venerdì, dicembre 30, 2011

Bilancia, Donato

Ore 21:44
Quando arrivo alla festa, tutti mi accolgono con il sorriso: per un attimo mi sento importante.
Dovete capirmi, è la notte di San Silvestro e, nel parcheggio sotterraneo dello studio televisivo, due ragazzetti mi hanno appena terrorizzato gettandomi delle miccette tra i piedi.

Neanche il tempo di sfilarmi il cappotto, che Lucia mi porge una fetta di pandoro al mascarpone e mi fa trangugiare senza tirare fiato un flùte di spumante.
Tintinnio di calici di plastica.
Più tardi si va in onda, non si può perdere tempo.
Lucia è la mia assistente a ReteViva, piccola emittente locale ove sono stato assunto, circa tre mesi fa.
La sera stessa, per festeggiare, io e la-mia-abbastanza-incinta-moglie abbiamo brindato con cedrata a fiumi.
Avendo sempre preferito la carta stampata, ancora non avevo chiare le dinamiche della televisione.

Non sarebbe incredibile poter vivere una situazione qualche istante prima del proprio arrivo?
Quella vecchia storia di essere un moscerino e passare nelle serrature delle porte; o, piuttosto, avere autentiche premonizioni.
Il modo non fa molta differenza: vorrei soltanto poter capire se stasera stanno tutti sorridendo veramente a me, o se, cameramen travestiti da renne a parte, tutti si stavano annoiando a morte e si sono illusi che il mio arrivo potesse cambiare la storia di questa serata.

In questi tre mesi ho condotto una scialba trasmissione mattutina, che ricorda vagamente la mia vecchia Zolletta di Zucchero: Buongiorno Rosario, rigorosamente tutte le mattine in diretta.
Per questo non mi aspettavo di lavorare la notte di Capodanno, ma i pezzi grossi di ReteViva non avevano voluto rinunciare alla diretta tv nemmeno in questa occasione.

Ore 22:28
Tra due minuti il sensore rosso sopra la Camera1 comincerà a lampeggiare e saremo in onda.
Al mio fianco, profumato come una ballerina del Moulin Rouge e con una parrucca biondoplatino in testa, c'è Zeldo, professione astrologo. Credibilità ai miei occhi: bassissima. Credibilità agli occhi della mezza dozzina di vecchiette che stanotte saranno incollate a ReteViva: altissima.
Stasera conduco lo Speciale Oroscopo. Segno per segno, vi sveliamo l'anno che verrà.
"I capelli sono a posto?" - non giudicatemi male, se non riesco a condividere appieno la preoccupazione del mio nuovo amico Zeldo.

Ore 23:59
"E per gli amici del segno della Vergine, concludo parlando di lavoro."
Non c'è stato niente da fare: fino all'ultimo ho provato a convincere Zeldo a dare un'impronta comica alla trasmissione, facendo le previsioni per segni inventati da noi sul momento.
"Sarà una fantastica annata per il Cotechino"oppure "Siamo desolati, ma le donne nate sotto il segno della Platessa non se la passeranno bene nella prossima decade".
L'astrologia è una cosa seria, mio caro Presentatore.
Zeldo racconta di Urano nella settima casa e si accarezza i capelli con naturalezza, dimenticandosi della parrucca e svelando ai telespettatori profonde ciocche nere: sento il mascarpone ribellarsi dentro di me.

Il grosso orologio digitale alle nostre spalle emette un suono, facendo scattare un breve conto alla rovescia. Visto che stasera non abbiamo pubblico in studio, tocca a me e Zeldo e agli assistenti di studio battere le mani per creare un minimo di atmosfera.

Dieci, nove, otto...

Durante il countdown, ripenso ad un vecchio amico con cui avevo condiviso qualche capodanno, quando eravamo giovani. Ogni primo gennaio era solito dedicarsi ad una pratica veramente insolita: la mattina presto, mentre noi altri consumavamo la prima colazione dell'anno, lui si isolava, si concedeva qualche minuto solo per sé. Diceva avesse bisogno di fare il Resoconto Dell'Anno Precedente.
Mi piaceva molto quell'idea: possedeva allo stesso tempo un nonsoché di mistico e di cerimonia ufficiale.

... tre, due, uno...

Inoltre, era sicuramente una delle poche occasioni in cui non era concesso mentire a sè stessi.

Zero. Scocca la mezzanotte: sei ragazze vestite - vestite? - da segni zodiacali provocanti irrompono nello studio e intraprendono un balletto che è talmente brutto da parere improvvisato.

