martedì, settembre 15, 2020

To greeble a mockingbird

Sono le nove meno un quarto e l'estate non ha ancora deciso quando finire. Ogni tanto gli alieni ci scrivono per sapere cosa faremo, durante le feste. Ci guardiamo, leggendo il messaggio allo stesso tempo, sapendo di non avere troppa voglia di dedicare loro altro spazio.

All'inizio c'era stata una certa euforia: i media, l'attenzione, la curiosità. Ma poi gli alieni sono tornati e non per portarci via con loro. Volevano solo essere nostri ospiti. Scoprire tutto di noi, visitare i luoghi della nostra vita.

Questo ci ha costretti a ripensare alle nostre priorità, alle nostre intenzioni. Ci siamo scoperti molto più umani di quanto avremmo pensato. Adesso, certe volte, mi vengono gli occhi lucidi quando guardo un poster motivazionale, perché il pensiero di potercela fare porta con sé un romanticismo che non riesco più ad abbracciare con lo sguardo.

Dove sono finite le smanie che mi guidavano un tempo? La voglia di avere una cosa per primo, di farla per primo? Ora che riesco a sentire i confini dell'universo mi sembra che qualsiasi insieme sia troppo grande per escludere qualcosa al di fuori di sé. 

Ma gli alieni sarebbero potuti anche essere dei gatti, se solo si fosse trattata di una forma di interazione nuova con loro. Tutto questo sarebbe successo anche se i gatti avessero improvvisamente cominciato a parlare, perché penso che si sentirono così anche le prime persone che addomesticarono i lupi per vivere insieme a loro.

Esiste un'innocenza sostanziale, nascosta tra le pieghe di quello che definiamo normale, di cui alcuni vivono la fatale rottura. Perché una volta che quella cupola si incrina non è una liberazione, ma una prova degna dei più impavidi degli eroi. Dopo la rottura arriva una progettazione tormentata, cui segue un faticoso lavoro edilizio per erigere un nuovo igloo, più grande del precedente, nel tentativo di ricostruire un dentro più grande, sapendo di non poterlo fare tanto grande quanto dovrebbe esserlo; senza più avere fiducia nella differenza tra dentro e fuori.

Solo le persone ci tengono uniti, incapaci di dissolverci, solo le cose che le persone dicono e fanno, solo le cose che sussurrano mentre guardano il cielo, non sapendo cosa contenga agli occhi dell'altro. Perché esisteranno sempre un dentro ed un fuori tra due persone, specialmente tra quelle che si vogliono bene.

martedì, luglio 28, 2020

Gli altri undici


Candela rossa: non si può attraversare, non ancora.
Annusando l'aria, mi accorgo di non farlo mai ed anche adesso, certamente, è solo per posa - per darmi un tono - per non sentirmi stupido nel rispettare gli ordini di una lucina.

I semafori sono uno degli ultimi luoghi delle nostre città ad essere rimasti stupidi. Ci sarebbe il modo di sincronizzarli alla necessità effettiva, al bisogno estemporaneo ed effimero del qui-ed-ora, ma non si fa. L'equilibrio dei tempi tra uomini e macchine è questo e non sarà la nostra generazione a cambiarlo: avremo prima macchine intelligenti di intelligenti attraversamenti.
Questo, intendo questo bisogno di mettere in commercio tante cose per l'acquisto di molti contrapposto alla volontà di produrne poche per l'utilizzo di tutti, significa forse che il cuore del capitalismo batte ancora, forte, nel nucleo frammentato di un occidente che ormai esiste soltanto nei poetici allarmi del giornalismo dei trafiletti, titoli per articoli che non vengono letti nemmeno dai bot che li compilano.

I luoghi stupidi o meglio i luoghi scemi, lo sono in quanto privi di cose da fare. Non rimane allora che osservare sé stessi - pratica pericolosa, sconsigliata, comunque spaventosa nel migliore dei casi - oppure gli altri. Ecco, gli altri. Che individui bizzarri. Sono pieni di cosette inutili, cianfrusaglie che si trascinano dietro nonostante siano sporche e puzzolenti.
Come quella gente che nel 2020 ha ancora un blog, roba da pazzi.
I semafori sono l'occasione per guardarli, magari cercando avidamente due belle gambe in quel mucchio di carne. Ricorda: amare le gambe, ricordarle nei tuoi scritti, non ti rende uno scrittore. Però bisogna notare che tutti gli scrittori, almeno quelli che hanno la pretesa o il bisogno di affrontare i temi dell'eros, scrivono delle gambe. Principalmente, credo che questo accada perché parlare delle tette è considerato infantile e trattare del culo sconveniente, a causa del fatto che lo possiedono sia gli uomini sia le donne. Sì, anche gli uomini hanno le gambe, ma quelle non contano.
Osservare gli altri ti porta a fare considerazioni di questo tipo. In queste occasioni la mente è libera di vagare, curiosa, perché degli altri non ti interessa niente e sei disposto a guardarli come se fossero foglie in attesa di cadere. Così li guardiamo, tutti, i belli e gli storpi, gli avari e i corretti, cullare le loro idiosincrasie come se fossero sacre, come se avessero un valore; mentre per noi sono soltanto un paesaggio, aspettando il verde.

Candela verde: è il momento, puoi attraversare!
Il condizionale del semaforo si manifesta specialmente nella concessione del transito: ti viene data come un'ultima possibilità di rinunciare. A cosa poi?
Mi domando spesso se gli oroscopi abbiano un fondo di verità e la risposta è sempre che la verità degli oroscopi è tutta quella che intendiamo dare loro. Come l'effettiva convenienza degli sconti al supermercato: nel marasma lavico della relatività, conta solo quella che gli attribuisci.
Bisognerebbe leggere gli oroscopi di tutti i segni meno il nostro, cominciando dal Capricorno, ossia da quello che viene letto solo e soltanto dai nati sotto le sue buone stelle, perché tutti gli altri non si sono mai interessati a capire cosa cazzo fosse, un Capricorno.

domenica, luglio 19, 2020

Birdwatching



Di tanto in tanto escono sul balcone con grandi bicchieri d'acqua gelata tra le mani. Spesso la condensa è tale da bagnarle, specialmente quelle di lei, tanto che quando inavvertitamente le posa sul vestito rimangono impresse macchie di umidità, come arcipelaghi visti dallo spazio. Parlano tra loro, a bassa voce, con lo sguardo perso tra le fronde del cedro.

Ieri c'erano amici a cena da noi. Scherzando, hanno chiesto quale fosse il loro appartamento: siamo tutti curiosi allo stesso modo. Anche se qualcuno ha detto che sarebbe stato più giusto definirla invidia, invece di curiosità. Abbiamo mangiato e bevuto senza più rivolgere uno sguardo a quel balcone, un piano più in alto del nostro, come se non fosse il polo della nostra attrazione. 

Oggi sono da solo. Esco sul balcone con un bicchiere: acqua e menta, per distogliermi da questo caldo urbano, rarefatto e senza passione. Faremo installare un condizionatore, appena ce ne sarà il tempo. Vedo soltanto le loro persiane, chiuse. Non possono essere andati via, perché non gli è permesso. Dare i domiciliari alla coppia di chimici che sintetizzava una droga che trasforma in uccelli sembra una forma di contrappasso imperfetta e confusa. Il cedro in mezzo al cortile si inchina, spinto dal calore, come a volerci dividere.

Domani partiremo per le ferie. Ci mancherà lo spettacolo rassicurante dei nostri misteriosi vicini. Non avremo più i loro presunti segreti ad intrattenerci, soltanto la calma serietà delle montagne. Chissà, magari un tempo erano uccelli anche loro.

lunedì, giugno 01, 2020

Sistemi non solari

Alzo la cornetta, scettico. Penso fra me: questa deve essere tutta una farsa.
Il display recita: medico, divorziato, hai un gatto.
Non riesco ad immaginarmi con un gatto e mi chiedo cosa compaia sul display dall'altra parte del filo.

Dietro ho una lunga fila di uomini e donne come me, in attesa di passare il loro tempo appesi a questo telefono dell'anteguerra. Facce stanche, morte di noia. Occhi distratti oltre una misura che nemmeno gli schermi che li illuminano riescono a colmare. Non siamo più abituati a stare in fila ma il bisogno di accedere a questa nuova invenzione è più forte di qualsiasi pretesa di comodità.
Una questione di domanda ed offerta.

Dico: pronto?
Sento respirare, ma non risponde nessuno.
Pronto? Ancora niente.
Riattacco.
Ho ancora qualche minuto, non è possibile che nessuno mi risponda.
E' la settima volta che vengo qui senza che mi risponda nessuno.


C'è una leggenda metropolitana secondo cui l'inventore del telefono interdimensionale, a metà degli anni '90, consegnò la sua invenzione ai governi mondiali con la preghiera di farne un uso migliore del suo. Pochi giorni dopo, prima che quelli capissero cosa avessero ricevuto, il vecchio morì senza lasciare una sola spiegazione della sua invenzione.

Faccio un altro numero.
Stavolta il display mostra: professore, non abiti più in Italia, ti piace pescare.
Davvero, chissà cosa dice di me il display dall'altra parte. Non riesco ad immaginare cosa possa spingerli tutti a non rispondermi niente. Nemmeno un "pronto"; sono un vero cafone.

Passarono lunghi anni durante cui i governi mondiali, in gran segreto, cercarono di capire come trarre un profitto da quel telefono magico che permetteva di parlare con una versione alternativa di sé stessi. Tuttavia, il tempo passava senza che si riuscisse a capire come costruire una fortuna da quella miriade di informazioni. I coriandoli di realtà provenienti dalle altre dimensioni non erano che parti di un tutto già avvenuto, troppo diverso dal nostro per potersi rendere utili nella pratica. 

Ecco. Stavolta non dico niente. Aspetto e parlo per secondo. Almeno "pronto" voglio sentirmelo dire. Ti sento respirare, dannazione. Rispondi.
Rispondi.
Niente. Un altro buco nell'acqua di un'altra dimensione.
Esco dalla cabina per lasciare il posto ad una ragazza col raffreddore.

Finalmente, dopo essersi arresi all'incapacità di capire la teoria alla base del telefono interdimensionale, i potenti della terra si limitarono a replicarlo per installarne tante copie in tutto il mondo e permettere così ad ogni essere umano di misurarsi con le versioni alternative di sé stesso. C'era chi lo definì un "pericoloso benchmark psicologico" e chi disse che "rendeva inutile vivere", ma in definitiva il telefono interdimensionale non cambiò molto la vita degli esseri umani.

Alla fermata dell'autobus incontro di nuovo la ragazza col raffreddore che stava dietro di me nella fila. Guarda nervosamente lo schermo del telefono, confusa.
Ho voglia di fare due parole.
- Ciao, le dico. Cosa raccontano le altre te?
Lei fa spallucce.
- Non lo so, stavolta è stato strano. Di solito venire qua mi serve, mi chiarisce le idee. Sai no?
Faccio un cenno per annuire, come se avessi idea di quello che mi sta raccontando. In questo momento vorrei essere lei.
- Però stavolta è stato molto strano. Sul display c'era scritto solo: "non rovinare tutto". Ho letto quelle parole e non ho più saputo cosa dire. Sono rimasta ferma lì, mentre dall'altra parte continuavo a ripetere pronto? pronto? come un pappagallo isterico. Così ho buttato giù. Secondo te cosa vuol dire?

sabato, gennaio 18, 2020

Lifting

Erano da poco passate le sette: ritornò in camera sentendo ancora una volta quell'odore dolciastro di chiuso e tic-tac, esattamente come quando era entrato per la prima volta, quel pomeriggio. Lo annoiava l'idea di essere stato preso in giro: doveva trattarsi per forza di una stanza per fumatori, anche se aveva chiesto espressamente il contrario.
In fondo, perché arrabbiarsi con quell'albergo di terza categoria? Non ci avrebbe nemmeno dormito, su quel letto color cartone. Bussarono alla porta, che subito aprì facendo entrare le due ragazze che aveva conosciuto quel pomeriggio. Facce già viste in città, con cui però non aveva mai parlato prima.
Quella che gli era sembrata più carina, ora era meno bella; mentre la meno carina, illuminata dalla luce morbida della plafoniera, gli ricordò di un vecchio film: un'attrice di una bellezza passata.
Immaginò, per un breve attimo, di passeggiare con lei, in salita, cercando un tavolo per la loro casa in affitto, con i cappelli calcati sugli occhi per non lasciarsi spettinare dal vento gelato.


