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domenica, febbraio 19, 2012

Alteri, X parte

L'acqua è salata, tiepida e melmosa. Quando riemerge respirando forte alza lo sguardo verso l'inserviente, ancora sulla soglia.

Questo fa un cenno con la mano e dice: " Ancora, ancora."
Si immerge di nuovo, chiudendo gli occhi. Il silenzio sott'acqua è completo. Una strana sensazione di vuoto gli sfiora le punte dei piedi. Alla riemersione, l'altro è ancora in piedi nello stesso punto: la scena si ripete.

La terza volta invece di abbandonarsi nel liquido, invece di affondare, si immerge testa avanti cercando con le mani il risucchio che prima lo aveva accarezzato. Viene ammanettato dalla corrente e trascinato con una grande accelerazione nelle tiepide profondità.
Qui il liquido è molto più denso, tanto da fargli perdere l'orientamento. La gravità sembra essersi invertita mentre, cieco, scava in apnea nella melma più che nuotare.

Una nuova spinta lo proietta ancora più in profondità, verso l'alto. Quando raggiunge l'uscita, respira profondamente prima di aprire gli occhi. L'atmosfera è fredda e leggermente speziata.
Non gli è tanto difficile capirlo, quanto accettarlo: si trova sulla Luna.
Mentre striscia fuori dalla melma la sua attenzione è catturata dal grande pianeta azzurro appeso nel buio, proprio sopra di lui.

Si accorge solo ora, guardandola interamente, di quanto la Terra gli sia mancata. Indugia con lo sguardo anche sul resto dello spazio che sovrasta il polveroso profilo lunare. Considera la possibilità di allontanarsi ancora, di pianeta in pianeta, verso il centro dell'universo. Guarda un'ultima volta il cratere da cui è appena uscito prima di flettersi e spiccare un grande balzo.

Si stacca con un silenzioso sbuffo di polvere e in un'attimo è già cominciata la sua bruciante discesa: precipita sulla Terra con la naturalezza di una moneta che cade di tasca.

Fine di Alteri, continua e finisce in Et cetera

giovedì, febbraio 16, 2012

Alteri, IX parte

Durante il tragitto passa, per l'ennesima volta, davanti alla macchina del caffè. E' un ciclo di luce come tanti altri, una giornata artificiale che non ha niente da invidiare al sole del mondo esterno. Per come la vede ora, l'intera miniera non ha proprio niente da invidiare al mondo esterno.

Guarda le sue scarpe coprire la superficie piastrellata del corridoio: quando è arrivato non le aveva. Chi ha freddo viene vestito, chi è malato curato. Gli inservienti sono imparziali e granitici. Agiscono senza rivolgersi ad un superiore e all'unisono. Ricorrono alla forza soltanto nei casi più estremi.

Dopo ogni tortura l'intimo dolore che soffre lo costringe a svuotarsi completamente, rigettando anche tutte le necessità che lentamente e umanamente cominciava a maturare. Scompare il bisogno di sesso, di affetto, di variare dieta, di fare qualcosa di diverso dal discorrere soltanto sulla base delle proprie idee con altri che sono nella stessa condizione. Si ritorna dalla sala della tortura rasati, puliti se sporchi e curati quando feriti.

Annusa l'aria, percependo un timido odore di caffè tostato. Non gli ispira niente, nemmeno la più vaga curiosità. E' un profumo del tempo prima che perdesse la memoria: un sapore semplicemente mai provato. L'unica pietra che la macina delle consuetudini della miniera non è riuscita a frantumare è quella della sua visione.
Dopo tanto tempo, ancora non riesce a capire che cosa lo interessi tanto da tenerlo attaccato a quello scoglio, impedendogli di abbandonarsi completamente all'alternarsi incoerente dei cicli.

Non si tratta dello sguardo addolorato dell'uomo, quel suo mostrarsi contemporaneamente, con una sola fuggevole smorfia di terrore, sia innocente che colpevole e pentito.
Non è nemmeno per via della glaciale imperturbabilità della donna prima e dopo che, come con un colpo di tosse al rallentatore, partorisca dalla bocca quella pietra misteriosa.
Non è nemmeno la pietra, o la curiosità che gli ispira, a impedirgli di dimenticare la scena. Non sono gli uomini che il primo, spaventato, raggiunge correndo.