"Buon anno a tutti gli amici di ReteViva" - che stile.
Mentre la telecamera inquadra il sorriso artificiale di Zeldo, lancio il primo stacco pubblicitario del nuovo anno.

giovedì, dicembre 29, 2011

Alteri, I parte

L'uomo avvolto nelle bende e lo smemorato sono in viaggio da quattro giorni. Viaggio non è una proprio la parola adatta, in quanto più che andare da qualche parte i due gironzolano. La loro è un'attesa attiva, simile a quella della pesca. L'orbita confusa di un asteroide senziente.

Attraversano il territorio in lungo e in largo, sempre in auto, su ogni tipo di strada. Il bendato paga educatamente e silenziosamente ogni spesa e nessuno fa domande. In appena quattro giorni sono passati per certi posti più e più volte ma per lo smemorato è sempre come fosse la prima.

Quando sono in macchina il bendato non fa che parlare: i suoi sono spesso lunghi e complicati discorsi sulla fiducia di cui può godere un narratore e sul tempo atmosferico che finiscono comunque per contraddirsi tra loro e terminare in una serie infinita di punti di sospensione.

Fuori dalla macchina non scambiano nemmeno una parola e l'uomo smemorato, già alla seconda notte, comincia a soffrire fisicamente il modo in cui l'altro entra puntualmente per primo nella camera del motel e accende la televisione. Complessivamente, il continuo spostarsi non lo angoscia e non lo infastidisce.

Ripete senza saperlo le stesse domande sin dal giorno in cui si sono incontrati, perplessi, nella tromba delle scale di un palazzo a Xxxx, senza ricevere mai una risposta che, comunque, non ricorderebbe. Ogni tanto guarda il paesaggio, senza trovarlo più interessante del vetro attraverso cui lo osserva. Mangia tutti i giorni lo stesso panino della stazione di servizio, senza saperlo.

La testa bendata si gira verso di lui all'altezza di Xxxxx Xxxxxx, specchiandolo in grandi occhiali da sole:
"D'altronde, non hai tutti i torti: non è mai lo stesso panino"

giovedì, dicembre 22, 2011

Capitolo 19) Senza Titoli

Riassunto delle puntate precedenti :

Sebastiano Scalise, ruspante giovanotto di origini pugliesi, poco più che ventenne lascia Gallipoli per seguire in Friuli Venezia Giulia la ragazza dei suoi sogni, Deborah. Ma, come tipicamente accade in queste storie, dopo un idillio iniziale, la loro relazione si interrompe. E per Sebastiano è già l'ora di fare i conti con la realtà : triste e solitario, strappato dalla Puglia e catapultato ad Osoppo, un piccolo paese della fredda provincia di Udine, lontano dagli affetti e dalle sue radici. Come è lecito aspettarsi, non riesce a superare il trauma dell'abbandono; ed eppure decide di non fare ritorno a Gallipoli, anche se più per pigrizia ed inerzia, che per coraggio. Nello sconforto dei primi mesi, rinuncia anche alla sua aspirazione di entrare in polizia, aggiungendo così alla delusione amorosa la frustrazione di un lavoro privo di soddisfazioni : al primo colloquio viene subito assunto alle Poste Italiane.

Passano gli anni : Sebastiano è invecchiato, nel fisico ma soprattutto nello spirito. Lavora ancora in Posta, ed il suo unico sfizio è rappresentato dalla giornata del Sabato, in cui non lavora e può dilettarsi ad immaginare una vita diversa, più gratificante. Ed è proprio un Sabato a cambiargli nuovamente l'esistenza : per una serie di contingenze bizzarre, gli accade di aiutare lo svitato del paese, Oscar Calippo, a sventare una rapina surreale in una pescheria. I due uomini diventano inspiegabilmente amici. Ma soprattutto complici di una fuga dalla realtà avara e scontata : con i risparmi di due vite intere decidono di aprire un'agenzia investigativa.

Una mattina, il nuovo Sebastiano, ora provetto investigatore privato, riceve in ufficio una visita inaspettata: è Deborah. Seb & Deb non si frequentano da molti anni, e svariate cose sono cambiate nelle loro vite, in particolare in quella di Deborah : ora è una prostituta, e vuole affidare un caso a Sebastiano; una sua collega, Belene, è stata minacciata, e Deborah vuole scoprire da chi e perchè, temendo per la sicurezza dell'amica. Ma è troppo tardi : Belene è morta, ed è proprio la strana coppia a farne la scoperta il giorno stesso. La giornata nefasta però si corona al ritorno in agenzia, dove i due si imbattono nel cadavere di un'altra donna : si tratta di Manuela, la figlia del proprietario del bar sotto l'ufficio, a cui Sebastiano fa con discrezione la corte da settimane.