- Allora, lo avete portato?
Quella che subito gli era sembrata più carina tirò fuori dalla tasca una bustina trasparente, con dentro una pillola, mentre l'altra guardava fuori dalla finestra.
- È il quarto piano, non hai trovato nient'altro?
Lui si soffiò il naso, prima di rispondere.
- No. Bene, i soldi sono nella giacca. Prendeteli pure.
- Ok, allora noi prendiamo e andiamo.
Guardò meglio la ragazza che subito gli era parsa più bella. Aveva profondi occhi nocciola, che socchiuse cercando la mazzetta di banconote dentro alle tasche. Erano arrossati: troppa polvere.
- No, un attimo. Aspettate che faccia effetto.
Scrollarono entrambe le spalle.
- Ok.
- Ok?
- Ok.
Inghiottì la pillola. Aprirono la finestra e subito entrò una brezza leggera.
Avrebbe voluto ringraziarle, ma non ci riuscì: aveva già cominciato a rimpicciolire. La più carina alzò la maglietta, caduta nei pantaloni e sopra alle scarpe come un sacchetto di plastica, svelando un piccolo pettirosso. Il piumaggio gonfio, lo sguardo fiero ed impaurito allo stesso tempo, le gambe come insetti muti e tremanti. L'uccellino salì sul suo dito. Lei lo accompagnò alla finestra, mentre l'altra lo proteggeva dalle raffiche come la fiamma di un accendino scarico.
- È il momento: salta!
Ma non saltò. Almeno, non subito.

lunedì, gennaio 06, 2020

Goldscope: licenza di eccedere

James si accorse che la lampo dei suoi pantaloni era abbassata un attimo prima che l'Ambasciatore si avvicinasse per presentargli il suo obiettivo, ossia troppo tardi.
Madame Susan Von Chemenate non era soltanto la più ricca ereditiera della sua piccola nazione arroccata sulle gelide montagne del Continente, ma anche - stando al rapporto dell'Agenzia - la mente geniale dietro alla scoperta del segretissimo Siero della Serietà.


- Ambasciatore, è sempre un piacere rivederla, ma questa sera il piacere è doppio, grazie alla sua bella compagna.
- Eh James, vecchio mio, anche se vieni da una delle nostre fottute colonie devo ammettere che sei uno spasso. Ti presento Madame Von Chemenate.

L'Ambasciatore era solito dare del tu alle persone che considerava inferiori e James non faceva eccezione. Aveva ottenuto la posizione di Ambasciatore per i suoi meriti, come mediatore e come leader, ma attribuiva erroneamente il suo successo all'essere un razzista convinto, convinzione che col tempo era stato portato ad accrescere ed esternare in pubblico, senza minimamente scalfire ed anzi migliorando la sua posizione, rafforzando definitivamente le sue teorie. Probabilmente, in una certa misura, l'Ambasciatore aveva ragione.

Il baciamano di James fu impeccabile, come sempre, ma l'attimo di prostrazione lo portò a ripensare a quella lampo rimasta aperta, turbandolo intimamente.
- Cadissimo James, sono mesi che cedco di fade la sua conoscenza. E' un onode avedla qui.

L'ereditiera non aveva un vero difetto di pronuncia: era semplicemente ubriaca. Bastava un niente per mandarla su di giri. Il rapporto dell'Agenzia diceva che questa sua debolezza era la causa che l'aveva portata a studiare il Siero della Serietà. Eppure, non poteva trattarsi di una semplice reazione alla sua condizione. Qualcosa doveva averla indotta a farlo: forse la morte del marito? Difficile a dirsi.

Un cameriere sgattaiolò alle loro spalle durante i convenevoli ma senza sfuggire all'occhio allenato di James: perché non si era avvicinato per offrirgli delle tartine?
Il Maggiore Giorenson si era a lungo dilungato, durante i corsi di addestramento, su cosa significasse essere una buona spia:
- Non crediate che essere una spia significhi cogliere qualcosa in più o meglio degli altri. Spesso si tratta soltanto di avere lo scopo giusto, nel posto giusto, al momento giusto. Questo vale per ogni lavoro e infatti vale anche per lo spionaggio. Noi vi daremo gli scopi da perseguire e vi metteremo nel posto giusto al momento giusto: allora, sarete spie perfette.

Con la scusa di salutare una vecchia conoscenza, James si immerse tra le persone brille e altolocate che popolavano la sala. In realtà, nulla poteva far trasparire la loro effettiva posizione sociale se non la loro stessa presenza a quel ricevimento. Erano facce normali, con normalissime barbe da radere, borse sotto agli occhi, smagliature e labbra rifatte. La fine dell'aristocrazia aveva enormemente complicato le cose. Non era sparita, era solo finita: i giochi erano fatti, le posizioni prese, i titoli assegnati. James era solito pensare che i ricchi fossero ormai stati scelti e che bisognasse rassegnarsi a considerarli tali, da qui all'eternità. I membri di questo popolo eletto avevano già dovuto rialzarsi troppe volte da crociate fallite - crociate fatte per arricchirsi di più, ovviamente - per poter ammettere ulteriori parvenu tra le loro fila che li aiutassero nella risalita. Era il loro beneamato turno di rilassarsi, mettere il pilota automatico e vivere le noiose vite normali che avevano sempre e solo potuto invidiare. Una lunga, meritata, vacanza da tutte le cose brutte che la riccanza aveva sempre dovuto significare: apparente integrità morale, autorità sociale, responsabilità economica ed invidiabile edonismo sfrenato.
Chiudendosi finalmente la lampo, James decise di interrompere quell'annebbiato flusso di pensieri per dedicarsi completamente alla missione.
Si fermò solo un momento, per non destare troppi sospetti nell'inseguimento di quel singolare cameriere, ad ammirare una grande vetrata affacciata sulla notte. Stava nevicando: da qualche parte, oltre quello schermo di fiocchi illuminati dai fari del castello, oltre il buio totale di una luna soffocata da spesse coltri di nubi, dovevano esserci quelle montagne alte e gelate per cui la zona era famosa. Montagne che avrebbero per sempre protetto la nazione, le persone al suo interno e ciò che rappresentavano. Quelle stesse montagne erano, in effetti, la stessa cosa che stavano proteggendo da tempo immemore: lo status quo.

James udì un rumore sospetto e si precipitò nella sala attigua, giusto in tempo per veder sparire il frac del cameriere oltre alla porta seguente. Lo inseguì in un corridoio, quindi in un grande salone addormentato, tra mobili salvaguardati dalla polvere mediante grandi teli, bianchi ed immobili come vallate dopo una lunga nevicata. Il cameriere sembrava distaccarlo sempre più. James fece spazio nella sua mente per concentrarsi sull'obiettivo: raggiungerlo e capire il suo livello di minaccia. L'intera operazione poteva essere compromessa se il suo avversario fosse stato interessato al Siero della Serietà e lo avesse trovato prima di lui. James scese tre rampe di scale ed entrò in un nuovo corridoio, quindi attraverso altre scale fino a raggiungere una vecchia biblioteca.
Le tende erano tirate. Le uniche fonti di luci erano i segnali verdognoli delle uscite di sicurezza, resi obbligatori nella nazione in tutte le stanze contenenti duecento o più libri da una folle ordinanza del 2003. Un consulente dell'Ambasciatore gli aveva in effetti consigliato di far rilegare i libri tra loro, aggirando così la normativa per diminuire il numero di libri ed evitare i lavori.
L'Ambasciatore, forse perché la normativa aveva una valenza di sicurezza, forse perché il consulente era italiano o forse perché aveva idea di quanto costasse far rilegare un libro, non ascoltò il consiglio.

Ah, l'Italia: a James non poteva che scappare un sorriso al suono di quel nome. Che paese meraviglioso ed assurdo, inconcepibile se non fosse esistito, fiorito come un fungo prelibato dal suo stesso marciume come a dimostrare che davvero, nel mondo, ogni cosa fosse possibile. La madre di James era Indiana, ma suo padre era Italiano. Forse, per questo motivo, James pensava che il consiglio del consulente non fosse poi tanto male. Suo padre aveva avuto successo nella terza età dell'oro di Bollywood recitando come il cattivo di una fortunata serie di film di fantascienza ambientati in Antartide, ma erano fatti di molti anni prima: da tempo infatti trascorreva le sue giornate nel Sussex, insieme alla madre di James, bevendo tè nella convinzione che il figlio si occupasse di orologi di lusso.

Il cameriere non poteva essere altrove: la biblioteca non aveva altre porte se non quella da cui era venuto. Una pendola fuori posto attirò la sua attenzione: sembrava nascondere un passaggio segreto e James, dopo averla fatta ulteriormente scorrere contro il muro, decise di entrare. Il passaggio era molto buio e scendeva lentamente a chiocciola con radi gradini. Decise di farsi luce con il telefono, scoprendo così di non avere campo. La batteria era al nove percento. Scese ancora, cautamente, fino a quanto non sentì il passaggio della pendola richiudersi con fragore. Allora risalì correndo, fino a battere con i pugni contro la pendola chiusa ed immobile.
- Urla quanto vuoi, spione - disse il cameriere, ghignando dall'altra parte -  qui non ti sentirà nessuno. Vedrai che bellezza quello che troverai alla fine del passaggio...il Goldscope sarà soltanto mio! AHAHAHAHAHA!

Goldscope? James non riusciva a capire. Si sentì girare la testa. Per la prima volta nella sua lunga carriera sentì di essere spacciato. Non spacciato del tipo che poi le cose si risolvono con un colpo di scena, spacciato del tipo che è meglio mettersi seduti e cercare una via d'uscita con tutto l'ingegno possibile.
Così fece.
Non c'era niente, nel rapporto dell'Agenzia, che accennasse al Goldscope. James sapeva soltanto di dover recuperare il Siero della Serietà, questo era il suo scopo. Non riusciva a capire cosa fosse e cosa signficasse il Goldscope. Forse erano soltanto due nomi diversi per la stessa cosa, forse aveva solo sentito male.
I suoi rudimenti di Italiano si fecero largo nel subconscio fino a tradurre "Gold" con "oro". Goldscope, oroscope. Oroscopo. L'osservazione dell'ora. Poteva essere l'osservazione del subito, l'osservazione dello stato delle cose. L'aderenza ai dati di fatto della realtà. Strano, pensò, che una disciplina tanto screditata dal mondo accademico potesse poggiare su così solide aspirazioni: l'osservazione delle cose reali.
Una persona seria non avrebbe fatto congetture, non avrebbe fatto ipotesi sul futuro ed il suo contenuto, si sarebbe semplicemente attenuta al presente per viverlo. Il goldscope, l'oroscopo, il siero della verità: doveva essere tutto la stessa minestra.
Come avrebbe potuto aiutarlo, quell'informazione?

