluto che ci incontrassimo qui, ora e non altrove. Ricordi di quella volta in cui ti dissi che nella vita piove una volta sola ma dopo si deve indossare sempre vestiti bagnati?

Ma forse ti sarà più facile capire che cosa mi sia successo se ti mostro degli esempi famosi. Ti ricordi del film Highlander? E' buffo, perché adesso ricordo tutto quello che voglio e non riesco quasi ad immaginare come si faccia a non ricordare qualcosa. Davvero, com'è possibile? Ad ogni modo, Highlander: sin dalla notte dei tempi spadaccini immortali si cercano per tagliarsi la testa l'un l'altro e rimanere l'ultimo esemplare di questo strano gruppo.

Anche se la storia può in qualche modo essere collegata a quello che ci è successo, voglio parlarti dell'attore protagonista, Christopher Lambert. Il primo film è un successo, i seguiti un fiasco dopo l'altro. Che sia così difficile vedere la vera ragione, mi chiedo? Il punto è che a Chris successe ciò che è successo anche a me. Un bel giorno si sveglia due volte e non è più lo stesso. I film, lasciati in mano al debole tra i due, non poterono che peggiorare.

Un altro esempio celebre è quello di Philip Dick, che misconobbe addirittura i suoi primi  scritti. Altro che droghe. Ma anche l'evoluzione di Céline, se ripensi alla parte finale di Viaggio al termine della notte è lampante. Poeti, scrittori, lo so che sei sveglio,  pittori ad esempio Gauguin, ma anche persone per così dire comuni...ricordi il nostro professore del liceo: Xxxxxxx?"

Lo so che sei sveglio?
Mi sollevai sulle mani e stropicciai gli occhi mettendomi seduto. Era ancora notte, la luce veniva infatti dal lampadario. Davanti a me, seduto su una sedia, riconobbi l'Eduardo della mattina prima, questa volta a grandezza naturale.
Non senza presunzione, fu in quel momento che cominciai a sospettare che tutto fosse vero ed avesse un senso.

martedì, novembre 29, 2011

Ora e allora

Questo post è la storia di un pensiero.
E' la storia di un pensiero che racconta di un pensiero, e che, se non ricordo male, fa più o meno così...

In un giorno uguale a tanti altri, ormai passato come tanti altri, mi trovavo in casa; era sera, e io dovevo ancora cucinare la cena, e fare i compiti, e lavare i piatti che avevo fatto finta di non vedere per un'intera settimana, e fare l'albero di Natale - perchè , era Natale - e diciamo che non avevo molto tempo a disposizione per fermarmi a pensare; eppure l'avevo fatto.

Ho pensato a quella sera d'estate; quella sera d'estate in cui mi ero fermato sull'uscio di casa a guardare un cielo desolantemente senza stelle; non che per me rappresentasse un problema, un cielo senza stelle; perchè, come diceva qualcuno, un conto è volere, vedere le stelle e farsi guidare; un conto è saperle là in alto e lasciarle un po' fare.
Q
uella sera d'estate senza luna e dal cielo invernale, in cui avevo pensato per la prima volta a come sarebbe stato tornare trent'anni dopo nei luoghi dove ero cresciuto.
Di passaggio nel posto dove ero stato tutto tranne che di passaggio.

Se ci sarebbe stata ancora quella palma, proprio lì, afflosciata e stanca; se avrei sentito ancora nelle narici l'odore umido del portone quando è estate e tu stai uscendo con il pallone sotto braccio; se sarei stato capace di ricordare quanto era bello guardare dal terrazzo il sole che lentamente si addormentava dietro la collina.
Avrei avuto un sussulto leggendo un nome diverso sulla cassetta delle lettere?

Era Natale, nevicava, e io all'improvviso spostai una lampada da un angolo all'altro della stanza.
O meglio, spostai La lampada : l'unico oggetto che avevo trovato ad aspettarmi quando avevo comprato quella casa. Era lì da sempre; avevo confermato la sua posizione originaria in occasione della prima storica notte, e non l'avevo mai cambiata, non facendovi più caso, come del resto ci si deve comportare con un elettrodomestico, seppur fedele.
E invece, ora che l'avevo spostata, beh non era più lei : era diversa.

Così, ho pensato che forse potrebbe funzionare in questo modo anche con i pensieri, con i ricordi, con le emozioni, con i giudizi; con tutto. Niente è eterno, neanche le cose più elevate; non la tua scala di valori, non la convinzione più ferrea. Qualcuno diceva che una decisione che reputiamo definitiva è sempre presa in preda ad uno stato d'animo destinato a mutare.
L'anima muta, le decisioni restano.

Forse il trucco è non fare mai pulizia : nascondere la polvere sotto il tappeto e non spostare mai niente.

domenica, novembre 27, 2011

Alibi, VI parte

Quando entrai, andai per prima cosa al computer, per leggere il post di Matteo. Si trattava dell'ennesima parte del suo racconto a puntate, che ricordavo vagamente nella sua interezza. Mi colpì in particolare la parte in cui parlava dell'improvvisa scomparsa di un personaggio accattivante dalla storia.

Di come ci si senta traditi nelle proprie aspettative, dell'amarezza di dover abbandonare prematuramente qualcosa. Della decisione forse folle di un autore di tirarsi la zappa sui piedi, lasciandoti in compagnia di personaggi noiosi. Un retaggio del consumismo - pensai - la smania di provare, di assaggiare, sia dello scrittore che del lettore.

Mi recai a letto, avvolto in torbidi pensieri. Come collegare al post gli avvenimenti del mattino e le mie supposizioni al post stesso. In ogni caso, i dubbi se considerare o meno reali e soprattutto realmente avvenuti i fatti della prima metà della giornata restavano. Prima che potessi scendere ulteriormente nelle mie elucubrazioni arrivai in camera mia. Là, sul buio del copriletto, mi aspettava una lettera. La lettera di cui parlava mio padre, pensai.

La aprii. Dentro, un foglio A4 ripiegato in tre scritto al computer su una sola facciata. In fondo, un nome: Caterina. Senza firma. Lessi con mani tremanti d'interesse.

" Il dramma Le tre sorelle di Cechov è diviso in quattro atti. Gli atti separano episodi rappresentativi distanti tra loro nella vita delle tre, del fratello maschio e della loro cerchia di amici e conoscenti. Il dramma; perché di dramma si tratta, nonostante la manifesta volontà dell'autore di scrivere qualcosa che, invece, dramma non fosse, mi ha fatto pensare al blog I tre caballeros. Il blog che hai con Eduardo e Matteo.

Nella storia, la critica ha soprattutto evidenziato il desiderio manifestato e mai attuato delle tre di ritornare a Mosca, città originaria, visto anche come una sorta di volontà suicida inconcludente, indicando la città come quella risoluzione invocata ma, segretamente, perfino temuta.

Il pensiero che le sorelle siano donne è stato il punto di partenza per riflettere circa il collegamento che mi ispiravano. Evidentemente la somiglianza non era in senso metaforico o allegorico: inutile quindi cercare una sorella per ognuno, cercando di tradurre segni della vita reale nella dimensione dell'opera che giustificassero questo mio sentore. Mosca doveva restare la Mosca delle tre sorelle.

La mia supposizione è quindi che si tratti di una parabola, o meglio di un senso parabolico: non viene richiesta nessuna connessione, quanto una reazione. Vengono sollevate implicitamente delle domande cui si deve rispondere. Il più delle domande sono: "cosa farei se fossi in lui/lei?". La conferma di questa interpretazione sta nel fatto che, essendo personaggi di fantasia, le tre non possono certo essere consigliate e rimediare alla loro condizione disperata, distanti da Mosca e dalle loro aspettative.