La situazione precipita quando dei due omicidi viene accusato Oscar, di cui si sono perse le tracce da quel giorno. Sebastiano, superando l'iniziale riluttanza, decide di intraprendere insieme a Deborah le ricerche dell'amico. E incredibilmente il viaggio va a buon fine : Oscar e Sebastiano si ricongiungono in Toscana, località La California. Ma, quando Oscar nota la presenza di Deborah affianco a Sebastiano, ne rimane sconvolto : colpo di scena! L'ex matto di Osoppo rivela di aver visto Deborah uccidere Manuela, per poi incolparlo tramite una serie di stratagemmi; e la ritiene colpevole anche della morte di Belene. Seppur nello sconforto generale, molte incongruenze e molti misteri trovano soluzione sulla base del racconto di Oscar, e il caso sembra chiuso. Sembra, perchè in quel momento fanno irruzione nella stanza degli uomini in nero, che sequestrano Sebastiano, Deborah e Oscar.

Il mandante del sequestro è Goto, capo di un'organizzazione criminiale che gestisce un grosso traffico di prostituzione in Friuli, ed ha convocato Sebastiano, che grazie alle informazioni scottanti di cui è venuto a conoscenza si è costruito una buona fama di detective privato. Vuole convincerlo, con le buone o con le cattive maniere, a lavorare per lei. Tuttavia, l'anziana meretrice non fa in tempo a formulare la sua proposta, perchè Merlo, il tirapiedi che ha condotto il sequestro in Toscana, le regala l'opportunità di essere la terza donna a morire in questa sporca storia; poi, senza esplicitare le ragioni del suo folle gesto, si dà alla fuga portando con sè Sebastiano; egli, travolto dagli eventi e temendo per la propria vita, abbandona al loro destino Deborah e Sebastiano, ma poi ha un ripensamento...

*
Alla fine ho scelto il treno; niente Toyota Corolla.
Per tornare a casa ho scelto il treno, in modo tale che il viaggio fino a Gallipoli possa sembrarmi lungo un'eternità. Un'eternità bellissima e spensierata; un'eternità che contenga tutto il tempo necessario per raccontare questa storia : la mia storia.
Nick Hornby ha ragione, quando scrive che nell'infelicità, tutto nel mondo - leggere, mangiare, dormire - ha chiuso dentro qualcosa, da qualche parte, che serve a renderti ancora più infelice. Ma per i periodi felici il ragionamento vale lo stesso, seppure all'inverso : anche il silenzioso scorrere di immagini sempre uguali dietro il finestrino di un treno, può nascondere la sua piccola fetta di felicità.


*Merlo*

Non so bene il perchè, ma dal momento in cui quella notte gli chiesi di fermare la macchina e riportarmi indietro, è stato come se fossimo diventati amici. Amici per sempre, senza mai più rivederci.

Prima di rimettere in moto il Pick Up, Merlo è sceso e mi ha offerto una delle sue Pall Mall.
"Questa è la penultima che fumo sai?" - senza mostrare particolare soddisfazione.
E io, facendo schioccare l'accendino : "Ma solitamente non si dice 'questa è la mia ultima sigaretta'? Perchè proprio la penultima?"
"E' semplice, l'ultima la fumerò dopo che avrò sotterrato la mia bambina".

In quel sacco adagiato sul sedile del guidatore c'era sua figlia. Sua figlia. Per questo mi aveva sistemato nel vano posteriore del furgone, all'aperto, dove solitamente stanno gli oggetti; le casse e i sacchi.
"Mi dispiace sai? C'ero io al Polpo di Genio, ma immagino ricorderai; ed ero io in cella con te, quando hanno ammazzato a freddo Alfred; ma tanto era solo questione di tempo, se non si fossero presi la briga loro, l'avrebbe fatto tra non molto l'epatite" - Merlo sembrava indifferente rispetto al mio silenzio glaciale. Chissà quante doveva averne già passate.
"Mi facevano lavorare per loro sotto ricatto. Avevano preso mia figlia; Sebastiano, secondo te a sette anni si può provare un qualche tipo di istinto sessuale?" - e qui, una tirata molto profonda.
L'immagine surreal-sexy della settantenne Gòto va in frantumi in una frazione di secondo, la vetrata in frantumi pure; il mare di tempera inonda la stanza : un mare di vomito.

