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martedì, luglio 12, 2011

Contingenze elementari (tredicesima ed ultima parte)

Il proprietario del libro sbucò improvvisamente da un angolo, correndogli incontro.
Era seguito dalla madre, che poco distante guardava corrucciata uno spesso ventaglio.
"Siamo ancora indecisi, sai che vogliamo ridipingere la sua stanza. Aiutami a scegliere il colore, uno di questi qui. Intanto facciamo un attimo un giro nel negozio, torniamo subito."

Si ritrovò in un attimo nuovamente solo. Guardò il campionario incuriosito, aperto su una striscetta di gialli. Alcuni erano inconfondibilmente diversi, altri si distinguevano a malapena, diversi solo per minime variazioni di temperatura del colore. Uno catturò la sua attenzione. Gli sembrava proprio bello: avvolgente, esplicito, intenso.

Ma immaginò che non doveva essere un bel colore, doveva essere il colore per la stanza di suo nipote. Il colore dove avrebbe proseguito la sua crescita, o almeno una parte. Che cosa gli veniva richiesto allora? Un colore che gli sembrasse quello giusto per quel compito o un colore che gli sembrasse complessivamente il migliore? Sapeva che la sua scelta sarebbe cambiata a seconda della risposta, ma sapeva anche che se avesse dovuto scegliere quello più adatto per la stanza di un bambino ipotetico, assoluto, la scelta non sarebbe poi stata tanto distante da quella di sua sorella.

Ma allora perché avere la sua opinione, se il senso comune richiedeva un colore preciso? Serviva un giallo luminoso ma resistente agli stress cui un ragazzino lo avrebbe sottoposto. Lo poteva vedere chiaramente: una tonalità usata ed amichevole. Non era per insicurezza che il suo parere era stato chiesto, né per bisogno di una conferma.

La domanda era stata probabilmente posta senza un vero motivo, un pò per parlare e un pò per far parlare. Come per ogni cosa in cui il gusto era chiamato ad esprimersi, la risposta non importava poi tanto.

Gli sembrò chiaro in quel momento come il sogno non potesse essere altro che la rielaborazione e la contemplazione di qualcosa di interno, finito e personale; mentre la vita, la realtà condivisa con altri esseri viventi, non fosse che l'esperienza di eventi esterni ad ogni cosa e non appartenenti a nessuno. Si sentì disperatamente solo al pensiero che i due mondi della vita biologica e di quella della coscienza non potessero entrare in contatto.
Al massimo guardarsi, pieni di speranza, da lontano.

venerdì, luglio 08, 2011

Contingenze elementari (dodicesima parte)

Ali Baba era entrato nella tana di quei mostri, trovando il ricco tesoro della guerra.
Un bottino disegnato in termini terreni, che tuttavia ora gli appariva come un tesoro più evanescente e più culturale.
Lo straccione Ali Baba era uno scrittore, un cantastorie, un poeta che incappando nelle mostruosità della guerra aveva saputo trovare e cantare le radici nobili dell'orrore.

Pensò alla tragedia, al teatro, alla scrittura in generale, alle foto e agli articoli dei reporter di guerra: posto che il dolore sarebbe sempre esistito, l'impegno gli sembrava essere quello di non distogliere lo sguardo, di entrare nella caverna e cercare i tesori che vi erano celati.
Ma a quale prezzo?
Non ricordava chiaramente la fine della favola, che comunque aveva più di una versione. In fondo, pensò amareggiato, prima o poi tutti fanno una brutta fine.

Il negozio di abbigliamento spense la musica, lasciando spazio ad un suono più lieve, fino a quel momento celato. In uno degli appartamenti affacciati sulla piazza, qualcuno stava esercitandosi al pianoforte. Si trattava di scale interminabili, noiosissime, che venivano ripetute per esercizio da un suonatore senza identità, da qualche parte in una stanza con la finestra aperta.

