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domenica, ottobre 04, 2020

Quesmi fantasti

La porta cigolò, greve, come indispettita dall'onere improvviso di dover calcare la scena una volta aperto il sipario. Fu oltrepassata da un passo incerto e breve come la vita: era Tallio, lo scarpino. "Scarpino" non rendeva giustizia agli anni che aveva passato sulla terra, anche se molti dei giorni e molte delle notti che li avevano composti li aveva passati proprio chino sulle suole dei suoi clienti, in un'inversione che adesso - che si trovava dall'altra parte - gli sembrava come una premonizione, un continuo ricordo del fatto che prima o poi tutti finiscano per calpestarti, almeno nelle culture che prevedono la sepoltura.

Non potendo cigolare a sua volta, la fiamma della candela danzò sulla punta dello stoppino, incerta sul suo ruolo in quella faccenda: non era stato lo spostamento d'aria della porta a scuoterla ma un altro vento, che serpeggiava attraverso altre aperture. L'apparizione stava in piedi, perfusa come di un'etere lattiginoso che dava consistenza a tutto ciò che nella vita non aveva posseduto un colore con cui essere visto: il fiato, il calore della pelle, il moto del pensiero e l'anticipazione delle intenzioni; e tutte queste cose insieme, spostando l'interesse dell'etere dall'una all'altra, ne disperdevano l'essenza tra le forme che il corpo aveva avuto, rendendo visibili i contorni di quella tetra apparizione nell'oscurità.

Nonostante fosse possibile vederlo, nulla avrebbe potuto far supporre che si trattasse proprio di Tallio, lo scarpino, se non alle persone che lo avevano conosciuto da vivo; e quelle stesse persone avrebbero di certo avuto parecchie difficoltà a riconoscerlo, non trovando più la fronte corrucciata o il logoro grembiule da scarpino ad incrociare il loro sguardo. Indossava infatti, sotto al sottile sudario che lo impacciava nei movimenti, il vestito della festa: un abito indossato soltanto in poche occasioni private prima di quella che lo avrebbe accompagnato per l'eternità e nulla, se non le sue stesse ammissioni, avrebbero potuto identificarlo per ciò che era stato in vita. 

Si fa spesso troppa fretta a dire che le cose finiscano, come se fossimo noi a deciderne il punto di partenza e quello d'arrivo. Come se le cose non continuassero dopo quella "fine" che distoglie l'attenzione verso altre storie, esattamente come esistevano prima di un "inizio". Certe cose riescono ad essere sè stesse perfino prima di diventarlo e molte si rifiutano di abbandonare le proprie definizioni perfino quando cessano di esistere. Su queste cose, né i vivi né i morti hanno potere di agire, perché ci sono realtà nelle coscienze delle persone dove accadono e non accadono fatti che la realtà condivisa non conosce e non può confutare oppure, più correttamente, non ha nessun interesse a farlo.

Tallio guardò la lista che gli era stata data: era molto lunga e conteneva minuziose istruzioni su chi raggiungere e come ammonirlo. Si domandava come avrebbe fatto a fare l'accento svedese o a fingere di avere o aver avuto dei grossi baffoni, ma una cosa lo tranquillizzava: non aveva mai visto un fantasma prima di guardarsi riflesso nello specchio di quella stanza e si ricordava ancora abbastanza bene di quando era vivo da capire, dopo quella visione, che nessun mortale si sarebbe mai sognato di contraddire un fantasma se questi avesse proclamato di essere il prozio Lennart tornato dall'Ade per redarguire la discendenza sulla gestione del suo patrimonio.

Era arrivato il momento dello specchio, ma non doveva fare molto: anche questa volta doveva solo riflettere.

martedì, settembre 15, 2020

To greeble a mockingbird

Sono le nove meno un quarto e l'estate non ha ancora deciso quando finire. Ogni tanto gli alieni ci scrivono per sapere cosa faremo, durante le feste. Ci guardiamo, leggendo il messaggio allo stesso tempo, sapendo di non avere troppa voglia di dedicare loro altro spazio.

All'inizio c'era stata una certa euforia: i media, l'attenzione, la curiosità. Ma poi gli alieni sono tornati e non per portarci via con loro. Volevano solo essere nostri ospiti. Scoprire tutto di noi, visitare i luoghi della nostra vita.

Questo ci ha costretti a ripensare alle nostre priorità, alle nostre intenzioni. Ci siamo scoperti molto più umani di quanto avremmo pensato. Adesso, certe volte, mi vengono gli occhi lucidi quando guardo un poster motivazionale, perché il pensiero di potercela fare porta con sé un romanticismo che non riesco più ad abbracciare con lo sguardo.

Dove sono finite le smanie che mi guidavano un tempo? La voglia di avere una cosa per primo, di farla per primo? Ora che riesco a sentire i confini dell'universo mi sembra che qualsiasi insieme sia troppo grande per escludere qualcosa al di fuori di sé. 