"Avrei fatto qualsiasi cosa, qualsiasi cosa, purchè la lasciassero stare. E loro avevano accettato : l'avevano mandata a scuola, viveva in collegio, aveva delle amiche, una vita normale insomma; e la vedevo spesso : non le avevano mai torto un solo capello. In cambio, però, io ero diventato il loro schiavo; la persona giusta per i lavori sporchi, i più sporchi. Come uccidere quella prostituta : trucidata in casa sua, in quel modo barbaro, simulando un omicidio seriale."
"Belene!" - ho esclamato io.
Come investigatore non valevo nulla, ormai era acclarato. Fosse stato per me, avrei spedito diretta in prigione Deborah per un duplice omicidio.
E invece ne aveva commesso solo uno; certo, non che fosse cosa da niente.

"Non ce l'ho fatta più quando mi hanno chiesto di ucciderne un'altra; la Francese, stavolta toccava alla Francese" - praticamente Merlo parlava da solo.
"Sapevo che con il mio gesto l'avrei condannata" - e nella mia mente si accendono flash ripetuti di Gòto. Gòto che commissiona a Lurch la soluzione finale, Gòto che con gli occhi mi chiede aiuto disperata, Gotò che stramazza all'indietro.
"Oggi, o forse dovrei dire ieri, l'avevano messa in catene perchè mi ero rifiutato di occuparmi della tua amica. Ieri era il suo compleanno."
Era lei che avevo intravisto imprigionata, scambiandola per Deborah : la figlia di Merlo.

Il bicchiere di Gòto rotea in aria e cade a terra, ma non si rompe; si vena soltanto.

"Ma allora Deborah è ancora viva?" - ancora oggi mi vergogno profondamente di non avergli detto altro.


*Oscar*

Non avevo mai visto un uomo piangere.
Tranne Richard Gere al cinema, si intende.
"Coraggio, non fare così Oscar; ti chiamerò tutti i giorni."

Alla stazione di Udine, il mio treno era ormai in partenza, e Oscar non si decideva ad andarsene; mi ero quasi convinto che volesse fare come nei film, correndo nella direzione del treno e sventolando un qualche fazzoletto bianco.
"Ma sei p-proprio sicuro che non p-possa venire anch'io con te?" - del resto era solo la dodicesima volta che me lo domandava.
E per festeggiare la dozzina, decisi che un ampio sorriso consolatore fosse sufficiente come risposta.

Oscar doveva ritenersi più che fortunato per non essere finito in prigione, altrochè voler venire in Puglia insieme a me.
"E così quella mattina eri a letto con la Francese, vecchio mandrillo! Raccontamelo ancora una volta" - in qualche modo dovevo rompere il silenzio che io stesso avevo creato.
"Te l'ho già detto, non credevo che Veronique fosse una p-prostituta."
Convincente. "Le hai salvato la vita, e manco era venuta a letto a con te. Metti caso ci fosse venuta, che facevi? A parte pigliarti l'HIV intendo; te la sposavi quella Lorenza? Già me la immaginavo la cerimonia solenne - rito francese o latino? - nella parrocchia di Osoppo."

Deborah aveva confessato l'omicidio di Manuela, scagionando Oscar da tutte le accuse.
Tuttavia il movente non era ancora chiaro : in un'intervista rilasciata ai cronisti del Fatto di Osoppo, il formidabile ispettore Manetta aveva dichiarato che le indagini avevano portato la polizia a ritenere che le due ragazze fossero diventate amiche sul "posto di lavoro"; e che Manuela avesse confessato all'assassino i suoi sentimenti, peraltro mai dichiarati, per l'investigatore imbranato che tutte le mattine faceva colazione nel suo bar.
Gelosia, semplice gelosia.
"Siamo di fronte al classico delitto passionale" - aveva concluso Manetta.
Seb & Deb : insieme per sempre.

"Mi mancherai stronzo" - Oscar aveva gli occhi rossi.
Neanche un'esitazione, non un balbettio. Non ce n'era il tempo, era rimasto solo quello per un ultimo abbraccio. Tutti in carrozza.
Come in Vita Spericolata, ognuno di noi ora sarebbe tornato a casa, per sempre perso dentro i fatti suoi.


*Deborah*

Quando sono tornato indietro, ho visto lampeggianti dappertutto.
Oscar si era ricordato di essere un pericoloso ricercato, ed aveva fatto una telefonata ad un qualche pezzo grosso di sua conoscenza al distretto.
Il Genio di Osoppo. Altrochè matto.

Il circo di Gòto aveva chiuso i battenti : Oscar, Deborah, Lurch, nani e troie; erano finiti tutti in manette. Ero scampato ad una vera retata, ad una maxi-operazione di polizia in grande stile.

Sul blindato dei Carabinieri vedo Oscar ammanettato; sembra tranquillo.
Ho giusto il tempo di fargli un occhiolino : Oscar sorride.

