sabato, novembre 26, 2011

Karma Piatta

Non c'è niente di meglio del lunedì mattina.
La gente torna a lavorare dopo aver trascorso un piacevole fine settimana; al lago con i bambini magari. Tutta la gente, la gente cosiddetta normale; tutti tranne me, insomma.
Persino Fred, il mio collega coi capelli color carota, al sabato sera combina qualcosa. Freme tutta la settimana - lo vedo, lo controllo, dietro a quella scrivania di polistirolo - nell'attesa del Sabato-Al-Cinema-Con-La-Sua-Jenny.
Io li odio i fine settimana. Dovete credermi, non li sopporto.
Il week end è il trionfo dell'emarginazione sociale, rappresenta il fallimento dello Stato.

Lower Manhattan : qui c'è il più grande attraversamento pedonale del mondo.
Se non ci siete mai stati, per rendere l'idea, posso dirvi che è come una battaglia : ogni settimana, alle sette e cinquantacinque del lunedì, due enormi eserciti solcano le strisce pedonali e si fronteggiano qui.
E' come una partita di football con tantissimi giocatori; o una gara di Nascar affollata, e a piedi.
E io, il lunedì mattina - ogni lunedì mattina - io vengo qui a partecipare a questa battaglia.
Anche se partecipare non è proprio il termine adatto; mi definirei più un cronista, un osservatore. Ecco sì, io agli attraversamenti pedonali guardo le persone che mi circondano. E vi assicuro che non ho mai trovato qualcosa di più interessante.

Dovete sapere che io ascolto tanta musica; a volte, nel mio microappartamento al 32esimo piano, addirittura suono la chitarra; però soltanto a orari incivili e improponibili, per disturbare una delle mie vicine di casa, che fa partire lavatrici a tutte le ore.
Fin ora non si è mai lamentata, purtroppo.
Tempo fa, mentre parlavo con Fred - ma in realtà parlavo da solo, usufruendo solamente della persona fisica di Fred, per non sembrare troppo strano agli occhi dei colleghi - avevo sostenuto che mi sarebbe tanto piaciuto sapere cosa frullasse nella testa dei cantanti, nel momento in cui avevano deciso di scrivere una canzone che parlasse di Vita, della Vita; e pensare che c'è chi addirittura ha usato la parola Vita proprio nel titolo della canzone.
Ok, Vita è una parola che si presta abbastanza ad ogni evenienza, lo ammetto; ma non si può usarla a cuor leggero.

Ecco, questo lunedì mattina sono qui nel mio attraversamento pedonale preferito, cuffie color verdeacido nelle orecchie, e ascolto Frank Sinatra, e l'ho capito!
Ho capito perfettamente a cosa pensasse il vecchio Frank mentre scriveva That's Life, e, ragazzi, è stata veramente una goduria indescrivibile.

E' la vita, è quello che dicono le persone.
Vai alla grande in Aprile,
Muori a Maggio.
Ma io so che cambierò questo ritornello,
Quando sarò tornato indietro all'inizio di Giugno.

E' la vita, pazza come sembra.
Certe persone si prendono i loro calci,
Camminando sui sogni;
Ma non lascerò che questo mi butti giù,
Perchè questa vecchia parola continua a raggirare le persone.

Sono stato un burattino, un povero, un pirata,
Un poeta, un pedone e un re.
Sono stato su e giù e al di sopra e al di fuori
E so una cosa:
Ogni volta che ritrovo me stesso spiaccicato contro la mia faccia,
Mi tiro su e torno in gara.

Questa è la vita, non posso negarlo,
Penso di piantarla,
Ma il mio cuore non vuole questo.
Se non pensassi che sia stata come una prova,
Mi arrotolerei su una grossa palla e morirei.

martedì, novembre 22, 2011

Alibi, V parte

A fine serata Eduardo mi accompagnò verso casa.
Dopo tutto quel tempo passato a ridere con gli amici, sembrava tornato serio in un solo momento, istantaneamente. Forse avevamo semplicemente scherzato abbastanza per quel giorno. Fu lui a rompere il silenzio.