Ma gli alieni sarebbero potuti anche essere dei gatti, se solo si fosse trattata di una forma di interazione nuova con loro. Tutto questo sarebbe successo anche se i gatti avessero improvvisamente cominciato a parlare, perché penso che si sentirono così anche le prime persone che addomesticarono i lupi per vivere insieme a loro.

Esiste un'innocenza sostanziale, nascosta tra le pieghe di quello che definiamo normale, di cui alcuni vivono la fatale rottura. Perché una volta che quella cupola si incrina non è una liberazione, ma una prova degna dei più impavidi degli eroi. Dopo la rottura arriva una progettazione tormentata, cui segue un faticoso lavoro edilizio per erigere un nuovo igloo, più grande del precedente, nel tentativo di ricostruire un dentro più grande, sapendo di non poterlo fare tanto grande quanto dovrebbe esserlo; senza più avere fiducia nella differenza tra dentro e fuori.

Solo le persone ci tengono uniti, incapaci di dissolverci, solo le cose che le persone dicono e fanno, solo le cose che sussurrano mentre guardano il cielo, non sapendo cosa contenga agli occhi dell'altro. Perché esisteranno sempre un dentro ed un fuori tra due persone, specialmente tra quelle che si vogliono bene.

martedì, luglio 28, 2020

Gli altri undici


Candela rossa: non si può attraversare, non ancora.
Annusando l'aria, mi accorgo di non farlo mai ed anche adesso, certamente, è solo per posa - per darmi un tono - per non sentirmi stupido nel rispettare gli ordini di una lucina.

I semafori sono uno degli ultimi luoghi delle nostre città ad essere rimasti stupidi. Ci sarebbe il modo di sincronizzarli alla necessità effettiva, al bisogno estemporaneo ed effimero del qui-ed-ora, ma non si fa. L'equilibrio dei tempi tra uomini e macchine è questo e non sarà la nostra generazione a cambiarlo: avremo prima macchine intelligenti di intelligenti attraversamenti.
Questo, intendo questo bisogno di mettere in commercio tante cose per l'acquisto di molti contrapposto alla volontà di produrne poche per l'utilizzo di tutti, significa forse che il cuore del capitalismo batte ancora, forte, nel nucleo frammentato di un occidente che ormai esiste soltanto nei poetici allarmi del giornalismo dei trafiletti, titoli per articoli che non vengono letti nemmeno dai bot che li compilano.

I luoghi stupidi o meglio i luoghi scemi, lo sono in quanto privi di cose da fare. Non rimane allora che osservare sé stessi - pratica pericolosa, sconsigliata, comunque spaventosa nel migliore dei casi - oppure gli altri. Ecco, gli altri. Che individui bizzarri. Sono pieni di cosette inutili, cianfrusaglie che si trascinano dietro nonostante siano sporche e puzzolenti.
Come quella gente che nel 2020 ha ancora un blog, roba da pazzi.
I semafori sono l'occasione per guardarli, magari cercando avidamente due belle gambe in quel mucchio di carne. Ricorda: amare le gambe, ricordarle nei tuoi scritti, non ti rende uno scrittore. Però bisogna notare che tutti gli scrittori, almeno quelli che hanno la pretesa o il bisogno di affrontare i temi dell'eros, scrivono delle gambe. Principalmente, credo che questo accada perché parlare delle tette è considerato infantile e trattare del culo sconveniente, a causa del fatto che lo possiedono sia gli uomini sia le donne. Sì, anche gli uomini hanno le gambe, ma quelle non contano.
Osservare gli altri ti porta a fare considerazioni di questo tipo. In queste occasioni la mente è libera di vagare, curiosa, perché degli altri non ti interessa niente e sei disposto a guardarli come se fossero foglie in attesa di cadere. Così li guardiamo, tutti, i belli e gli storpi, gli avari e i corretti, cullare le loro idiosincrasie come se fossero sacre, come se avessero un valore; mentre per noi sono soltanto un paesaggio, aspettando il verde.

Candela verde: è il momento, puoi attraversare!
Il condizionale del semaforo si manifesta specialmente nella concessione del transito: ti viene data come un'ultima possibilità di rinunciare. A cosa poi?
Mi domando spesso se gli oroscopi abbiano un fondo di verità e la risposta è sempre che la verità degli oroscopi è tutta quella che intendiamo dare loro. Come l'effettiva convenienza degli sconti al supermercato: nel marasma lavico della relatività, conta solo quella che gli attribuisci.
Bisognerebbe leggere gli oroscopi di tutti i segni meno il nostro, cominciando dal Capricorno, ossia da quello che viene letto solo e soltanto dai nati sotto le sue buone stelle, perché tutti gli altri non si sono mai interessati a capire cosa cazzo fosse, un Capricorno.