Seduta a gambe incrociate vicino al furgone, per terra, Deborah sta piangendo.
"Ero tornato indietro a salvarvi, ma, come sempre, ho trovato traffico e sono arrivato in ritardo" - Deb emette una flebile risata tra i singhiozzi.
Poi mi rivolge parola, ed in quel momento mi pervade la certezza che non vi saranno altre occasioni.
"Non potrai mai capire, lo so" - e mentre dice questo, mi ricorda la Deborah che mi aveva spinto a scalare l'Italia intera, pur di stare insieme a lei.
"Volevo solo salutarti per un'ultima volta...

L'organizzazione criminale di Gòto, invece di mandarle in pensione, faceva sparire le ragazze che si ammalavano, o che diventano troppo vecchie per il mestiere. Così il problema non si poneva più. Niente rischi di soffiate alla polizia, o che le ragazze si mettessero in proprio, iniziando a battere il marciapiede per conto loro. Sai che concorrenza?
Belene aveva compiuto 39 anni : il limite di anzianità era stato ampiamente superato. Veronique-Lorenza era sieropositiva. Forse nei giorni seguenti sarei andato a cercarla, per rivelarle che ciò che le rimaneva da vivere le era stato donato da un uomo generoso di nome Merlo.

...Volevo salutarti perchè stanotte ho deciso di tornare padrone della mia vita.
Ho passato troppo tempo prigioniero dei giorni che furono, dei giorni felici passati con te, e anche dei giorni senza di te, che sono appassiti lentamente e tutti uguali; come tante candele la cui cera cola senza tregua, e che alla sera si spengono casualmente, per un colpo di vento isolato, nel bel mezzo del nulla. Ero aggrappato con le unghie e con i denti ad una certa idea di felicità, e stanotte, non il giorno in cui mi hai lasciato, non il giorno in cui mi sono licenziato, non quel giorno in pescheria, ma stanotte, sono finalmente scivolato giù. Avevo paura che fossi morta, che quegli uomini ti avessero ucciso, e di non potertelo più dire; non poterti più rivelare quello che mi ha aiutato a capire, e che credo possa aiutare anche te, visto quello che è successo con Manuela.
Il segreto è estorcere la felicità a noi stessi : ciò che ci accade conta relativamente, l'importante è quello che noi facciamo con ciò che ci accade."

*
E' sabato mattina, a Gallipoli il sole è alto nel cielo. Alla fine della mia passeggiata, quando entro in pescheria, non ho ancora deciso cosa comprerò.
Nel momento in cui il pescivendolo mi saluta e mi domanda come può essermi utile, non riesco a trattenermi dal guardarmi intorno con sospetto : tutto tranquillo.

Improvvisamente ho voglia di triglie, e, stavolta, nessuno potrà fermarmi.


Fine


*
Cecilia distoglie lo sguardo dal monitor : ha appena letto l'ultimo capitolo del mio racconto.
"Beh non dici niente?" - mia moglie mi sorride.
"Non me l'aspettavo, è un finale pieno di speranza, anche se a modo tuo."
Ora sono io che le sorrido.
"Hai ragione, ma ero stanco di inventare personaggi infelici".

martedì, dicembre 20, 2011

Alibi, X parte

Eduardo se ne andò, da solo, senza aver finito di mangiare la sua focaccia.
Quando ebbi finito, misi in ordine e cominciai a lavare le tazze usate per la colazione.
Sentii un enorme senso di scoraggiamento. Di qualunque cosa si trattasse eravamo solo all'inizio, il mio vero ingresso doveva ancora avvenire.

Pensai di aver avuto e sprecato il tempo a mia disposizione prima di entrare in scena e percepii che da quel momento in poi avrei dovuto improvvisare. Ma improvvisare che cosa, in effetti? Una decisione? Una ricerca? Una scissione? Un ritrovamento?

Il mio timore più grande era quello di essere la pedina di un gioco non solo già giocato, ma a cui avevo addirittura già assistito. Mi sentivo sul ciglio di una di quelle storie circolari o spiroidali, che avevo letto nei libri di Murakami ed Auster e che mi avevano al tempo molto affascinato. Sembravo, a volermi guardare con un minimo di obiettività, una sorta di comparsa della mia stessa storia personale. Un personaggio che disperandosi alla ricerca del proprio ruolo finisce per impersonarne un altro ed essere qualcosa che non è oppure, impigliandosi in avvenimenti sempre più distanti dall'ordinario ma che sono tali in un modo sempre più sottile, finisce per mischiare realtà e irrealtà in modo irrecuperabile.

Decisi che ad ogni costo non mi sarei perso, che avrei prestato attenzione, che avrei sempre tenuto d'occhio il punto da cui ero partito: una persona normale di un mondo normale. Mi ripromisi di fare attenzione non soltanto agli avvenimenti che erano fuori dal comune, come quelli che mi erano già accaduti, ma anche a quelli che lo erano troppo poco.

