sabato, marzo 31, 2012

Sono un chirurgo plastico
faro' del tuo corpo qualcosa di fantastico.
Agli errori della natura
io rimedio con stucco e pittura.
Le tue proporzioni fanno difetto?
Quando avro' finito avrai un corpo perfetto.

Caro chirurgo a maggio mi sposo,
io voglio un corpo favoloso.
Voglio l' imene ricostruito (faccio contento mio marito),
il seno nuovo di silicone,
l' ano sbiancato,
l' orecchio destro ritoccato,
il nasino alla francese.
Poi voglio:
lo zigomo alto, molto signorile,
una bocca di tendenza,
un sederino che dia dipendenza.
Denti nuovi.
Col botulino mi riempa le gote:
ecco terminata la mia bella dote.

Davanti al Creatore oggi mi pento
di non aver fatto fruttare l' investimento:
(la mia ora è giunta prima del tempo, non beneficio dell' ammortamento)
Come vi dicevo la mia ora e' giunta,
una bella cremazione della mia salma defunta.
Dopo una lunga indagine,
il becchino ha sentenziato (che spreco)
rifiuto pericoloso! Come tale va smaltito:
non puo' essere incenerito.
Si consiglia una semplice sepoltura
ma la falda è inquinata dal mio stucco e pittura.

venerdì, marzo 30, 2012

Et cetera, V parte

" La tensione crebbe fino a diventare insopportabile, fino a che un giorno la nonna gli si mise di fronte e senza battere ciglio rigettò la pietra proprio come hai descritto tu.
Da quel giorno, disse consegnandogliela, tra loro non c'era più niente. Né amore, né odio: nessun sentimento."

C'è un attimo di silenzio prima che Madame concluda il suo racconto: " Oltre a mia madre, che era la primogenita, i miei nonni hanno avuto altri quattro figli. Che io sappia, hanno vissuto sempre insieme e si sono amati fino alla fine. Questo è quanto."
Filippo si sfrega le mani, dubbioso. In un battito di ciglia, decide per una volta di stare zitto. Non aggiungerà niente a quanto è stato detto. Certo, in cuor suo si chiede come sia possibile aver raggiunto un simile lieto fine dopo quella rottura, ma sa che qualunque cosa Madame Zixa gli dicesse sarebbero pure speculazioni. Lo sguardo limpido della donna non tradisce le sue supposizioni e Filippo, dopo rapidi convenevoli, si trova di nuovo davanti al portone di Vico delle Pietre Preziose.

Sembra essere scesa la sera in anticipo, ma è soltanto una nuvola sopra ai vicoli. Camminando verso casa, continua a pensare alla pietra. La storia che spiega la sua esistenza, in fondo, poteva essere una storia qualunque. Decide che sia stata la materialità della pietra ad ammaliarlo, l'esistenza in potenza di un concetto solido.
Ma ora che ne ha ascoltata una ha voglia di essere lui a raccontare una storia. Vuole impugnare saldamente il coltello della mente e tagliare una fetta di realtà. Descriverne gli strati, come epoche sovrapposte di oggetti e di pensieri. Immagina le pietre formarsi nello stomaco di ognuno, sin dalla notte dei tempi. Una, spinta da forze misteriose, trova inspiegabilmente l'uscita e si perde nel mondo.

La pietra continua il suo viaggio, si inerpica in sentieri scoscesi, montani. Si sporca, cambia forma, si rompe. Un frammento, seguendo le correnti del caso, arriva tra le mani di un ciarlatano, un miserabile. La scheggia viene messa sotto spirito e venduta, poi si perde nell'incendio di un granaio, un mattino di nebbia.
Viene ritrovata, persa, ancora ritrovata. Infine, con le sue ultime tracce su questa terra, un alchimista cieco ne ricava il veleno di Giulietta e Romeo.

Fine

giovedì, marzo 22, 2012

Et cetera, IV parte

" Capisco. " dice Madame Zixa, aprendo gli occhi.
Apre anche la scatola e prende la pietra tra le mani, per porgergliela.
E' tale e quale a quella che ricorda: lunghe striature rossastre attraversano il lato più lungo, poco più corto del suo palmo. Soppesando la pietra, Filippo stima che possa pesare tra i due e i tre etti. La rigira più e più volte tra le mani, scrutandola attentamente da vicino. Ogni dettaglio, anche quelli rimasti inespressi, combacia perfettamente.

