venerdì, maggio 08, 2009

plum cake (la madeleine de no atri)

Devo avere otto o nove anni, è una grigia mattinata piovosa.
Nel pomeriggio farò merenda, guarderò i cartoni animati, mi spaventerò senza motivo e dormirò il sonno misterioso dei bambini. Al momento, sono al telefono con Zeus, ci diciamo cose, parliamo.
Sono improvvisamente nel bosco, ho sedici anni o giù di li', torno dal fiume a torso nudo, indosso una lunga sciarpa giamaicana. Rido, vedendomi cosi', e mi giro sentendo quelle risate dietro di me.
Sono in ospedale, un'anestesista dai grandi occhi blu mi chiede se sento qualcosa quando mi tocca la gamba. Non sento niente.
Mi risveglio dall'anestesia, siamo due o tre anni nel passato, non ricordo molto bene, sono in una clinica questa volta, non diversa dall'ospedale di prima. Sto leggendo il grande Gatsby. Ora sono sufficientemente lucido da capire che non mi ricorderò niente se leggo adesso, subito dopo, ma sarà come averlo letto da addormentati. Si potrà poi leggere dormendo? Sarebbe una soluzione. A cosa? Ma non mi importa nulla. Sto dormendo sulla spiaggia e la mia unica preoccupazione è quella di perdere il traghetto. Mi alzo che sto ancora dormendo, tiro una capocciata, ma questo non posso ricordarmelo! Come faccio a saperlo? Rimonto sul letto a castello tra gli insulti, la gente vuole dormire, chissà cosa ho sognato. Forse ho parlato nel sonno. Rimetto la testa sul sacco a pelo, cercando di prendere sonno, mi concentro sulla lucina rossa degli alberghi, anni dopo capirò che si tratta del condizionatore. O di qualcos'altro, comunque ero stato io a capire dove stava l'asse da stiro, anche se ormai dovevamo tornarcene a casa. Come quella volta in pullman, che la prof di italiano mi raccontava della bellezza del silenzio degli innocenti. Sette mesi dopo, cinque giorni prima, un'estate fa. Sento che mi sto osservando, dalla parte sbagliata di un armadio-specchio. E' fessurato, e la mia immagine si triplica, volteggia come una falena verso le fessurine di luce che vedo al...e pisto mi racconta, alla fermata dell'autobus, di quello che mi succederà. Sono pochi i profeti che se la son sentita di dire qualcosa su di me, li guardo, incollando tra l'oro sguardi dati con occhi diversi, uno in particolare è piuttosto corpulento, parla di rane che avevano ingoiato monete, di rame. Una storia ironica. Sono finalmente arrivato alla seconda boa, da solo, una bracciata dopo l'altra, guardando continuamente sott'acqua terrorizzato dalle meduse e salgo, sotto di me, il buio delle posidonie. 

3 commenti:

m.pisto@alice.it ha detto...

quel bus non è mai passato, i bus passano una volta sola, i treni son sempre in ritardo

Bacci ha detto...

sono stato testimone inconsapevole di praticamente tutti questi momenti... anzi è facile che nel mentre ti prendessi pure in giro..povero il mio fratellino!

L' Irreprensibile ha detto...

Come hai fatto a non sentire nulla quando l' anestesista dagli occhi blu ti ha toccato