Cercò di concentrarsi sul nesso tra le Variazioni e la riflessione che aveva intavolato tra sé e sé.
Gli sembrava in qualche modo di aver cercato di guardare nell'occhio del ciclone, attirando con esche oniriche il predatore fuori dalla sua mente. La sua intenzione era stata quella di rivolgersi implicitamente ad una persona distorta, una in particolare, e di mostrarle e dimostrarle quante alternative esistessero rispetto alla violenza.

Inutile ripetersi ancora una volta come questo piano iniziale fosse in primo luogo di impossibile attuazione. Non c'era possibilità di iniziare segretamente un discorso con un interlocutore invisibile senza esporsi. Il passo successivo era quindi stato quello di prendere le cose alla lontana, incredibilmente alla lontana. Spogliandosi di qualunque volontà di dialogare, aveva lavorato intorno ad un ambiente definito, rendendolo internamente infinito. Pur di non rischiare di parlare troppo apertamente all'assassino, aveva finito col rinchiudersi intorno al timore di non lasciar trasparire le sue nobili intenzioni.

Gli tornò in mente un'altra favola, quella in cui pur di liberarsi di un segreto il protagonista lo finiva per sussurrare nel tronco di un albero. Sentì di aver fatto lo stesso. Le parole avevano dialogato con il tronco, crescendo e ramificandosi. Aveva avuto inizialmente nobili intenzioni, ma le aveva dovute accantonare per poterle esporre. Il mistero aveva quindi perso ogni possibilità di soluzione e se ne accorse il quel momento.

Girandoci intorno, approdando a temi che avevano raccolto più consensi, aveva finito per dimenticare il suo obiettivo iniziale. Se mai c'era stata una possibilità di redimere il killer di mezzogiorno, ammise di aver sprecato l'occasione.
Le Variazioni erano un fallimento che aveva avuto successo.

lunedì, luglio 04, 2011

Contingenze elementari (undicesima parte)

Prese il libro ed uscì, diretto all'appuntamento.
Guardò attentamente la spessa copertina di cartone mentre l'ascensore lo portava al piano terra.
Si trattava della riproduzione a colori di una delle immagini principali della storia: l'ingresso di Ali Baba nella caverna.
I tesori, luccicanti di tutte le forme della ricchezza, arrivavano fino al soffitto impreziosendo stalattiti millenarie. Ali Baba, a braccia spalancate, ammirava insieme all'osservatore una fortuna troppo grande per essere compresa solo con la vista.

Indossando gli occhiali da sole dalle lenti affumicate attraversò la strada, accelerando il passo alla vista del semaforo giallo.
I quaranta ladroni avevano molto affascinato suo nipote, il quale poneva continuamente domande durante il racconto per avanzare le sue ipotesi su quanto la trama taceva.

Arrivò in anticipo nel luogo convenuto. Da un negozio d'abbigliamento poco distante arrivavano mescolati tra loro musica chillout e profumo di zafferano. Inspirò profondamente vagando con la fantasia per ammazzare il tempo, che presto avrebbe presto portato ogni cosa in altri luoghi.

Immaginò la genesi della banda dei quaranta ladroni. Vide una flottiglia di pescherecci di legno in balia dell'Egeo in tempesta. Uomini che avevano visto la guerra approdavano in terre insieme antichissime ed innocenti. Depredando, rapinando, vivendo con naturalezza la vita di orrori che dieci anni nella piana di Troia gli avevano insegnato, avevano col tempo raccolto ricchezze per loro senza valore.

Arredavano una caverna, in attesa di capire il significato di quanto stessero facendo. Che fossero greci o troiani ormai non importava, i quaranta avrebbero affrontato insieme ogni nuova insidia, alla vecchia maniera.