Decise di provare a scendere ancora, giù per il passaggio segreto, ma sembrava che la discesa non dovesse finire mai. Infine, anche il suo telefono si spense. Non c'era più luce, tanto meno quella delle stelle. Gli mancava l'aria e sentiva sempre più i suoi ragionamenti farsi leggeri, ironici, quasi volutamente stupidi; come incuranti del pericolo che stava correndo.
Si sedette ancora sull'ennesimo gradino: avrebbe avuto tutto il tempo che voleva per studiare dodici segni nuovi di zecca e divinare l'oroscopo per ciascuno di essi.
Per il suo segno, l'Agente Segreto, avrebbe riservato le più rosee tra le previsioni.

lunedì, dicembre 30, 2019

Gangblend

Petroni aveva la bocca impastata, per cui decise di bere un bicchiere d'acqua prima di andare ad aprire la porta.
Non aspettava visite.
Quel trillo prolungato, udito così raramente, gli ricordò non solo di possedere un campanello ma di avere anche una casa e di averci vissuto da più di quattro anni.
Magari era uno dei suoi figli. Non erano mai stati in quella casa; almeno, non fisicamente. Solo le loro voci e le loro immagini, per gentile concessione dell'onnipresente tecnologia, avevano abitato quegli ambienti insieme a lui.
I loro corpi non sarebbero mai potuti stare tutti insieme, in quella casa, come ai cosiddetti "vecchi tempi". Sarebbero in realtà dovuti essere "bei vecchi tempi", ma Petroni era uno che trattava i ricordi con troppo rispetto per lasciare che si edulcolorassero col passare del tempo. Non sarebbe stato possibile radunare sotto quel tetto tutti i suoi figli e le loro famiglie nemmeno se le sue tre ex mogli si fossero state simpatiche. Eppure, c'era stato un tempo in cui la sua casa era stata grande, con molte stanze ampie e abitate, perfino traboccanti di vita. Poi, con il tempismo proprio dell'Algoritmo, i suoi figli erano volati via verso i loro incarichi e lui, proprio come loro, aveva seguito ancora una volta strade nuove.

Petroni pensava che il mutare dei suoi spazi avesse sempre seguito un andamento estremamente naturale. Nei suoi ragionamenti prima del dormiveglia, si vedeva come un airone appoggiato al ramo di un grande albero. L'airone, per distrarsi dal freddo del solstizio d'inverno, ripensava ai suoi nidi passati, riuscendo quasi a vederli e a risentirne il calore sotto le piume. Quando Petroni si addormentava il ragionamento diventava sogno, facendo volare l'airone in cerchi sempre più grandi.

Un cartello vicino alla porta recitava: "tutto accade attraverso l'Algoritmo".
Non si trattava davvero di un cartello, ma della foto di una scritta su un muro assolato che Petroni aveva scattato tanti anni prima.
Non era nemmeno quella la scritta: sul muro c'era un ideogramma il cui significato era stato tradotto da una bella ragazza che faceva loro da guida, quel giorno. Petroni ne era rimasto molto affascinato e spesso ripensava a quella mattina: il sapore dei datteri, in particolare, sembrava non volerlo lasciare.
Tutte le mattine, Petroni guardava l'ideogramma senza vederlo, leggendone solo il significato attraverso le lenti del suo ricordo: non avrebbe saputo riprodurlo nemmeno sforzando la sua memoria al massimo. Come la sua faccia al mattino, davanti allo specchio, l'ideogramma era diventato un fondale su cui distinguere, solo ogni tanto, impercettibili differenze: un capello bianco, un granello di polvere sulla cornice, una nuova ruga.


Petroni richiuse la porta alle spalle della ragazza: il colloquio si era protratto fino a tarda sera e adesso avrebbe ordinato volentieri una pizza, anche se concentrarsi sulla cucina sarebbe stata un'utile distrazione dopo tutte quelle domande. L'intervista era durata più di tre ore e lei non aveva accettato nemmeno una tazza di te.

Mi parli di Curzio, cosa può ricordare di lui? 
È per una ricerca. 
Si senta libero di raccontare le cose come le vengono in mente, nell'ordine che preferisce.

Non era la prima volta che l'Algoritmo poneva questo tipo di domande attraverso ai suoi emissari e non era la prima volta che questi si rivolgevano a Petroni per cercare una risposta.
Qual'era la storia che l'Algoritmo cercava di ricostruire, o forse di raccontarsi, riguardo a Curzio? Qualsiasi fosse, doveva certo essere una storia ormai sgangherata e contorta, ridotta a brandelli dalle conferme e dalle smentite di cento altre persone che, proprio come Petroni, avevano incontrato quel giovane sulla loro strada, per non parlare delle diverse interpretazioni che quelle stesse persone avevano restituito negli anni per completare o smontare le loro storie.
Sembrava essere semplicemente un grande casino, che forse nemmeno l'Algoritmo avrebbe capito.

Petroni andò a stapparsi una birra.
La sua fede nell'Algoritmo stava forse crollando? Poteva anche essere.
Eppure, l'Algoritmo doveva aver sempre operato così, elaborando innumerevoli informazioni grossolane, contraddittorie e confuse. Storie raccontate da bocche diverse, in tempi diversi, con diverse visioni del mondo e dei suoi abitanti. C'era così tanto da scremare per poter far riemergere la Verità, ossia gli eventi che davvero si erano consumati da quando Curzio aveva preso la porta per cercare Violet, dovunque fosse finita.
L'Algoritmo doveva aver sempre operato così, nell'ombra, come un fabbro pazzo e operoso, che martellando infaticabile crea strumenti più armoniosi e perfetti tanto dei suoi martelli quanto di sé stesso. La Perfezione Iterativa, che tutto macina senza comprendere, perdonando agli eventi di essere brutti ed inutili, strangolandoli nella sua morsa senza fine per ricavarne un balsamo impossibile: l'olio della realtà.

domenica, novembre 24, 2019

Orange country

Aveva appena smesso di piovere.
Lisa guardò le lancette, senza leggerle davvero: qualsiasi ora fosse, mancava ancora troppo tempo al tramonto.
Sarebbe dovuta salire al settimo piano, intervistare la signora Tapperquach, verificare le funzionalità della casa, accertarsi del suo stato di salute ed allora, soltanto allora, avrebbe potuto girare i tacchi e tornare a casa a fare le sue cose.

Le "sue cose" di solito consistevano nel mettere qualcosa di estremamente impegnato alla televisione, per poi andarsene nel resto della casa a fare tutt'altro.
Era una cosa di cui non riusciva a vergognarsi. Perché avrebbe dovuto? Lo schermo era solo un elettrodomestico come un altro, collegato all'Algoritmo come ogni altro, che faceva la sua funzione come tutti gli altri: indipendentemente dalla presenza o meno di un pubblico per la sua esibizione.
Era felice di poter rendere orgoglioso l'Algoritmo: orgoglioso di lei, dell'elevato livello culturale della popolazione che stava così saggiamente guidando, dei valori che insieme andavano edificando, della visione beata del futuro che potevano contemplare dall'alto del loro contributo.
Lisa non credeva di essere un impostore: capiva che qualcuno avrebbe potuto travisarla per tale, ma non sentiva di esserlo. Aveva un sincero interesse per quei temi così elevati; solo non aveva voglia di occuparsene davvero.


Una notifica chiese timidamente: stai ancora ascoltando l'audiolibro "La dottrina dei costumi" di Christian Garve? 
Certo, rispose Lisa, mentre il portinaio la ragguagliava sugli ultimi spostamenti del palazzo: il figlio della signora Tapperquach continuava a non farsi vedere. "Meglio così", fu il suo candido commento.

La porta si aprì a fatica: Terence, il cincillà della signora Tapperquach, aveva fatto cadere in qualche modo l'appendiabiti proprio contro la porta. Doveva essere stato il suo ultimo gesto: Lisa lo trovò riverso poco oltre, morto.
Tappandosi il naso, chiamò a gran voce la vecchia, superando di corsa il piccolo corpo abbandonato contro il tubo freddo del radiatore.
Si levò una voce un tempo squillante, con un singolare accento straniero, come se la demenza della vecchiaia le avesse tolto, insieme alle sue facoltà, anche le proprie origini.
- Sei tu, Fanny?
Al fianco della poltrona su cui era sdraiata c'era una pila di crocchette di riso soffiato, evidentemente depositate a terra per nutrire una pantofola beige che doveva aver confuso con Terence. Lisa era disgustata.
- Mi chiamo Lisa, quante volte devo ripeterlo?
Cambiato canale ed abbassato il volume, si avvicinò alla poltrona della vecchia.
- Deve farsi una doccia signora, alla svelta. Questo posto è un disastro.
- Io...non riesco da sola.
La signora sorrise, come per scusarsi, così Lisa comprese il motivo di quello strano accento: non aveva la dentiera.
- Porca puttana, dove cazzo è finita la dentiera?
Il verbale prevedeva che venisse fatta una foto della dentiera e di altri beni di prima necessità. Aveva tutto l'occorrente nella borsa, tranne la dentiera: troppo specifica, troppo costosa. Non aveva preparato quella borsa con l'esplicito intento di frodare l'Algoritmo e la signora Tapperquach, quanto per risparmiarsi la fatica di trovare tutto quanto in quel casino e nelle altre quindici case sotto la sua responsabilità. Così, semplicemente, avrebbe fatto prima.

Lo schermo di un altro tablet si risvegliò:
Stai ancora guardando il video "Spinoza visto da Karl Marx"?
Certamente.

Corse in cucina, scavalcando pile di vestiti sporchi e scorrendo rapidamente la propria scheda di valutazione sul pad della signora Tapperquach: ottimo, ottimo, sì, assolutamente, molto d'accordo, eccellente, buono, molto buono. La lista dei meriti che Lisa si doveva attribuire era interminabile e questo la scocciava molto: aveva ancora troppo da fare prima di potersi dedicare alle sue cose.

L'orologio cercò invano di distrarla:
Stai ancora ascoltando "Dizionario filosofico, di Voltaire"?
Assolutamente.

Uno dei fornelli era acceso e c'era un uovo spiaccicato a terra, davanti al frigorifero.
Che schifo, pensò, cercando la dentiera tra le posate ammonticchiate nel ripiano sbagliato della lavastoviglie: non era nemmeno laggiù.
Dove poteva essere finita?
La lavatrice, caricata con troppo detersivo, aveva l'oblò coperto di schiuma: impossibile dire cosa ci fosse dentro senza aprirla. Spalancato lo sportello, un odore equivoco di acqua stagnante e lavanda si sparse per la cucina: da quanto tempo era stata fatta, quella lavatrice? Dentro c'era di tutto: prese un forchettone e cominciò ad estrarre i vestiti putridi, gettandoli a terra con stizza ogni volta che questi rivelavano di non nascondere la dentiera.
- Fanny? Che cosa stai facendo?
La signora Tapperquach cercò di chiamarla.
- Resti là signora. Faccio una cosa e arrivo.