"Ho sentito che Matteo ti ha parlato di qualcosa oggi, si trattava del blog?"
"Sì - sospirai - mi ha detto che ha postato. Qualcosa a cui pensava da molto tempo."
Eduardo tirò un calcio a una lattina sdraiata, stancamente, facendola rotolare su se stessa mentre ci precedeva.
"Il blog...il blog...tu ci pensi mai al blog?"
"Se ci penso Edu? Insomma..." Mi ritornò in mente l'Eduardo che avevo visto quella mattina, minuscolo ed aggrappato alla 'a' finale di Salvia. Niente sembrava essere più assurdo di quella visione ripensandoci allora.

"...sì, ci penso ancora al blog. Allo scrivere in generale veramente. Anzi, direi che pensò di più allo scrivere proprio quando non scrivo." Il suo silenzio meditabondo mi invitò a continuare. "Ad esempio, ora ho in mente un paio di cose. Un racconto ambientato in una società in cui non esiste una parola per indicare le donne e a cui quindi ci si riferisce solo come non-uomini. Questo genera una serie di dubbi sull'effettiva esistenza delle donne, che per tutta risposta indicono uno sciopero del sesso...tipo Lisistrata."

Non sembrò molto entusiasta della risposta. La cosa mi ricordò quel personaggio de La ricerca del tempo perduto che prova vari argomenti come altrettante chiavi, per penetrare nell'interesse del suo interlocutore. Leggermente, saggiando appena se la porta è stata aperta di volta in volta, smettendo subito di forzare la mano non appena si accorge che è ancora chiusa.
Provai ancora:

"Avevo anche in mente una storia in un futuro prossimo. Le automobili invece di rotolare strisciano su una specie di gomma vischiosa e la gente smette di avere paura dei serpenti."
Rimase in silenzio, come incredibilmente amareggiato. Arrivai persino a temere di averlo, in qualche modo, offeso. Quando arrivammo sotto casa mia un filo di vento accompagnò la sua ultima frase:

"Leggi il post di Matteo, non leggerlo, fai come vuoi. Non importa ormai, non importa più. Ognuno per sé. Anzi, peggio di ognuno per sé. Se esiste qualcosa di più solitario della solitudine lo scopriremo. Purtroppo, per noi non c'è nessun addio, stasera come per i giorni a venire: ognuno a casa propria."

Lo seguii con lo sguardo fino a che non svoltò l'angolo. Mi sembrò addirittura che ridesse. Una risata che metteva i brividi.

domenica, novembre 20, 2011

Alibi, IV parte

Risposi, era Eduardo:
"Dove sei? Vieni qui, non c'è tempo!"
"Non c'è tempo? Per cosa? Cosa?!"
Avevo urlato e Francesco e mio padre mi guardarono sbigottiti, mentre Eduardo rispondeva alla mia domanda.
Buttai giù.
"Il compleanno di Michele - dissi - non ci sono a cena"

Arrivai al bar di piazza Xxxxxx con dieci minuti di ritardo, c'erano proprio tutti.
Notai subito Matteo ed Eduardo, quelli che sarebbero dovuti essere rispettivamente avvolto nelle bende ed alto pochi centimetri. Erano invece perfettamente normali, o almeno tanto normali quanto gli altri.

Ci conoscevamo, noi tre, ormai da molti anni. Nel lontano 2xxx avevamo anche aperto un blog insieme: "I tre caballeros". Sul blog scrivevamo i nostri scherzi, saggi, racconti, a volte perfino poesie. Vedendoli, più che pensare alle loro misteriose apparizioni, essendomi ormai convinto che l'uomo all'ospedale dovesse essere proprio Matteo, ripensai al blog e al fatto che ormai non scrivevo da mesi.

La serata fu molto divertente: come al solito finimmo per ri-raccontarci le solite cose, che tutti conoscevamo già, eppure la cosa ebbe, almeno per me, una magica proprietà distensiva. C'era qualcosa di atavico nella nostra tradizione orale, nella nostra epica di provincia capace di arricchirsi in modi misteriosi, selezionando con criteri incomprensibili gli eventi e i personaggi degni di essere salvati per poi riproporli a quelle stesse persone che li avevano vissuti direttamente.