Contemplò l'ipotesi che aveva fatto con un certo interesse. Il collegamento tra le due storie poteva anche essere cronologicamente impossibile, ma gli sembrava gravido di significati misteriosamente paralleli a quelli che aveva toccato con il suo arcipelago di sogni.

venerdì, luglio 01, 2011

Contingenze elementari (decima parte)

Il resto della serata passò senza fretta e senza lasciare il segno.
Prima di imbarcarsi sul taxi andò a ringraziarla, ammettendo che la serata era stata ben più di ciò che gli era stato promesso. Cercò per tutto il tempo di oltrepassare il suo sguardo, cercando di intercettare quello della ragazza minuta dietro di lei, che guardava da un altra parte giocherellando col monile della collana. Era lei, era stata lei, la sospettata.

Una lunghissima serie di soli gemelli si allontanò dalla villa, ora che la notte cominciava a diradarsi. Milioni di insetti si affollavano intorno ai fanali, mentre lui si abbandonava al sogno precaricato nelle vetture dalle padrone di casa.

L'inverno seguente cominciarono le prime indiscrezioni circa la nomination come Miglior Insieme Onirico Indipendente delle ormai celebri Variazioni. L'importanza della cosa lo scosse profondamente, liberando stati d'animo nuovi per le sue composizioni.
Benché il lavoro fosse stato via via sempre più rallentato l'ultima variazione che si era prefissato di comporre, la ventunesima, fu pronta prima dell'inizio della primavera.

A Maggio, durante una mattinata particolarmente ventosa, ricevette la notizia ufficiale della candidatura. L'uomo che apprendeva questa notizia non era particolarmente mutato da quello che aveva creato la prima variazione.
I capelli, tagliati regolarmente senza passione dal barbiere all'angolo, non erano tanto diversi da quelli dell'anno prima ed il piccolo appartamento in cui componeva non aveva subito che infinitesime variazioni.

martedì, giugno 28, 2011

Contingenze elementari (nona parte)

"Prendi la guerra di Troia, la guerra per eccellenza.
Come comincia? I guerrieri, quelli che dovranno fare il lavoro sporco, vengono reclutati. Cosa fanno? Si imboscano, o vengono imboscati. Ulisse finge di essere pazzo pur di non partire per la guerra. Aiuterà Diomede ad uccidere i Traci nel sonno ed escogiterà il famoso stratagemma del cavallo.

Se vogliamo, è con Ulisse che comincia l'effetto domino cui accennavo: il dolore è spesso perpetrato proprio da chi per primo lo giudicava una soluzione orribile. Nessuno vuole essere solo quando soffre. Achille stesso, mascherato da donna per nascondersi, viene scoperto proprio da Ulisse.

La guerra di per se era qualcosa a cui si era preparati, gli oracoli pronunciavano le loro profezie a riguardo da tempo, il punto è che nessun uomo è mai pronto abbastanza, tanto meno i suoi cari.
Ed è a questo che volevo arrivare: tempo fa, al museo del Louvre, mi sono soffermato ad osservare un'anfora greca; un vaso arancione con figure nere. La scena ritratta era la morte di Priamo, re di Troia.

La cosa sconvolgente è che l'assassino è Neottolemo, figlio di Achille, e l'arma del delitto è il nipote dello stesso Priamo: Astianatte. Il vecchio viene colpito col sangue del suo sangue fino alla morte.
Non conoscendo meglio le vicende mi sono informato, cercando di dare un senso ai continui ricorsi di peccati e parentele, tipici dell'epica greca.

Vengo a scoprire che la guerra di Troia non è la prima guerra che fosse stata combattuta in quei luoghi. C'è una prima guerra di Troia, in cui Priamo veniva invece chiamato il piè veloce, proprio come Achille dopo di lui.

In tutto questo, si capisce soltanto che gli antichi greci amavano le storie e che nutrivano una certa passione per gli equilibri karmici tra ciò che viene fatto e ciò che si subisce. In definitiva sembra sempre di leggere la stessa storia, che presenta tuttavia alcuni denominatori comuni.