Il bagno. Lisa non avrebbe voluto entrarci, ma la dentiera doveva per forza essere là. Pregò di trovarla subito nel bicchiere sotto allo specchio, ma le sue preghiere non furono ascoltate.
Si avvicinò al gabinetto tremando di rabbia: la dentiera era là, incastrata sul fondo, sommersa dal piscio dorato e dai residui marcescenti di carta igienica mista a feci.
Impugnò il forchettone tenendo l'altra mano davanti alla bocca, per impedire ai conati di prendere il sopravvento. Usando il forchettone come una pinza, bloccò la dentiera contro la ceramica, per poi tirare lo sciacquone una, due, tre, cinque volte. Prese un asciugamano ed usandolo come un guanto tirò fuori la dentiera dalla sua prigione. In tutta fretta la depositò nel bicchiere e scattò la foto richiesta, scappando finalmente dal bagno, dall'appartamento della signora Tapperquach e da quello stramaledetto palazzo.

Tanti anni prima, Lisa era stata una bambina graziosa, sensibile e attenta.
Lo era sicuramente ancora, nei riguardi di alcune entità accuratamente selezionate: sé stessa, i suoi cari, cose così.
Giunta alle soglie della vecchiaia, un dottore mandato dall'Algoritmo le annunciò che avrebbe probabilmente perso la vista. Sarebbe diventata una disabile, dipendente dagli altri, senza nessuno che la proteggesse. Lisa non avrebbe mai accettato un simile epilogo: non si sarebbe mai abbandonata alle cure disattente ed egoiste di qualche giovinastro mandato dall'Algoritmo che si sarebbe facilmente approfittato della sua condizione dandole il minimo indispensabile, ingrassando le proprie tasche ed il proprio karma con recensioni mendaci.
No: sarebbe fuggita. Avrebbe abbandonato l'Algoritmo in favore di qualche comunità che ancora desse valore alla condizione umana ed alla solidarietà tra le persone.
Una sua lontana conoscenza aveva fondato proprio una di queste comuni nel deserto.
La intrigava l'idea di vivere in un paesaggio nuovo, alieno, anche se la sua vista in rapido peggioramento non le avrebbe dato modo di ammirarlo. Da piccola, una sera, aveva sognato proprio di sorvolare un deserto: le era sembrato tale e quale ad un campo innevato tinto come d'arancio; l'unica differenza era che non nevicava.

domenica, novembre 17, 2019

Heaviest metal

Quando Curzio entrò nella stazione di servizio nessuno si girò.
Soltanto un tizio con un berretto sudicio, come rispondendo al suo ingresso, ruttò fuori tempo rispetto alla canzone che la radio stava passando.
Curzio si avvicinò al bancone ordinando uno scotch e soda, per darsi un'aria da duro: sembrò funzionare.
- Stai cercando un passaggio, amico?
L'uomo barbuto accanto a lui si girò, rivolgendogli un ghigno annoiato.
- Sì. Sì esattamente. Cerco qualcuno che mi porti fino all'Incrocio 9.
L'altro si lisciò la barba, come volendo dare ad intendere che ci stesse pensando su ma, prima che potesse rispondere, una grande figura scura si impose fra loro caracollando.
- Ma che cazzo fai? Qui se ti serve un passaggio devi chiedere di me, hai capito?
Ringhiando, pronunciò le ultime parole verso il barbuto, facendogli tremare la barba.
- Certo Mercury, sicuro. Lo avrei mandato da te, amico.
Mercury fissò Curzio con l'unico occhio buono, mentre l'orbita lattiginosa dell'altro dondolava minacciosamente come se stesse cercando qualcosa.
- E perché? Sentiamo.
- Per...perché sei il migliore del blocco D.
Mercury rise. Avrebbe avuto bisogno di schiarirsi la voce, ma non lo fece: riprese invece a parlare producendo un fastidiosissimo gorgoglio che arrivava dalle profondità della sua gola.
- Vieni al mio tavolo, ragazzino. E lascia sul bancone quella roba che hai ordinato: qui bisogna restare idratati, il deserto non perdona. Tosca, preparagli un frullato come il mio.
La barista grugnì, mentre Mercury si allontanava zoppicando con Curzio al seguito.


- E' l'Algoritmo a mandarti all'Incrocio 9?
- Veramente no, è una specie di mia iniziativa.
- Immaginavo fosse una cosa del genere. Sembri davvero uno sprovveduto.
Mercury guardò l'ora, perdendosi nei suoi ragionamenti.
- Facciamo così: ora finisci il tuo frullato e poi vatti a comprare una coperta, una buona, allo spaccio. Digli che ti mando io. Ti ho già detto che il deserto non perdona? Ne parleremo meglio in cabina. Parleremo meglio di tutto, in cabina.
Si guardò intorno con circospezione, come cercando tra gli avventori - che non erano cambiati - qualche faccia nemica da riempire di botte.
- Poi raggiungimi al carro. Il mio è quello con scritto "Mercury".
Sorrise per un momento come un bambino orgoglioso, facendo balenare gli incisivi d'oro nella penombra del locale, prima di aggiungere tronfio: ovviamente.

Era rimasta solo una coperta ma l'uomo dello spaccio disse che a Mercury sarebbe andata bene, come se Curzio non la stesse nemmeno comprando per sé. Esterno ed interno erano rivestiti da sottili placche metalliche, non più grandi di una moneta. I due lati non differivano soltanto per il colore, ma anche per l'effetto: la parte dorata serviva per trattenere il calore all'interno, mentre quella argentata lo avrebbe respinto. Le rade maglie della coperta la rendevano semirigida e pesante, come un'armatura. Curzio, ripiegandola secondo le istruzioni del negoziante, sentì di aver ricevuto un vero equipaggiamento, qualcosa che lo riportava alle gesta eroiche dei cavalieri erranti di cui aveva sentito raccontare da bambino. Fece ritorno da Mercury, trovando senza problemi il grande autoarticolato illuminato come una giostra .

- Sai ragazzino, tu mi sei simpatico.
- Grazie Mercury, anche tu mi sei simpatico.
- Molto bene. Allora ti racconterò una cosa: vedi, qui...
Fece un gesto ampio con la mano che non stava reggendo il volante, tenendo il dorso verso l'alto, come a voler toccare i profili delle colline illuminati dalla luna che stava sorgendo.
-...tanto, tantissimo tempo fa, non c'era questo deserto, ma paludi. Paludi radioattive, velenose. Al mondo esisteva un animale incredibile, un piccolo essere succhiasangue che viveva proprio in posti come questo. Hai idea di come si chiamasse?
- Non saprei.
- Ci credo. Neanche io lo sapevo. Ma una volta ho dato uno strappo ad un professore di biologia che mi ha raccontato questa storia. E' incredibile come certe cose sembrino ovvie una volta che le sai, ma il tuo stupore mi ricorda che niente è veramente ovvio. Per questo, forse, mi piace raccontare storie.
- Capisco.
- Insomma, questo animale si chiamava "zanzara" ed era un'insetto. Non solo si nutriva di sangue, anche e soprattuto umano, ma si riproduceva a miliardi ogni stagione e diffondeva ogni genere di malattia.
- Anche mortali?
Mercury annuì gravemente.
- Sì: soprattutto malattie mortali. Un bel giorno, l'Algoritmo decise finalmente di finirla ed eliminò le zanzare dalla faccia della terra. Ora non esistono più tranne, pare, in qualche laboratorio perso tra i ghiacci perenni del grande sud.
- Che storia incredibile.
- Già, ma non era qui che volevo arrivare. Chi uccise le zanzare? L'Algoritmo, oppure le persone che miscelarono i pesticidi e li sparsero sulle paludi? Forse fu lo scienziato che ne isolò il ceppo genetico o come si chiama? E se fu lui, come e quanto venne istruito dall'Algoritmo a farlo? E' una cosa su cui dovresti riflettere. Io, almeno, ci ho riflettuto molto.
- Hai ragione. Avevo già sentito una cosa simile, in un certo senso.
L'occhio cieco di Mercury luccicò alla luce del cruscotto che li avvertiva di aver superato l'Incrocio 3.
- Racconta.
- Pare che quando l'Algoritmo fu lanciato, non tutti furono contattati direttamente. L'Algoritmo avrebbe potuto scrivere a ciascuno, ma molti vennero istruiti attraverso altre persone, come in una catena di fiducia. L'Algoritmo sapeva chi lo avrebbe ascoltato e chi avrebbe ascoltato coloro che egli aveva contattato. Pazientemente, giorno dopo giorno, arrivò a guidarci come ci guida oggi.
Mercury annuì, d'accordo con quanto gli veniva raccontato.
- Capisco quello che vuoi dire: "Roma non fu distrutta in un giorno".
Curzio esitò, incerto se correggere l'autista: forse il detto era davvero così.

sabato, novembre 16, 2019

Blue grass

Ambra siede sulla ringhiera di un vecchio letto trovata chissà dove. Alle sue spalle, un telo verde si contrappone all'imminente tramonto. Altrove, in un'ipotetica sessione di post-produzione, il telo potrebbe diventare un altro luogo, un altro tempo, qualsiasi altra cosa. Non qui.

Delio guarda Ambra con preoccupazione. Alle sue spalle, una tavola con quattro tazze colme di liquido fumante. Intorno: il deserto.
- Sono preoccupato per quella ragazzina. E' sempre più grande e sempre più sola.
E' ovvio che Delio debba ancora dire qualcosa, ma Lisa interviene per dare la sua opinione. Anche se non è una delle Fondatrici, Lisa è comunque la più anziana.
- La preoccupazione crea falsi bisogni; i falsi bisogni creano falso lavoro; il falso lavoro crea nuove preoccupazioni.
Delio fa una faccia come per dire "lo sappiamo", ma Lisa non può vederlo perché è cieca. Forse, pensa Delio, per questo motivo interrompe sempre tutti.
- Amico Delio, Lisa ha ragione: a che pro nuove nascite?
- Una nuova nascita sarebbe cosa buona, ma noi non facciamo bambini. Noi li attendiamo con gioia, sono due cose molto diverse.
Diletta e Luce: due brave ragazze che credono nella comune.
- Fare un bambino sarebbe...
Violet comincia a dire qualcosa, ma Lisa interrompe anche lei:
- "Fare", diceva la Prima Fondatrice, è il primo passo verso la confusione. "Subire" è la vera essenza.
Delio guarda Violet sconsolato.
- Violet, prego: stavi dicendo?
- Fare un bambino sarebbe utile per la piccola Ambra, tuttavia...
Suona la campana ad interromperla nuovamente: tutti finiscono in fretta le loro bevande per poi avviarsi ciascuno alle proprie attività. Violet si occupa di raccogliere le tazze ed Ambra la raggiunge.
- Vai al fiume a lavare?
Violet sorride: è ovvio, perché tante domande?


Delio guarda la comune dall'alto del pendio. Cerca sempre di essere critico, nei confronti di sé stesso e della comunità, ma spesso si rivela un compito troppo difficile. Così si abbandona alla tristezza, alla commozione, al senso di pietà del cuore per la condizione umana. Il lettore mp3 fa la sua parte, pompandogli nelle orecchie il plasma misterioso della musica. Troppe sensazioni in così poco tempo per poterle processare senza passare ad un livello inferiore di consapevolezza: regredire per lasciare che la meraviglia ti possieda. Le canzoni ormai sono sempre le stesse, ma Delio attinge a quella reliquia del futuro tanto raramente da non doversene preoccupare.