Indossai la giacca ed uscii, chiudendomi la porta alle spalle, dopo aver guardato ancora una volta la mia famiglia, addormentata al completo.

Continuando a riflettere, pensai che il mondo non poteva spaventarmi più del dovuto, anche se non conoscevo nessuno in quella città di cui non sapevo neanche il nome.
Feci un paio di passi in avanti, cercando di fare mente locale su come fossi arrivato in quel pianerottolo sconosciuto. Girai su me stesso e vidi una porta, chiusa, che evidentemente non avevo notato salendo le scale.

Mi rallegrai: pur non sapendo nemmeno il mio nome, una porta chiusa era un'ottimo punto da cui cominciare.

Fine di Alibi, continua in Alteri

venerdì, dicembre 16, 2011

Alibi, IX parte

Bene - pensai - ci siamo. Nel bene o nel male ora saprò. Questa persona, che mi si presenta così distaccata, così calcolatrice così onniscente così conscia del proprio potere in un modo che indossa perfettamente la mia idea di malvagio è perlomeno una persona capace, una persona informata dei fatti. Vorrà trarne un vantaggio, vorrà magari quello che potrebbe anche, per me, essere il male, ma sapendo mi dirà tutto ciò che serve per capire.

La mia presunzione e la mia speranza cominciavano subdolamente a farmi credere di avere, fino a quel momento, pensato per  presunzioni e agito secondo pregiudizio.

Continuai a pensare, tra me e me, mentre Eduardo si concentrava sul caffellatte dopo avermi parlato: sì questa persona è sgradevole, è manipolatrice, ha abbandonato una parte di se stesso senza rimorso e senza dolore ma sarebbe sbagliato, sarei sbagliato, a pensare che non possa conoscere ciò che io voglio sapere e che non possa per questo rendermene partecipe.

Perchè credere che un artista sarebbe una persona gradevole da frequentare solo perchè amiamo quello che ha composto o detestare per parentela le cose fatte da un malvagio? Ora lo capisco, e ne avrò conferma quando mi rivelerà quello che sto per chiedergli: c'è un momento in cui le cose dette e pensate e fatte si staccano da noi, e a parte l'effetto deperibile con cui le abbiamo lanciate e volute far intendere esse vivono di vita propria, perdendo ogni dipendenza.

Allo stesso modo la conoscenza: se spoglierò ciò che mi dirà dalle tracce di influenza che vi avrà inseminato  ciò che mi resterà da gustare sarà la verità. Perchè quest'uomo, che è il meglio di ciò che di quest'uomo conoscevo a quanto dice e a quanto sento, conosce la verità e nient'altro che la verità. E pur deformandola dovrà per forza usarla per esprimersi. Allora io carpirò i suoi segreti.

Posò la tazza, squadrandomi con gli occhi socchiusi, e prima che potessi formulare il primo di tutti i miei perchè, parlò per primo:

"No. Non sono il tuo deus ex machina. Da me non avrai di più di quello che ti ho detto, che è già molto. La realtà e la verità dei fatti le troverai da solo, se le cercherai dove sono veramente. Resta da vedere se una volta che le avrai trovate saranno ancora interessanti per te. Io sono solo venuto a mostrarti che esiste una decisione da prendere, perchè alla mia prima visita non ero stato abbastanza chiaro, lo ammetto.
Ma ora per sapere soffrirai; e capendo o no quale sia, farai la tua scelta."

lunedì, dicembre 12, 2011

1

A volte, ricordo ancora le urla di incitamento dei miei colleghi, il giorno in cui mi sono licenziato.
"Spacca il culo a questi stronzi, sei tutti noi!" - glielo leggevo in volto che avrebbero voluto essere al mio posto. Lo leggevo in volto a tutti.

Il tifo e i cori da stadio nel momento in cui, in un rigurgito di incoscienza, avevo deciso di giocare a basket con i monitor dei pc della redazione. Monitor almeno il doppio più grossi del cestino dei rifiuti: il mio personalissimo proibitivo canestro.
"Rosario, ti confesso che di recente c'ho pensato spesso. A casa, nell'ingresso, da mesi c'è uno scatolone che non aspetta altro che essere usato per portar via tutte le mie cose da questa maledetta scrivania. Ma fin ora non ho mai trovato il coraggio: tengo famiglia. Ebbene, oggi me lo hai dato tu quel coraggio, è ora di prendere quello scatolone."
Nelle settimane successive alle mie dimissioni non si è più riscontrata alcuna lamentela.