Tralasciando presunte ragioni divine per la nascita di questa guerra, credo che ci siano dei luoghi nati per essere campi di battaglia e temi su cui da sempre l'uomo lotta ed incontra il dolore.
Il conoscere il quando e il dove dovremo affrontare tutto questo non è d'aiuto, come dimostrano gli oracoli: non si è mai pronti."

giovedì, giugno 23, 2011

Contingenze elementari (ottava parte)

Le disse che sì, sarebbe venuto.
In fondo non usciva da un pezzo, conoscere qualche persona nuova lo avrebbe stimolato.
Lei gli promise che sarebbe stato molto interessante, e divertente.

Era molto più sollevata ora che aveva avuto la certezza, tramite altre vie cui accennò sommariamente, che il killer di mezzogiorno non potesse essere sua sorella.
Considerò solo in quel momento, allacciandosi un consumatissimo orologio ocra al polso, l'orrore di un simile sospetto.
Non avrebbe mai potuto credere una cosa simile della sua, di sorella.
Tra i due immaginava di essere lui quello più portato per l'omicidio.

La villa era proprio come se l'era immaginata, la festa un pò meno. Invitati da tutto il mondo arrivavano ad ondate su larghi motoscafi retrò, che si avvicendavano al pontile con la lentezza millenaria di rettili tropicali. Intavolò interessanti conversazioni con alcuni volti noti: ex compagni di scuola della sorella. Temette di annoiarsi, continuando a pensare al fatto che in realtà non conoscesse nessuno.

Sapeva che la famiglia cui lei apparteneva era potente, ma aveva sempre associato la cosa a qualche distante lingotto d'oro incatenato nelle profondità di una banca europea piuttosto che a quella che ora si mostrava come celebre, indiscussa influenza. Si sorprese di aver avuto con quella donna, ora impegnata in una conversazione sul tempo con giovani ereditieri d'oltreoceano, un contatto banale come quello telefonico. Ripensò perplesso al biglietto infilato sotto la porta.

Passò il tempo tra una tartina ed un drink vergognandosi per la mancanza di osservazione che aveva dimostrato a se stesso. Non che lei gli avesse celato lo sfarzo dell'evento, era stato piuttosto lui a non ascoltarla, relegando nella propria mente il dialogo alla sfera lavorativa.

Fu avvicinato, mentre prendeva tempo guardando l'ora, da un uomo poco più giovane di lui che lo riconobbe chiamandolo per nome. Il tizio, presentandosi come Junior, disse di aver sognato i suoi sogni, di averlo seguito, di averlo quasi studiato. A sentir lui le variazioni erano l'evento onirico dell'estate.

Da lì, il discorso si sciolse in questioni che riguardavano in modo sempre meno nitido il suo lavoro.
"Ciò che mi sconvolge di più è come le cose più orribili vengano sempre fatte da chi all'inizio non voleva nemmeno sentir parlare della cosa."
Junior si schiarì la gola, comprendendo implicitamente di trovarsi di fronte ad un attento ascoltatore.

venerdì, giugno 17, 2011

Contingenze elementari (settima parte)

Un mese passò, insieme alle prime sei variazioni.
La cosa aveva suscitato nell'ambiente un certo interesse e giorno dopo giorno i commenti, lusinghieri o meno che fossero, andavano via via moltiplicandosi.
In compenso non era più stato contattato per il motivo per cui le aveva iniziate.
Le giornate passavano piuttosto lentamente, alternando il bello al cattivo tempo.

All'inizio della quarta settimana decise di organizzare una grande spesa ragionata per evitare vai e vieni dal supermercato vicino. I singoli sogni non richiedevano in realtà molto tempo, almeno non di più di quanto non ci avesse sempre dedicato, era piuttosto il continuo lavoro di rielaborazione a cui li sottoponeva ad essere talvolta il centro di intere giornate.