C'è qualcuno alle sue spalle: è Violet. Delio ripone frettolosamente cuffie e lettore nella tasca della camicia.
- Ah, mi hai trovato. E Ambra, dov'è?
- Alla comune, con le altre. Quindi è qui che vieni a rifugiarti. Credevo stessi dando una mano con il raccolto.
- Eh, il raccolto. Credimi, io ne ho raccolte di cose: non succederà niente se oggi mi occuperò d'altro.
Violet esamina il panorama, cercando i suoi punti di riferimento: la sala principale, il telo verde, il pozzo, la pala eolica. Ogni luogo della comune è rappresentato da un mosaico dei momenti che lo riguarda: accatastare sacchi di sabbia intorno al trasformatore prima dell'alluvione, festeggiare la notte di mezza estate all'ombra del telo verde, pompare l'acqua su dal pozzo nelle mattine gelate, prima dell'alba.

E' Delio ad interrompere il silenzio:
- Sai cosa facevano qui, prima che l'Algoritmo abbandonasse questo posto?
- Non ne ho idea.
Violet si siede.
- Nulla, assolutamente nulla. Solo una volta, una troupe venne qui per girare una scena di un film e lasciò il telo verde nella fretta di mettere il resto dell'attrezzatura al riparo da un temporale.
- E' strano.
- Probabilmente il posto è contaminato o qualcosa del genere. Non scherzo. L'Algoritmo non fa niente senza un motivo. D'altronde, a noi cosa può importare di vivere un anno di più o uno di meno? Importa vivere come vogliamo, giusto? Questa è la nostra scelta.
Violet non è sicura di essere d'accordo, ma si trattiene dal rispondere. Forse, nemmeno Delio ne è molto sicuro.
- Lo so che ti chiedo cose di cui non hai un'opinione. Neanche io ce l'avevo e chissà, magari anche la mia cambierà ancora. Ma le mie non sono vere domande, solo un modo di esprimersi. Di fare delle considerazioni.
- Delio, tu cosa facevi, prima di venire qui?
Il vecchio sorride, guardando Violet di sottecchi.
- Ero giovane. Sul serio. L'Algoritmo sa cosa ci rende poveri e tristi meglio di noi. Ero giovane, fino a quando non sono venuto qui e ho capito di essere vecchio. L'Algoritmo ti mantiene come, come chiuso all'interno di un vagone: viaggi solo con persone e con eventi alla tua portata. Quando si stabilisce un rapporto, l'Algoritmo di solito cerca di mantenerlo. In fondo, credo voglia solo il nostro bene. Se ami una persona, l'Algoritmo cercherà di tenervi insieme, se qualcuno per te è il migliore, l'Algoritmo lo manterrà in quella posizione relativa. Per questo dico che prima ero giovane. Non mi ero mai accorto di non esserlo più.
Violet si schiarisce la voce.
- Io ero venuta per dirti una cosa: me ne vado.
- Lo immaginavo. Ritornerai in città.
- No, non voglio ritornare dall'Algoritmo.
- Dove pensi di andare, allora? Quante comunità credi esistano, come la nostra? Siamo un'eccezione.
La voce di Delio non è priva di risentimento.
- Non lo so. Voglio solo andare via. Non voglio ritornare dall'Algoritmo ma forse è quello che succederà. Non lo so.
- Mancherai molto alla piccola Ambra...e a tutti noi.
- Lo so. Anche voi mi mancherete.
- Mi piacerebbe venire con te, Violet; ma ho trovato la mia verità e non sono ancora pronto per vederla cambiare. Forse non lo sarò mai. Per adesso rimarrò in questo deserto sperando di aver fatto la scelta giusta.
Lei nota che, per quanto vecchio, continua a ragionare come se avesse tutto il tempo del mondo.
- E' sicuramente la scelta giusta.

Violet si alza e Delio la segue con lo sguardo. Dove andrà? A cercare cosa? Forse fugge da qualcuno. Da giovane avrebbe lavorato, sulla base di queste premesse, per cercare di dare un'ordine alle cose. Avrebbe creato una, dieci storie che giustificassero quell'evento, fino a trovare quello giusto. Ma si trattava del tempo in cui era giovane e, per quanto potessero essere soltanto cinque anni prima, a Delio sembra un'infinità.
Una volta, al tempo in cui era solito "chiacchierare" con l'Algoritmo, aveva teorizzato che il tempo esistesse per gli esseri umani soltanto per via del giorno e della notte: l'unica ripetizione talmente evidente e precisa da richiedere una misurazione. Ogni altro cambiamento come l'invecchiamento, la gravidanza, lo scorrere delle stagioni, la crescita delle piante, era troppo fine per essere esaminato dalla sensibilità umana: tutte cose che sarebbero semplicemente successe senza correlazione con lo scorrere del tempo.
Il sole stava ormai tramontando: domani sarebbe sorto ancora una volta e Violet non ci sarebbe più stata.

venerdì, novembre 08, 2019

...stone finish

Stava arrivando l'ultimo temporale della stagione, ma Diletta e Luce non potevano certo saperlo.
Facce storte guardavano senza interesse il mondo appena sveglio passare fuori dai finestrini del tram su cui si erano imbarcate quasi un'ora prima.
Ultima stazione prima del capolinea: Diletta strinse la spalla della compagna, invitandola a scendere.
L'insegna del Bagel Boomer era ancora spenta. Luce esitò, ma Diletta le fece un cenno rassicurante.


- Mi metteranno sulla sedia elettrica.
La sera prima Luce piangeva, mentre l'amica le carezzava i capelli, strette nella stessa cuccetta.
- Nessuno ti farà niente. Stai tranquilla. Domani ti porto a mangiare i bagel. Conosco un posto.

La porta di ingresso era ancora lucchettata, ma Diletta si diresse con sicurezza sul retro. Un ragazzo qualche anno più giovane di loro stava fumando una sigaretta, accucciato sulla soglia.
- Ehilà.
- Ehi...apriamo tra dieci minuti, ma se volete finisco la sigaretta e vi faccio entrare prima.
- Grazie mille. Ehi, scusami: c'è Sean oggi?
Il ragazzo buttò la sigaretta in una pozzanghera, trattenendo il fumo nei polmoni per qualche istante mentre il freddo del mattino cominciava a rendere insensibile la punta del naso di Luce.
- No.
Si alzò, sparendo all'interno del negozio mentre faceva loro segno di andare dall'entrata principale.

L'ingresso si aprì.
- Sean non c'è. Mi dispiace. Voglio dire, non c'è proprio più: si è trasferito.
Guardava alternativamente l'una e l'altra, indeciso su quale delle due trovasse più carina. Forse nessuna. Erano in viaggio da trentasei ore.
- Trasferito dove?
Il forno cominciò a suonare.
- Entrate pure. Non fa niente, tanto dovevo aprire comunque. Sedetevi, io arrivo subito.

Cominciarono a sfogliare distrattamente i menù.
- Io prendevo sempre questo. Ma qui ordinano tutti questo qua. Ordinavano, almeno.
Luce annuì.
- Sembra buono.
- Sono molto buoni. E' stato bello lavorare qui...ormai sembra davvero una vita fa.

- E' tornato da sua madre. Al confine della città. Lavora tipo in una fabbrica di pneumatici.
Gli occhi di Diletta si riempirono di lacrime mentre Luce continuava a guardarsi intorno.
- Volete mica un bagel? Vi faccio un bagel, offre la casa. Anzi, ve ne faccio due. Ok?
- Grazie...
- Tod, mi chiamo Tod.
- Grazie, Tod. Io prendo un Mariner senza cipolle e tu?
- Quello che dice Tod andrà benissimo, grazie.
- Ok, arrivo subito allora.
Ma rimase sulla soglia, incerto.
- Scusate...
- Si?
- Non è che tu ti chiami Diletta per caso? Magari mi sbaglio.
- Sì, si esatto. Ma...come hai fatto?
- Ho visto la tua foto sulla parete dei dipendenti passati. Cioè, in realtà la vedo di continuo. Ci passo un sacco di tempo davanti perché è proprio sopra al lavandino. Grande, mi sembrava una faccia già vista: bentornata al Bagel Boomer.

Sorrisero, mentre Tod andava a preparare i bagel.

- Mi manderanno sulla sedia elettrica.
- Luce, ora basta con questa storia. Non ti faranno proprio niente.
L'autobus traballava nel buio della notte precedente.
Diletta l'abbracciò, parlando direttamente al suo orecchio senza più guardarla negli occhi.
- Ora, qualsiasi cosa tu abbia fatto, raccontami perché lo hai fatto. Non voglio sapere cosa, solo perché.

Il responsabile del Ninfea, il signor R., le aveva chiesto di trattenersi per due parole dopo il turno. Quando era andata a parlargli lui era occupato, al telefono. Le fece cenno di passare più tardi e così andò ad allenarsi in palestra.
Quando tornò nel suo ufficio in giro non c'era più nessuno. R. stava lasciando l'ufficio: si era fatto tardi e stava andando a mangiare qualcosa. Decisero di andare insieme a mangiare in un fastfood all'incrocio del benzinaio. Non parlarono di lavoro ma solo del tempo, di sport, dell'Algoritmo, della vita nell'hotel. Prima di essere mandato a gestire il Ninfea, R. aveva fatto il pompiere. Aveva un sacco di aneddoti divertenti sulla vita della caserma. Si fecero quattro risate e finito il panino tornarono all'albergo.
R. la fece accomodare nel suo ufficio mentre si serviva un digestivo. Una cosa speziata e ruvida che avrebbe potuto fare e bere soltanto lui.
All'inizio prese le cose davvero molto alla lontana. Sembrava quasi un colloquio per avere il posto che Luce già ricopriva. R. volle ripercorrere tutte le tappe della selezione: i test, le domande e le risposte che riusciva a ricordare, l'intervista con l'Algoritmo. Le chiese se avesse mai fatto rispondere qualcun altro al suo posto.
A quel punto Luce gli disse di no chiedendo di sapere il perché di tutte quelle domande. Si sentiva offesa e screditata. Si reputava una brava lavoratrice e voleva sapere dove volesse andare a parare.
- Tu non hai capito che tipo di hotel è questo, vero? Siamo l'unico hotel fuori città. Ti dice niente?
R. non era agressivo. Le sue parole lo erano, ma non il suo tono. Luce non rispose.
- Questo è un casino, Luce. Un bordello, un luogo di prostituzione. Sesso in cambio di denaro. Voi siete le cameriere che si scopano i clienti. Voi. Intendo dire, tutte le ragazze tranne te. Hai notato che il novanta per cento dei clienti sono maschi, single? Io non avevo mai gestito un luogo così prima d'ora ma vedo che funziona. Quindi posso dire con convinzione che credo nell'Algoritmo e so che manda sempre la gente giusta nel posto giusto. E' così per me ed è così per tutte le altre ragazze. Tutto ha senso, di solito. Ma tu ormai è quasi un anno che sei qui e vedo che non partecipi al gioco. Ti dai da fare, ma il motivo per cui sei qui, per cui lavori qui, è un altro e tu non lo stai rispettando. Mi segui? L'Algoritmo non ti avrebbe mai mandata qui se questo posto non avesse fatto per te, eppure sembri veramente arrivare da un altro pianeta, non vedere le cose per quello che sono ed essere l'unica a non rendersene conto.

Paralizzata sulla sedia, Luce non sapeva da dove incominciare. Si limitò a fissare gli occhiali di R., posati sulla scrivania.

- Ti farò vedere una cosa. Non dovrei farlo, perché teoricamente significherebbe contaminare i tuoi rapporti con l'Algoritmo, ma se non capisci questa sera dovrò comunque contattare il Sistema di Gestione domani mattina, per cercare di capire cosa sia andato storto e perché tu sia finita proprio qui come, come un pesce fuor d'acqua. Sarebbe una cosa penosa, per me e per te. Verremmo sottoposti a nuovi test e probabilmente saremmo ricollocati entrambi. Siccome le cose vanno bene non vorrei arrivare a tanto, per cui ti faccio vedere questa cosa:

Aprì la busta che teneva in mano ormai da qualche minuto. Era una trasmissione ufficiale dell'Algoritmo, protocollata. Controluce, vide il suo nome stampato in grassetto sul lato che R. si accingeva a leggerle.

