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lunedì, gennaio 17, 2011

I carotaggi (terza parte)

Un fantasma con un difetto di pronuncia può non far paura a nessuno.
L'idea che invece porta con se è di sicuro spaventosa, almeno per qualcuno.

Un morto che conserva qualcosa della sua vita materiale, in particolare un difetto, non è un morto: è un vivo che non vive.
Il che è diverso. Non essere, non so come possa essere, però è curioso pensare al dopo la morte come un luogo dove siamo noi senza essere le cose che ci rendono tali.

Ci sarà pure qualcosa che è solo di una persona: un modo di sorridere, una svergolazione del setto nasale che è sua e di nessun altro. Che cosa succede della particolare inflessione che aveva la sua voce dopo morto?

Il punto è che la morte è dei morti, e di nessun altro. Disturbarli non è un pericolo per noi, quanto per la loro autostima: voi magari non ricordereste continuamente ad un morto quanto era brutto da vivo, ma il pensiero della vita gli farebbe certo quest'effetto.

La storia di B

Io ero seduto sulla mia sedia, come al solito.
Quel bambino era andato e venuto tutta la mattina: un casino terribile.
L'altra invece era venuta, aveva disegnato, se ne era andata.

Il disegno era il suo orgoglio. Me lo aveva mostrato, un attimo appena. Non l'avevo visto veramente bene in realtà. Continuava a muoverlo. Fastidiosissimo.
Lo aveva fatto vedere a tutta la casa, sua madre pensava proprio di incorniciarlo.
Da incorniciato avrei certo potuto vederlo meglio, a me stava bene.

Dalla mia sedia la scena fu semplice. Il bambino guardò il disegno, poi l'oliera. La spinse. Poi corse via.
Tornò con lei, coperti di lacrime entrambe. Lacrime bagnate uguali, scroscianti uguali, arrossanti allo stesso identico modo.
Il disegno era rovinato.

Lui la consolò, per quelle che mi sembrarono ore. Le fece intravedere tutti i disegni che l'aspettavano nel futuro. Piansero, sorrisero, piansero ancora.
Non capivo. Avevo visto tutta la scena eppure ero quello che ci capiva di meno.

L'aveva guarita ammalandola di dolore.

giovedì, gennaio 13, 2011

I carotaggi (seconda parte)

Ci sono rari casi in cui all'oratore è dato di parlare senza essere interrotto.
Quando questo è vero tra le persone non lo è nelle loro menti, e viceversa.

Le tre poltrone erano sempre dove erano state lasciate, sempre che di tre poltrone si trattasse. Si usano degli esempi sperando che poi colui con cui ci intendiamo non si limiti a completare le figure ma ne crei di nuove. Avete mai disegnato l'albero che stavate guardando?

La storia di C

Ricordo una panchina in un parco.
L'ora è quella a cui si riferisce quando si dice "era giorno".
La persona che vi parla è quella cui ci si riferisce quando si dice "ero io".
Era giorno, io mi ricordo di una panchina in un parco.
Vi ero seduto. Ci sono ragazze che fanno jogging, passano in paraorecchie di lana e pantaloncini corti.
Alcuni piccioni beccano forsennatamente nell'erba alta.
Padre e figlio giocano a frisbee.
Ci sono dei bambini nel parco giochi e come è prevedibile: giocano.

Un barbone si avvicina alla mia panchina.
Riconosco che è un barbone dall'odore, e ovviamente dalla barba.
Ecco che comincia a parlarmi:
"Vedi amico..."
In un altra situazione non rimarrei qui ad ascoltare quello che ha da dirmi; ma è un assolato pomeriggio in un parco, ci sono dei bambini: non posso picchiarlo a sangue.
Troppi testimoni.

Vedi amico: quando uno è un barbone come me, certe cose le sa.
Non c'è bisogno che ti dica che quando un barbone si siede su una panchina occupata sono poche le persone che educatamente lo ascoltano, come te.
I più se ne vanno, o semplicemente fanno finta di niente. Altri reagiscono ancora peggio, ma per fortuna oggi c'è pieno di bambini.
Vedi amico: molti si spazientiscono quando un barbone rassegnato, come lo sono io, gli dà dell'amico.