Circa a metà serata, Matteo mi prelevò per parlare in disparte. Mi ero talmente astratto dagli avvenimenti della giornata che non pensai nemmeno che potesse parlarmi a riguardo di quella stanza 313 dell'ospedale Xxxx. Infatti non parlammo della stanza e del suo occupante.
"Ho postato, ci ho messo un sacco ma alla fine ho postato."
Annuii, addentando un pezzo di pizza.
"Solo che era una bozza, per cui lo ha pubblicato con la data della bozza. In pratica è venuto fuori prima del tuo ultimo."
"Ho capito, ho capito...- risposi con la bocca piena - lo leggerò, non sarà un gran problema trovarlo!"
Tornammo ai festeggiamenti del nostro amico.


martedì, novembre 15, 2011

Alibi, III parte

Quando me ne andai, finito l'orario delle visite, dovetti concludere di non aver capito niente.
Come mi era successo parlando del tempo con Eduardo, ebbi la chiarissima sensazione di conoscere perfettamente qualcosa. La certezza che sentivo era che le due persone fossero collegate tra loro. Era come, pensandoci bene, avevo sempre saputo: Eduardo e Matteo, non uno dei tanti Matteo ma uno in particolare, si conoscevano in effetti da ben prima del mio arrivo.

Un uomo minuscolo ed uno muto e avvolto dalle bende andavano comunque collegati, per trovare un senso nella faccenda.
Il punto, tuttavia, era proprio questo: ritornando in macchina a casa portai al massimo la traccia estiva suggerita dalla radio e pensai che io di quella storia potevo anche non volerne sapere di più.

In più, il mio timore era quello di poter trovare soluzioni più vicine alla verità che alla realtà. I miei amici sfidavano le leggi della fisica e se avessi seguito queste logiche tanto valeva rifarsi alla fantascienza de L'uomo invisibile e Tre millimetri al giorno. Di questo passo, pensai, presto avrò paura di imbattermi nel mostro della laguna Nera o nell' uomo-mosca.

Fermo ad un semaforo, riuscii finalmente a perdere il filo dei miei pensieri nella musica e a tranquillizzarmi. Rientrai a casa in questo stato d'animo di precaria serenità.
Una voce mi raggiunse appena varcata la soglia: "Filippo? E' arrivata una lettera per te, l'ho messa in camera tua."
Seguii la voce per trovare mio padre in salotto. Stava seduto sul divano e teneva in braccio un bambino piccolo, di un anno al massimo.
Prima di qualunque altra cosa, gli chiesi chi fosse il bambino.

"Ma come," rispose "è tuo fratello Francesco!" E contemporaneamente fece sobbalzare il bambino sulle ginocchia. Francesco rideva.

Mi fratello Francesco, di due anni più grande di me, si presentava ora come un bamino di pochi mesi. E tutto sotto lo sguardo di mio padre, che trovava la cosa come la più naturale del mondo. Fu per me la fatidica ultima goccia: sentii la collera per questi inspiegabili avvenimenti risalire dentro di me come lava in un vulcano.
Stavo per esplodere quando, improvvisamente, il mio cellulare si mise a squillare.

Strano, pensai in un baleno, non era silenzioso?

sabato, novembre 12, 2011

Capitolo 18) Apnea

La scia luminosa di Udine si allontana sempre più.
E' una notte fredda e piena di stelle, il che non suona bene come una notte buia e tempestosa, ma va bene lo stesso.
Mentre sono a penzoloni nel vuoto, nel retro del Pick Up di Merlo, il mio pensiero vaga in ogni direzione, probabilmente per gettarmi alle spalle quanto appena accaduto.

Ammetto che avrei tanto voluto avere un quaderno come quello di mia madre, in cui annotare le frasi dei romanzi che mi colpivano in modo particolare. Certo, piano piano i quaderni diventavano due, tre, trenta : un'impresa per cui era necessaria una certa costanza.
Forse avrei desiderato possedere la costanza di mia madre, e non il quaderno.