E' l'insieme ad affascinarlo. Percepisce che l'abbandono alle logiche della miniera degli altri occupanti è di natura leggermente diversa e che la ragione sta proprio in quel pensiero inspiegabile. La rassegnazione compiacente e piena di gratitudine che ora prova per la miniera è la stessa di tutti, ma è come se addentrandosi nelle sue profondità avesse portato con sé qualcosa di alieno e inatteso.

La porta si apre su una stanza allagata mai vista prima. Il liquido arriva torbido e molle fino a pochi centimetri dalla soglia: l'inserviente dal volto coperto lo invita ad immergersi.

domenica, febbraio 12, 2012

Alteri, VIII parte

In alcune stanze i cicli di buio sono di un nero impenetrabile, cui gli occhi non si abituano mai.
Per una volta, è lui che apre bocca per primo. Sono immersi nell'indifferenza tra tenere le palpebre chiuse o spalancate, forti dell'unica sensazione di poggiare la parte posteriore del corpo sul freddo pavimento irregolare.

"Hai mai giocato ad un gioco di ruolo?"
"Sì, mi è successo. Fantasy soprattutto: orchi, maghi, elfi. Cose così. Perché me lo chiedi?"
"Mi sono ricordato di un compagno di stanza. Avevamo avuto una discussione sul Signore degli Anelli, o qualcosa del genere. Poi adesso mi è tornato in mente."
"Sono una cosa strana i giochi di ruolo. Io mi sono sempre divertito, ma riconosco che il merito fosse dello spirito di gruppo. Eravamo tutti pessimi giocatori, ripensandoci."
 Lo sente muoversi, dall'altra parte della buca. L'impressione, a giudicare dalla nuova posizione della voce, è che si sia messo a sedere.

Continua: "Come tutti i giochi, si presta a diverse profondità di interpretazione. Gli scacchi sono un ottimo esempio, possono essere qualsiasi cosa, da passatempo a lavoro a sport."
"Questo sembrerebbe in contrasto con quello che hai detto prima: perché pessimi giocatori? Negli scacchi c'è chi vince e c'è chi perde. Nei giochi di ruolo la vittoria è un concetto molto meno definito."
"Volevo dire che il nostro approccio era limitante: abbiamo giocato abbastanza da provare un po' tutte le combinazioni di razza, allineamento e classe dei personaggi. Ti assicuro, era divertente. Però, ripensandoci, le nostre scelte sono sempre state elaborazioni di uno schema incredibilmente semplice. Finivamo per creare ogni volta personaggi aventi aspetti che ci permettessero di collegarli a noi stessi e a parti del nostro carattere, al massimo in modo antitetico."
"Credo di capire, ma secondo te che male c'è? Insomma, dove sta la limitazione?"

La voce dell'altro si fa sempre più fioca e distante, ma intuisce che non si sta veramente allontanando.
"Erano le possibilità ad essere limitate. Anche quando ci scambiavamo i personaggi, per metterci alla prova, questi finivano sempre per essere come posseduti. Era come se cambiando il guidatore cambiasse anche l'auto."
"Quello che dici però mi sembra un po' senza senso, e sfiora il concetto di libero arbitrio. Tu stesso parlavi di possibilità illimitate, dov'è questo aspetto se neghi la possibilità che un nuovo giocatore veda opzioni prima invisibili ma comunque reali? In un gioco di ruolo ha senso che la macchina cambi."
"Ma le possibilità hanno un solo grado di libertà per essere infinite in modo coerente: essere infinite all'interno di un campo finito. Wallace aveva detto qualcosa di simile riguardo ad un campo da tennis."

Le parole ora sono come strascicate, distanti tra loro con intervalli sempre diversi. "Recitazione ed immaginazione sono cose molto simili. Noi non avevamo abbastanza immaginazione o modestia da pensare di poter essere un'altra persona o di farla agire senza vedere le nostre mani all'interno delle sue."