La cosa più interessante è che nella mia ottica, la fine della parabola non si posava nè su di me, nè su un altro ipotetico ascoltatore, quanto su voi tre, su I Tre Caballeros. Le domande fatte dal dramma e che sentivo non erano rivolte a me o a qualcun altro, ma a voi. Andrete a Mosca prima o poi? Quando scrivi, o scrivete, ti allontani o ti avvicini a Mosca? E abbandonato dalla guarnigione con la cui compagnia lenivi i tuoi dolori, sarà sempre il desiderio di tornare a Mosca a sorreggerti? "

sabato, novembre 26, 2011

Karma Piatta

Non c'è niente di meglio del lunedì mattina.
La gente torna a lavorare dopo aver trascorso un piacevole fine settimana; al lago con i bambini magari. Tutta la gente, la gente cosiddetta normale; tutti tranne me, insomma.
Persino Fred, il mio collega coi capelli color carota, al sabato sera combina qualcosa. Freme tutta la settimana - lo vedo, lo controllo, dietro a quella scrivania di polistirolo - nell'attesa del Sabato-Al-Cinema-Con-La-Sua-Jenny.
Io li odio i fine settimana. Dovete credermi, non li sopporto.
Il week end è il trionfo dell'emarginazione sociale, rappresenta il fallimento dello Stato.

Lower Manhattan : qui c'è il più grande attraversamento pedonale del mondo.
Se non ci siete mai stati, per rendere l'idea, posso dirvi che è come una battaglia : ogni settimana, alle sette e cinquantacinque del lunedì, due enormi eserciti solcano le strisce pedonali e si fronteggiano qui.
E' come una partita di football con tantissimi giocatori; o una gara di Nascar affollata, e a piedi.
E io, il lunedì mattina - ogni lunedì mattina - io vengo qui a partecipare a questa battaglia.
Anche se partecipare non è proprio il termine adatto; mi definirei più un cronista, un osservatore. Ecco sì, io agli attraversamenti pedonali guardo le persone che mi circondano. E vi assicuro che non ho mai trovato qualcosa di più interessante.

Dovete sapere che io ascolto tanta musica; a volte, nel mio microappartamento al 32esimo piano, addirittura suono la chitarra; però soltanto a orari incivili e improponibili, per disturbare una delle mie vicine di casa, che fa partire lavatrici a tutte le ore.
Fin ora non si è mai lamentata, purtroppo.
Tempo fa, mentre parlavo con Fred - ma in realtà parlavo da solo, usufruendo solamente della persona fisica di Fred, per non sembrare troppo strano agli occhi dei colleghi - avevo sostenuto che mi sarebbe tanto piaciuto sapere cosa frullasse nella testa dei cantanti, nel momento in cui avevano deciso di scrivere una canzone che parlasse di Vita, della Vita; e pensare che c'è chi addirittura ha usato la parola Vita proprio nel titolo della canzone.
Ok, Vita è una parola che si presta abbastanza ad ogni evenienza, lo ammetto; ma non si può usarla a cuor leggero.

Ecco, questo lunedì mattina sono qui nel mio attraversamento pedonale preferito, cuffie color verdeacido nelle orecchie, e ascolto Frank Sinatra, e l'ho capito!
Ho capito perfettamente a cosa pensasse il vecchio Frank mentre scriveva That's Life, e, ragazzi, è stata veramente una goduria indescrivibile.

E' la vita, è quello che dicono le persone.
Vai alla grande in Aprile,
Muori a Maggio.
Ma io so che cambierò questo ritornello,
Quando sarò tornato indietro all'inizio di Giugno.

E' la vita, pazza come sembra.
Certe persone si prendono i loro calci,
Camminando sui sogni;
Ma non lascerò che questo mi butti giù,
Perchè questa vecchia parola continua a raggirare le persone.

Sono stato un burattino, un povero, un pirata,
Un poeta, un pedone e un re.
Sono stato su e giù e al di sopra e al di fuori
E so una cosa:
Ogni volta che ritrovo me stesso spiaccicato contro la mia faccia,
Mi tiro su e torno in gara.

Questa è la vita, non posso negarlo,
Penso di piantarla,
Ma il mio cuore non vuole questo.
Se non pensassi che sia stata come una prova,
Mi arrotolerei su una grossa palla e morirei.

martedì, novembre 22, 2011

Alibi, V parte

A fine serata Eduardo mi accompagnò verso casa.
Dopo tutto quel tempo passato a ridere con gli amici, sembrava tornato serio in un solo momento, istantaneamente. Forse avevamo semplicemente scherzato abbastanza per quel giorno. Fu lui a rompere il silenzio.

"Ho sentito che Matteo ti ha parlato di qualcosa oggi, si trattava del blog?"
"Sì - sospirai - mi ha detto che ha postato. Qualcosa a cui pensava da molto tempo."
Eduardo tirò un calcio a una lattina sdraiata, stancamente, facendola rotolare su se stessa mentre ci precedeva.
"Il blog...il blog...tu ci pensi mai al blog?"
"Se ci penso Edu? Insomma..." Mi ritornò in mente l'Eduardo che avevo visto quella mattina, minuscolo ed aggrappato alla 'a' finale di Salvia. Niente sembrava essere più assurdo di quella visione ripensandoci allora.

"...sì, ci penso ancora al blog. Allo scrivere in generale veramente. Anzi, direi che pensò di più allo scrivere proprio quando non scrivo." Il suo silenzio meditabondo mi invitò a continuare. "Ad esempio, ora ho in mente un paio di cose. Un racconto ambientato in una società in cui non esiste una parola per indicare le donne e a cui quindi ci si riferisce solo come non-uomini. Questo genera una serie di dubbi sull'effettiva esistenza delle donne, che per tutta risposta indicono uno sciopero del sesso...tipo Lisistrata."

Non sembrò molto entusiasta della risposta. La cosa mi ricordò quel personaggio de La ricerca del tempo perduto che prova vari argomenti come altrettante chiavi, per penetrare nell'interesse del suo interlocutore. Leggermente, saggiando appena se la porta è stata aperta di volta in volta, smettendo subito di forzare la mano non appena si accorge che è ancora chiusa.
Provai ancora:

"Avevo anche in mente una storia in un futuro prossimo. Le automobili invece di rotolare strisciano su una specie di gomma vischiosa e la gente smette di avere paura dei serpenti."
Rimase in silenzio, come incredibilmente amareggiato. Arrivai persino a temere di averlo, in qualche modo, offeso. Quando arrivammo sotto casa mia un filo di vento accompagnò la sua ultima frase:

"Leggi il post di Matteo, non leggerlo, fai come vuoi. Non importa ormai, non importa più. Ognuno per sé. Anzi, peggio di ognuno per sé. Se esiste qualcosa di più solitario della solitudine lo scopriremo. Purtroppo, per noi non c'è nessun addio, stasera come per i giorni a venire: ognuno a casa propria."

Lo seguii con lo sguardo fino a che non svoltò l'angolo. Mi sembrò addirittura che ridesse. Una risata che metteva i brividi.

domenica, novembre 20, 2011

Alibi, IV parte

Risposi, era Eduardo:
"Dove sei? Vieni qui, non c'è tempo!"
"Non c'è tempo? Per cosa? Cosa?!"
Avevo urlato e Francesco e mio padre mi guardarono sbigottiti, mentre Eduardo rispondeva alla mia domanda.
Buttai giù.
"Il compleanno di Michele - dissi - non ci sono a cena"

Arrivai al bar di piazza Xxxxxx con dieci minuti di ritardo, c'erano proprio tutti.
Notai subito Matteo ed Eduardo, quelli che sarebbero dovuti essere rispettivamente avvolto nelle bende ed alto pochi centimetri. Erano invece perfettamente normali, o almeno tanto normali quanto gli altri.