Merlo guida silenziosamente, quasi dolcemente; e questo mi stupisce molto, considerando chi ha di fianco sul sedile-passeggeri. O meglio, chi non ha; chi non avrà mai più al suo fianco.
Sento la radio gracchiare un pezzo vagamente country, flebile come se fosse molto lontana da me, e non nell'abitacolo.

Mi lascio andare, in fondo il peggio è passato; sono con mia sorella in un bel campo di fragole, rossissimo; la sto rincorrendo, sembra proprio che lei si diverta, almeno fino a quando non mi perde di vista. Sono già lontano, percorro a piedi nudi un lungo trampolino : quanto sarebbe stato bello tuffarsi in quel mare di tempera e olio.
E improvvisamente mi torna in mente Deb.

"Ehi Signor Merlo, ferma subito quest'auto!" - grido sbattendo i pugni contro la griglia di ferro che ci separa.
Merlo non mi fa attendere, arrestando senza scossoni il furgone nel mezzo della strada deserta; dopodichè si volta a guardarmi, più incuriosito che intimorito.
Merlo ha il volto di chi è al crocevia della vita : un ingombrante passato appena chiuso in valigia, un futuro che non avrà propriamente la forma di una valigia.
"Dobbiamo tornare a prenderla".

Pensate a un Personaggio grandioso, di un film o di un libro; un Personaggio che è stato appena inserito nella Storia, ma che veramente fin dall'entrata in scena, fin dalla sua prima battuta, vi ha fatto esaltare; un Personaggio a cui avreste voluto stringere la mano e dire : "finalmente sei arrivato tu a dare un senso a questa pellicola!" o "piacere di aver letto di te, Personaggio!".
Fatto? Bene. Ora pensate ai rari casi in cui un Autore toglie dalla circolazione anzitempo quel Personaggio; non è rilevante in che modo: soltanto lo porta via da voi. Pensate alle sue potenzialità inespresse, alle speranze brutalmente disattese, al senso di frustazione, all'amarezza, alla rabbia animalesca, ignorante e cieca che monta in voi.

Ecco.
Ora potrete ben capire il mio stato d'animo nel momento in cui Merlo è entrato nella stanza e ha ucciso Gòto.

martedì, novembre 08, 2011

Alibi, II parte

Stavo per replicare quando il suono del coltello contro il tagliere mi costrinse a tornare con lo sguardo alla mia mansione. Dopo aver constatato che non mi fossi tagliato un dito, ritornai a cercare il mio amico, solo per constatare che non c'era più.

In quel preciso istante, prima che potessi chiamarlo, rientrò mia madre.
"E' per te, ma non so chi sia"
Mi stava in effetti porgendo il telefono, schermando con le mani il microfono. Non mi ero assolutamente accorto che avesse squillato, ma lo misi ugualmente all'orecchio.

Una voce di donna parlò prima ancora che potessi dire "Pronto?":
"Venga all'ospedale Xxxx, stanza 313. Se parte ora, può ancora farcela. Con l'orario delle visite intendo. E' molto importante."
Buttò giù, senza che avessi la possibilità di rispondere.
Mia madre era di nuovo intenta nelle sue occupazioni, immersa. Quando mi alzai, fui sorpreso che non chiedesse chi avesse chiamato, o che cosa avessero da dirmi.

Senza fiatare presi l'auto e andai all'ospedale Xxxx. Dave Brubeck uscì dagli altoparlanti non appena girai la chiave e non mi abbandonò fino a quando non ebbi parcheggiato e spento. Come sapessi che fosse proprio lui a suonare, non me lo seppi spiegare. Sembrava non esserci nessuno in radio a commentare, a riempire gli spazi tra un brano e l'altro.

Raggiunsi la stanza 313 senza troppe difficoltà, chiedendo informazioni solo un paio di volte. Dentro c'erano un'infermiera e un uomo, seduto a letto, completamente avvolto dalle bende. Nemmeno la bocca era scoperta.
L'infermiera mi si avvicinò, parlando piano e molto lentamente.