Si solleva a sedere anche lui, per rispondere.
"Capisco quello che vuoi dire, anche se ho giocato troppo poco e quelle poche volte non ho mai visto il problema. Forse perchè l'ho intravisto nel cinema. Credo sia il motivo per cui molto dello spettacolo ha bisogno di avere gli attori truccati per poter credere a quello che stanno recitando. Comunque è una cosa che riguarda più lo spettatore che gli attori, un problema di percezione piuttosto che di recitazione.

Truffaut lo aveva capito, ma non era l'unico. La nostra immaginazione è vittima di un mondo pittorico, fossilizzato, attaccato alle radici che la ragione, mentendo, ci chiede di non recidere per mantenere un contatto con la realtà. Un contatto forse non necessario. Non credi sia così?"
Ma l'altro già dorme.

domenica, febbraio 05, 2012

Alteri, VII parte

Ha perso il numero dei cambi di stanza. La miniera non è tanto grande quanto intricata. Nei trasferimenti si finisce sempre per passare per tre ambienti principali: l'ingresso, la sala con la macchina del caffè ed una grande stanza con una parete murata di fresco e due porte. Su una delle porte c'è una targa con scritto SALA PESI.

Il suo compagno di fossa parla infaticabilmente per ore.
"Sai perché non dobbiamo preoccuparci? Io sono già stato in un'associazione, proprio come questa. Siamo come membri di un club."

Cerca di concentrarsi sul pensiero di quella donna e della pietra che estrae dalla bocca per non ascoltare quello che dice anche se è costretto a sentirlo. Il suo compagno gli ricorda dell'esistenza della miniera, la miniera gli ricorda l'esistenza della tortura.
Si illumina al pensiero che concentrarsi sul suo ricordo non sia che un'alternativa a scavare. Una forma di occupazione suggerita, inutile ma attiva. Passeggiate per l'animo.

"Io sono stato in un club, in numerosi club. Di sicuro le associazioni non uccidono i propri membri. Sono proprio come gli uomini che la compongono, queste organizzazioni: vogliono solo sopravvivere. Per sopravvivere hanno bisogno di noi. Come farebbe un ospedale senza malati?"
Lo sguardo dell'uomo che riceve la pietra si fa più contrito e doloroso man mano che si immerge nel pensiero.
"...le associazioni intendono spesso la filantropia in modo distorto e preferenziale cosicché la struttura che permette il raggiungimento delle virtù finisce per superare per importanza la virtù stessa."

Più ci pensa, più riesce a vedere la pietra. E' lontanamente di forma ovale, grigio scuro, con striature ramate sul lato che striscia contro il labbro superiore nell'uscita. Magari si tratta di rossetto, pensa.

"Non correremo alcun rischio, perché non ci faranno portare personalmente quello che è successo qui dentro nel resto del mondo. Faranno entrare il mondo nella miniera, piuttosto. Le associazioni in genere non vogliono che il mondo sia cambiato in generale. Vogliono che sia cambiato attraverso di esse. Di qui, il proselitismo.

Questa miniera, vista con un certo fatalismo, non è niente di cui preoccuparsi. Ti spiego meglio: se resistiamo abbastanza, potremo assistere ad una delle due cose che sto per dirti.
In un caso la miniera ha successo e si propaga. Con l'arrivo di nuovi ospiti chi più adatto di noi per fare da inservienti? Saremmo eletti come migliori per prassi: per il semplice fatto di essere arrivati qui per primi. Nell'altro caso la miniera fallisce: smettono prima di darci da mangiare, poi gli inservienti cominciano a non farsi più vedere. Un bel giorno prendiamo il coraggio a due mani e usciamo. Qualunque fosse il processo di trasformazione che subiamo qui dentro, si interrompe e torniamo a vivere nel mondo esterno. In un certo senso l'opzione due è una desolante, gigantesca perdita di tempo.

Ma entrambe le opzioni ci vedono vivi. Fidati: qualsiasi sia il pensiero che vogliono farci arrivare a pensare, l'unico modo in cui vogliono che tu arrivi a formularlo è attraverso la miniera. Questo significa che quello che ci succede ora, di per se, è innocuo.
Visto che non intervieni, continuerò ancora per un pò.
Te lo dico sinceramente, se non mi fermi posso andare avanti ancora e ancora.