- Luce H. White, ventisei anni, sentimentalmente libera e socialmente disinibita. Predisposta alla cura degli ambienti sociali e della persona. Inclinazioni sessuali chiare e definite, di mentalità aperta ed altamente disponibile all'incontro sessuale occasionale a fini di lucro. Sensibile, attenta, decisa, amante dei gatti eccetera eccetera eccetera. Il resto non importa perché in questo posto conta solo una frase: "disponibile all'incontro sessuale occasionale a fini di lucro". Altamente disponibile, Luce. Lo dice l'Algoritmo e quindi lo dici anche tu: come mai sembra che non giochiamo allo stesso gioco?

- Mi manderanno sulla sedia elettrica Diletta, mi uccideranno perché non l'ho data a quattro vecchi bavosi di merda. Anzi, perché avrei dovuto farlo e non l'ho fatto.
- No, non è quello il motivo. Tu non sei così. Non come ti ha descritta. Ci deve essere qualcosa che non funziona.
- Mi manderanno sulla sedia elettrica: ho ammazzato un tizio perché non riuscivo a sopportare di sentirmi dire che non fossi fedele a me stessa. Ma chi ha ragione, Diletta? Io, oppure l'Algoritmo?

giovedì, novembre 07, 2019

Rock start...

Erano sorelle.
Per lo meno, questo era quello che pensava ogni persona che le vedesse insieme.
Sorelle nate da madri diverse e padri diversi. Sorelle con diversi fratelli e diverse sorelle.
Il termine sorella doveva aver cambiato significato, almeno per loro.
Sorelle nella sorte: questo sì, di sicuro.


Storditi dalla notte passata affacciati sulla tangenziale, gli avventori che si recavano nella hall del Brolnard Hotel per fare colazione avevano più di un buon motivo, oltre alla fame ed al cattivo riposo, per omettere ogni dettaglio evidente ai sensi - diversi capelli, occhi, carattere e profumo - e chiedersi, a volte perfino ad alta voce, se Luce e Diletta fossero sorelle.
Loro, sorridendo, rispondevano sempre chiedendo se preferissero latte caldo o caffè.
Ma la quiete vita del Brolnard le aveva stufate. Fecero i loro conti e si decisero a chiedere all'Algoritmo un trasferimento comune.
Erano giovani e pronte a vivere la vita così come gli sarebbe arrivata.
Completato ogni test che fu loro sottoposto, rassegnarono ogni ulteriore speranza al fato in attesa di un responso.

Non tardò ad arrivare: furono destinate ad est, nei pressi di una città di crescente importanza. Il bando descriveva l'hotel in cui avrebbero lavorato come "desideroso di farsi un nome". Sembrava il luogo giusto dove mettere a frutto le loro aspirazioni.
Diletta non era troppo convinta dalla destinazione. L'est confliggeva con la sua idea di sicurezza: il clima appiccicoso, l'accento, il tipo di affari che si conduceva in quelle zone. Tutto risuonava in maniera grave e minacciosa, come se si fosse esaminato il suono del futuro dall'imbocco di una buia caverna piena di animali muti e sconosciuti: una cacofonica eco di promesso terrore.
Anche Luce era preoccupata, ma non avrebbe mai permesso di darlo a vedere.
Partirono con l'autobus, salutando con una scrollata di spalle quel luogo di cui presto avrebbero ricordato a malapena il nome. Nel suo continuo rimescolamento, l'Algoritmo non lasciava che le persone si attaccassero troppo ai luoghi, tanto più se questi erano luoghi davvero poco meritevoli di ricevere l'affetto di qualcuno.
Eppure, pensava Diletta incapace di prendere sonno nella sua cuccetta, c'erano delle zone di quel vicinato che avrebbe voluto ricordare. Se non altro, avrebbe di certo conservato quei momenti in cui aveva sentito che vivere significava qualcosa. Immaginava quel significato come un cercare, o meglio un aspettare con pazienza, l'arrivo di qualcosa di sacro. Una sera d'estate, mentre buttava l'immondizia, aveva notato che il basso gracidare dei rospi si era interrotto e, volgendo istintivamente lo sguardo al cielo, aveva ammirato tre aironi volare senza sforzo nel plenilunio.

Prima di lasciare la città, Luce era corsa a salutare Crudo, lo sfasciacarrozze. Si era prefissata di chiedergli finalmente il perché di quel soprannome, sperando di scoprire finalmente chissà quale risvolto romantico. Il ragazzo non c'era. A Capodanno si erano baciati, troppo ubriachi per fare l'amore, anche se Luce gli aveva detto di trovarlo piuttosto brutto, di viso e di fisico. Il signor Wong, responsabile dello sfasciacarrozze, disse che Crudo sarebbe tornato dopo l'ora di pranzo. Lei decise che aspettarlo non avrebbe avuto senso.

Il Ninfea era un hotel ben diverso da quello che avevano appena lasciato.
Il numero delle camere non era molto più alto, ma le pretese erano alquanto maggiori. Spinto dagli indicatori del consumo, l'Algoritmo aveva deciso di fondare questo albergo fuori dalla città per permettere ai trasfertisti di avere un'alternativa per riposare comodamente nelle vicinanze dell'area industriale, lungo il tragitto tra la città e la superstazione.
Di giorno l'atmosfera era spettrale ma di notte, illuminata dalle centinaia di luci-guida delle raffinerie, la facciata del Ninfea diventava come un diamante avvolto da freddi lapilli multicolori.
Il nome era stato scelto in seguito ad un concorso tenuto in una serie di scuole elementari cinesi.
Ci sarebbe dovuto essere anche un aggettivo, insieme al nome, ma i bambini non ne avevano trovato uno adeguato; così rimase soltanto "Ninfea".

Un lungo anno passò, con lenta determinazione, fino a che una notte Luce corse a svegliare Diletta.
- Svelta: prendi le tue cose. Andiamo via.
- Luce -cosa, come? Perché andiamo via?
- Se mi vuoi bene, prendi le tue cose. Andiamo via.
Si udirono sbattere delle porte. La luce verdastra del corridoio, facendo capolino sotto alla porta, si accese.
Si tuffarono giù per le scale in un frettoloso sciabattare, ma nessuno sembrava seguirle.
Dopo aver corso a rotta di collo, ripararono in una via secondaria e giunte all'ombra di una ciminiera Diletta trovò finalmente il fiato per chiedere:
- Dove andiamo?
- Non lo so.
Luce tirava su col naso, piangendo.
- Ma dove...come mai stiamo scappando così come, come delle ladre?
Si avvicinò a Luce, che si era abbandonata su un muretto, facendo cadere il suo zaino. Durante la corsa, aveva perso buona parte delle cose con cui aveva cercato di riempirlo. Teneva sempre i calzini sempre bene in ordine nel cassetto, arrotolati a due a due: anche se ne avesse perso qualcuno correndo, non ci sarebbero potuti essere calzini spaiati.

mercoledì, ottobre 30, 2019

Prussian Blues


Era in corso, ormai da qualche ora, il temporale più lungo e forte dell'anno.
I torrenti si stavano ingolfando rapidamente, avvicinando le loro acque sudice agli argini come mani di affamati al pane.
Curzio accese un'altra sigaretta. Da quando lui lo aveva lasciato aveva ripreso a fumare, ma non riusciva a pentirsene abbastanza per smettere.
- Curzio, andiamo: smettila di fumare.
- Dai Petroni, sono un adulto: fumo quanto cazzo mi pare, giusto?
Petroni si avvicinò alla scrivania di Curzio. Era un uomo alto, con la faccia rossa e asciutta come un mattone. Uno che non sapeva scherzare. Ci provava, ma il più delle volte non ci riusciva. Aveva un bambino piccolo simpaticissimo, che doveva aver preso dalla madre. Alle volte era palese che ne soffrisse. Non di non saper scherzare, ma che il figlio avesse preso dalla madre.
- Curzio: stiamo andando. Devi smetterla di fumare perché in macchina con la sigaretta non ci sali.

Finirono entrambi con le scarpe dentro la gigantesca pozzanghera che separava il palazzo dal parcheggio.
- Dove dobbiamo andare, con questo tempo? C'è l'allerta.
Petroni innestò la prima.
- Sai, una volta avevo una ragazza come te. Insomma: tu me la ricordi molto.
Doveva essere un basso naturale, o qualcosa del genere: ogni tanto le scrosciate di pioggia sulla carrozzeria e sul parabrezza si sovrapponevano alle sue parole, tanto erano simili le loro tonalità.
- Faceva sempre domande. Parlava per domande. L'unica volta che non finì una frase con un punto interrogativo fu per dirmi che mi lasciava.
- Cioè, fu lei a lasciarti?
- Lo vedi? Anche tu parli per domande. E' una cosa su cui dovresti riflettere, Curzio.

La pioggia non accennava a smettere. Un fuoristrada della protezione civile li avvicinò in galleria per capire come mai fossero in giro a quell'ora, con quel tempo. Magari, chiese il tizio della protezione civile, avevano bisogno di aiuto. Fu Curzio a parlare. Con collaudate frasi fatte fu abbastanza convincente da farli desistere e sufficientemente evasivo da non dare loro troppe informazioni.

Arrivarono all'incrocio mentre il palazzo veniva illuminato dall'incessante, epilettico bagliore giallastro di quella tempesta di fulmini di fine estate. Sembrava che da un momento all'altro la trama del cielo dovesse squarciarsi per rivelare milioni di asteroidi infuocati pronti ad incenerire il pianeta. Petroni aprì il bagagliaio per prendere la sacca e si accorse che qualcosa stava tentando, invano, di distrarlo. Era un ricordo di molti anni prima: l'acqua scrosciante sui bordi della tenda, la faccia sferzata dal vento freddo mentre, insieme ai suoi fratelli, guardava un temporale proprio come quello scuotere gli alberi al bordo della radura in cui si erano accampati. Il sapore della camomilla e il calore del corpo avvolto nella mite umidità del sacco a pelo, come in una placenta artificiale, si erano mischiati - allora e ancora nel ricordo stesso - fino a diventare una percezione unica, multisensoriale, che a sua volta richiamava un periodo epico, al tempo della sua stessa gestazione.

Salirono le scale antincendio in silenzio, usando grande circospezione. L'acqua, mal tollerando la loro presenza, scorreva giù dalla facciata come una cascata, costringendoli ad una doccia continua. Le calze di Curzio, ormai totalmente bagnate, lo mettevano a disagio. Non vedeva l'ora di togliersi di dosso la sensazione avere i piedi umidi e grinzosi.
Arrivarono al tetto.
Petroni depositò la sacca a terra e prese una torcia per esaminare un foglio che aveva precedentemente plastificato. Con tutte quelle saette, la torcia praticamente non serviva.
Curzio estrasse le macchine fotografiche dalla sacca. I tappi degli obiettivi, prodotti in qualche angolo remoto del mondo dove probabilmente, in quello stesso momento, stava splendendo un grande sole rosso rubino, vennero subito imperlati da miliardi di minuscole gocce d'acqua.
- E se adesso mi colpisse un fulmine?
La domanda non era rivolta a nessuno. Petroni lo capì e si limitò a sospirare.
Riprese ad esaminare il foglio, leggendo con le labbra.
Curzio impugnò la macchina fotografica, aggiustò il parapioggia, prese la mira e cliccò. Lo scatto, cadendo precisamente tra un tuono e l'altro, venne archiviato dal temporale come cosa di poco conto.
- Ok, qui dice che basta così. Andiamo.
- Tutto qui?
- Curzio, ti prego: basta domande.

