lunedì, dicembre 30, 2019

Gangblend

Petroni aveva la bocca impastata, per cui decise di bere un bicchiere d'acqua prima di andare ad aprire la porta.
Non aspettava visite.
Quel trillo prolungato, udito così raramente, gli ricordò non solo di possedere un campanello ma di avere anche una casa e di averci vissuto da più di quattro anni.
Magari era uno dei suoi figli. Non erano mai stati in quella casa; almeno, non fisicamente. Solo le loro voci e le loro immagini, per gentile concessione dell'onnipresente tecnologia, avevano abitato quegli ambienti insieme a lui.
I loro corpi non sarebbero mai potuti stare tutti insieme, in quella casa, come ai cosiddetti "vecchi tempi". Sarebbero in realtà dovuti essere "bei vecchi tempi", ma Petroni era uno che trattava i ricordi con troppo rispetto per lasciare che si edulcolorassero col passare del tempo. Non sarebbe stato possibile radunare sotto quel tetto tutti i suoi figli e le loro famiglie nemmeno se le sue tre ex mogli si fossero state simpatiche. Eppure, c'era stato un tempo in cui la sua casa era stata grande, con molte stanze ampie e abitate, perfino traboccanti di vita. Poi, con il tempismo proprio dell'Algoritmo, i suoi figli erano volati via verso i loro incarichi e lui, proprio come loro, aveva seguito ancora una volta strade nuove.

Petroni pensava che il mutare dei suoi spazi avesse sempre seguito un andamento estremamente naturale. Nei suoi ragionamenti prima del dormiveglia, si vedeva come un airone appoggiato al ramo di un grande albero. L'airone, per distrarsi dal freddo del solstizio d'inverno, ripensava ai suoi nidi passati, riuscendo quasi a vederli e a risentirne il calore sotto le piume. Quando Petroni si addormentava il ragionamento diventava sogno, facendo volare l'airone in cerchi sempre più grandi.

Un cartello vicino alla porta recitava: "tutto accade attraverso l'Algoritmo".
Non si trattava davvero di un cartello, ma della foto di una scritta su un muro assolato che Petroni aveva scattato tanti anni prima.
Non era nemmeno quella la scritta: sul muro c'era un ideogramma il cui significato era stato tradotto da una bella ragazza che faceva loro da guida, quel giorno. Petroni ne era rimasto molto affascinato e spesso ripensava a quella mattina: il sapore dei datteri, in particolare, sembrava non volerlo lasciare.
Tutte le mattine, Petroni guardava l'ideogramma senza vederlo, leggendone solo il significato attraverso le lenti del suo ricordo: non avrebbe saputo riprodurlo nemmeno sforzando la sua memoria al massimo. Come la sua faccia al mattino, davanti allo specchio, l'ideogramma era diventato un fondale su cui distinguere, solo ogni tanto, impercettibili differenze: un capello bianco, un granello di polvere sulla cornice, una nuova ruga.


Petroni richiuse la porta alle spalle della ragazza: il colloquio si era protratto fino a tarda sera e adesso avrebbe ordinato volentieri una pizza, anche se concentrarsi sulla cucina sarebbe stata un'utile distrazione dopo tutte quelle domande. L'intervista era durata più di tre ore e lei non aveva accettato nemmeno una tazza di te.

Mi parli di Curzio, cosa può ricordare di lui? 
È per una ricerca. 
Si senta libero di raccontare le cose come le vengono in mente, nell'ordine che preferisce.

Non era la prima volta che l'Algoritmo poneva questo tipo di domande attraverso ai suoi emissari e non era la prima volta che questi si rivolgevano a Petroni per cercare una risposta.
Qual'era la storia che l'Algoritmo cercava di ricostruire, o forse di raccontarsi, riguardo a Curzio? Qualsiasi fosse, doveva certo essere una storia ormai sgangherata e contorta, ridotta a brandelli dalle conferme e dalle smentite di cento altre persone che, proprio come Petroni, avevano incontrato quel giovane sulla loro strada, per non parlare delle diverse interpretazioni che quelle stesse persone avevano restituito negli anni per completare o smontare le loro storie.
Sembrava essere semplicemente un grande casino, che forse nemmeno l'Algoritmo avrebbe capito.

Petroni andò a stapparsi una birra.
La sua fede nell'Algoritmo stava forse crollando? Poteva anche essere.
Eppure, l'Algoritmo doveva aver sempre operato così, elaborando innumerevoli informazioni grossolane, contraddittorie e confuse. Storie raccontate da bocche diverse, in tempi diversi, con diverse visioni del mondo e dei suoi abitanti. C'era così tanto da scremare per poter far riemergere la Verità, ossia gli eventi che davvero si erano consumati da quando Curzio aveva preso la porta per cercare Violet, dovunque fosse finita.
L'Algoritmo doveva aver sempre operato così, nell'ombra, come un fabbro pazzo e operoso, che martellando infaticabile crea strumenti più armoniosi e perfetti tanto dei suoi martelli quanto di sé stesso. La Perfezione Iterativa, che tutto macina senza comprendere, perdonando agli eventi di essere brutti ed inutili, strangolandoli nella sua morsa senza fine per ricavarne un balsamo impossibile: l'olio della realtà.

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