domenica, febbraio 26, 2012

Quarta

Da quando aveva ricevuto la proposta di matrimonio, niente era stato più come prima.

L'autobus a mezzogiorno è sempre stracolmo: ho la netta sensazione che le anziane signore alle mie spalle, ottant'anni per gamba e dritte in piedi come lunghe canne di bambù, stiano facendo dell'ironia spicciola sull'uomo davanti a loro che sta scrivendo sullo scontrino della spesa la continuazione del suo improbabile non-ancora-romanzo.
Cioè su di me.

Si era messo in testa l'idea malsana di ingannarla. Per un tipo navigato come lui, sarebbe stato un gioco da ragazzi convincerla che la sua vita fosse ben diversa da quella che lei aveva conosciuto tra le quattro mura dell'appartamento che dividevano; era importante sembrare una persona interessante, a prescindere dalle motivazioni che l'avevano spinta a formulargli la proposta.
Non bello magari, ma interessante sì; pieno di inviti ad eventi à la pàge, di interessi chic da cyberpunk in gioielleria, di cose stimolanti da fare. Da fare insieme.
Doveva farla prigioniera di quel modo maturo di apprezzare una cosa che in realtà non piace per niente.

Mi piacciono i libri che parlano di altri libri: teatro nel teatro, rottura della quarta parete; devo aver letto decine di noiosissimi saggi in argomento. Romanzo nel romanzo.
Mentre scendo alla mia fermata, ripenso a Tricarico come ad un cantautore sottovalutato.

Il mattino dopo si era messo in malattia e si era subito fiondato al negozio di dischi: aveva voglia di guardarla. Dopo mesi in cui solamente la tavoletta del cesso abbassata gli ricordava ogni mattina di possedere una coinquilina, adesso aveva voglia di posarle gli occhi addosso.
Avrebbe acquistato un disco dei Radiohead, tanto per andare sul sicuro e non compiere un passo falso proprio nel campo in cui lei godeva già di un vantaggio difficilmente colmabile.

"Tesoro, sono a casa" - frase da film. Dov'è la mia macchina da scrivere?
Una piacevole sensazione di aria fresca mi accarezza il viso.
Le immagini che seguono sono confuse: mi paralizzo, sento il vento improvvisamente fischiare forte, un pomodoro ancora acerbo scivola silenzioso fuori dal sacchetto della spesa, rotolando sul pavimento; ho fatto male ad abbassare la guardia.
Ho fatto male ad abbassare la guardia e faccio male a pensare alla mia amata macchina da scrivere in questo momento.

"Mio padre è un uomo all'antica e ha paura che io non mi sposi" - mentre gli parlava in quel modo, appoggiata allo stipite della porta, violentava con le labbra una sigaretta artigianale troppo carica di tabacco.
"E' armato di serie intenzioni: non mi darà più un soldo se non mi sposo entro i trent'anni" - il fumo era avvolgente e i suoi occhi iniziavano a lacrimare. Lei neanche se ne era accorta.
Non era ancora riuscito a cogliere il senso del suo discorso farneticante, ma si sentiva sollevato per lei, ritenendola ancora molto giovane.

Per la prima volta in tredici anni di matrimonio non so come comportarmi.
Cecilia è in piedi sul terrazzo e solleva Mattia in aria, tenendolo a fatica con due mani, oltre la ringhiera. I suoi occhi vuoti ora sono rivolti verso di me.
La mia spietata macchina da scrivere.

"Tra due settimane è il mio compleanno, e le candeline saranno trenta."

La quarta parete è infranta: due uomini accomunati da un'unica citazione letteraria.
"E' una moneta come un'altra il valore personale. Passi anni e anni a risparmiare, e, se ti decidi, puoi bruciarlo tutto in una sola giornata."

domenica, febbraio 19, 2012

Stucco

Appena rientrato in casa, non resisto alla tentazione di provarla.
In quel flusso notturno e inaspettato di pensieri, le idee volano libere e l'inchiostro nero Lexmark, che Armando mi ha regalato insieme alla Poderosa (nell'ottusa esaltazione, ho attinto a piene mani da Diari della motocicletta), sembra l'unico mezzo per metterle in gabbia, imprigionandole sulla carta giallognola; le dita scorrono come un fiume in piena sopra i vecchi tasti polverosi della Olivetti.