"Lei deve essere Filippo, è nel posto giusto: la stanza 313 è questa. La ringrazio per essere venuto. L'ho chiamata per sua esplicita richiesta - indicò il bendato - so soltanto che il suo nome è Matteo e da quando è qui questa è stata l'unica cosa che ha chiesto. Ora dorme, ma può restare qui aspettando che si svegli. La saluto."

Ancora una volta l'infermiera non mi lasciò il tempo di rispondere, nemmeno di ringraziare. Sgattaiolò via attaccando subito a parlare con delle persone che passavano davanti alla 313 in quel momento. Sembravo destinato a non dire mai la mia battuta.
Mi sedetti sull'altro letto e rimasi in silenzio accanto all' addormentato.
Poteva anche essere colpa delle bende, ma non mi sembrava corrispondesse a qualcuno dei Matteo che conoscevo.

sabato, novembre 05, 2011

Alibi, I parte

Quando non sto tanto bene trasformo sempre la mia stanza in un piccolo zoo di carta.
Gli origami del raffreddore del sono molti, ma il più frequente è senza dubbio quello che io chiamo Cigno Sgraziato, o Cigno Scoordinato, che consiste nel soffiarsi sonoramente il naso un'unica volta in un fazzoletto ben dispiegato per poi appallottolarlo senza criterio e gettarlo lontano.

Era proprio in questa condizione di artista involontario che mi trovavo, il mattino del xx novembre xxxx, nella casa dei miei genitori a Xxxx.
Diversamente dal consueto stavo dando una mano in cucina, tagliando con malagrazia alcune patate.
Fu quando mia madre si allontanò per andare in qualche altra stanza a fare qualche cos'altro, che accadde l'imponderabile.

Infatti, mentre ero per così dire intento nel mio lavoro, mi sentii chiamare più volte da una vocina minuta. Alzato lo sguardo vidi Eduardo, ritto in piedi sul bordo interno dell'etichetta scritta a mano di un arbanella in vetro, piena di foglie. Stava lì, in equilibrio sul bordino dell'etichetta, reggendosi con una mano alla a di "Salvia" e facendo con l'altra dei cenni verso di me.
La sua grandezza non superava quella del mio pollice.

"Ehi! Ou! Dico a te!"
"Eduardo?"
Sentendo che lo avevo riconosciuto e che ormai avevo la sua attenzione, si fece più spavaldo:
"Eduardooh? Ooohooo e chi sennò, non essere cretino. Avanti, che è importante. Ascoltami, e ascoltami bene, perché non ho assolutamente tempo da perdere"

In qualche modo seppi, dentro di me, che stava blandamente mentendo. Il tempo era qualcosa di sommariamente definito, che manteneva mia madre nell'altra stanza, lontana dalla conversazione con la miniatura del mio amico.

"Ma...cosa ci fai qui? Ci siamo visti ancora ieri, perché sei così piccolo?"
"Domande, sempre domande. Non ti accorgi quanto sia privo di senso fare domande in un caso come questo, in cui ci sono talmente tante cosa da chiedere da renderle tutte minimamente interessanti? Ad esempio perché non mi chiedi perché mi trovo proprio presso un barattolo di salvia? Salvia divinorum certamente, senza alcun dubbio, viste le foglie..."
Così dicendo rivolse lo sguardo indietro, verso l'interno del barattolo, dove io potevo vedere solo lo sfondo di carta dell'etichetta. 
La sua risposta confermava quanto il tempo, in realtà, non fosse un problema.

mercoledì, novembre 02, 2011

Il sorriso del papiro

Per chi è cresciuto a Christian Jacq e Playmobil può non essere facile parlare di Antico Egitto.
Queste le ragioni: Christan Jacq scriveva solo di quello ma non esistevano Playmobil dell' Antico Egitto.
In più nell' Antico Egitto non esistevano nè Christian Jacq, nè i Playmobil; e molto probabilmente non si chiamava neanche antico Egitto, ma semplicemente Egitto. E tutti portavano la parrucca.