Ci conoscevamo, noi tre, ormai da molti anni. Nel lontano 2xxx avevamo anche aperto un blog insieme: "I tre caballeros". Sul blog scrivevamo i nostri scherzi, saggi, racconti, a volte perfino poesie. Vedendoli, più che pensare alle loro misteriose apparizioni, essendomi ormai convinto che l'uomo all'ospedale dovesse essere proprio Matteo, ripensai al blog e al fatto che ormai non scrivevo da mesi.

La serata fu molto divertente: come al solito finimmo per ri-raccontarci le solite cose, che tutti conoscevamo già, eppure la cosa ebbe, almeno per me, una magica proprietà distensiva. C'era qualcosa di atavico nella nostra tradizione orale, nella nostra epica di provincia capace di arricchirsi in modi misteriosi, selezionando con criteri incomprensibili gli eventi e i personaggi degni di essere salvati per poi riproporli a quelle stesse persone che li avevano vissuti direttamente.

Circa a metà serata, Matteo mi prelevò per parlare in disparte. Mi ero talmente astratto dagli avvenimenti della giornata che non pensai nemmeno che potesse parlarmi a riguardo di quella stanza 313 dell'ospedale Xxxx. Infatti non parlammo della stanza e del suo occupante.
"Ho postato, ci ho messo un sacco ma alla fine ho postato."
Annuii, addentando un pezzo di pizza.
"Solo che era una bozza, per cui lo ha pubblicato con la data della bozza. In pratica è venuto fuori prima del tuo ultimo."
"Ho capito, ho capito...- risposi con la bocca piena - lo leggerò, non sarà un gran problema trovarlo!"
Tornammo ai festeggiamenti del nostro amico.


martedì, novembre 15, 2011

Alibi, III parte

Quando me ne andai, finito l'orario delle visite, dovetti concludere di non aver capito niente.
Come mi era successo parlando del tempo con Eduardo, ebbi la chiarissima sensazione di conoscere perfettamente qualcosa. La certezza che sentivo era che le due persone fossero collegate tra loro. Era come, pensandoci bene, avevo sempre saputo: Eduardo e Matteo, non uno dei tanti Matteo ma uno in particolare, si conoscevano in effetti da ben prima del mio arrivo.

Un uomo minuscolo ed uno muto e avvolto dalle bende andavano comunque collegati, per trovare un senso nella faccenda.
Il punto, tuttavia, era proprio questo: ritornando in macchina a casa portai al massimo la traccia estiva suggerita dalla radio e pensai che io di quella storia potevo anche non volerne sapere di più.

In più, il mio timore era quello di poter trovare soluzioni più vicine alla verità che alla realtà. I miei amici sfidavano le leggi della fisica e se avessi seguito queste logiche tanto valeva rifarsi alla fantascienza de L'uomo invisibile e Tre millimetri al giorno. Di questo passo, pensai, presto avrò paura di imbattermi nel mostro della laguna Nera o nell' uomo-mosca.

Fermo ad un semaforo, riuscii finalmente a perdere il filo dei miei pensieri nella musica e a tranquillizzarmi. Rientrai a casa in questo stato d'animo di precaria serenità.
Una voce mi raggiunse appena varcata la soglia: "Filippo? E' arrivata una lettera per te, l'ho messa in camera tua."
Seguii la voce per trovare mio padre in salotto. Stava seduto sul divano e teneva in braccio un bambino piccolo, di un anno al massimo.
Prima di qualunque altra cosa, gli chiesi chi fosse il bambino.

"Ma come," rispose "è tuo fratello Francesco!" E contemporaneamente fece sobbalzare il bambino sulle ginocchia. Francesco rideva.

Mi fratello Francesco, di due anni più grande di me, si presentava ora come un bamino di pochi mesi. E tutto sotto lo sguardo di mio padre, che trovava la cosa come la più naturale del mondo. Fu per me la fatidica ultima goccia: sentii la collera per questi inspiegabili avvenimenti risalire dentro di me come lava in un vulcano.
Stavo per esplodere quando, improvvisamente, il mio cellulare si mise a squillare.

Strano, pensai in un baleno, non era silenzioso?

sabato, novembre 12, 2011

Capitolo 18) Apnea

La scia luminosa di Udine si allontana sempre più.
E' una notte fredda e piena di stelle, il che non suona bene come una notte buia e tempestosa, ma va bene lo stesso.
Mentre sono a penzoloni nel vuoto, nel retro del Pick Up di Merlo, il mio pensiero vaga in ogni direzione, probabilmente per gettarmi alle spalle quanto appena accaduto.

Ammetto che avrei tanto voluto avere un quaderno come quello di mia madre, in cui annotare le frasi dei romanzi che mi colpivano in modo particolare. Certo, piano piano i quaderni diventavano due, tre, trenta : un'impresa per cui era necessaria una certa costanza.
Forse avrei desiderato possedere la costanza di mia madre, e non il quaderno.

Merlo guida silenziosamente, quasi dolcemente; e questo mi stupisce molto, considerando chi ha di fianco sul sedile-passeggeri. O meglio, chi non ha; chi non avrà mai più al suo fianco.
Sento la radio gracchiare un pezzo vagamente country, flebile come se fosse molto lontana da me, e non nell'abitacolo.

Mi lascio andare, in fondo il peggio è passato; sono con mia sorella in un bel campo di fragole, rossissimo; la sto rincorrendo, sembra proprio che lei si diverta, almeno fino a quando non mi perde di vista. Sono già lontano, percorro a piedi nudi un lungo trampolino : quanto sarebbe stato bello tuffarsi in quel mare di tempera e olio.
E improvvisamente mi torna in mente Deb.

"Ehi Signor Merlo, ferma subito quest'auto!" - grido sbattendo i pugni contro la griglia di ferro che ci separa.
Merlo non mi fa attendere, arrestando senza scossoni il furgone nel mezzo della strada deserta; dopodichè si volta a guardarmi, più incuriosito che intimorito.
Merlo ha il volto di chi è al crocevia della vita : un ingombrante passato appena chiuso in valigia, un futuro che non avrà propriamente la forma di una valigia.
"Dobbiamo tornare a prenderla".

Pensate a un Personaggio grandioso, di un film o di un libro; un Personaggio che è stato appena inserito nella Storia, ma che veramente fin dall'entrata in scena, fin dalla sua prima battuta, vi ha fatto esaltare; un Personaggio a cui avreste voluto stringere la mano e dire : "finalmente sei arrivato tu a dare un senso a questa pellicola!" o "piacere di aver letto di te, Personaggio!".
Fatto? Bene. Ora pensate ai rari casi in cui un Autore toglie dalla circolazione anzitempo quel Personaggio; non è rilevante in che modo: soltanto lo porta via da voi. Pensate alle sue potenzialità inespresse, alle speranze brutalmente disattese, al senso di frustazione, all'amarezza, alla rabbia animalesca, ignorante e cieca che monta in voi.

Ecco.
Ora potrete ben capire il mio stato d'animo nel momento in cui Merlo è entrato nella stanza e ha ucciso Gòto.

martedì, novembre 08, 2011

Alibi, II parte

Stavo per replicare quando il suono del coltello contro il tagliere mi costrinse a tornare con lo sguardo alla mia mansione. Dopo aver constatato che non mi fossi tagliato un dito, ritornai a cercare il mio amico, solo per constatare che non c'era più.