Soltanto di una cosa era sicuro: le conseguenze negative della sua adorazione per I Ragazzi della Via Pal prima o poi si sarebbero manifestate.
La prima volta fu di luglio: lo divorò in poche ore; in seguito, ebbe modo di dare esecuzione ad una cosiddetta "lettura critica", che si rivelò presto noiosa e inutile, nonché principale responsabile dell'ossessione degli anni successivi: preso e ripreso, interrotto e ricominciato infinite volte; dimenticato tra le pieghe del divano, quel libro spuntava sempre nei momenti meno indicati: all'inizio di un film avvincente, nel bel mezzo di un gradito rapporto sessuale occasionale, poco prima di una riunione di lavoro.

Accecato dalla frenesia, per un attimo mi rendo conto che il bambino senza nome ha lasciato spazio ad altre storie; il personaggio creato solo poche ore fa era come fosse già vecchio: intrappolato in un freddo file word, perduto nel labirinto di un grigio personal computer.
Invece la Poderosa era nera, come il carbone e come il suo inchiostro: tutta un'altra storia.

La sua coinquilina era una tipa in gamba e non gli aveva mai dato problemi: capelli rasati a zero da un lato, cresta bionda ondeggiante sugli occhi, che doveva ripetutamente spostare per vedere chi avesse di fronte - ma, credetemi, la movenza le faceva guadagnare parecchio in sex appeal - dall'altro. Lavorava in un vecchio negozio di dischi, che il proprietario si ostinava a tenere aperto, ingaggiata una guerra di ideali, senza speranze di vittoria, con il mercato musicale online. Erano perennemente sull'orlo del fallimento.
Il loro rapporto non era granché: semplicemente, leggendo il manuale del perfetto coinquilino, ognuno evitava di creare grattacapi di qualunque sorta all'altro.
Perciò la sorpresa fu grande la sera in cui lei gli chiese di sposarla, mentre stava ardentemente sfogliando il capitolo in cui Nemecsek, in un moto di eroismo, fugge di casa in preda alle febbri per aiutare i suoi amici nella battaglia finale; qualche pagina dopo muore di polmonite nel suo letto.
In un semplice letto e senza il ringraziamento di nessuno, ma da eroe.

Alteri, X parte

L'acqua è salata, tiepida e melmosa. Quando riemerge respirando forte alza lo sguardo verso l'inserviente, ancora sulla soglia.

Questo fa un cenno con la mano e dice: " Ancora, ancora."
Si immerge di nuovo, chiudendo gli occhi. Il silenzio sott'acqua è completo. Una strana sensazione di vuoto gli sfiora le punte dei piedi. Alla riemersione, l'altro è ancora in piedi nello stesso punto: la scena si ripete.

La terza volta invece di abbandonarsi nel liquido, invece di affondare, si immerge testa avanti cercando con le mani il risucchio che prima lo aveva accarezzato. Viene ammanettato dalla corrente e trascinato con una grande accelerazione nelle tiepide profondità.
Qui il liquido è molto più denso, tanto da fargli perdere l'orientamento. La gravità sembra essersi invertita mentre, cieco, scava in apnea nella melma più che nuotare.

Una nuova spinta lo proietta ancora più in profondità, verso l'alto. Quando raggiunge l'uscita, respira profondamente prima di aprire gli occhi. L'atmosfera è fredda e leggermente speziata.
Non gli è tanto difficile capirlo, quanto accettarlo: si trova sulla Luna.
Mentre striscia fuori dalla melma la sua attenzione è catturata dal grande pianeta azzurro appeso nel buio, proprio sopra di lui.