Un trauma: un cazzo di trauma infantile. Si avete letto bene, ho scritto cazzo, come piace agli americani. Perchè simulare con dei cow boy la vita nell' Antico Egitto è peggio dell' incesto e del complesso di Edipo messi insieme.
Voglio pensare che la mancata commercializzazione di Playmobil dell' Antico Egitto sia stata frutto del fottuto caso (fottuto, come piace agli americani), di scelte di mercato, della guerra del Vietnam, di Billy Clinton, o tutt' al più di Monica Lewinski; come avrete notato tutte cose che piacciono agli americani.
Un inciso: per chi non lo sapesse Monica L. è la bocca che l' ha succhiato al presidente degli Stati Uniti Bill Clinton, nella stanza orale. Per chi non lo sapesse gli Stati Uniti sono la ragione per cui oggi si scrive cazzo, si mette la punteggiatura senza criterio e si fanno lunghe liste di cose che non centrano nulla fra loro; fanculo alla grammatica. Come piace agli americani.

Monica Lewinski, senza dubbio ebrea, con quel cognome. E' vero non si può dire, e se non si può dire non vale neanche la pena di pensarlo: è successo anche con "buon appetito"; si, vi ricordate, una volta lo dicevano tutti prima di mangiare, poi un giorno qualcuno, si dice dopo un congresso di comunione e liberazione, ha iniziato: "non è permesso dirlo" e piano piano abbiamo anche smesso di pensarlo.  Il controllo delle menti, soverchia dottrina dei meno illuminati fra gli uomini.

Dunque che cosa voglio pensare? Che la mancata produzione di Playmobil dell' Antico Egitto sia stata semplicemente una non scelta. Questo per cominciare a parlare serenamente di Antico Egitto.

Non mi passa neanche per l' anticamera del cervello (sic) che si sia trattato di un complotto giudaico massonico per turbare i bambini e farli diventare una massa di gaudenti omosessuali facilmente governabili; in fondo a me Walt Disney mi è sempre stato simpatico. Topolino mi ha sempre fatto godere come un riccio nella mia masturbazione infantile; oh merda. Preferisco non pensarci: chiamatelo quieto vivere.
Alle magiche scollature e al paniere di Jessica Rabbit.
Preferisco non pensarci.
Alle squadre e ai compassi infilati nel culo di Indiana Pipps.
Preferisco non pensarci.
Al castello d' oro della Sirenetta con le torri a forma di fallo.
Preferisco non pensarci.
Alle pere straordinarie che si vedono dopo il decollo di Bianca e Bernie sul gabbiano.
Preferisco non pensarci.
A Lady Marian, la volpe più fica della storia.
Preferisco non pensarci.
Per la cronaca pare che Tanda, prima di incularsi il suo gatto, avesse visto alla tele il gatto con gli stivali.
Preferisco non pensarci.

Come averete certamente capito, per me non è affatto facile parlare di antico Egitto senza pensare a Geremia, il padrone del vecchio saloon, a Satin, cantante e cortigiana e a tutti gli altri ragazzi che dormono sulla Collina di Spoon River.
Ho deciso di farlo per voi e per i vostri orrendi figli; non compiacetevi se cantano la sigla della Bella e la Bestia.

martedì, novembre 01, 2011

dubbi circa l'utilizzo dei superlativi per iscritto

Sul momento rimasi colpito. Le parole mi raggiungevano con una lentezza esasperante e nel tentativo di interrompere il discorso misi dei punti dove non c'erano.
Ma fu andando verso la stazione che, ripensando all'accaduto, mi sentii veramente strano.

Quella che inizialmente, durante la vicenda stessa, si era presentata come una lontana sensazione di dèjà vu ora emergeva mollemente da una parte alta del collo. C'erano dei volti nell'impiastro del mio pensiero, cui erano etichettate le stesse frasi e gli stessi gesti. Decisi di aver già vissuto una simile esperienza.