Il quinto sogno ad esempio, nato da un ramo delle stanze visitate nel secondo, si era inizialmente sviluppato con l'intenzione di ispirarsi alle varie cosmogonie riferite alle acque, ed in particolare al quinto giorno della tradizione cristiana. All'alba, quando si era finalmente deciso a dormire, il sogno era stato completamente prosciugato, riportando al deserto ciò che era nato nell'azzurro dell'acqua.

Lo sviluppo delle variazioni era diventato un gioco di guardie e ladri, un continuo rincorrersi. Causa di queste corse erano soprattutto furti, veri rapimenti di idee, che i singoli sogni si infliggevano vicendevolmente, imprestandosi retroattivamente i temi e sbirciando le trame che sarebbero seguite.
Nel frattempo, il killer di mezzogiorno continuava indisturbato il suo operato.

Ritornato dalla spesa, pronto a rimettersi al lavoro, lei lo chiamò. Ancora una volta percepì l'immacolata agitazione della sua voce.
Il settimo sogno avrebbe parlato della guerra.

domenica, giugno 12, 2011

Contingenze elementari (sesta parte)

"Ti ricordi? Quando eravamo piccoli facevamo sempre silenzio quando cominciavano i cartoni animati. Era un momento di estrema concentrazione, mi verrebbe da dire sacro. Comunque sia ordinato. Qualunque cosa voglia dire. Cominciavano i cartoni. Non so se ti ricordi quelli ambientati all'opera, una serata di gala o quello che era.

Insomma il personaggio principale comincia la performance con tutti i crismi: è una serata importante. Me ne ricordo almeno un paio strizzati in qualche improbabile smoking troppo elegante, già la cosa così era esilarante.

E poi cominciava la musica, una cosa solenne veramente, che ti faceva dubitare se stessi davvero guardando la stessa cosa che la sera prima ti aveva fatto morire dal ridere.
E poi, in un attimo tutto crolla: l'atmosfera solenne, la serietà, la preparazione, la compostezza. Ogni cosa degenera coralmente, abbattendosi sotto le violente spallate della musica.

Ti racconto tutto questo per dirti che la musica non era stata fatta per quel cartone animato. Era musica classica vera, una delle rapsodie ungheresi di Franz Liszt. Scritta almeno cent'anni prima. E' una melodia discontinua, dissonante, isterica, disturbata, un crescendo di follia faticosamente repressa nelle note iniziali. E' uno strillo di gioia primordiale strozzato dalla necessità di doverlo esprimere attraverso un meccanismo raffinato come la musica.

E' una transizione tra la ricerca dell'ordine ed il bisogno di caos. Anzi, è la transizione; in assoluto. Il degrado è la mutazione per eccellenza.
La variazione è selvaggia."

martedì, giugno 07, 2011

Contingenze elementari (quinta parte)

Camminarono fino al mare, parlando del più e del meno, mangiando le carote che lei aveva comprato nel pomeriggio.
Lui le chiese notizie di sua figlia, ossia sua nipote, e in cambio poté parlare di lavoro.
Sua sorella non aveva più sognato qualcosa di suo recentemente.

Cercava infatti di sincronizzare al meglio il suo riposo con quello della bambina, utilizzando anche i sogni post-maternità che lui stesso le aveva regalato per festeggiare la nascita. Si fece raccontare il succo delle sensazioni, i centri delle varie esperienze che proponeva. Si perdevano spesso in simili discorsi, scherzando poi sul fatto che avrebbe fatto prima a sognarne uno.

In qualche modo, mentre camminava verso la grande distesa salata, si accorse che una sensazione di fondo reggeva tutto il lavoro del fratello.
Indagando, lo portò a parlare dell'idea che aveva avuto sulle variazioni musicali, facendogli ammettere infine di star lavorando a qualcosa di più che a delle sperimentazioni sparse.