Si accorge solo ora, guardandola interamente, di quanto la Terra gli sia mancata. Indugia con lo sguardo anche sul resto dello spazio che sovrasta il polveroso profilo lunare. Considera la possibilità di allontanarsi ancora, di pianeta in pianeta, verso il centro dell'universo. Guarda un'ultima volta il cratere da cui è appena uscito prima di flettersi e spiccare un grande balzo.

Si stacca con un silenzioso sbuffo di polvere e in un'attimo è già cominciata la sua bruciante discesa: precipita sulla Terra con la naturalezza di una moneta che cade di tasca.

Fine di Alteri, continua e finisce in Et cetera

giovedì, febbraio 16, 2012

Alteri, IX parte

Durante il tragitto passa, per l'ennesima volta, davanti alla macchina del caffè. E' un ciclo di luce come tanti altri, una giornata artificiale che non ha niente da invidiare al sole del mondo esterno. Per come la vede ora, l'intera miniera non ha proprio niente da invidiare al mondo esterno.

Guarda le sue scarpe coprire la superficie piastrellata del corridoio: quando è arrivato non le aveva. Chi ha freddo viene vestito, chi è malato curato. Gli inservienti sono imparziali e granitici. Agiscono senza rivolgersi ad un superiore e all'unisono. Ricorrono alla forza soltanto nei casi più estremi.

Dopo ogni tortura l'intimo dolore che soffre lo costringe a svuotarsi completamente, rigettando anche tutte le necessità che lentamente e umanamente cominciava a maturare. Scompare il bisogno di sesso, di affetto, di variare dieta, di fare qualcosa di diverso dal discorrere soltanto sulla base delle proprie idee con altri che sono nella stessa condizione. Si ritorna dalla sala della tortura rasati, puliti se sporchi e curati quando feriti.

Annusa l'aria, percependo un timido odore di caffè tostato. Non gli ispira niente, nemmeno la più vaga curiosità. E' un profumo del tempo prima che perdesse la memoria: un sapore semplicemente mai provato. L'unica pietra che la macina delle consuetudini della miniera non è riuscita a frantumare è quella della sua visione.
Dopo tanto tempo, ancora non riesce a capire che cosa lo interessi tanto da tenerlo attaccato a quello scoglio, impedendogli di abbandonarsi completamente all'alternarsi incoerente dei cicli.

Non si tratta dello sguardo addolorato dell'uomo, quel suo mostrarsi contemporaneamente, con una sola fuggevole smorfia di terrore, sia innocente che colpevole e pentito.
Non è nemmeno per via della glaciale imperturbabilità della donna prima e dopo che, come con un colpo di tosse al rallentatore, partorisca dalla bocca quella pietra misteriosa.
Non è nemmeno la pietra, o la curiosità che gli ispira, a impedirgli di dimenticare la scena. Non sono gli uomini che il primo, spaventato, raggiunge correndo.

E' l'insieme ad affascinarlo. Percepisce che l'abbandono alle logiche della miniera degli altri occupanti è di natura leggermente diversa e che la ragione sta proprio in quel pensiero inspiegabile. La rassegnazione compiacente e piena di gratitudine che ora prova per la miniera è la stessa di tutti, ma è come se addentrandosi nelle sue profondità avesse portato con sé qualcosa di alieno e inatteso.

La porta si apre su una stanza allagata mai vista prima. Il liquido arriva torbido e molle fino a pochi centimetri dalla soglia: l'inserviente dal volto coperto lo invita ad immergersi.

martedì, febbraio 14, 2012

Storia del latte che non scadde a San Valentino


Si alzò dall'amaca con uno scatto innaturale, e, pur consapevole non servisse proprio a niente, aprì le persiane, come se fosse giorno; svuotò distrattamente nella scodella la scatola di una sottomarca latina dei cheerios, accese lo stereo sulla sua stazione radio preferita. Forse non lo sapeva nemmeno più se quella fosse davvero la sua preferita: la forza dell'abitudine. Sopra il frigo, l'orologio digitale rifletteva sulla parete un orario così inverosimile per svegliarsi che, se non si fosse trattato della sua vita, avrebbe stentato a credere ad una storia del genere.
"Ci vorrebbe più poesia nei piccoli gesti quotidiani" - pensò ad alta voce, pentendosi delle sue parole nel medesimo istante in cui le proferiva: per lui quelle azioni non erano assolutamente piccolezze.