Ricordo ancora il martedì mattina in cui, disoccupato, ho sollevato di scatto la testa dal cuscino e ho detto a mia moglie di volere un figlio da lei. Fuori pioveva forte, ma in camera in quel momento era già spuntato l'arcobaleno.
Io e Cecilia siamo una bella coppia: ce lo dicono tutti. Ci prendiamo ancora per mano quando passeggiamo, e i nostri amici ci prendono molto in giro per questo. Dicono che non abbiamo più vent'anni, e che, piuttosto, tra non molto saranno vent'anni che siamo sposati.
"E voi sette anni li chiamate 'non molto'? Questo qui, non so neanche se potrò sopportarlo per i prossimi sette minuti."
Risate generali. Ho sposato Cecilia per il suo senso dell'umorismo; più passano gli anni e più me ne convinco.

Mattia oggi compie quattro anni, e sta guardando Spongebob alla televisione. Volume basso.
I cartoni animati di mio figlio hanno il potere di rilassarmi come poco altro.
Nella mia vita precedente, scrivevo per un piccolo giornale di provincia: il Lanternino. Che nome del cazzo, lo so; però non è per questo che mi sono licenziato.
In fondo, quel lavoro mi piaceva: la vita di redazione, la mia rubrica quotidiana "La zolletta di zucchero", la partita di calcetto con gli amici al mercoledì, le litigate con il mio capo, Tonino, che mi voleva meno irriverente, le nottate al sapore di caffè.

Ho lasciato perché non ero più disposto ad accettare di scrivere per Qualcuno; io desideravo scrivere per Qualcosa. O se proprio avessi dovuto scrivere per qualcuno, sicuramente avrei voluto scrivere per me, e non per il mio editore.
Mi sentivo soffocare. Non ero più libero, alla fine tutto può essere ricondotto a questo.
Immaginate una moneta lanciata per aria che atterra sempre di taglio, mai testa e mai croce: ecco, ogni giorno, quando varcavo la soglia della redazione, io mi sentivo così.

Da quando ho lasciato il Lanternino, la mia produzione letteraria è stata, per così dire, asciutta.
Tuttavia, bisogna ricordare che sono stato dieci mesi senza lavoro; tutti i giorni mi congratulavo con me stesso per aver sposato un magistrato.
Ripensandoci, forse un termine più adatto per definire la mia vena artistica post-licenziamento potrebbe essere prosciugata.
Paragonando quel periodo alla situazione attuale, mi viene da sorridere.

Ho ripreso contatto con la scrittura pubblicando un racconto a puntate per un cosiddetto free press, quasi due anni fa. E mi hanno anche pagato. Poco, ma lo hanno fatto.
E' la storia di un ex-impiegato delle poste, pugliese trapiantato in Friuli, che in seguito ad un evento fortuito cambia vita e decide di fare l'investigatore a tempo perso.
Più o meno come il suo autore, che ha deciso di fare lo scrittore a tempo perso: in tutte le migliori opere la componente autobiografica è forte.
Devo ancora inviare l'ultimo capitolo al mio caporedattore. Eravamo d'accordo di farne slittare di parecchio la pubblicazione, permettendo che montasse la suspance nei lettori; ebbene, ieri mi ha telefonato: è convinto che tutto quello che dovesse montare sia ormai montato. Vuole il racconto entro lunedì, ed io, invece di lavorare, sono ancora in vestaglia, seduto a gambe incrociate sul divano, affianco a mio figlio a guardare in silenzio la televisione.

Gli sgraffigno un biscotto dal pacchetto che sta custodendo gelosamente. Non è male questo Spongebob: finalmente capisco perché i bambini preferiscono i cartoni animati ai compiti a casa.

giovedì, dicembre 08, 2011

Alibi, VIII parte

"Sì, sono sveglio." Scorsi la sua figura seduta dai piedi fino alla testa. Non si era tolto il cappotto.
"Togliti il cappotto Edu dai; hai già fatto colazione?"
Il miei genitori dormivano tranquillamente in camera loro, con la culla di mio fratello accanto. Anche Francesco dormiva. Eduardo mi seguì silenziosamente in cucina, sorridendo.

Chiusi la porta dietro le sue spalle e accesi la radio con il volume al minimo. Senza fare caso alla musica che ne usciva, mi preoccupai di caricare la caffettiera.
"Resta qui un minuto, spegni il caffè quando serve. Torno subito."
Mi infilai la giacca e scesi le scale per andare a comprare la focaccia. La pasticceria era appena aperta e la commessa mi accolse perfettamente sveglia, senza la più piccola parte di sonno negli occhi.