Il progetto delle variazioni aveva in effetti risvegliato alcune membra che col tempo si erano intorpidite. Dopo le soddisfazioni dei primi compensi, ricavati dai lavori che pian piano era riuscito a far apprezzare, le idee avevano continuato a moltiplicarsi; ma senza essere seguite dalle ambizioni. Piano piano aveva raggiunto uno stato compositivo professionale e distaccato, che risultava artisticamente asettico senza ribollire di ideologie, senza trasmettere la volontà di sfruttarlo o di liberarsene. Queste almeno erano le critiche che ritornavano nelle recensioni.

La calma olimpica di alcune delle sensazioni che era arrivato a poter trasmettere con certezza non erano pressate da urgenze maggiori, messe alla prova da impazienza o avidità.
Aggiustandosi i lunghi capelli spettinati dalla tramontana gli chiese se conoscesse Franz Liszt.

giovedì, giugno 02, 2011

Contingenze elementari (quarta parte)

Immaginare di rivolgersi ad un assassino non era abbastanza stimolante, o almeno non lo era con quei limiti.
Masticando il cavo delle cuffie con lo sguardo perso sullo schermo, si sentì come un mimo.
Doveva dire qualcosa senza pronunciarlo, mostrare senza svelare. Un paio di volte cominciò a buttare giù l'architettura del sogno, dicendosi che erano tutte paranoie e che un esterno non avrebbe mai capito l'argomento intorno cui girava disperatamente.

Riguardando quello che aveva fatto, tutti gli elementi gli apparvero come cartelli, biechi sbandieramenti delle proprie svogliate intenzioni. Dove sarebbe andato a parare percorrendo quella strada? Cestinò diverse mezzore di lavoro, a suo giudizio eccessivamente esplicite.

Il sogno andava creato come aveva sempre fatto, questo era un dato solido e basilare. Non poteva farlo scrivere ad un altro, non poteva tentare di cesellare troppo finemente quei sogni il cui marchio distintivo era sempre stata la forma grezza e incompleta. Arrivò ad un compromesso, stimolato dall'odore delle lasagne precotte che aveva infornato durante una pausa: scrisse il sogno tenendo a mente soltanto il fatto che sapeva dove voleva andare a parare, e non l'obiettivo finale.

Ne risultò una sensazione speziata che preannunciava sviluppi futuri, evoluzioni fondamentali che tuttavia avrebbero preso, per nascere debitamente, il tempo che era loro necessario. L'unica cosa a turbarlo fu la coscienza di aver in un certo senso aggirato il problema, cominciando da una matrioska superiore, come quegli scrittori che scrivono dello scrivere.

Con la musica non si può, pensò.
Si può con i testi, ma non gli venne in mente nessun analogo del suono.
Mentre caricava il sogno sul server, placando con dei cracker alla pizza l'ansia di essersi scoperto componendo qualcosa di leggermente diverso dal solito, gli venne in mente il concetto di variazione musicale.

Una lunga fila alle poste fu l'occasione per approfondire il collegamento mentale che l'aveva portato a ripensare alle variazioni. Le uniche che riuscì a rievocare furono le Goldberg, anche se lì per lì le ricordò a se stesso solo come "quelle con cui Bach fece esercitare il suo allievo".

Cosa avrebbe composto il giorno seguente ancora non lo sapeva, era curioso soltanto di tornare a casa per ascoltare il piano di Bach e di sapere come avrebbe dormito il killer di mezzogiorno.

lunedì, maggio 30, 2011

Contingenze elementari (terza parte)

"Come ti dicevo, trattandosi di mia sorella non intendo andare alla polizia....almeno finché non avrò prove certe."

Continuando a giocherellare con il gioiello d'ambra che chiudeva la collana bevve un altro sorso.
Era affetta da alcuni comportamenti che avrebbero fatto immediatamente fatto pensare all'insicurezza, se non avesse avuto una voce tanto strana, così profonda e priva d'accento.