Non riuscii però a decifrare il mio ruolo. Questa volta ero stato spettatore, ma non seppi se quanto ricordato fosse accaduto a me in prima persona o meno. Come confondendo l'idea di essere stati in un luogo per averlo visto in un quadro, le mie percezioni si aggrappavano a pochi dettagli che confermavano la realtà dei miei ricordi.

Quelli che mi si presentavano erano volti di persone reali, che potevano aver davvero fatto ciò che attribuivo loro, anche se il mio dubbio inquinava la ricostruzione degli eventi.
Una bazzecola, un gesto da nulla, una manifestazione educata della forza di una personalità ripetuta con le modalità di quella che, collegando tra loro gli eventi, mi dava l'impressione di essere una formula magica.

Nel linguaggio della nostra elaborata umanità manca forse il richiamo ad imprescindibili istinti di base: il rito sopperisce alla mancanza?

sabato, ottobre 22, 2011

A Chuck,

In Vico San Cosimo si respira polvere e si butta fuori incenso
e quando sei seduto sul cesso,
il cesso traballa.
Se sei stato almeno una volta in Vico San Cosimo, e sei ancora vivo, sicuramente conosci le regole:
 non togliere il filtro al lavandino e non masturbarti;
per qualche inspiegabile ragione il lavandino si intasa spesso.

venerdì, ottobre 21, 2011

domotica con marsupio


La porta si chiude, ed io rimango solo.
Solo è un termine perfino nobile per la mia condizione, che presuppone il fatto che uno possa almeno parlare con se stesso, cosa che invece non mi è possibile.

La fissità del mio sguardo non nasconde le mie aspirazioni: guardami.
Sono un canguro di peluche alto due metri: guardami.
All'occorrenza posso fare da poltrona: guardami.
Il mio marsupio si apre e può fare da scrittoio: guardami.
Uno scrittoio con portabicchiere.

Nonostante l'eccentricità della mia natura, non sono propriamente un prodotto artigianale. Ma nemmeno a tiratura industriale. Non tutte le famiglie possono permettersi un amico gigante per i propri pargoli, considerato che alcune non possono nemmeno permettersi un amico e basta.

Appartengo quindi a quella fascia di prodotti artigianali confezionati in un ambiente industriale, con macchine per la grande produzione e tutto il resto. Un prototipo: la formula uno dei peluche. Questa peculiarità rende me e i miei simili uguali come prodotti in serie, ma ognuno lievemente differente dagli altri. Mi verrebbe da dire proprio come si considerano gli esseri umani.

A questo proposito sappiate che considerarvi sia "tutti uguali" sia "tutti diversi", dal punto di vista di qualcuno che lo è veramente, come me, è piuttosto ridicolo. Siete tutti uguali in modi diversi; e questo sì che serve a qualificarvi.

Se non fosse che per voi non nutro altro che un interesse scientifico, direi che sono innamorato della mia padrona, della ragazzina che vive in questa stanza.
Dannazione, sono così frustrato quando non è in questa camera. E non è perché lei può muoversi e io no, non è perché sono geloso del resto del mondo. Io accetto che viva, che sia altrove, che si sposti e non sia qui con me. Ma non tollero che, quando è in questa casa, sia in un altra stanza. Che non sia qui con me.

Odio quando va in bagno, quando guarda la televisione in salotto e quando gioca in cucina con le sue amiche. Detesto quando cena, quando sento che c'è senza poterla percepire con tutti quanti i miei pochi sensi.

Le case dovrebbero essere un punto e un punto soltanto.



lunedì, ottobre 17, 2011

Capitolo 17) Calvados e Maraschino

Corsi di barman : cerchi un lavoro che ti soddisfi?

Gòto é una di quelle persone che quando parlano sono capaci di farti estraniare completamente dal resto del mondo. Non ti lasciano scelta : concedi loro la tua completa attenzione.
E Gòto se la merita, se la merita davvero.

Dice che è lieta di vedermi, si scusa per i modi rudi di Lurch.
Me ne rendo conto, sto parlando di lei come se fosse una mia cara amica.
Forse è la sindrome di Stoccolma.