Tutto qui, tutto quello che ci circonda, non è tautologico per caso. - fa una pausa come rispettando, nonostante il riferimento che intuiamo essere quasi esplicito, la legge non scritta che impedisce di parlare in qualsiasi modo della tortura. Ma l'accenno all'idea di tautologia è abbastanza a far scattare qualche molla nella sua attenzione deviata. Con questo ha finalmente la certezza che la tortura sia la stessa per tutti. Quale sia la logica del ragionamento che lo porta a dire tutto questo ci sfugge, essendo appunto collegato ad una tortura di cui non sappiamo niente. - Una volta che c'è il libro o che è stata scritta la canzone, il contenuto stesso di quel libro o di quella canzone non è più importante, purché sia presente. Allora ecco lo scrivere sulla scrittura, il cantare dell'ascolto della canzone che si sta cantando."

Fa una pausa, finalmente, ma è solo per farsi più vicino.

"Lo sapevi che l'universo di Tolkien nasce da una canzone? Un universo in cui le creature stesse che lo vivono cantano. Ti dice niente? Un mondo in cui la magia spesso si esprime come canzone. Nei suoi libri compaiono tantissime canzoni e i personaggi cantando creano una strana risonanza che coinvolge anche il lettore: un'eco frattale di creazione."

Prova una strana empatia superficiale per quest'uomo, nonostante il ribollire profondo di sentimenti contrastanti. Tanto da potersi immedesimare in lui e non sapere più quale dei due abbia cominciato ad immaginare di essere l'altro.
"E va bene, cambiamo discorso Signor Silenzioso. Cambiamo ma non troppo: ti ho mai detto che ho un blog con due amici? Si chiama I tre caballeros."

giovedì, febbraio 02, 2012

Alteri, VI parte

Quando si rannicchia sul fondo della nuova buca cerca di non pensare più alla tortura. L'altro occupante trema in un angolo del ciclo di luce con le mani nere di terra. Fissa la parete con le mani dietro la schiena e non si volta mai per guardarlo.
Sta cercando di immaginarsi come potrà raccontarla una cosa così. Una cosa chiara come quella che gli è successa.

Gli riappaiono come più veri del vero ricordi ormai non più suoi, diapositive mentali evocate da libri di fantascienza, paesaggi alieni fisicamente impossibili, le tavole di Lopez dell'Eternauta, una sorta di cartolina animata di una piovosa mattina al chiuso passata a spiegare perché mai Manzoni millantasse di non aver scritto lui il suo romanzo.
Con uno spasmo si contrae per poi sdraiarsi.

Quello che ha vissuto gli dà le vertigini solo a ripensare che sia successo. Come fa uno a spiegare qualcosa di impossibile che gli è accaduto veramente, senza avvalersi di un contatto verbale o scritto per cui, quando uno sostiene di essere sincero, ha comunque la possibilità di non essere creduto?

A cosa servono parole come verità se uno in cuor suo sa che l'altro, per scelta o per errore, potrà non intendere lo stesso significato con cui le dice? Non poter essere sicuro che gli altri abbiano la certezza che hai tu delle cose che hai vissuto o ti è sembrato di vivere.

Ha sempre reputato difficile giudicare la veridicità o l'irrealtà di un'evento, ma ora l'esistenza stessa di un fatto personale gli sembra qualcosa di indimostrabile ed incondivisibile. Si sente come richiamato da un elastico lontano da qualunque orecchio diverso dal suo.

Immagina di raccontare la tortura ad un ascoltatore impersonale, ideale e sconosciuto. Mentre riepiloga la vicenda gli sembra di essere lui, quell'ascoltatore. Qualcuno che non ha assistito ad un evento così radicale da appartenere ad una realtà non tanto diversa quanto precedente a quella in cui ora sa di trovarsi, ma in cui ancora non si sente. Come uno che, distratto, si fosse perso un passaggio.