In quel preciso istante, prima che potessi chiamarlo, rientrò mia madre.
"E' per te, ma non so chi sia"
Mi stava in effetti porgendo il telefono, schermando con le mani il microfono. Non mi ero assolutamente accorto che avesse squillato, ma lo misi ugualmente all'orecchio.

Una voce di donna parlò prima ancora che potessi dire "Pronto?":
"Venga all'ospedale Xxxx, stanza 313. Se parte ora, può ancora farcela. Con l'orario delle visite intendo. E' molto importante."
Buttò giù, senza che avessi la possibilità di rispondere.
Mia madre era di nuovo intenta nelle sue occupazioni, immersa. Quando mi alzai, fui sorpreso che non chiedesse chi avesse chiamato, o che cosa avessero da dirmi.

Senza fiatare presi l'auto e andai all'ospedale Xxxx. Dave Brubeck uscì dagli altoparlanti non appena girai la chiave e non mi abbandonò fino a quando non ebbi parcheggiato e spento. Come sapessi che fosse proprio lui a suonare, non me lo seppi spiegare. Sembrava non esserci nessuno in radio a commentare, a riempire gli spazi tra un brano e l'altro.

Raggiunsi la stanza 313 senza troppe difficoltà, chiedendo informazioni solo un paio di volte. Dentro c'erano un'infermiera e un uomo, seduto a letto, completamente avvolto dalle bende. Nemmeno la bocca era scoperta.
L'infermiera mi si avvicinò, parlando piano e molto lentamente.

"Lei deve essere Filippo, è nel posto giusto: la stanza 313 è questa. La ringrazio per essere venuto. L'ho chiamata per sua esplicita richiesta - indicò il bendato - so soltanto che il suo nome è Matteo e da quando è qui questa è stata l'unica cosa che ha chiesto. Ora dorme, ma può restare qui aspettando che si svegli. La saluto."

Ancora una volta l'infermiera non mi lasciò il tempo di rispondere, nemmeno di ringraziare. Sgattaiolò via attaccando subito a parlare con delle persone che passavano davanti alla 313 in quel momento. Sembravo destinato a non dire mai la mia battuta.
Mi sedetti sull'altro letto e rimasi in silenzio accanto all' addormentato.
Poteva anche essere colpa delle bende, ma non mi sembrava corrispondesse a qualcuno dei Matteo che conoscevo.

sabato, novembre 05, 2011

Alibi, I parte

Quando non sto tanto bene trasformo sempre la mia stanza in un piccolo zoo di carta.
Gli origami del raffreddore del sono molti, ma il più frequente è senza dubbio quello che io chiamo Cigno Sgraziato, o Cigno Scoordinato, che consiste nel soffiarsi sonoramente il naso un'unica volta in un fazzoletto ben dispiegato per poi appallottolarlo senza criterio e gettarlo lontano.

Era proprio in questa condizione di artista involontario che mi trovavo, il mattino del xx novembre xxxx, nella casa dei miei genitori a Xxxx.
Diversamente dal consueto stavo dando una mano in cucina, tagliando con malagrazia alcune patate.
Fu quando mia madre si allontanò per andare in qualche altra stanza a fare qualche cos'altro, che accadde l'imponderabile.

Infatti, mentre ero per così dire intento nel mio lavoro, mi sentii chiamare più volte da una vocina minuta. Alzato lo sguardo vidi Eduardo, ritto in piedi sul bordo interno dell'etichetta scritta a mano di un arbanella in vetro, piena di foglie. Stava lì, in equilibrio sul bordino dell'etichetta, reggendosi con una mano alla a di "Salvia" e facendo con l'altra dei cenni verso di me.
La sua grandezza non superava quella del mio pollice.

"Ehi! Ou! Dico a te!"
"Eduardo?"
Sentendo che lo avevo riconosciuto e che ormai avevo la sua attenzione, si fece più spavaldo:
"Eduardooh? Ooohooo e chi sennò, non essere cretino. Avanti, che è importante. Ascoltami, e ascoltami bene, perché non ho assolutamente tempo da perdere"

In qualche modo seppi, dentro di me, che stava blandamente mentendo. Il tempo era qualcosa di sommariamente definito, che manteneva mia madre nell'altra stanza, lontana dalla conversazione con la miniatura del mio amico.

"Ma...cosa ci fai qui? Ci siamo visti ancora ieri, perché sei così piccolo?"
"Domande, sempre domande. Non ti accorgi quanto sia privo di senso fare domande in un caso come questo, in cui ci sono talmente tante cosa da chiedere da renderle tutte minimamente interessanti? Ad esempio perché non mi chiedi perché mi trovo proprio presso un barattolo di salvia? Salvia divinorum certamente, senza alcun dubbio, viste le foglie..."
Così dicendo rivolse lo sguardo indietro, verso l'interno del barattolo, dove io potevo vedere solo lo sfondo di carta dell'etichetta. 
La sua risposta confermava quanto il tempo, in realtà, non fosse un problema.

mercoledì, novembre 02, 2011

Il sorriso del papiro

Per chi è cresciuto a Christian Jacq e Playmobil può non essere facile parlare di Antico Egitto.
Queste le ragioni: Christan Jacq scriveva solo di quello ma non esistevano Playmobil dell' Antico Egitto.
In più nell' Antico Egitto non esistevano nè Christian Jacq, nè i Playmobil; e molto probabilmente non si chiamava neanche antico Egitto, ma semplicemente Egitto. E tutti portavano la parrucca.

Un trauma: un cazzo di trauma infantile. Si avete letto bene, ho scritto cazzo, come piace agli americani. Perchè simulare con dei cow boy la vita nell' Antico Egitto è peggio dell' incesto e del complesso di Edipo messi insieme.
Voglio pensare che la mancata commercializzazione di Playmobil dell' Antico Egitto sia stata frutto del fottuto caso (fottuto, come piace agli americani), di scelte di mercato, della guerra del Vietnam, di Billy Clinton, o tutt' al più di Monica Lewinski; come avrete notato tutte cose che piacciono agli americani.
Un inciso: per chi non lo sapesse Monica L. è la bocca che l' ha succhiato al presidente degli Stati Uniti Bill Clinton, nella stanza orale. Per chi non lo sapesse gli Stati Uniti sono la ragione per cui oggi si scrive cazzo, si mette la punteggiatura senza criterio e si fanno lunghe liste di cose che non centrano nulla fra loro; fanculo alla grammatica. Come piace agli americani.

Monica Lewinski, senza dubbio ebrea, con quel cognome. E' vero non si può dire, e se non si può dire non vale neanche la pena di pensarlo: è successo anche con "buon appetito"; si, vi ricordate, una volta lo dicevano tutti prima di mangiare, poi un giorno qualcuno, si dice dopo un congresso di comunione e liberazione, ha iniziato: "non è permesso dirlo" e piano piano abbiamo anche smesso di pensarlo.  Il controllo delle menti, soverchia dottrina dei meno illuminati fra gli uomini.

Dunque che cosa voglio pensare? Che la mancata produzione di Playmobil dell' Antico Egitto sia stata semplicemente una non scelta. Questo per cominciare a parlare serenamente di Antico Egitto.