"Il killer di mezzogiorno potrebbe anche non essere lei, o almeno lo spero. Non lo so, per quanto mi riguarda penso di aver fatto bene a parlartene, altrimenti non sarei proprio venuta in primo luogo. Riconosco però che sbatterti un sospetto simile in faccia chiedendoti di tacerne non sia un comportamento che lascia molto spazio alle reazioni "comuni". Tutto questo giro di parole per spiegarti che sono disposta a pagare, sia per fare quanto ti chiedo che per disinteressartene se decidessi di non accettare. L'amicizia che mi lega a tua sorella non lo rende un favore personale, ecco."

I soldi gli facevano indubbiamente gola, e non c'era bisogno di essere nel suo appartamento per ricordarglielo. Il lavoro che faceva gli garantiva una certa libertà, ma non gli dava propriamente i mezzi con cui goderne. Si domandò quanto avrebbe potuto offrire.

"Capisco, ma mi sfugge il modo in cui pensi di quantificare il mio...compito. Non c'è ragione di credere che se i delitti finissero sarebbe merito mio. Il fatto che tua sorella scelga spesso i miei sogni potrebbe non significare nulla. I delitti potrebbero anche smettere per un altro motivo, a parte il fatto che potrebbe non essere lei. Inoltre credo che la vita non sia propriamente regolata da quello che si sogna, potrei anche non riuscire a trasmettere quello che mi chiedi."

Lei cominciò ad annuire già a metà del suo discorso, un altro sintomo dell'impazienza che invece mancava alla sua voce. Forse era solo un'urgenza fisica, come il bisogno di andare in bagno.

"Sono d'accordo, anche io ho pensato la stessa cosa. Poi però mi sono detta: questa cosa potrebbe essere come sponsorizzare la fine dei delitti. Immaginalo come una pubblicità: chi sceglie cosa fare alla fine è il consumatore, ma se non gli vengono presentati il prodotto e le sue qualità non è nemmeno a conoscenza dell'esistenza di una scelta.

D'altro canto, questo sottile condizionamento attraverso i sogni è solo una delle strade che intendo perseguire. Tutte sono abbastanza discrete, ma immagino che tra tante qualcuna possa schiacciare i tasti giusti e perlomeno chiarire se il sospetto che nutro è legittimo o meno. Inoltre, ci sarò io ad osservare l'evolversi della situazione da vicino, se le cose cambiassero potrei coordinare tutto di conseguenza. Intendo investire tutta me stessa in questa cosa."

Spogliato delle connotazioni inquietanti della cosa come il sospetto d'omicidio era in definitiva un lavoro facile. Il successo o il fallimento della cosa non dipendeva da lui, la sospettata non sospettava nulla, non sapeva nemmeno che lui e la sorella si conoscessero.

Sentendosi abbastanza al sicuro accettò.

venerdì, maggio 27, 2011

Contingenze elementari (seconda parte)

Quando ebbe finito di lavorare accese la televisione. Sullo schermo si scontravano i personaggi di un film d'azione dei primi anni duemila, impeccabili come manichini d' alta moda, abbronzatissimi senza scottature. Benché non riuscisse a ricordarne il titolo sapeva di averlo già visto, una qualche replica la domenica pomeriggio. Era troppo pigro per cercare il titolo, e troppo distratto per accorgersi di non sapere in quale giorno della settimana si trovasse; magari era proprio una domenica pomeriggio.

Il punto era che la natura stessa delle sue routine era sregolata: sveglio quando gli altri dormivano, quindi potenzialmente mai. C'è sempre un cliente per un venditore di sogni, diceva qualche slogan di moda anni prima. La cosa gli ricordò con piacere il sogno che aveva trovato nella scatola dei cereali: il coupon doveva ormai essere perso in uno dei sacchetti che aveva ordinatamente messo in fila davanti alla porta di casa prima di mettersi all'opera.