E mentalmente ribatto:
In effetti caro barbone puzzolente di gin, il tuo "amico" è inopportuno: se sono rimasto è anche per un altro motivo. Non sono seduto come uno scemo da solo un'assolato pomeriggio in un parco senza una ragione. Intorno a me tutti sono accoppiati o sono in procinto di esserlo, cosa ti fa pensare che io sia da meno? Sto aspettando una donna, una maestra elementare per l'esattezza. E' in ritardo e spunterà fuori da un momento all'altro. Ella inorridirebbe se sapesse che il suo spasimante, che sarei io, schifa (giustamente) i rifiuti umani (come te). Resterò qui buono buono sperando quasi che mi veda operare carità verso la tua misera solitudine. Se ce l'ha fatta quella del tizio con la scatola di cioccolatini posso farcela anche io.

Per fortuna caro amico, ci sono cose diverse dalle apparenze. Quando ti ho visto, mentalmente mi sono detto: Clarence, vecchio mio, quel figlio di puttana non ti starà certo ad ascoltare. Ha proprio la faccia di uno stronzo con un appuntamento al parco con la classica decerebrata (sotto sotto lesbica) assatanata che per lavoro sbatte in faccia a dei minori sani principi che personalmente disprezza e non rispetta: confondendoli e facendogli dubitare del prossimo.

Ma tu caro amico, sei diverso. Non sappiamo quello che ci aspetta e tu sicuramente sei stato un compagno di panchina inaspettato. La vita è incedibile: uno si crede che, cosa ne so, quei piccioni stiano beccando del comune mangime e invece si tratta del vomito puzzolente di gin di un vecchio ubriaco.

lunedì, gennaio 10, 2011

I carotaggi (prima parte)

Non c'è silenzio, almeno non il silenzio che ci si potrebbe aspettare.
La situazione è tutto meno che solenne: vengono sopratutto in mente le poste.

Tre poltrone separate da spesse pareti di cotone sembravano contenere altrettante persone. Un osservatore che si fosse interessato a tanto piccola situazione avrebbe, forse, facendo molta attenzione, intuito quanto segue.

La storia di A

Non ricorderò cosa stavo facendo prima di venire qui, ma perbacco se non ricordo certe altre cose.
Fui ricoverato in attesa di un intervento in seguito ad una caduta in moto. Ne ebbi per dei mesi, stampelle, fisioterapia e tutto il resto. Insomma, non ero tanto dolorante quanto spaventato, e triste. Il mutuo da pagare, la vicenda dei permessi revocati, il matrimonio di mia figlia, insomma c'erano un sacco di cose a gravare sulle mie spalle. Anzi, il matrimonio di mia figlia no, quello fu dopo: faccio confusione.

Ero giovane infatti, appena sposato...credo. Un incidente era proprio quello che non ci voleva. Ma mi misero in stanza con un ragazzo. Più giovane di me, ricoverato per una cosa simile alla mia. Aveva sempre gli occhi velati dalle lacrime, ma non piangeva mai. Tuttavia si vedeva che faceva una gran fatica a trattenersi: a volte gli tremava la voce e poi non si girava mai.

I nostri letti erano vicini, ma parlavamo tra noi senza guardarci, il suo tenere lo sguardo fisso contro il muro mi aveva convinto a fare altrettanto.
Nonostante tutta la paura che traspariva le sue parole andavano altrove: tutte le volte che saltava fuori il motivo della sua degenza cercava pateticamente di sminuirlo. Io non facevo che lamentarmi e scusarmi.

Una notte cominciai a parlargli dei miei problemi senza preamboli. A voce alta, come continuando un discorso semplicemente interrotto. Il giorno dopo diedi la colpa ai sedativi, ma lì per lì sapevo che avevo bisogno di parlare. E lui per tutta la notte mi tenne compagnia, rispondendo in un modo ragionevole che mi parve sinceramente interessato.

I suoi parenti erano brave persone, felici, mi fecero tanti auguri di pronta guarigione.
Non ricordo il giorno in cui operarono me, ma non posso dimenticare quello in cui operarono lui.
Si trattava di un'intervento di routine ma per quanto banale in quel momento eravamo noi gli operati, eravamo noi gli eroi. In quei giorni di malattia, di stasi, di sofferta attesa, l'operazione era la cosa più importante di tutte e lui, mentre lo portavano via mi guardò con quegli occhi velati e mi strinse la mano con un cinque: forza, mi disse. E basta.

Cos'era quello? Quel ragazzo? C'era del coraggio, eppure che senso aveva mostrarlo in quella situazione, in quel modo? A chi giovava?
A me, le sue lacrime non versate erano servite a me.