Ritornarono lentamente alla macchina. Curzio salì dalla parte del guidatore e si tolse le scarpe mentre Petroni rimetteva la sacca nel bagagliaio.
- Che cosa fai? Guidi scalzo?
Curzio non rispose e la macchina si avviò lentamente per tornare da dove era venuta.

Giorni dopo si fermarono al semaforo di quello stesso incrocio. Splendeva il sole ed i piccioni si rincorrevano sul marciapiede per contendersi la briciola più grande di tutti. Petroni aveva gli occhiali da sole e dalla sua posizione sul sedile del passeggero si sarebbe detto che dormisse.
Qualcosa bussò alla porta dell'attenzione di Curzio, trovandola socchiusa: era un ricordo, anzi, una collana di ricordi. Una lunga catena di frammenti che si erano riconosciuti simili tra loro ed ora chiedevano di essere esaminati. Il Petty Pigment si affacciava proprio su quell'incrocio: era un locale dove non era mai stato, ma lui gliene aveva parlato. Benché non ricordasse precisamente le parole del racconto, riusciva distintamente a ricordare l'immagine che si era fatto di quella serata.

Lui, con una maglietta attillata e fresco di doccia, entrava nel locale fumoso dove un terzetto blues rimaneggiava con mani inesperte i grandi standard del genere. Si sedeva al bancone aspettando qualcuno. Il suo lento respiro dopo l'allenamento intervallato da lunghissime sorsate di birra fresca. Aveva gli occhi arrossati dal fumo e dal neon. Finalmente il tizio, un compagno del liceo magrolino e con la faccia gialla come un limone, gli picchiettava sulla spalla per annunciare il suo arrivo. Baci e abbracci. Si spostavano ad un tavolo più appartato mentre Mannish Boy veniva stuprata sul palco. Lui, durante lo spostamento, veniva inquadrato solo di schiena. Quella gigantesca schiena pelosa, fasciata dalla tela acida della maglietta, invadeva tutto lo schermo.
Altra birra ed occhi sempre più arrossati, convenevoli e qualche battuta.
Ad un certo punto, proprio mentre la band lasciava il palco per far spazio a musica registrata e suonata meglio, l'amico riceveva una telefonata.
Una cosa da niente, che tuttavia gli aveva dato il tempo di vagare con il pensiero, soffermandosi sul discorso del tavolo a fianco. Per via del divano che condividevano e li separava, non poteva vedere la ragazza che stava parlando: solo sentirla. Sembrava che la musica fosse stata cambiata ed abbassata di proposito.
La tizia si esprimeva per domande: aveva un fidanzato fotografo? Che insisteva per portarla a pescare ogni weekend? Mentre lei sarebbe voluta restarsene a casa per guardare E.R, giusto?
Tutti questi dettagli, che lui al tempo gli aveva raccontato solo come pretesto per imitare il buffo accento e l'oratoria interrogativa di quella sconosciuta - per riderne insomma - componevano finalmente un quadro chiarissimo. Petroni era il fidanzato con la fissa della pesca, che presto sarebbe stato lasciato. Di quanti anni prima poteva trattarsi?

Guardò Petroni riflesso contro le plastiche argentate del cruscotto, mentre il semaforo diventava verde per portarli lontano dal Petty Pigment. Avrebbe voluto saperne di più di quella ragazza, del perché il destino o chi per lui avesse così chiaramente deciso di mettere in contatto il suo passato con il suo presente proprio attraverso di lei.
- Cosa fa oggi?
- Dio mio Curzio: non solo mi fai sempre domande, adesso ti perdi perfino i soggetti. Di chi stai parlando?
Si schiarì la voce. Da dove cominciare? Dritto al sodo, improvvisamente.
- La tua ex. Cosa fa oggi?
Anche Petroni si schiarì la voce, come se fosse stato preso in castagna. Forse ci stava ripensando anche lui.
- Ha lasciato la città. Vive in una comune che nega il valore del lavoro. Non so altro.
Aveva finito le domande: avrebbe voluto farne ancora, ma il tono della voce di Petroni non ne ammetteva altre. Dovette ricorrere ad uno stratagemma.
- E il suo nome era...
- ...Violet, si chiamava così.
Curzio ripeté il nome più volte nella sua mente, cercando di assimilarlo.

Violet, ma certo: il viola viene sempre dopo il blues.

venerdì, ottobre 11, 2019

Glory whole

Eravamo ormai delle vecchie baldracche.
Come fossimo diventate baldracche lo sapevamo: qualcosa, al termine della nostra pubertà, era scattato in modo repentino e attento, come qualcuno che apre una porta cigolante di botto, sapendo che così farà meno rumore.
Come fossimo diventate vecchie restava ancora un mistero.
Le cose si erano sicuramente complicate negli interminabili viaggi. Il sonno rubato a spizzichi e bocconi tra un terminal e l'altro, sballottate solo con un po' più di grazia delle nostre valige, su e giù per la grande giostra volante. Il sole sorgeva e se ne andava semplicemente quando ce n'era bisogno, senza essere più collegato ad un orario o a un quadrante. Qualche furbacchione cercava sempre di riportare le cose ad un riferimento certo, con scarso risultato. Il caro vecchio meridiano di Greenwich poteva anche andare a farsi fottere.
Ecco, l'altra cosa furono le parolacce. Fino alle soglie dell'età adulta, prima che tutto cominciasse a ripetersi ritornandoci in gola come un minestrone acido e mai davvero digerito, l'uso delle parolacce era sempre stato misurato e attento. Esse si stagliavano nel percorso dell'innocenza come epiche pietre miliari, fari che permettevano di misurare le distanze e quindi il tempo. Quella volta che la suora era scivolata e lo aveva detto, quella volta che tirammo un petardo tra le gambe di un passante e disse la stessa sei volte di fila, quella volta che l'allenatore ci prese da parte per dirci tutte quelle che aveva dovuto trattenere durante la partita. Da un certo punto in avanti però, era tutto diventato un cazzo, stronzo, fica, bucodiculo, puttana, merda, troia e poi ancora cazzo e cazzo e cazzo, all'infinito.
Forse avevamo fatto male, da giovani, a prendere questi elementi come metri per il passare del tempo, ma cosa potevamo saperne?


Mi accorgo del passare delle stagioni attraverso i piedi. Per questo motivo, a causa delle calze, l'inverno mi sembra interminabilmente lungo. Quando vedo uno schermo altrui ho subito lo stimolo di guardare, sbirciando: capire senza dover sapere. O viceversa, comunque è il vizio di una vita intera.

Ascoltando Dvorak aveva sempre l'impressione che il mondo dovesse finire da un momento all'altro.
In effetti, ascoltava sempre e soltanto la nona sinfonia: "Dal Nuovo Mondo".
Era rimasto estasiato nell'apprendere la nozione, innestata per sempre nella sua memoria anni prima durante la lettura di un qualche numero primo della Settimana Enigmistica, attraverso quel meccanismo perfetto e arcano del "Forse Non Tutti Sanno Che...", che Neil Armstrong portasse con sé proprio quell'opera durante la missione Apollo 11. Benché ascoltasse anche altro, di altri musicisti e di Dvorak stesso, nulla pareva emozionarlo e coinvolgerlo allo stesso modo.
Ascoltando Dvorak aveva sempre l'impressione che il mondo nuovo non fosse semplicemente una manifestazione rinnovata di questo ma proprio un Nuovo Mondo che, sconquassando e distruggendo, irrompesse in una bella giornata di sole per cancellare tutto ed imporre su ogni cosa la propria identità. Un giorno mi disse che facendo attenzione si potevano perfino sentire le colonne del mondo sgretolarsi sotto l'impeto di quel tetro avvicendamento.
A me sembrava solo il suono dello strisciare della puntina sul disco, ma per lui non faceva differenza. Cercavo invano di distrarlo con ogni mezzo: puntualmente, proponevo un nuovo ascolto delle danze slave per dare una prospettiva più rosea, o almeno meno statica, alla sua visione. Inutile. Perfino le teorie complottiste, un classico delle menti geniali tenute troppo a digiuno, non riuscivano a scalfire quel presagio mistico che lo richiamava a sé, ascolto dopo ascolto. Forse non tutti sanno che un certo August Dvorak, lontano parente del celebre compositore che aveva combattuto contro Pancho Villa, viene tutt'oggi ricordato per aver creato una tastiera speciale che...non importa.
Anni dopo, ormai distanti nel tempo e nello spazio, ebbi come un'illuminazione: la gloria era ciò che lo aveva fulminato. La gloria, tutta intera, tutta in una botta unica, lo aveva circondato e annientato.
Gloria, sostantivo femminile: onore universalmente riconosciuto e tributato nei confronti di un valore assolutamente eccezionale.
La nona sinfonia per lui era la quintessenza della gloria o, meglio, la gloria gloriosa. Il trionfo del trionfo, l'orgasmo al quadrato. Non aveva altro modo per spiegarsi questo cortocircuito sensoriale se non descrivendolo come la fine del mondo.

In un certo senso, il mondo era davvero finito. Tra le porche troie e tutte le altre parolacce sibilate contro un destino molto più ignoto che crudele, il tempo era passato ed il mondo nuovo si era sostituito al vecchio. Si potrebbe dire che era stata una rivoluzione pacifica, quasi desiderata. Come una porta cigolante aperta di scatto per fare meno rumore.
Ogni tanto provavo ancora a riascoltare l'attacco delle danze slave per vedere se riuscivano a farmi rivivere quella sensazione. L'euforia di essere euforici, l'eccitazione dell'eccitamento, la gloria tutta intera. Niente, dovevo averla consumata, proprio come avevo consumato la sorgente di nostalgia che zampillava dalla suite per violoncello di Bach. Avevo come un lontano ricordo di aver già consumato e ricaricato quella sensazione altre volte, ma non riuscivo più a mettere in ordine gli eventi ed il senso con cui si erano svolti. Forse ero ancora un feto la prima volta che la musica aveva perso la possibilità di trasmettermi quella sensazione per la prima volta. Magari iniziavo a strutturare dei ricordi giusto nel momento in cui la vena si era esaurita di nuovo e via così, all'infinito, distillando la sensazione della ricerca della sensazione.
Doveva necessariamente esserci un modo per leggere quelle maree, una rappresentazione cartografica dei modi di vibrare dell'animo quando viene sollecitato da un'aria sulla terza corda. Deve esistere. La rappresentazione cubista delle frequenze che descrivono l'anima attraverso le sensazioni che essa stessa prova, esprime ed è.

mercoledì, settembre 18, 2019

Wider than a mile

La luna, alta nel cielo, sembra un piatto svuotato dopo una grande festa.
Che cosa avrà contenuto?
Inutile domandarselo: non ricordo mai cosa ho mangiato la sera prima.


- Signora, la sua lavastoviglie è pronta: le consiglio di usare il prodotto che ho lasciato sul piano della cucina già dal primo utilizzo. Non se ne pentirà.
- Grazie infinite, lei è stato davvero gentile e discreto.
- Ci mancherebbe altro, è il mio lavoro.
- Certamente; è ovvio.
- Bene, dunque, allora vado.
- Permette, io, forse, lei gradirebbe...un caffè?
- Non bevo caffè signora, per i denti.