Prese il pennarello rosso e, come di consueto, affrontò vis à vis l'asettico calendario appeso al muro; ed ecco una grossa X sulla data del 14: un altro giorno che non aveva vissuto.
La postazione computer era accesa, era sempre accesa. Nel portacenere si notava un solo mozzicone raggrinzito, probabilmente spentosi di solitudine il giorno precedente. Immaginò l'incendio di casa sua propagarsi a partire dalle lunghe tende bianche della camera, e al pensiero del mancato rogo provò una sensazione indefinibile e proibita, a metà tra il sollievo e la noia.
La vita è troppo breve per preoccuparsi di ogni cosa.

Sicuramente c'era chi, nella sua stessa condizione, da qualche parte nel mondo, se la passava peggio: era questo che lo teneva aggrappato alla vita, ne era certo. Prima di accedere ai sei tavoli verdi che aveva in programma di grindare fino alle prime luci del giorno, accese la webcam e scorse la sua rubrica di Skype fino al contatto desiderato. Fuori dalla finestra, come sospesa, in bilico sul davanzale, lo aspettava silenziosa una di quelle notti in cui il cielo scuro tende leggermente al colore della terra bruciata.

Per problemi in Italia, la comunicazione spesso era difettosa, e quella sera non ne voleva proprio sapere di concedere ai due amanti di guardarsi negli occhi; non restava che un'impersonale e fredda chat: a Genova in quel momento era pieno giorno, mentre laggiù, stavolta, sembrava che il sole fosse tramontato per non sorgere più. Decise di essere stringato ma sincero.
"Auguri, so che non puoi capire quanto io mi odi per non essere lì con te."

L'aveva abbandonata senza dare spiegazioni in un'altra notte complicata come questa: era fuggito in Venezuela sei mesi prima, in seguito all'accusa di essersi macchiato di un grave reato in Europa. Era colpevole.
Le autorità venezuelane avevano subito disposto gli arresti domiciliari come misura cautelare, ma poi, in un sadico gioco di rimbalzi di competenze, non avevano concesso l'estradizione all'Italia. Nei corridoi delle aule di giustizia di Caracas, si mormorava si fosse messo di traverso il Presidente Chavez in persona.
Per pagarsi da vivere, tutte le notti giocava a poker online con tutto il mondo; invece i giorni li passava tutti a dormire, un po' nel letto, un po' sull'amaca legata alle due palme nel cortile interno della sua abitazione.
Ad essere sinceri, era bravo e il giro fruttava piuttosto bene: in quel limbo, che solo lontanamente assomigliava ancora ad una vita, aveva cominciato a mettere da parte un discreto gruzzoletto.
Che non poteva andare in banca a riscuotere.

Non ricordava l'ultima volta che avesse messo piede fuori di casa.
Nell'attesa di una risposta, versò l'intera bottiglia di latte nella scodella, affogando rapidamente gli indio-cheerios e sporcando in modo vistoso il pavimento.
La chat non suonò nè si illuminò più quella notte.
Rimase così, prigioniero, a fissare il monitor, preda indifesa dell'incertezza circa la sua sentenza di rimpatrio, ma con la convinzione interiore di essere già stato condannato a sentirsi per sempre solo al mondo.

domenica, febbraio 12, 2012

Alteri, VIII parte

In alcune stanze i cicli di buio sono di un nero impenetrabile, cui gli occhi non si abituano mai.
Per una volta, è lui che apre bocca per primo. Sono immersi nell'indifferenza tra tenere le palpebre chiuse o spalancate, forti dell'unica sensazione di poggiare la parte posteriore del corpo sul freddo pavimento irregolare.