Aprì il frigo, cercando qualcosa da mangiare. Aveva praticamente finito tutto lavorando.
Decise che il giorno dopo avrebbe comprato qualcosa di croccante e della pasta all'uovo, e poi magari avrebbe fatto scorta di succo, variando il mango con pesca e albicocca.

Era di nuovo seduto sul divano, guardando lo schermo senza vederlo, intento in pensieri oziosi riguardanti un domani che invece, lentamente, già sorgeva al di là delle tapparelle abbassate. Un grosso sole obeso spuntava da qualche parte, per battere i suoi raggi rarefatti dai vapori marini contro il pallido rosa del caseggiato.

Indagò come sempre i commenti a caldo sul sogno che aveva composto, prima di andare a dormire. Era piaciuto, ma sapeva che i primi a recensire erano spesso esaltati, entusiasti cronici più emozionati per essere i primi a parlarne che per il sogno stesso. O almeno era così per i prodotti degli aspiranti artisti come lui, che producevano esperienze oniriche a livello artigianale, lontani dai grandi componimenti delle società dedicate, compagnie che ogni notte raccoglievano milioni di sognatori.

Tra cui lui stesso, che caricato un grande classico decise di andare finalmente a dormire.
Lei suonò il campanello tre volte, quando ormai si trovava nel profondo del riposo.
Spiegò brevemente in un biglietto chi era, aggiungendo che sarebbe tornata, e lo fece scivolare sotto la porta, immaginando che non avrebbe avuto senso lasciare altri messaggi in una segreteria che poi non avrebbe ascoltato.

Il nuovo pezzetto di carta trovò scomodamente posto tra i cumuli di spazzatura.

domenica, maggio 22, 2011

Contingenze elementari (prima parte)

Cercò la propria immagine dentro la vetrina, senza trovarla.
L'unica cosa che vide fu il sacchetto con il prosciutto crudo e il succo di mango, il resto erano solo pile di libri, mazze da golf e la chitarra che aveva attirato la sua attenzione.

Rientrato in casa, non riusciva a togliersi dalla mente l'idea di non saper suonare uno strumento. Il suo percorso musicale era stato tortuoso, ma mai veramente impegnativo. Aveva provato qualcosa dopo aver smesso con il piano, da bambino, ma adesso faticava addirittura a ricordare quali fossero gli strumenti precisi con cui si era misurato.

La chitarra era comunque un desiderio nuovo, immediato, una voglia di imparare ad estrarne un suono nata nel momento in cui aveva visto il cartellino del prezzo appeso ad una chiave.
Acceso lo schermo trovò una playlist di virtuosi della chitarra, da ascoltare mentre intanto riordinava l'appartamento.

Era in effetti un pò di tempo che non metteva a posto. Dopo essersi occupato della carta dei quotidiani e degli scontrini che inspiegabilmente faticava a buttare via, cominciò ad interessarsi ai bicchieri e alle altre stoviglie che giorno dopo giorno avevano lasciato la credenza per stabilirsi chissà dove.

Per qualche motivo che non gli riuscì di spiegarsi, fare i lavori di casa ascoltando la chitarra non era opportuno. Il suono sembrava non solo dissociato dai suoi pensieri, ma anche da quello che stava facendo. Immaginò qualcosa a proposito del disordine, ma sapendo che nessuna spiegazione sarebbe stata sufficiente, cambiò semplicemente musica facendo partire Open Sesame di Freddie Hubbard.

Ramazzando la camera da letto, strofinando forchette incrostate da giorni, si accorse che l'atmosfera cominciava ad avvicinarsi ad un'identià compiuta, come se fino a quel momento i suoi gesti non fossero stati sincronizzati con l'effetto che producevano.

Finito il lavoro si versò un bicchiere di succo. La notte si avvicinava a grandi falcate, era tempo di preparasi per andare in onda.