Al picchiettare di quell'unghia contro lo smalto, i nostri occhi si aprono improvvisamente. Riacquistiamo subito la percezione della profondità e del colore: innaturalmente, come solo il cinema sa fare. Un attimo prima c'era la luna, adesso: una coppia male assortita.
Lui con la tuta blu e grigia, impreziosita soltanto dal logo della ditta, cucito sul cuore.
Lei rosa e beige, come il viso di un bambino febbricitante. Ciabatte azzurrissime e luccicanti: uno scialle dello stesso colore le riprende, mozzandole simbolicamente la testa.

- Per i denti?
- Certo: ha un'idea?
- Lo immagino...ma quindi, che posso offrirle?
- Signora, mi permette di essere indiscreto?

Silenzio. La sua mente riporta cautamente a galla il concetto di discrezione. Lei lo ha ringraziato per essere stato discreto e adesso lui chiede di non esserlo più? Cosa intende fare?
Il permesso non va mai dato con tanta facilità: spesso, le avventure meno piacevoli cominciano proprio con il consenso.
- Deciderò dopo la sua proposta.
- Molto arguta: questo rafforza la mia convinzione. Signora, io vorrei leggerle i Tarocchi.
La signora esala il respiro trattenuto con un sussulto, emettendo un verso inintelligibile: che sia un latrato, una frase interrotta dal pudore, o un rutto? Non ci è dato saperlo.
- Badi bene che i miei non sono Tarocchi normali, sempre che ne esistano di simili. Diciamo che sono Tarocchi non convenzionali.
- Tutto qui? Vuole solo leggermi le carte? Il futuro?
- Esattamente.
- Ed è una cosa che si fa da vestiti?
L'idraulico sorride.

Il tavolo è posizionato proprio di fronte al camino acceso, così che nessuno dei due abbia troppo freddo. Lei, pudicamente indecisa se tenere il seno sopra o sotto il piano del tavolo, opta per un'innaturale posizione inclinata che svela un capezzolo nascondendo l'altro.
L'idraulico è in brodo di giuggiole ma cerca di mantenere un certo decoro, aiutato dal piano del tavolo.
- Come le spiegavo, il mio mazzo è piuttosto speciale. Capirà tutto man mano che escono le carte, d'accordo?
- D'accordo.
La signora si morde il labbro: eccolo, il consenso! Sente di aver tradito se stessa, come quando si risponde al call center "si" invece della generica risposta affermativa, con il lecito terrore che la registrazione di quell'unico "si" possa essere utilizzata per i fini più loschi.
Ormai però, la signora è troppo nuda e troppo curiosa per preoccuparsi davvero: dietro indicazione dell'idraulico chiude gli occhi e si lascia condurre nella lettura.

- La prima carta riguarda il passato: si concentri sui suoi piedi, essi sono la parte di noi che più lo rappresenta. Cerchi di ricordare le ore di questa giornata, il mio arrivo in questa casa. Poi, indietro fino al giorno in cui la lavastoviglie si è rotta. Ancora: il giorno in cui l'ha acquistata. Indietro, fino al primo ricordo che ha di una lavastoviglie. Giù, dritta all'anno in cui fu inventata; ora proceda a ritroso fino all'anno in cui qualcuno desiderò, per la prima volta, che esistesse qualcosa di simile. Non importa se non conosce la vera storia: il nostro è un viaggio metaforico.
L'idraulico gira la prima carta e la signora non può fare a meno di sbirciare.
- Il Rolex. Uno degli arcani maggiori dei Tarocchi più simbolici. C'era un uomo nella sua vita, non è vero?
La signora ha un sussulto ed annuisce, mentre i capezzoli si allineano, portandosi entrambi sopra al piano del tavolo.

- Ora è il momento di guardare al presente. Non serve essere pronti: il presente è già presente!
La seconda carta viene girata con uno schiocco: la signora attende trepidante.
- Il CD piratato. Molto interessante: ne ha mai posseduto uno? Questo è il simbolo della ricorrente transitorietà delle cose. Lei sta vivendo un momento di passaggio tra la sua vita e la prossima. Questo è un momento illecito, imprevisto: il simulacro di ciò che le spettava veramente.
- Un'altra vita...
Sussurra la signora annuendo.
- Prima di guardare al futuro, dobbiamo ragionare perpendicolarmente al tempo: da dove viene e dove sta andando, metafisicamente? Per capire il punto di partenza, le chiedo di pensare intensamente al suo letto.

L'idraulico gira la carta e rimane un momento in silenzio.
- Ah, la Finanza.
- Perbacco, è un cattivo segno?!
- Non è certo un segno di semplice lettura, specialmente in questa posizione. Ma non sempre la Finanza è un male nella lettura dei Tarocchi: in questo caso, può significare che lei ha una personalità forte che la costringe in dogmi che non le appartengono. Probabilmente, il suo punto di partenza le è stato imposto da qualcun altro. Se però lo leggiamo in combinazione con il CD piratato di prima, possiamo pensare che la Finanza non sia davvero riuscita in questo obiettivo: dico bene?
La signora versa un'unica lacrima, senza rispondere.
- Vediamo la sua prossima destinazione metafisica: pensi alle ferie.
Un'altra carta viene girata sul tavolo con grande solennità.
- Ecco: sì, molto interessante.
- Che cosa dicono le carte?
- È uscito un Tarocco molto particolare: la scatola dell'iPhone. Di solito rappresenta la truffa e l'inganno, ma in questa posizione può significare anche la possibilità: c'è un iPhone nella scatola, o è solo un mattone? Solo aprendo la scatola potremo scoprirlo.
- Capisco...

- Signora mia, siamo giunti all'ultima carta, è pronta?
La donna annuisce e l'idraulico gira la carta. Che ore si sono fatte? Il tempo sembra essere rimasto a terra, accanto ai loro vestiti, in attesa di tornare sulla scena. Una nuova carta compare accanto alle altre.
- Ah, magnifico!
- Posso vedere?
- Non ancora, mi lasci finire. È uscita la luna.
- La luna?
Chiede sorpresa lei, ripensando alla luna della sera prima vista quello stesso mattino, andando a buttare l'umido.
- La luna è il Tarocco per eccellenza. Il pianetino spento che specchiando una stella diventa suo pari. Cosa sono in fondo, i Tarocchi? Senza gli originali non sarebbero niente, così come ci appaiono niente al loro cospetto: in questa parabola tra uno zero e l'altro c'è tutto il mondo: ogni massimo, ogni assoluto. Il Tarocco è la versione di noi veramente libera, che è senza costrizioni, senza qualità, senza controllo. Deve sapere che la luna viene chiamata anche il Tarocco autentico.
- E in questa posizione, ha un significato buono oppure cattivo?
- Signora, lasci che le dica una cosa: lei ha veramente due occhi fantastici.
- Ma se li ho tenuti chiusi quasi tutto il tempo!
L'idraulico sorride ancora una volta, mettendo sul piatto del giradischi il lato A di "Moon River".
- Appunto.

sabato, settembre 14, 2019

Taurus at nadir


Si chiamava Mariopieromarcello ed abitava in Vico dei Fornai.
Tutti però lo chiamavano il Santo di Vico dei Fornai perché tanti anni prima aveva salvato una bambina da un incendio.
Quando passava per strada le donne, specialmente quelle più anziane, si facevano il segno della croce e chiedevano perdono per peccati che nemmeno avevano commesso. Gli uomini fingevano di non vederlo, perché ne erano invidiosi, eppure nutrivano per il Santo un enorme rispetto. Come di quelli che si riserva per il monarca di un altro paese.
Col tempo, la reazione maschile e quella femminile al passaggio del Santo si erano confuse, scambiandosi e mescolandosi. Questo processo di miscelazione era proseguito ancora, anche dopo che il Santo era morto, nel modo con cui la gente lo ricordava. Gli uomini continuavano a fingere di non vederlo, ma facendosi il segno della croce. Le donne, che ne erano diventate invidiose, continuavano comunque a chiedere perdono; specialmente le più giovani.

Il fatto che si chiamasse Mariopieromarcello era sconosciuto ai più. Eppure, l'impiegato dell'anagrafe che si era occupato della sua registrazione era solito ricordarlo a tutti con grande enfasi. Era un uomo minuto, quell'impiegato, con grandi rughe profondissime dentro cui la storia della penisola aveva seminato i noccioli dei frutti che aveva divorato con maggiore voracità: il seme dell'eleganza, quello della parsimonia, del decoro, del vivere civile. Non erano mai germinati ma forse, un giorno...

Era un mattino di primavera. L'aria tersa faceva capolino dal fondo dei calendari e degli armadi, mettendo in disordine tutte le sciarpe e tutti i berretti. Arrivava da est, come tutte le cose nuove; ed era diretta ad ovest, dove tutte le cose trovavano la loro fine. Appena tornato dal meridione, un marinaio si ritrovò a constatare con serietà i diversi orientamenti, rispetto al mare e rispetto al sole, delle città che aveva visitato negli ultimi mesi. Nessun posto aveva una disposizione logica come la città che gli aveva dato i natali: le montagne alle spalle, il mare di fronte, il sole che arrivava da sinistra e se ne andava da destra. Il suo capitano non poteva sopportare simili considerazioni, per cui il marinaio le teneva per sé: presto sarebbe diventato un vero marinaio e così, facendosi tutt'uno con il mare, avrebbe rapidamente dimenticato il senso di ogni direzione. Si chiamava Mariopieromarcello, nome preso in prestito da un trisavolo vissuto oltre cento anni prima, che a sua volta aveva ricevuto il nome dal nonno, impiegato all'anagrafe. Era un nome altisonante, che il marinaio a volte fingeva di non sentire, perché ne era invidioso.

Le oche del vicino ascoltano il sax a mezzanotte. Verrebbe da chiedersi perché lo facciano, ma la verità è che non lo fanno. Le oche non vogliono ascoltare il sax, nel senso che non intendono farlo. Il campo delle cose che le oche possono voler fare non comprende l'ascolto del sax, tantomeno a mezzanotte, a meno che non si decida di farglielo ascoltare. Siamo noi a mettere la musica nelle loro orecchie, sempre che anche gli organi delle oche dedicati all'udito abbiano questo stesso nome.
Dimenticare di essere, o di poter essere, parti attive di un'azione è tanto frequente quanto potenzialmente pericoloso. Le nostre menti hanno code di volpi, con cui cancellano le proprie tracce con somma vergogna. Negando l'esistenza delle profezie autoavveranti e delle premonizioni autoevitanti, ammiriamo un gruppo di goffi uccelli radunarsi contro la recinzione, fatalmente attratti dalle note blu di uno strumento a fiato, per farsi cullare col massimo della dolcezza tra le mura riscaldate dal sole di Vico dei Frati Stanchi.

Stava ormai scendendo la sera. Ancora due boe della corsia e poi sarebbe stato sempre meno giorno e sempre più notte, senza ulteriori punti di riferimento per scandire il tempo se non l'orizzonte. Dove sarebbero andati tutti quei pensieri, fatti nel buio di una camera d'albergo, ora che non sarebbero più serviti? Il futuro sembrava molto più reale quando doveva ancora realizzarsi: ora, con il futuro ormai prossimo, sentiva di aver impegnato la propria mente soltanto con elucubrazioni senza senso.
La costellazione del toro sarebbe comparsa timidamente, ancora una volta, da qualche parte agli antipodi, cercando di illuminare un mondo capovolto in cui persino la luce scivolava giù, gocciolando senza fine.