Non mi passa neanche per l' anticamera del cervello (sic) che si sia trattato di un complotto giudaico massonico per turbare i bambini e farli diventare una massa di gaudenti omosessuali facilmente governabili; in fondo a me Walt Disney mi è sempre stato simpatico. Topolino mi ha sempre fatto godere come un riccio nella mia masturbazione infantile; oh merda. Preferisco non pensarci: chiamatelo quieto vivere.
Alle magiche scollature e al paniere di Jessica Rabbit.
Preferisco non pensarci.
Alle squadre e ai compassi infilati nel culo di Indiana Pipps.
Preferisco non pensarci.
Al castello d' oro della Sirenetta con le torri a forma di fallo.
Preferisco non pensarci.
Alle pere straordinarie che si vedono dopo il decollo di Bianca e Bernie sul gabbiano.
Preferisco non pensarci.
A Lady Marian, la volpe più fica della storia.
Preferisco non pensarci.
Per la cronaca pare che Tanda, prima di incularsi il suo gatto, avesse visto alla tele il gatto con gli stivali.
Preferisco non pensarci.

Come averete certamente capito, per me non è affatto facile parlare di antico Egitto senza pensare a Geremia, il padrone del vecchio saloon, a Satin, cantante e cortigiana e a tutti gli altri ragazzi che dormono sulla Collina di Spoon River.
Ho deciso di farlo per voi e per i vostri orrendi figli; non compiacetevi se cantano la sigla della Bella e la Bestia.

martedì, novembre 01, 2011

dubbi circa l'utilizzo dei superlativi per iscritto

Sul momento rimasi colpito. Le parole mi raggiungevano con una lentezza esasperante e nel tentativo di interrompere il discorso misi dei punti dove non c'erano.
Ma fu andando verso la stazione che, ripensando all'accaduto, mi sentii veramente strano.

Quella che inizialmente, durante la vicenda stessa, si era presentata come una lontana sensazione di dèjà vu ora emergeva mollemente da una parte alta del collo. C'erano dei volti nell'impiastro del mio pensiero, cui erano etichettate le stesse frasi e gli stessi gesti. Decisi di aver già vissuto una simile esperienza.

Non riuscii però a decifrare il mio ruolo. Questa volta ero stato spettatore, ma non seppi se quanto ricordato fosse accaduto a me in prima persona o meno. Come confondendo l'idea di essere stati in un luogo per averlo visto in un quadro, le mie percezioni si aggrappavano a pochi dettagli che confermavano la realtà dei miei ricordi.

Quelli che mi si presentavano erano volti di persone reali, che potevano aver davvero fatto ciò che attribuivo loro, anche se il mio dubbio inquinava la ricostruzione degli eventi.
Una bazzecola, un gesto da nulla, una manifestazione educata della forza di una personalità ripetuta con le modalità di quella che, collegando tra loro gli eventi, mi dava l'impressione di essere una formula magica.

Nel linguaggio della nostra elaborata umanità manca forse il richiamo ad imprescindibili istinti di base: il rito sopperisce alla mancanza?

sabato, ottobre 22, 2011

A Chuck,

In Vico San Cosimo si respira polvere e si butta fuori incenso
e quando sei seduto sul cesso,
il cesso traballa.
Se sei stato almeno una volta in Vico San Cosimo, e sei ancora vivo, sicuramente conosci le regole:
 non togliere il filtro al lavandino e non masturbarti;
per qualche inspiegabile ragione il lavandino si intasa spesso.

venerdì, ottobre 21, 2011

domotica con marsupio


La porta si chiude, ed io rimango solo.
Solo è un termine perfino nobile per la mia condizione, che presuppone il fatto che uno possa almeno parlare con se stesso, cosa che invece non mi è possibile.

La fissità del mio sguardo non nasconde le mie aspirazioni: guardami.
Sono un canguro di peluche alto due metri: guardami.
All'occorrenza posso fare da poltrona: guardami.
Il mio marsupio si apre e può fare da scrittoio: guardami.
Uno scrittoio con portabicchiere.

Nonostante l'eccentricità della mia natura, non sono propriamente un prodotto artigianale. Ma nemmeno a tiratura industriale. Non tutte le famiglie possono permettersi un amico gigante per i propri pargoli, considerato che alcune non possono nemmeno permettersi un amico e basta.

Appartengo quindi a quella fascia di prodotti artigianali confezionati in un ambiente industriale, con macchine per la grande produzione e tutto il resto. Un prototipo: la formula uno dei peluche. Questa peculiarità rende me e i miei simili uguali come prodotti in serie, ma ognuno lievemente differente dagli altri. Mi verrebbe da dire proprio come si considerano gli esseri umani.

A questo proposito sappiate che considerarvi sia "tutti uguali" sia "tutti diversi", dal punto di vista di qualcuno che lo è veramente, come me, è piuttosto ridicolo. Siete tutti uguali in modi diversi; e questo sì che serve a qualificarvi.

Se non fosse che per voi non nutro altro che un interesse scientifico, direi che sono innamorato della mia padrona, della ragazzina che vive in questa stanza.
Dannazione, sono così frustrato quando non è in questa camera. E non è perché lei può muoversi e io no, non è perché sono geloso del resto del mondo. Io accetto che viva, che sia altrove, che si sposti e non sia qui con me. Ma non tollero che, quando è in questa casa, sia in un altra stanza. Che non sia qui con me.

Odio quando va in bagno, quando guarda la televisione in salotto e quando gioca in cucina con le sue amiche. Detesto quando cena, quando sento che c'è senza poterla percepire con tutti quanti i miei pochi sensi.

Le case dovrebbero essere un punto e un punto soltanto.



lunedì, ottobre 17, 2011

Capitolo 17) Calvados e Maraschino

Corsi di barman : cerchi un lavoro che ti soddisfi?

Gòto é una di quelle persone che quando parlano sono capaci di farti estraniare completamente dal resto del mondo. Non ti lasciano scelta : concedi loro la tua completa attenzione.
E Gòto se la merita, se la merita davvero.

Dice che è lieta di vedermi, si scusa per i modi rudi di Lurch.
Me ne rendo conto, sto parlando di lei come se fosse una mia cara amica.
Forse è la sindrome di Stoccolma.

"Questa non è semplicemente una faccenda di volgari entraineuse"
Dopo l'assalto dei corpi speciali al Polpo di Genio, devo ammettere che il sospetto mi aveva sfiorato.
"Certamente però, in questa vicenda hanno un ruolo anche delle volgari entraineuse. Come la tua amica".

Sarà per quel modo magnetico di far roteare il bicchiere da una mano all'altra?
A me gli occhi please.
Sono Gòto, giù al piano di sotto c'era umidità eccessiva? La Direzione si scusa per il disagio.
E via con il movimento del bicchiere.

"Ti piace il mare? Non c'è niente che mi rilassi di più al mondo".

Vorrei dirle che "no, non è più mia amica" e che "si, adoro il mare" , ma quel che resta del mio tradizionale buon senso, e il lancinante dolore agli occhi, mi consigliano di limitarmi ad ascoltare, per questa volta.

Corsi di barman : vuoi aprire un locale tutto tuo?

"Qui dentro, abbiamo degli Artisti capaci di cancellarti, di farti sparire, di convincere lo Stato che tu non sia mai nato".

Buona idea Gòto, per festeggiare beviamoci un bicchiere insieme.
Quello che ti stai versando adesso mi pare di ottima annata.

"Poeti che in un pomeriggio potrebbero convincere tua madre che da piccolo non ti piacevano affatto le sue polpette, e che hai da sempre una voglia a forma di Corno d'Africa sul collo"

Perchè non mi servi da bere, Gòto?

"Oggi sei qui, domattina potresti chiamarti Simon, ed essere convinto di vivere a Marsiglia da dieci anni".

Nemmeno a Marsiglia avrei una fidanzata.
Gòto si bagna le labbra di grappa : prima d'ora non avevo mai guardato così una donna sopra i sessanta.

Corsi di barman

Settanta?
Ottanta?