"Hai mai giocato ad un gioco di ruolo?"
"Sì, mi è successo. Fantasy soprattutto: orchi, maghi, elfi. Cose così. Perché me lo chiedi?"
"Mi sono ricordato di un compagno di stanza. Avevamo avuto una discussione sul Signore degli Anelli, o qualcosa del genere. Poi adesso mi è tornato in mente."
"Sono una cosa strana i giochi di ruolo. Io mi sono sempre divertito, ma riconosco che il merito fosse dello spirito di gruppo. Eravamo tutti pessimi giocatori, ripensandoci."
 Lo sente muoversi, dall'altra parte della buca. L'impressione, a giudicare dalla nuova posizione della voce, è che si sia messo a sedere.

Continua: "Come tutti i giochi, si presta a diverse profondità di interpretazione. Gli scacchi sono un ottimo esempio, possono essere qualsiasi cosa, da passatempo a lavoro a sport."
"Questo sembrerebbe in contrasto con quello che hai detto prima: perché pessimi giocatori? Negli scacchi c'è chi vince e c'è chi perde. Nei giochi di ruolo la vittoria è un concetto molto meno definito."
"Volevo dire che il nostro approccio era limitante: abbiamo giocato abbastanza da provare un po' tutte le combinazioni di razza, allineamento e classe dei personaggi. Ti assicuro, era divertente. Però, ripensandoci, le nostre scelte sono sempre state elaborazioni di uno schema incredibilmente semplice. Finivamo per creare ogni volta personaggi aventi aspetti che ci permettessero di collegarli a noi stessi e a parti del nostro carattere, al massimo in modo antitetico."
"Credo di capire, ma secondo te che male c'è? Insomma, dove sta la limitazione?"

La voce dell'altro si fa sempre più fioca e distante, ma intuisce che non si sta veramente allontanando.
"Erano le possibilità ad essere limitate. Anche quando ci scambiavamo i personaggi, per metterci alla prova, questi finivano sempre per essere come posseduti. Era come se cambiando il guidatore cambiasse anche l'auto."
"Quello che dici però mi sembra un po' senza senso, e sfiora il concetto di libero arbitrio. Tu stesso parlavi di possibilità illimitate, dov'è questo aspetto se neghi la possibilità che un nuovo giocatore veda opzioni prima invisibili ma comunque reali? In un gioco di ruolo ha senso che la macchina cambi."
"Ma le possibilità hanno un solo grado di libertà per essere infinite in modo coerente: essere infinite all'interno di un campo finito. Wallace aveva detto qualcosa di simile riguardo ad un campo da tennis."

Le parole ora sono come strascicate, distanti tra loro con intervalli sempre diversi. "Recitazione ed immaginazione sono cose molto simili. Noi non avevamo abbastanza immaginazione o modestia da pensare di poter essere un'altra persona o di farla agire senza vedere le nostre mani all'interno delle sue."

Si solleva a sedere anche lui, per rispondere.
"Capisco quello che vuoi dire, anche se ho giocato troppo poco e quelle poche volte non ho mai visto il problema. Forse perchè l'ho intravisto nel cinema. Credo sia il motivo per cui molto dello spettacolo ha bisogno di avere gli attori truccati per poter credere a quello che stanno recitando. Comunque è una cosa che riguarda più lo spettatore che gli attori, un problema di percezione piuttosto che di recitazione.

Truffaut lo aveva capito, ma non era l'unico. La nostra immaginazione è vittima di un mondo pittorico, fossilizzato, attaccato alle radici che la ragione, mentendo, ci chiede di non recidere per mantenere un contatto con la realtà. Un contatto forse non necessario. Non credi sia così?"
Ma l'altro già dorme.

mercoledì, febbraio 08, 2012

Lettera Ventidue

Inizia così.
Mi piace: l'odore che si sente nei distributori di benzina, le palafitte, i vinili, la colazione con le patatine fritte, portare a spasso cani non miei, le gocce di pioggia sul vetro, rimandare la sveglia, la musica dal vivo, sprecare interi rotoli di carta igienica, gli alberi che perdono le foglie, gli elenchi.
Non mi piace: addormentarmi in treno, la ciniglia, la puzza di fumo impregnata nei vestiti, l'origano sulla pizza, il sacerdote che in chiesa fa la predica, lo spremiagrumi elettrico, la pelle ruvida dopo il bagno di notte, il senso di colpa che ti assale dopo una pubblicità-progresso, il frigo vuoto, il bungee-jumping bendato, la grande bugia dei desideri e le stelle cadenti.

