lunedì, novembre 01, 2010

circumnavigazione della fine del mondo

Si faceva chiamare Doris, come sua madre.
Eppure a parlarci era lei, sepolta in piedi dentro la massa gelatinosa dell'alieno.
Sospesa pronunciava di tanto in tanto parole rassicuranti di spiegazione, esprimendosi come poteva, mentre fianco a fianco procedevamo per il lungo corridoio.
Cercando forse di spiegarci i complicati componenti della nave mentre vi passavamo accanto.

Sembrava molto difficile per l'alieno tradurre attraverso Gilda tutto quanto, come un ospite modesto, straniero e poverissimo. Dai pori sul bordo del suo mantello di peli gelatinosi si susseguivano lenti fischi simili a lamenti d'oboe. Persistenti come un profumo sonoro, sembravano l'espressione di uno sforzo simile all'ansimare di un cane o alla ventola di un calcolatore.
"Puoi smettere di illustrarci la nave, se ti costa fatica."
"Non è doloroso, solo complicato." Fu la risposta.

Ruth mi guardò attraverso la semitrasparente presenza di Doris: non aveva più pronunciato parola. Io e l'alieno avevamo tenuto in piedi la conversazione attraverso la traduzione incosciente di Gilda.
Era uno sguardo penetrante e freddo, che continuava a ricordarmi quello che aveva detto quando l'alieno ci aveva detto di chiamarlo come la madre di Gilda: Doris.
"Io non so come si chiamasse veramente sua madre. In effetti non so niente di lei. Dobbiamo leggere tra le righe. Il modo in cui si esprime nel linguaggio che conosciamo è attraverso ciò che Gilda sa. Ci sono troppi intermediari in una conversazione così. Non sono tranquilla."

Però eravamo saliti sulla nave. Perché Gilda era lì, partita e intrappolata come volontaria. In un alieno che si faceva chiamare come sua madre. La sua presumibilmente morta madre. La donna che l'aveva portata dentro di sé nove mesi terrestri. La sua incoscienza si bilanciava con la primitiva diffidenza di Ruth.
Aveva fatto bene a fidarsi così? A concedersi all'alieno?
Forse era solo una forma di predatore estremamente cortese, che intratteneva le sue vittime prima di divorarle. Un cattivo di serie B che spiega il suo piano prima di infliggere il colpo finale.

"Siamo arrivati"
Tranne il fatto che lievitasse nella gelatina turbinante di quell'essere non c'era niente di strano in Gilda. Teneva gli occhi apertissimi e sempre in movimento come suo solito. Disse:
"Ecco la pedana di comando:"
Fece una pausa, concentrandosi. Cercando con gli occhi verso l'alto le parole più giuste. Un concetto che si sarebbe perso tra corde vocali che non potevano pronunciarlo.
"salga solo chi è giusto."
E se chi fosse salito non fosse stato giusto? Sarebbe stato punito? O si trattava di un'espressione formulare, uno stereotipo, una password, un rito, un avviso altisonante, un "attenti al gradino" spaziale?

La frase evocò in noi il giudizio ed il terrore di essere giudicati. Secondo quale misura?
Il timone della nave era una bilancia?
Le nostre anime non sarebbero mai state pronte a qualunque interrogatorio: travisai ogni possibile significato e presi il comando delle stelle.

2 commenti:

Stephen Hawking ha detto...

a cosa ti sei ispirato?

duzitoga ha detto...

Thank you for sharing the info. I found the details very helpful.

paxil