" La storia della pietra comincia invece alla fine del diciannovesimo secolo, in Olanda. So che i miei nonni materni, entrambi di origine turca, si conobbero in circostanze poco chiare a Rotterdam, dove mio nonno si era fermato con la nave su cui era imbarcato per una riparazione allo scafo piuttosto complessa. Mia nonna, quando ero bambina, raccontava la storia sostenendo di trovarsi a Rotterdam come impiegata di un certo signor Klupper, di origine polacca, che commerciava in tappeti. Solo in seguito seppi dai miei genitori che più probabilmente la nonna, nella sua tarda adolescenza a Rotterdam, si barcamenava tra i ruoli di prostituta e sensitiva.

Inutile dire che questo renderebbe molto più chiaro il modo in cui i due giovani si conobbero, ma non è ai tempi di Rotterdam che la storia della pietra risale. Sposati in tutta fretta secondo il rito ortodosso, i due riuscirono infatti a convincere col denaro il comandante ad imbarcare clandestinamente la nonna per il viaggio di ritorno a Smirne. I nonni però non avevano considerato la grave gotta del capitano, che lo costrinse a scendere e a cedere il comando ad un'altra persona quando fecero scalo al porto di Genova. Continuare il viaggio avrebbe significato la corruzione del nuovo capitano ed al tempo i due non avevano certo soldi da buttare: fu così che si ritrovarono a Genova.

E' qui che la storia della nonna si faceva più intricata, ed è per questo che cercherò di raccontartela il più possibile fedele a come la ascoltai tante volte da bambina.
Le cose a Genova andavano male ed il nonno era costretto a stare tutto il tempo in giro a cercare lavoro. Inoltre, per quanto innamorato, non era ancora abituato ad una vita simile e si concedeva spesso e volentieri libertà da scapolo che mia nonna, già incinta, non poteva tollerare.
Bisogna anche dire che anche la giovane, di carattere intrattabile e balzano, non era certo una persona equilibrata con cui confrontarsi. I due vivevano in una continua alternanza d'amore e d'odio. "

venerdì, marzo 16, 2012

Tascabile

Tiro un sospiro profondo e metto in moto la mia Volvo nero antracite; i Nada Surf escono dall'autoradio e si sciolgono lenti nell'abitacolo.
Mattia dorme già: fa sempre così lungo il tragitto per andare a trovare sua madre. Credo si tratti di una specie di difesa.
78 chilometri, 41 minuti, 3 autogrill e finalmente la vedrò. Come sempre con quel sorriso che non cerca scuse, come sempre nel giardino in fiore, appoggiata al dondolo scolorito.
Non ci sarà nulla di diverso dall'ultima volta. Nessun progresso.
Non sono triste.
Non sono triste se paragonato a nostro figlio e non sono triste in generale.

Ricordo che all'ultimo anno di università un mio compagno di corso sosteneva che dovessimo assolutamente andare in Africa, in un paese povero a fare volontariato, io lui e il nostro comune amico Beppe.
"Questa cosa ci può cambiare la vita" - farneticava nel cortile interno di Lettere - "una volta tornati qui, fidati Rosario che anche una stupida passeggiata lungo fiume ci sembrerà il paradiso in terra. L'Africa Nera ci aiuterà a goderci le piccole cose, la quotidianità."
Mi aveva quasi convinto, nonostante il ferreo disinteresse dimostrato per il volontariato, molto più mezzo che fine; poi superò la crisi con la fidanzata dell'epoca e l'Africa continuammo a vederla solo nei documentari.

Le note pizzicate di Blonde on Blonde fluttuano tra i sedili, le immagino adagiarsi sopra la fronte fresca di Mattia.

L'idea non era male, dopotutto: vedere il peggio, mettere un piede nell'inferno e sentire il caldo che fa, e poi tornare sù. Che poi chi lo sa se è davvero così, l'Africa Nera.
Secondo me, nascere in Africa è un'esperienza mistica, al di là di quanto possa già essere mistico il miracolo della vita. Vieni al mondo in possesso di un diverso legame con la terra, più stretto.
O forse non cambia assolutamente niente.