Mi correggo: avrei voluto iniziare così, ma il mio brillante incipit ricordava troppo un libro letto di recente.
E, soprattutto, non avevo ancora deciso chi fosse a parlare. Il mio protagonista è un bambino o un uomo adulto? Dai suoi gusti non riesco a farmi un'idea di che tipo sia: l'ho appena inventato e già mi è sfuggito di mano.

Mentre cestino senza rimpianti la mia storia, suonano alla porta; non distolgo lo sguardo dalla mia schermata, augurandomi che un altro componente del nucleo familiare si dimostri più diligente di me. Considerando che siamo solo in tre, e che Mattia non è abbastanza alto per arrivare al citofono, il cerchio si stringe prepotentemente intorno a Cecilia, che infatti poco dopo compare puntuale.
Ho deciso: sarà un bambino delle elementari.
Si trova sulla spiaggia insieme a Filippo, il suo migliore amico. I jeans arrotolati al polpaccio, camminano a piedi nudi in riva al mare alla ricerca di pezzi di bottiglia colorati: li chiamano vetrini. In cielo c'è il sole timido e piacevole di inizio settembre.

"Rosario, al citofono c'è Armando; è giù nel portone e chiede se per caso avessi voglia di scendere a fare due passi."

Ogni volta che trova una pietra, Filippo non esita a infilarla in bocca per sentire il sapore tagliente del salino sulle labbra. Agli occhi dell'amico però, finge che sia un modo per testarne la purezza: proprio come succede nei film con la cocaina.
C'è così differenza tra una passeggiata nel quartiere il mercoledì sera ed una caccia ai vetrini in riva al mare a settembre?
"Digli che scendo subito" - borbotto, contenendo a forza uno sbadiglio e spegnendo il pc; ammetto di essermi piegato alla tecnologia, ma non riesco ad abbandonare la convinzione che il computer abbia distorto in modo irrimediabile il rapporto tra l'uomo e la scrittura.
Ho la sensazione di aver ambientato al mare la mia storia soltanto per colpa di quel cartomante.

Il tempo di allacciarmi le scarpe e nella mia testa quel bambino è già cresciuto.
Non è più giorno, non c'è più il mare; ci sono le stelle e la luna piena, e un campo da tennis nella penombra. Cinque ragazzi si sono dati appuntamento in gran segreto: Camilla ha rubato un pacchetto di Marlboro Rosse a sua madre; le offre agli amici in modo appariscente. Edoardo sa di piacerle, ma, pur protetto dall'oscurità, non osa fare il primo passo. Piombo ha in testa le idee neo-fasciste di suo padre ed è il fumatore più accanito; in vacanza in Sardegna non ci voleva proprio venire e, se potesse, stanotte aspirerebbe anche l'erba sintetica del campo. Un vero peccato per lui che la superficie sia in terra battuta.
William è nato in Somalia e balla la break dance; è convinto che, a differenza dei suoi compagni occasionali, presto diventerà qualcuno.
E poi c'è lui, l'unico che ancora non è cresciuto; nel gruppo è il più basso di tutti, e quando fa troppo freddo o troppo caldo le gote gli diventano rosse come due pomodori. Gli altri lo chiamano Padreterno per colpa di quell'aria immancabile da bravo ragazzo.
Una sigaretta? Sempre no grazie.

Armando è un uomo baffuto di mezza età dall'aria simpatica e ruspante. Abita nel condominio davanti al nostro. Ha un negozio di ferramenta in un vicoletto del centro città e non è sposato; così ha molto tempo libero, soprattutto la sera.
"Come va il lavoro Rosario? Ti ho portato un regalo" - ai suoi piedi vedo un grosso scatolone avvolto in una carta beige. "L'ho trovata al mercatino la scorsa domenica e ho pensato a te; mi hanno assicurato sia ancora funzionante."