Fu lui a rompere il silenzio che si era creato. Aveva qualcosa di ammorbidito nella voce, mentre sceglieva il pezzo di focaccia che avrebbe intinto nel caffellatte. Nel frattempo, alla radio e a Londra nel 1971, Frank Sinatra intonava Pennies from Heaven.

"Le persone, a questo dovrai credermi sulla fiducia, non sono per niente semplici. Ad una prima occhiata ci si accorge che non sono, solitamente, composte di doppi, cose dualmente divise. Bianco nero, ying e yang e quella roba lì. Anche quando composte di due soli elementi, le persone sono spesso in uno stato di confusione così totale da rendere difficile ricondursi a quei due, singolarmente semplici, elementi. Per non parlare dell'inflazionato buono cattivo. Quello che è vero, storicamente vero, è che il dualismo è un ottimo criterio con cui interpretare la realtà e progredire all'interno di essa.

Quando si mette a posto una libreria, ad esempio, si scelgono i libri che vanno tenuti e quelli che non vanno tenuti, in modo da liberare spazio per libri che abbiano, a loro volta, l'occasione di essere letti e quindi giudicati.Questo esempio era solo per introdurre il concetto e ti dico sin d'ora che non è perfetto per il nostro caso, in quanto un libro può non essere adatto al momento e che qualunque libro può essere riabilitato o scacciato dalla libreria per vie che sono arbitrarie e variano nel tempo.

L'ambito di cui parlo non contempla una simile ambiguità. Esistono le cose che valgono qualcosa e quelle che non valgono niente, come esistono i cibi edibili e quelli che non lo sono. Immagina un setaccio in un fiume del Klondike. Affascinante. Certo, anche le pietre comuni hanno la loro importanza ed il loro utilizzo, ma cosa sono in confronto all'oro, se è l'oro che stai cercando?

Torniamo alle persone. Le persone non sono semplici. Le cose preziose nelle persone sono emulsionate in tutto il resto: distinguibili e separabili ma in un modo che è tutto fuorché comodo, o pratico. Solo il tempo può raccogliere l'olio sopra l'acqua, raggruppare e distinguere. Il tempo ed, in verità, alcuni eccezionali eventi.

Te lo dico, qui ed ora, inequivocabilmente: io sono il chicco che si è liberato della pula."

sabato, dicembre 03, 2011

Alibi, VII parte

Mi svegliai prono, proprio come mi ero addormentato. Non mi alzai, non mi mossi nemmeno. Cercai immediatamente, con tutto me stesso, di concentrarmi sulla voce che sentivo provenire alla mia destra.
Impossibile non riconoscere Eduardo o stimare da quanto tempo stesse parlando.

"...questo certo spiega il motivo per cui ho voluto che ci incontrassimo qui, ora e non altrove. Ricordi di quella volta in cui ti dissi che nella vita piove una volta sola ma dopo si deve indossare sempre vestiti bagnati?

Ma forse ti sarà più facile capire che cosa mi sia successo se ti mostro degli esempi famosi. Ti ricordi del film Highlander? E' buffo, perché adesso ricordo tutto quello che voglio e non riesco quasi ad immaginare come si faccia a non ricordare qualcosa. Davvero, com'è possibile? Ad ogni modo, Highlander: sin dalla notte dei tempi spadaccini immortali si cercano per tagliarsi la testa l'un l'altro e rimanere l'ultimo esemplare di questo strano gruppo.

Anche se la storia può in qualche modo essere collegata a quello che ci è successo, voglio parlarti dell'attore protagonista, Christopher Lambert. Il primo film è un successo, i seguiti un fiasco dopo l'altro. Che sia così difficile vedere la vera ragione, mi chiedo? Il punto è che a Chris successe ciò che è successo anche a me. Un bel giorno si sveglia due volte e non è più lo stesso. I film, lasciati in mano al debole tra i due, non poterono che peggiorare.

Un altro esempio celebre è quello di Philip Dick, che misconobbe addirittura i suoi primi  scritti. Altro che droghe. Ma anche l'evoluzione di Céline, se ripensi alla parte finale di Viaggio al termine della notte è lampante. Poeti, scrittori, lo so che sei sveglio,  pittori ad esempio Gauguin, ma anche persone per così dire comuni...ricordi il nostro professore del liceo: Xxxxxxx?"

Lo so che sei sveglio?
Mi sollevai sulle mani e stropicciai gli occhi mettendomi seduto. Era ancora notte, la luce veniva infatti dal lampadario. Davanti a me, seduto su una sedia, riconobbi l'Eduardo della mattina prima, questa volta a grandezza naturale.
Non senza presunzione, fu in quel momento che cominciai a sospettare che tutto fosse vero ed avesse un senso.