Io oggi non sono triste perché mi sento come se stessi percorrendo l'Africa a piedi nudi, da un anno, pregustando come sarà comodo un paio di ciabatte occidentali.
Un anno fa Cecilia, dopo aver desiderato di gettare giù dal balcone nostro figlio, ha deciso autonomamente di ricoverarsi in una casa di cura per persone con problemi mentali e malate di depressione.
A causa di un senso di colpa contemporaneamente profondo e insensato, è toccato alla mia macchina da scrivere finire giù dal balcone.

Mia nonna, da piccolo, mi aveva insegnato a pensare sempre ai momenti brutti passati, quando ero alle prese con un presente felice. Diceva servisse ad accontentarsi delle cose, a mantenersi in armonia con lo scorrere del tempo. Può sembrare un'assurdità, considerando che mia nonna credeva fermamente anche a "brutta scrittura, bravo a letto", "se nevica sull'isola nevica altre sette volte" e "dieci piccoli sorsi d'acqua senza respirare e il singhiozzo ti passa", se nel frattempo non sei soffocato.
Eppure lo faccio ancora oggi.
Non il rimedio per il singhiozzo, ma squarciare il velo di un periodo felice, rivolgendo la mente ai momenti brutti.
L'ho fatto molte volte durante il mio matrimonio e ha sempre funzionato.

Così oggi non sono triste, perché quando Cecilia sarà guarita e tornerà a casa, io avrò un periodo molto cupo con cui comparare i futuri frammenti di felicità che mi verranno concessi.
E forse andrò anche in Africa, ma dopo.

martedì, marzo 13, 2012

Et cetera, III parte

Senza interromperlo e senza offrirne, Madame estrae dalla vestaglia un pacchetto di Alpenliebe Espresso. Mentre rigira silenziosamente una caramella nella bocca, il racconto prosegue.

" La storia procedeva piuttosto velocemente e in un paio di settimane avevo già pubblicato cinque delle quindici parti che mi ero proposto di scrivere. Tuttavia, rileggendo volta per volta la mia stessa storia, avevo la strana sensazione di dover ancora incominciare. Più andavo avanti, più mi sembrava di scrivere un preambolo al tema che realmente mi interessava e di cui avevo intenzione di parlare. Cercai quindi di forzarmi e di tirare in ballo le cose precise che volevo. L'unico effetto fu quello di allontanarmi ulteriormente. Riflettendo, giunsi alla conclusione che l'oggetto del mio desiderio narrativo non potesse che essere cambiato.

Rileggendo infatti con maggiore attenzione quello che avevo scritto, ebbi l'impressione di essermi riferito sempre ad una cosa diversa da quella verso cui avrei voluto indirizzarmi. Provai l'orribile, dissociante sensazione di aver perseguito fini diversi continuando a credere, per tutto il tempo, che si trattasse sempre dello stesso. "

Finita un'Alpenliebe, la donna ne ingoia un'altra.
" Cercando di mettere insieme gli indizi del racconto, smisi di scriverlo. Ero determinato a scoprire intorno a che cosa avesse orbitato il mio pensiero. Dovevo inevitabilmente essere arrivato in prossimità di qualcosa di gigantesco ed intoccabile, la cui gravità tratteneva a debita distanza, impedendogli di avvicinarsi o di allontanarsi, tutti i pensieri che passavano da quelle parti.

Decisi quindi di inoltrarmi al centro della questione non più attraverso la mia debole scrittura, ma di persona. Come sia riuscito effettivamente a fare quanto mi proponevo e cosa sia successo resta in realtà un mistero anche per me, che sono l'unico protagonista della vicenda. Tuttavia, posso dire con certezza che quando ritornai al punto da cui ero partito l'unica cosa in più che avessi con me era questo pensiero: una donna che estrae una pietra dalla propria bocca per darla ad un uomo. Concentrandomi sui pochi elementi a disposizione, ricostruii infine la forma della pietra. A questo punto la storia che segue, ossia la pubblicazione dell'annuncio e la sua risposta, dovrebbero esserle cosa nota. "

giovedì, marzo 08, 2012

Et cetera, II parte

La porta si apre e Madame Zixa scivola silenziosa sulla sedia di fronte a lui, posando sul tavolo una scatola da scarpe. Il suo sguardo si solleva lentamente e finalmente Filippo si accorge di quanto sia intenso il suo rossetto; è di un turchese carico e senza compromessi, spesso come un olio su tela.
Madame Zixa ha, più o meno, settant'anni. Dopo aver dato alcuni colpetti aritmici sulla scatola, la donna dice:
" Qui, c'è quello che cerchi. Però, prima che tu veda la pietra e conosca la sua storia, vorrei tanto sapere il perché di questo tuo interesse. "