Come un bambino la mattina di Natale, non mi faccio pregare e apro il pacco con bramosia.
Al suo interno c'è una vera rarità: una Lettera 22, la leggendaria macchina per scrivere della Olivetti.

"Filippo guarda! Ne ho trovato uno rosso, rarissimo! Senti subito se è buono."
La risacca scandisce lentamente il loro presente denso di speranze.

domenica, febbraio 05, 2012

Alteri, VII parte

Ha perso il numero dei cambi di stanza. La miniera non è tanto grande quanto intricata. Nei trasferimenti si finisce sempre per passare per tre ambienti principali: l'ingresso, la sala con la macchina del caffè ed una grande stanza con una parete murata di fresco e due porte. Su una delle porte c'è una targa con scritto SALA PESI.

Il suo compagno di fossa parla infaticabilmente per ore.
"Sai perché non dobbiamo preoccuparci? Io sono già stato in un'associazione, proprio come questa. Siamo come membri di un club."

Cerca di concentrarsi sul pensiero di quella donna e della pietra che estrae dalla bocca per non ascoltare quello che dice anche se è costretto a sentirlo. Il suo compagno gli ricorda dell'esistenza della miniera, la miniera gli ricorda l'esistenza della tortura.
Si illumina al pensiero che concentrarsi sul suo ricordo non sia che un'alternativa a scavare. Una forma di occupazione suggerita, inutile ma attiva. Passeggiate per l'animo.

"Io sono stato in un club, in numerosi club. Di sicuro le associazioni non uccidono i propri membri. Sono proprio come gli uomini che la compongono, queste organizzazioni: vogliono solo sopravvivere. Per sopravvivere hanno bisogno di noi. Come farebbe un ospedale senza malati?"
Lo sguardo dell'uomo che riceve la pietra si fa più contrito e doloroso man mano che si immerge nel pensiero.
"...le associazioni intendono spesso la filantropia in modo distorto e preferenziale cosicché la struttura che permette il raggiungimento delle virtù finisce per superare per importanza la virtù stessa."

Più ci pensa, più riesce a vedere la pietra. E' lontanamente di forma ovale, grigio scuro, con striature ramate sul lato che striscia contro il labbro superiore nell'uscita. Magari si tratta di rossetto, pensa.

"Non correremo alcun rischio, perché non ci faranno portare personalmente quello che è successo qui dentro nel resto del mondo. Faranno entrare il mondo nella miniera, piuttosto. Le associazioni in genere non vogliono che il mondo sia cambiato in generale. Vogliono che sia cambiato attraverso di esse. Di qui, il proselitismo.

Questa miniera, vista con un certo fatalismo, non è niente di cui preoccuparsi. Ti spiego meglio: se resistiamo abbastanza, potremo assistere ad una delle due cose che sto per dirti.
In un caso la miniera ha successo e si propaga. Con l'arrivo di nuovi ospiti chi più adatto di noi per fare da inservienti? Saremmo eletti come migliori per prassi: per il semplice fatto di essere arrivati qui per primi. Nell'altro caso la miniera fallisce: smettono prima di darci da mangiare, poi gli inservienti cominciano a non farsi più vedere. Un bel giorno prendiamo il coraggio a due mani e usciamo. Qualunque fosse il processo di trasformazione che subiamo qui dentro, si interrompe e torniamo a vivere nel mondo esterno. In un certo senso l'opzione due è una desolante, gigantesca perdita di tempo.

Ma entrambe le opzioni ci vedono vivi. Fidati: qualsiasi sia il pensiero che vogliono farci arrivare a pensare, l'unico modo in cui vogliono che tu arrivi a formularlo è attraverso la miniera. Questo significa che quello che ci succede ora, di per se, è innocuo.
Visto che non intervieni, continuerò ancora per un pò.
Te lo dico sinceramente, se non mi fermi posso andare avanti ancora e ancora.