Ho detto barman

"O magari a Nuova York; ti piacciono le grandi città, Sebastano?"

Da piccolo in effetti andavo ghiotto delle polpette di mia madre.

"Ti chiami Smith, e fai il venditore di Hot Dog all'incrocio tra la Sesta Avenue e la Ventiseiesima Strada; inizialmente ci si può sentire spaesati in una grande metropoli, è terribile lo so".

Conosce il mio nome : probabilmente Deborah a quest'ora non è più tra noi, e Oscar è fermamente convinto di non aver fatto altro nella vita che pescare trote in qualche fiordo norvegese.

"Immagino che tu voglia evitare tutto questo, Sebastiano".

Il bicchiere tra le mani di Gòto è vuoto.
Bussano alla porta, ma neanche questo basta per disincantarmi.
Voi la sapete la differenza tra Whisky e Whiskey?

"Oh, sei già qui Merlo? Entra caro, vieni a farci compagnia" - sussurra la mia amica lisciandosi i capelli bianchissimi.

Corsi di barman : vuoi guadagnare divertendoti?

Sono già a Time Square, le pubblicità luminose intorno a me sono accecanti, l'odore intenso dei miei Hot Dog mi riempe le narici.
Sono felice.

Gòto riempe nuovamente il bicchiere.

domenica, ottobre 16, 2011

avere l'avorio

Degli elefanti si parla di tutto meno che degli occhi.
Di che colore siano gli occhi degli elefanti poi, se ne parla ancora meno.

Degli elefanti, nonostante le ore e ore di documentari, so soltanto sei cose:
  1. hanno una gravidanza di quasi due anni
  2. sono naturalmente molto longevi
  3. hanno grandi orecchie
  4. sono paragonabili per peso o grandezza ad un multiplo intero di scuolabus o piccole utilitarie
  5. sono prevalentemente grigi
  6. il più importante di ogni branco veste un completo verde e indossa una corona *
Degli occhi degli elefanti, appunto, nessuna traccia. Tantomeno del loro sonno, dell'interazione tra occhi e sonno, dei loro sogni, eccetera eccetera. Cosa ingiusta, visto che del sonno e dei sogni degli altri animali si sa quasi tutto: i cavalli dormono in piedi, i ghiri dormono benissimo e le oche sognano di diventare veline.

E gli elefanti?
La chiave per capire il sonno degli elefanti sta forse nella loro longevità. Campando infatti fino a settant'anni senza l'ausilio di medicine, badanti e bocciofile si può assumere con certezza che gli elefanti abbiano un sacco di tempo per pensare.
Inoltre, non potendo praticamente parlare tra di loro, hanno sicuramente modo di spendere il tempo per parlare con se stessi.

Ma pensare a chi, parlare di che cosa? Non del Serengeti, che è sempre lo stesso sin dal precambriano, ma di sogni. Che cosa potrà interessare ad un elefante, che guarda tutti i giorni lo stesso tramonto sulla savana e la solita sceneggiata di iene e gazzelle davanti alle telecamere, se non il mistero delle immagini che gli appaiono nel sonno?

A questo punto è opportuno ricordare il modo di dire "elefanti mai scordan" che richiama la memoria e la passione per i vecchi rancori di questi grandi mammiferi. La loro grande pazienza, l'assenza di predatori naturali una volta raggiunta l'età adulta e la mancanza di internet creano una base perfetta per investigare i propri sogni con tutta calma e, una volta svegli, riavvolgere pian piano il filo della propria mente per ripensare a quanto si è sognato.

Sotto alle rughe, dietro alla proboscide prensile golosa di noccioline, si nasconde un animale perfettamente conscio di quello che ha intorno, che osserva silenziosamente la realtà e la realtà della mente attraverso il tempo che l'una concede in riposo all'altra.
Perchè se è vero che si dimentica in fretta, per ri-conoscere il proprio mondo non serve che ricordare lentamente.


* Visti i tempi dell'edilizia italiana e dato il sospetto diffuso che anche i muri abbiano le orecchie, si direbbe che muri ed elefanti siano in realtà la stessa cosa, ma facendo forza specialmente sul sesto punto non daremo credito a simili sofismi.

domenica, ottobre 02, 2011

La quintessenza

Dopo la fiera del male, il fantasma dell'Opera Pia, la logica della trilogia e dopo tre terzi, quattro quinti eccoci arrivati ad un nuovo appuntamento.
Come il pentagramma, la stella a cinque punte, come la mano e come le quinte teatrali, la quintessenza nasconde in se l'eccesso di un compimento: una sovrabbondanza di sicurezza, una riconferma che svolga al contempo il ruolo di elemento, di legante e di insieme.
La sua è sempre stata una presenza prefigurata, presentita, prospettata in un futuro sempre presente in potenziale e mai atteso: tempo al tempo.
Ma quanto, in che modo e quando questo tempo sia passato non spetta a me giudicarlo. La quintessenza è il ripasso di gesti mai compiuti, la ripetizione di novità sempre nuove.

Prefazione a cura dell'abate Faria

Si china sul ruscello montano, digrignando i denti nel fastidio che il freddo gli procura.
E' dissetante. Ma i suoi occhi non sono rilassati, non si chiudono grati su se stessi, concentrando l'attenzione sulla sensazione felice di bere dell'acqua.
Si spostano rapidi, spigolosi, irrequieti sulla cresta frastagliata che sovrasta la valletta. Non c'è niente in particolare che alimenti la sua allerta, ma il pericolo, si sa, non sempre indossa le stesse vesti.

Una reminescenza scuote il suo campo visivo: la sensazione dell'acqua sulle labbra gli riporta in mente sfuggenti figure marine, uomini pesce in marcia nelle profondità oceaniche. Stringe i pugni, grattando il muschio via dalle rocce, strappando fili verdi e sottili dalla terra: un sapore metallico gli lambisce le gengive, facendo balenare ricordi di tramonti e scalinate sul mare.

Un altro sorso, un'altro scossone e una raffica di tramontana gli scuote i capelli, che si allungano e si accorciano attorcigliandosi di momento in momento. Un soffio ricolora zone assopite di un ceppo bruciacchiato, innescando la fiamma di un faro.

C'è un bambino, molti anni prima, che urla di gioia e terrore tra le mura di casa: è un gesto barbarico, annoiato, ferino, oltraggioso, subacqueo, quasi scimmiesco.
Ma è un urlo liberatorio, sta guardando i cartoni animati.
Hai mai sentito il cosmo bruciare dentro di te?

sabato, agosto 27, 2011

Capitolo 16) Tra te e il mare

Non chiedo tanto, in fondo.
Vorrei solo rivedere il flash della mia vita, come accade a tutti i condannati a morte, da che mondo è mondo.
Eppure nessun lampo di luce, buio totale : è andata così Sebastiano.
In alternativa, sempre nei soliti film, ci sono quelli che nel momento cruciale pensano a qualcosa di bello, a ciò che di buono hanno combinato sulla terra.
Figli, donne, macchine sportive, che ne so, cose di questo genere.
Mi andrebbe bene anche così, dopotutto.
E io invece penso intensamente ai pezzetti di cavallo pugliesi; mentre mi trascino come una sanguisuga verso il mio carnefice, non ho altro per la testa che il panino con i pezzetti al sugo : buonissimo.

"Muoviti, Lei vuole vederti" - con pacatezza, il killer del mistero mi consegna la salvezza.

Incredulo scavalco il corpo di Occhi Gialli, e prima di sprofondare nella luce metallica, il mio sguardo cade sul nostro secondo compagno di prigionia : è in un angolo, avvolto nel buio come in un mantello, ed eppure mi sembra di conoscerlo.