Gli tornano in mente i due gemelli usati da Einstein per spiegare la relatività: non sa quale sentirsi dei due. Il silenzio tombale della miniera è rotto soltanto dai singhiozzi del suo compagno di voragine. Che cosa sia successo nella sala delle torture, per ora, non ci è dato nemmeno immaginare.

giovedì, gennaio 26, 2012

Alteri, V parte

Il tempo passa in un modo tutto suo nella miniera. Luce artificiale e buio si susseguono secondo parti del tempo canonico che oscillano tra le tre e le otto ore. La durata di questi cicli varia a seconda dell'opinione della persona con cui si trova a dividere la buca, che cambia dopo un numero di cicli puntualmente imprevedibile.

Ad ogni ciclo di luce ne segue sempre uno di buio ed è opinione poco diffusa, ma molto radicata tra coloro che la condividono, che i cicli siano sempre uguali a coppie. Cioè che ad ogni ciclo di luce ne segua uno di buio della stessa durata, indipendentemente dalla durata del ciclo di luce che seguirà.

Non gli è mai successo di tornare in una stanza in cui fosse già stato o di rincontrare qualcuno. Gli uomini che incontra hanno sempre delle idee, delle teorie sul perché della miniera e sui suoi abitanti. La tortura è uno di quegli argomenti di cui si parla solo per esprimerne la paura ed il mistero e nessuno fa mai riferimento a cosa gli sia successo personalmente. Il tabù stesso sembra essere una parte della tortura o un ingrediente del rituale scaramantico ad essa legato.

Di solito nei cicli di luce si scava, con le mani e senza troppa passione, benché non sia chiaro se scavare sia obbligatorio o meno, così che ognuno calcola secondo coscienza se ci sia o meno relazione tra la propria disposizione verso la miniera e la frequenza con cui si viene torturati.

Nei cicli di buio si dorme e ci si riposa. Il cibo viene sempre portato sul finire di un ciclo di luce dentro vassoi coperti in tutto per tutto simili a quelli di una mensa, anche per contenuto: primo secondo e dolce, e si può scegliere tra una bottiglia da mezzo litro d'acqua naturale o un cartoncino di latte intero da 33cl. Il tutto viene lanciato o calato nelle buche da inservienti silenziosi e col volto coperto.

"Il motivo per cui ci torturano, quello almeno lo so." dice il suo sedicesimo ed attualmente ultimo compagno di stanza, o cella o buca, accoccolato in una rientranza scavata ad un mezzo metro di distanza dal fondo di una voragine profonda almeno tre.
"In tutte le culture che sono state visitate dagli alieni c'era la violenza. Ma soprattutto la tortura. E' un dato di fatto. I Maya, gli Aztechi, i Nazisti, le famiglie incestuose e perverse dei grandi campi di grano nordamericani."

Deglutisce sonoramente una sorsata di latte, chiedendosi se questo della teoria degli alieni saprà dargli qualche indizio circa il suo ricordo.

"Gli alieni, che sia per proteggerci da noi stessi o per guardare uno spettacolo semplicemente interessante, si fanno vivi dove qualcuno fa male a qualcun'altro, intenzionalmente e per un tempo sufficiente a che le grida raggiungano le loro antenne aliene."

Non ha ancora assimilato completamente la logica dietro al ragionamento che un inserviente con una maschera da saldatore sbuca dal telaio della porta per indicarlo, intimandogli di seguirlo.
Dopo essere faticosamente uscito dalla buca, viene bendato.

"Pensala come parte di un meccanismo di aggiornamento accelerato. Vogliamo che arrivino a salvarci, questi benedetti alieni. Stiamo piangendo il più forte possibile attaccati alle sbarre del nostro lettino spaziale."

Non gli è mai successo ma sa cosa significhi: ora, per la prima volta, verrà torturato.

sabato, gennaio 21, 2012

Alteri, IV parte

Si dividono prima che l'edificio diventi visibile. Indicandolo con la mano libera, la donna armata dice: "La miniera".
Non si chiede nemmeno per un istante che cosa ne sia stato della mummia e dell'altra donna, ma non è più la memoria a tradirlo. La sua attenzione ora è interamente concentrata su quel gesto di togliersi qualcosa dalla bocca, qualcosa forse di disgustoso o di velenoso, per darlo ad un uomo sempre più solo e sempre più disperato.