Tutto qui, tutto quello che ci circonda, non è tautologico per caso. - fa una pausa come rispettando, nonostante il riferimento che intuiamo essere quasi esplicito, la legge non scritta che impedisce di parlare in qualsiasi modo della tortura. Ma l'accenno all'idea di tautologia è abbastanza a far scattare qualche molla nella sua attenzione deviata. Con questo ha finalmente la certezza che la tortura sia la stessa per tutti. Quale sia la logica del ragionamento che lo porta a dire tutto questo ci sfugge, essendo appunto collegato ad una tortura di cui non sappiamo niente. - Una volta che c'è il libro o che è stata scritta la canzone, il contenuto stesso di quel libro o di quella canzone non è più importante, purché sia presente. Allora ecco lo scrivere sulla scrittura, il cantare dell'ascolto della canzone che si sta cantando."

Fa una pausa, finalmente, ma è solo per farsi più vicino.

"Lo sapevi che l'universo di Tolkien nasce da una canzone? Un universo in cui le creature stesse che lo vivono cantano. Ti dice niente? Un mondo in cui la magia spesso si esprime come canzone. Nei suoi libri compaiono tantissime canzoni e i personaggi cantando creano una strana risonanza che coinvolge anche il lettore: un'eco frattale di creazione."

Prova una strana empatia superficiale per quest'uomo, nonostante il ribollire profondo di sentimenti contrastanti. Tanto da potersi immedesimare in lui e non sapere più quale dei due abbia cominciato ad immaginare di essere l'altro.
"E va bene, cambiamo discorso Signor Silenzioso. Cambiamo ma non troppo: ti ho mai detto che ho un blog con due amici? Si chiama I tre caballeros."

giovedì, febbraio 02, 2012

Alteri, VI parte

Quando si rannicchia sul fondo della nuova buca cerca di non pensare più alla tortura. L'altro occupante trema in un angolo del ciclo di luce con le mani nere di terra. Fissa la parete con le mani dietro la schiena e non si volta mai per guardarlo.
Sta cercando di immaginarsi come potrà raccontarla una cosa così. Una cosa chiara come quella che gli è successa.

Gli riappaiono come più veri del vero ricordi ormai non più suoi, diapositive mentali evocate da libri di fantascienza, paesaggi alieni fisicamente impossibili, le tavole di Lopez dell'Eternauta, una sorta di cartolina animata di una piovosa mattina al chiuso passata a spiegare perché mai Manzoni millantasse di non aver scritto lui il suo romanzo.
Con uno spasmo si contrae per poi sdraiarsi.

Quello che ha vissuto gli dà le vertigini solo a ripensare che sia successo. Come fa uno a spiegare qualcosa di impossibile che gli è accaduto veramente, senza avvalersi di un contatto verbale o scritto per cui, quando uno sostiene di essere sincero, ha comunque la possibilità di non essere creduto?

A cosa servono parole come verità se uno in cuor suo sa che l'altro, per scelta o per errore, potrà non intendere lo stesso significato con cui le dice? Non poter essere sicuro che gli altri abbiano la certezza che hai tu delle cose che hai vissuto o ti è sembrato di vivere.

Ha sempre reputato difficile giudicare la veridicità o l'irrealtà di un'evento, ma ora l'esistenza stessa di un fatto personale gli sembra qualcosa di indimostrabile ed incondivisibile. Si sente come richiamato da un elastico lontano da qualunque orecchio diverso dal suo.

Immagina di raccontare la tortura ad un ascoltatore impersonale, ideale e sconosciuto. Mentre riepiloga la vicenda gli sembra di essere lui, quell'ascoltatore. Qualcuno che non ha assistito ad un evento così radicale da appartenere ad una realtà non tanto diversa quanto precedente a quella in cui ora sa di trovarsi, ma in cui ancora non si sente. Come uno che, distratto, si fosse perso un passaggio.

Gli tornano in mente i due gemelli usati da Einstein per spiegare la relatività: non sa quale sentirsi dei due. Il silenzio tombale della miniera è rotto soltanto dai singhiozzi del suo compagno di voragine. Che cosa sia successo nella sala delle torture, per ora, non ci è dato nemmeno immaginare.