"Posso domandare chi sarebbe la Lei in questione?" - dopo un'eternità nell'oscurità, l'arancione dei neon mi abbaglia : non riesco nemmeno a guardare in volto il mio accompagnatore.
Che comunque decide di non rispondermi, come se non avessi proferito parola.
O come se fossi nuovamente un cadavere che cammina.

Saliamo parecchie scale, e poi passiamo attraverso un corridoio stretto; alla mia destra, altre stanze uguali a quella in cui ero rinchiuso. Una è aperta, e per un attimo mi sembra di riconoscere Deborah all'interno. In catene.
Altre scale. La vita è fatta di scale...lasciamo perdere.

"Siamo arrivati" - e mentre il mio secondino mi spinge dentro una stanza, mi accorgo che è altissimo, almeno due metri, ed ha un'inquietante cicatrice su una guancia.
Entro; Lurch mi segue a ruota.
All'interno la luce è quella solare, fortunatamente, anche se debolissima, e c'è solo una possente scrivania di quercia, con dietro un grande finestrone panoramico. Completamente dipinto.
Una donna dai capelli candidi è in piedi, mi dà le spalle, lo sguardo assorto nel mare di tempera e olio.

"Considerati onorato di conoscere Gòto in persona, un tale privilegio non è concesso a tutti".
Poi Lurch esce dalla stanza, e ci lascia soli : io, lei e il mare.

sabato, luglio 30, 2011

Capitolo 15) La fine dell'inizio

Avete presente quando, addormentati, si sogna di cadere?
Lo scantinato in cui ho ripreso conoscenza è umido e tenebroso; e silenzioso.
Questa quiete è artificiale, sospesa, come incompiuta; la viola solo un regolare e insistente gocciolare di un tubo rotto, che nella semi-oscurità non riesco a localizzare; e naturalmente il respiro affannato dei miei compagni di permanenza.
Non sono solo, ma non si tratta di Deborah e Oscar.

Oppure quando ci si immedesima a tal punto in un incubo, che la mattina successiva si ringrazia di poter continuare a mordere la monotona realtà di tutti i giorni.
"Dove ci troviamo?" - chiedo con un tono a metà tra lo spaventato e l'assonnato.
Due occhi gialli di fronte a me brillano nell'oscurità.
"Io e te non siamo già più nello stesso posto".
Nei film i detective privati colgono al volo queste frasi.
Nei film. Belli quei film.

All'improvviso una porta si apre, e una luce arancione metallica irrompe nella stanza.
Una sagoma, che i miei occhi ormai abituati all'oscurità non riescono ancora a mettere a fuoco, trascina Occhi Gialli sotto la luce, e lo alza in piedi a forza.
Gli punta una pistola alla tempia - ed in quel momento è come se sentissi anche io il freddo del metallo sulla nuca - e senza esitazioni fa fuoco.
Poi il boia già si rivolge a me, e io sento il sangue raggelarmi nelle vene : "alzati, è il tuo turno".
Non mi è mai accaduto di fare per due volte lo stesso sogno.

mercoledì, luglio 13, 2011

Il piccolo addio


Prima di addormentarmi ci sono notti in cui penso a come dormirei se il mattino dopo mi svegliassi sapendo di poter dedicare tutta la giornata solo alla scrittura.

Vado molto fiero di Contingenze Elementari, così come lo sono di Estati d'animo. Riferendomi a Contingenze Elementari, senza falsa modestia sono convinto che ci siano delle idee e delle situazioni veramente interessanti.
Tuttavia, pensare che il risultato coincida con il meglio che avrei potuto fare sarebbe sbagliato. Trascurando gli ovvi limiti del media che uso restano comunque le infinite ripetizioni, le ridondanze, gli angoli inconcludenti di testo in cui si finisce per arenarsi quando si porta avanti una cosa solo per passione e senza la dovuta attenzione.

Tornerò.

martedì, luglio 12, 2011

Contingenze elementari (tredicesima ed ultima parte)

Il proprietario del libro sbucò improvvisamente da un angolo, correndogli incontro.
Era seguito dalla madre, che poco distante guardava corrucciata uno spesso ventaglio.
"Siamo ancora indecisi, sai che vogliamo ridipingere la sua stanza. Aiutami a scegliere il colore, uno di questi qui. Intanto facciamo un attimo un giro nel negozio, torniamo subito."

Si ritrovò in un attimo nuovamente solo. Guardò il campionario incuriosito, aperto su una striscetta di gialli. Alcuni erano inconfondibilmente diversi, altri si distinguevano a malapena, diversi solo per minime variazioni di temperatura del colore. Uno catturò la sua attenzione. Gli sembrava proprio bello: avvolgente, esplicito, intenso.

Ma immaginò che non doveva essere un bel colore, doveva essere il colore per la stanza di suo nipote. Il colore dove avrebbe proseguito la sua crescita, o almeno una parte. Che cosa gli veniva richiesto allora? Un colore che gli sembrasse quello giusto per quel compito o un colore che gli sembrasse complessivamente il migliore? Sapeva che la sua scelta sarebbe cambiata a seconda della risposta, ma sapeva anche che se avesse dovuto scegliere quello più adatto per la stanza di un bambino ipotetico, assoluto, la scelta non sarebbe poi stata tanto distante da quella di sua sorella.

Ma allora perché avere la sua opinione, se il senso comune richiedeva un colore preciso? Serviva un giallo luminoso ma resistente agli stress cui un ragazzino lo avrebbe sottoposto. Lo poteva vedere chiaramente: una tonalità usata ed amichevole. Non era per insicurezza che il suo parere era stato chiesto, né per bisogno di una conferma.

La domanda era stata probabilmente posta senza un vero motivo, un pò per parlare e un pò per far parlare. Come per ogni cosa in cui il gusto era chiamato ad esprimersi, la risposta non importava poi tanto.

Gli sembrò chiaro in quel momento come il sogno non potesse essere altro che la rielaborazione e la contemplazione di qualcosa di interno, finito e personale; mentre la vita, la realtà condivisa con altri esseri viventi, non fosse che l'esperienza di eventi esterni ad ogni cosa e non appartenenti a nessuno. Si sentì disperatamente solo al pensiero che i due mondi della vita biologica e di quella della coscienza non potessero entrare in contatto.
Al massimo guardarsi, pieni di speranza, da lontano.

sabato, luglio 09, 2011

Elementi contingentali

Renato teneva stretto per mano suo figlio Giacomo, nonostante si trovassero nel cortile di casa e nulla potesse fare loro del male.
Faceva caldo in quella giornata di luglio, e persino lui aveva dismesso i soliti calzoni lunghi per un paio di bermuda beige, che però era consapevole di indossare goffamente.
Accadeva spesso che in quel periodo scendessero in giardino a giocare, una volta tornato a casa da lavoro, e una volta stanchi si mettessero seduti sotto l'ombra dell'albero di albicocco.

"Papà guarda! Arriva la signora Maria" - gli bisbigliò Giacomino tirandolo per la maglietta.
La signora Maria era la vicina del piano di sopra : Maria Centofanti, casalinga overSessanta, sposata con due figli; ogni pomeriggio verso le sei tornava a casa, sempre con i sacchi della spesa. E sempre con suo marito Walter appresso, ormai in pensione, che le camminava dietro a testa bassa, come un cagnolino, anche se, osservando il numero di sacchetti che portava, poteva assomigliare di più ad un mulo. "Ora sì che sono motivato per arrivare alle nozze d'argento" - sorrise perfidamente Renato.
I due non si sopportavano più, era palese : il peso degli anni passati insieme, della lunga convivenza sotto lo stesso tetto, si era fatto più forte del sentimento che li aveva uniti da ventenni. Litigavano tutte le sere - Renato dal piano sottostante li sentiva - probabilmente entrambi consapevoli di essersi accontentati quando erano giovani, quando avrebbero dovuto osare di più; e ora si ritrovavano prigionieri di una vita molto diversa da quella che avevano sognato. O probabilmente lei era rimasta incinta. Fregata. Patatrac!
Eppure rimanevano insieme, nonostante non vi fossero neanche più i figli a tenerli uniti, avendo abbandonato il nido da parecchio tempo.