C'è una pausa, ma appena Filippo apre bocca per rispondere lei lo zittisce con un cenno, riprendendo a parlare e dondolandosi intanto sulla sedia con gli occhi chiusi.
" Tu sei molto, molto giovane. Un interesse tale da spingere ad una ricerca è un sentimento decisamente forte e non va sottovalutato. Nondimeno, la tua ricerca è particolare. Il mio timore è che tu sia un entusiasta. Gli entusiasti sono le persone che io, durante la mia vita, sono sempre stata costretta a temere. Purtroppo anche a frequentare. Quindi raccontami. "

Segue un' altra pausa e infine, con un rapido gesto della mano, Madame lo incoraggia a parlare.
" Tutto è iniziato mesi fa. Avevo cominciato, per mio interesse, a scrivere una storia riguardante me e i miei amici. La storia parlava soprattutto dei concetti di migliore e peggiore, ed era strettamente collegata al modo in cui la scrivevo. "

La donna tossisce, Filippo fa altrettanto e continua.
" Scrivevo infatti la storia in parti, pubblicate una dopo l'altra su un blog che ho con degli amici da molti anni e a cui sono molto legato. I miei amici facevano parte della storia stessa, che a sua volta aveva come tema secondario il modo in cui la storia era pubblicata. In pratica la mia intenzione era quella di parlare dell'intrecciarsi di tre creatività basate su diversi modi di considerare ciò che è migliore. "

Sempre tenendo gli occhi chiusi e dondolandosi, le labbra turchesi scandiscono: " E ha un nome, questo blog?"
Filippo annuisce: " Sì, si chiama I Tre Caballeros. "
" E' un bellissimo nome. " sentenzia Madame Zixa.

" L'ottica narrativa era la mia, ma rappresentava una visione centrista, permissiva, dubitativa. Nel racconto, venivo attaccato da un modo di vedere più intransigente, volto a vedere il meglio come liberazione di tutto ciò che non fosse considerato tale. Una terza parte, più portata alla passività e quindi meno esplicita, restava invece in disparte, considerando migliore l' accettazione acritica di ogni cosa. "

venerdì, marzo 02, 2012

CIAO LUCIO

Et cetera, I parte

Fillippo si guarda intorno alla ricerca di qualcosa a cui pensare. E' la mattina del 2 Marzo 2012, anche se sospetta che la giornata si sia già inoltrata nel pomeriggio. Nella cucina dell'appartamento in cui si trova, in Vico delle Pietre Preziose, sembrano esserci tutte le condizioni per restare in attesa con una certa calma, ma Filippo ha già aspettato troppo o forse è troppo impaziente.

La luce indebolita dalle nuvole, alte nel cielo, rimbalza nel cavedio fino a riflettere la finestra sullo schermo di un televisore moderno e posizionato male. In televisione, la replica di un programma di cucina prosegue muta e senza esitazioni. Intorno alla tavola ci sono altre quattro sedie, nonostante le dimensioni ridotte. La credenza, insieme allo schermo piatto, ospita una serie indefinita di mollette gialle e verdi, stinte dal sole. Ci sono anche un dizionario di greco, un casco di banane, delle bollette tenute ferme da un grande posacenere vuoto, una copia dell'elenco telefonico di Monza anno 1990 ed un libretto intitolato Atlantis. Quando lo apre, scopre con disappunto che sia scritto in tedesco e lo rimette a posto.

Il telecomando in giro non si vede e sul televisore non c'è segno di pulsanti alternativi. La vecchia, Madame Zixa, non si è più fatta vedere da quando lo ha fatto accomodare per poi andare a cercare la pietra.
La pietra è il motivo per cui si trova qui, in seguito ad un annuncio speranzoso su internet. E' ancora piuttosto scettico sul fatto che la ex chiromante possa in effetti avere quello che cerca, ma riconosce che il suo malumore sia aumentato dalla lunga attesa che il cellulare, completamente scarico, non gli permette di misurare. A quanto pare Madame Zixa non ha orologi, almeno in cucina.

La mancanza di riferimenti temporali gli riporta in mente le risonanze magnetiche fatte al ginocchio, anni prima.
Si domanda se pioverà, guardando la caffettiera sui fornelli.