Cerca indizi per ricostruire il senso della visione lungo il resto del tragitto: guarda le vetrate impolverate e censurate dalle assi e sperando di trovarvi, aldilà, un indizio. Cammina, sempre scortato, attraverso lunghi corridoi, lamentandosi con se stesso per la mancanza di appigli su cui costruire un ragionamento.

Sembra quasi, alle facce stanche e senza speranza che lo vedono passare, non il solito nuovo arrivato, ma una sorta di sovrintendente o ispettore, che anticipi camminando sempre più svelto e febbrile la pistola che lo tiene sotto tiro. Pare che lei più che condurlo sotto una posteriore minaccia lo pedini, come un cattivo dei cartoni animati in agguato.

Quando finalmente si accorge dei volti che lo guardano ritrova in essi, con un sussulto, la stessa disperazione debole e muta dell'uomo del suo ricordo. Finalmente viene fatto entrare a spintoni, recalcitrante perché desideroso tornare a rivedere quegli occhi per capire se fossero gli stessi, in una delle poche stanze ancora con la porta. Il pavimento, a parte le prime quattro piastrelle oltre la soglia, manca completamente e lampade a risparmio energetico rivelano una voragine di quattro o cinque metri scavata nelle fondamenta dell'edificio e nella terra.

Sul fondo della buca, cui arriva grazie ad una scala di corda come insanguinata, un vecchio pallido e segnato gratta la terra a mani nude. Quando, dietro minacce, anche il precedentemente smemorato si mette a scavare con le unghie e con le mani e la porta si richiude sopra di loro, il vecchio si gira per dire in un sussurro: "Almeno oggi non ci torturano".

mercoledì, gennaio 11, 2012

Alteri, III parte

La strada è deserta, per non dire desolata, ma due donne scavalcano il guardrail.
Una ha una pistola nella mano, che tiene bassa e vicino al corpo; l'altra ha uno sguardo nervoso che non ammette repliche.

Nessuno parla, mentre la disarmata prende sottobraccio i due, trascinandoli al cospetto dell'altra. Con uno scatto della pistola, indica loro di avanzare verso il sentiero da cui sono venute, oltre il guardrail. Cominciano a camminare, silenziosi e in fila come quattro ladri, attraverso un campo di granoturco.

Ciò che trattiene lo smemorato nella fila è il senso di appartenenza. Per quanto ne può sapere, la vita è sempre stata una camminata scalzo nell'infangato sentiero tra due mura di granoturco.
Però, per la prima volta, si annoia. Qualcosa non funziona. Forse è lo spostarsi senza i discorsi del compagno. Quei discorsi oziosi e involuti, che tuttavia non ricorda, gli mancano. Comincia a pensare qualcosa di diverso dalle sue percezioni. Inventa storie insensate che durano il tempo di dimenticarsi come fossero iniziate.

Il sole è ancora alto nel cielo, ma passa il tempo e i racconti si fanno più lunghi e sempre più complessi. I personaggi cominciano a rimanere.

La storia che riesce a tenere più a lungo sospesa nel suo flebile pensiero è per immagini. Uno spettacolo muto di idee che interagiscono tra loro. Una donna si prende qualcosa dalla bocca e lo porge ad un uomo. Lui se ne va disperato e raggiunge altri che sono come lui.

E' una vicenda che lo interessa. Che cosa si sono dati? Perché? In fondo non c'è nulla di male a voler sapere una cosa che non esiste, dice a se stesso.Conoscere una ragione. Ma subito si corregge: sapere quella vera. Già che questa cosa non esiste, almeno che sia vera. Cosa gli avrà dato? Riguarda la storia e la riguarda, perdendosi e tornando ad essere lo smemorato che era. Ma rivede ancora la vicenda, negli occhi della mente.