"Papà, ma perchè la signora Maria ha sempre la faccia così triste quando torna a casa?" - Giacomino a cinque anni era nel pieno del Periodo dei Perchè. Fiumi di domande, e spesso alla prima ne seguivano altre, perchè quando iniziava la sua cantilena, era difficle porgli un freno.
E perchè il latte quando lo fa la mamma è più buono? Perchè i cani non cambiano i dentini come i bambini? Perchè io sono nato biondo con gli occhi azzurri quando tu e la mamma avete i capelli e gli occhi neri?
Ecco, quest'ultima domanda se l'era posta anche lui spesso.
Ancora prima che Renato potesse rispondere, Walter Centofanti bucò uno dei sacchetti, che squarciandosi rovesciò a terra tutto il suo contenuto, ed in particolare un pelato mal sigillato, che profumò lievemente l'aria di pomodoro.
La signora Maria inizialmente rimase impassibile, ma poi sfogò contro il marito una rabbia che doveva aver radici molto più risalenti rispetto a quell'afoso giorno di luglio; Renato dovette tappare le orecchie a suo figlio per evitare che l'anno seguente, al momento del suo primo giorno di elementari, fosse quello più preparato di tutti in quanto a parolacce.

Il signor Centofanti aspettò che sua moglie concludesse, e poi in silenzio raccolse tutto quello che si era rovesciato, sparendo nel buio del portone con un rapido cenno di saluto ai due involontari spettatori.
"Giacomo?"
I suoi occhi azzurrissimi erano proprio sotto di lui, ancora in attesa di una risposta.
"L'unico modo di vedere realizzati i propri sogni è accettare il rischio che questo possa non accadere".
E per quel giorno suo figlio non fece nessun'altra domanda.

venerdì, luglio 08, 2011

Contingenze elementari (dodicesima parte)

Ali Baba era entrato nella tana di quei mostri, trovando il ricco tesoro della guerra.
Un bottino disegnato in termini terreni, che tuttavia ora gli appariva come un tesoro più evanescente e più culturale.
Lo straccione Ali Baba era uno scrittore, un cantastorie, un poeta che incappando nelle mostruosità della guerra aveva saputo trovare e cantare le radici nobili dell'orrore.

Pensò alla tragedia, al teatro, alla scrittura in generale, alle foto e agli articoli dei reporter di guerra: posto che il dolore sarebbe sempre esistito, l'impegno gli sembrava essere quello di non distogliere lo sguardo, di entrare nella caverna e cercare i tesori che vi erano celati.
Ma a quale prezzo?
Non ricordava chiaramente la fine della favola, che comunque aveva più di una versione. In fondo, pensò amareggiato, prima o poi tutti fanno una brutta fine.

Il negozio di abbigliamento spense la musica, lasciando spazio ad un suono più lieve, fino a quel momento celato. In uno degli appartamenti affacciati sulla piazza, qualcuno stava esercitandosi al pianoforte. Si trattava di scale interminabili, noiosissime, che venivano ripetute per esercizio da un suonatore senza identità, da qualche parte in una stanza con la finestra aperta.

Cercò di concentrarsi sul nesso tra le Variazioni e la riflessione che aveva intavolato tra sé e sé.
Gli sembrava in qualche modo di aver cercato di guardare nell'occhio del ciclone, attirando con esche oniriche il predatore fuori dalla sua mente. La sua intenzione era stata quella di rivolgersi implicitamente ad una persona distorta, una in particolare, e di mostrarle e dimostrarle quante alternative esistessero rispetto alla violenza.

Inutile ripetersi ancora una volta come questo piano iniziale fosse in primo luogo di impossibile attuazione. Non c'era possibilità di iniziare segretamente un discorso con un interlocutore invisibile senza esporsi. Il passo successivo era quindi stato quello di prendere le cose alla lontana, incredibilmente alla lontana. Spogliandosi di qualunque volontà di dialogare, aveva lavorato intorno ad un ambiente definito, rendendolo internamente infinito. Pur di non rischiare di parlare troppo apertamente all'assassino, aveva finito col rinchiudersi intorno al timore di non lasciar trasparire le sue nobili intenzioni.

Gli tornò in mente un'altra favola, quella in cui pur di liberarsi di un segreto il protagonista lo finiva per sussurrare nel tronco di un albero. Sentì di aver fatto lo stesso. Le parole avevano dialogato con il tronco, crescendo e ramificandosi. Aveva avuto inizialmente nobili intenzioni, ma le aveva dovute accantonare per poterle esporre. Il mistero aveva quindi perso ogni possibilità di soluzione e se ne accorse il quel momento.

Girandoci intorno, approdando a temi che avevano raccolto più consensi, aveva finito per dimenticare il suo obiettivo iniziale. Se mai c'era stata una possibilità di redimere il killer di mezzogiorno, ammise di aver sprecato l'occasione.
Le Variazioni erano un fallimento che aveva avuto successo.

lunedì, luglio 04, 2011

Contingenze elementari (undicesima parte)

Prese il libro ed uscì, diretto all'appuntamento.
Guardò attentamente la spessa copertina di cartone mentre l'ascensore lo portava al piano terra.
Si trattava della riproduzione a colori di una delle immagini principali della storia: l'ingresso di Ali Baba nella caverna.
I tesori, luccicanti di tutte le forme della ricchezza, arrivavano fino al soffitto impreziosendo stalattiti millenarie. Ali Baba, a braccia spalancate, ammirava insieme all'osservatore una fortuna troppo grande per essere compresa solo con la vista.

Indossando gli occhiali da sole dalle lenti affumicate attraversò la strada, accelerando il passo alla vista del semaforo giallo.
I quaranta ladroni avevano molto affascinato suo nipote, il quale poneva continuamente domande durante il racconto per avanzare le sue ipotesi su quanto la trama taceva.

Arrivò in anticipo nel luogo convenuto. Da un negozio d'abbigliamento poco distante arrivavano mescolati tra loro musica chillout e profumo di zafferano. Inspirò profondamente vagando con la fantasia per ammazzare il tempo, che presto avrebbe presto portato ogni cosa in altri luoghi.

Immaginò la genesi della banda dei quaranta ladroni. Vide una flottiglia di pescherecci di legno in balia dell'Egeo in tempesta. Uomini che avevano visto la guerra approdavano in terre insieme antichissime ed innocenti. Depredando, rapinando, vivendo con naturalezza la vita di orrori che dieci anni nella piana di Troia gli avevano insegnato, avevano col tempo raccolto ricchezze per loro senza valore.

Arredavano una caverna, in attesa di capire il significato di quanto stessero facendo. Che fossero greci o troiani ormai non importava, i quaranta avrebbero affrontato insieme ogni nuova insidia, alla vecchia maniera.

Contemplò l'ipotesi che aveva fatto con un certo interesse. Il collegamento tra le due storie poteva anche essere cronologicamente impossibile, ma gli sembrava gravido di significati misteriosamente paralleli a quelli che aveva toccato con il suo arcipelago di sogni.