Non può che essere qualcosa che è già successo. Questo significa che c'è un prima a tutto questo? Un prima a questa schiena davanti a me che brancola nel fango? Cerca di guardare meglio l'idea di quello che i due si scambiano. Sembra essere una pietra. Una pietra che esce dalla bocca di una donna. Sembra non essere mai successo.

sabato, gennaio 07, 2012

Alteri, II parte

La macchina scivola sull'asfalto, dopo uno spuntino di pane e acciughe sotto sale ad una piazzola del soccorso stradale.

Lo smemorato è sui sedili posteriori, rannicchiato in una scomoda parodia di posizione fetale, scalzo. Davanti, continuano gli strani discorsi di viaggio dell'altro. Parla dell'ultimo movimento del concerto per pianoforte e orchestra n.3 di Beethoven, della catena di errori voluti e non che convergono alla proiezione scritta della realtà interpretativa di un ipotetico autore.

Potrebbe non essere l'impressione che lo scrittore ha avuto di un avvenimento reale, oppure l'impressione sincera che ha avuto di un avvenimento non reale. Ogni tanto si gira verso lo smemorato per ripetere ciò che reputa più incisivo: "la differenza tra simulazione e dissimulazione", "il mercato del giorno dopo dell'interpretazione", "contessa paralizzata", "discretizzazione".

Lo smemorato sogna o forse crede di sognare. Immagina un evento, che subito dimentica, tramandato poi da tutti quelli che vi hanno assistito. Ma allora, pensa, l'evento si ripete. Errato, diverso dalla prima di tutte le sue copie, mutato, interpretato, si ripete all'infinito e nessuno è in grado di distinguere la copia dall'originale, il giusto dallo sbagliato.

Il bendato si gira mentre sorpassano un grosso camion rosso, dice: "sesso".
E' una bellissima giornata e nella scomodità della sua posizione lo smemorato si accorge di non ricordare quel primo evento che aveva immaginato.

Quando apre gli occhi la macchina è ferma. Un lontano senso di appartenenza gli suggerisce di non essersi mai spostato dalla piazzola in cui hanno mangiato il pane con le acciughe. In effetti è la stessa.

L'altro guarda accucciato la ruota anteriore sinistra. Impossibile capire cosa stia pensando; ma la gomma è certamente bucata. Quello che vede è solo una mummia in abiti civili.

giovedì, dicembre 29, 2011

Alteri, I parte

L'uomo avvolto nelle bende e lo smemorato sono in viaggio da quattro giorni. Viaggio non è una proprio la parola adatta, in quanto più che andare da qualche parte i due gironzolano. La loro è un'attesa attiva, simile a quella della pesca. L'orbita confusa di un asteroide senziente.

Attraversano il territorio in lungo e in largo, sempre in auto, su ogni tipo di strada. Il bendato paga educatamente e silenziosamente ogni spesa e nessuno fa domande. In appena quattro giorni sono passati per certi posti più e più volte ma per lo smemorato è sempre come fosse la prima.

Quando sono in macchina il bendato non fa che parlare: i suoi sono spesso lunghi e complicati discorsi sulla fiducia di cui può godere un narratore e sul tempo atmosferico che finiscono comunque per contraddirsi tra loro e terminare in una serie infinita di punti di sospensione.

Fuori dalla macchina non scambiano nemmeno una parola e l'uomo smemorato, già alla seconda notte, comincia a soffrire fisicamente il modo in cui l'altro entra puntualmente per primo nella camera del motel e accende la televisione. Complessivamente, il continuo spostarsi non lo angoscia e non lo infastidisce.

Ripete senza saperlo le stesse domande sin dal giorno in cui si sono incontrati, perplessi, nella tromba delle scale di un palazzo a Xxxx, senza ricevere mai una risposta che, comunque, non ricorderebbe. Ogni tanto guarda il paesaggio, senza trovarlo più interessante del vetro attraverso cui lo osserva. Mangia tutti i giorni lo stesso panino della stazione di servizio, senza saperlo.

La testa bendata si gira verso di lui all'altezza di Xxxxx Xxxxxx, specchiandolo in grandi occhiali da sole:
"D'altronde, non hai tutti i torti: non è mai lo stesso panino"