"Questa non è semplicemente una faccenda di volgari entraineuse"
Dopo l'assalto dei corpi speciali al Polpo di Genio, devo ammettere che il sospetto mi aveva sfiorato.
"Certamente però, in questa vicenda hanno un ruolo anche delle volgari entraineuse. Come la tua amica".

Sarà per quel modo magnetico di far roteare il bicchiere da una mano all'altra?
A me gli occhi please.
Sono Gòto, giù al piano di sotto c'era umidità eccessiva? La Direzione si scusa per il disagio.
E via con il movimento del bicchiere.

"Ti piace il mare? Non c'è niente che mi rilassi di più al mondo".

Vorrei dirle che "no, non è più mia amica" e che "si, adoro il mare" , ma quel che resta del mio tradizionale buon senso, e il lancinante dolore agli occhi, mi consigliano di limitarmi ad ascoltare, per questa volta.

Corsi di barman : vuoi aprire un locale tutto tuo?

"Qui dentro, abbiamo degli Artisti capaci di cancellarti, di farti sparire, di convincere lo Stato che tu non sia mai nato".

Buona idea Gòto, per festeggiare beviamoci un bicchiere insieme.
Quello che ti stai versando adesso mi pare di ottima annata.

"Poeti che in un pomeriggio potrebbero convincere tua madre che da piccolo non ti piacevano affatto le sue polpette, e che hai da sempre una voglia a forma di Corno d'Africa sul collo"

Perchè non mi servi da bere, Gòto?

"Oggi sei qui, domattina potresti chiamarti Simon, ed essere convinto di vivere a Marsiglia da dieci anni".

Nemmeno a Marsiglia avrei una fidanzata.
Gòto si bagna le labbra di grappa : prima d'ora non avevo mai guardato così una donna sopra i sessanta.

Corsi di barman

Settanta?
Ottanta?

Ho detto barman

"O magari a Nuova York; ti piacciono le grandi città, Sebastano?"

Da piccolo in effetti andavo ghiotto delle polpette di mia madre.

"Ti chiami Smith, e fai il venditore di Hot Dog all'incrocio tra la Sesta Avenue e la Ventiseiesima Strada; inizialmente ci si può sentire spaesati in una grande metropoli, è terribile lo so".

Conosce il mio nome : probabilmente Deborah a quest'ora non è più tra noi, e Oscar è fermamente convinto di non aver fatto altro nella vita che pescare trote in qualche fiordo norvegese.

"Immagino che tu voglia evitare tutto questo, Sebastiano".

Il bicchiere tra le mani di Gòto è vuoto.
Bussano alla porta, ma neanche questo basta per disincantarmi.
Voi la sapete la differenza tra Whisky e Whiskey?

"Oh, sei già qui Merlo? Entra caro, vieni a farci compagnia" - sussurra la mia amica lisciandosi i capelli bianchissimi.

Corsi di barman : vuoi guadagnare divertendoti?

Sono già a Time Square, le pubblicità luminose intorno a me sono accecanti, l'odore intenso dei miei Hot Dog mi riempe le narici.
Sono felice.

Gòto riempe nuovamente il bicchiere.

domenica, ottobre 16, 2011

avere l'avorio

Degli elefanti si parla di tutto meno che degli occhi.
Di che colore siano gli occhi degli elefanti poi, se ne parla ancora meno.

Degli elefanti, nonostante le ore e ore di documentari, so soltanto sei cose:
  1. hanno una gravidanza di quasi due anni
  2. sono naturalmente molto longevi
  3. hanno grandi orecchie
  4. sono paragonabili per peso o grandezza ad un multiplo intero di scuolabus o piccole utilitarie
  5. sono prevalentemente grigi
  6. il più importante di ogni branco veste un completo verde e indossa una corona *
Degli occhi degli elefanti, appunto, nessuna traccia. Tantomeno del loro sonno, dell'interazione tra occhi e sonno, dei loro sogni, eccetera eccetera. Cosa ingiusta, visto che del sonno e dei sogni degli altri animali si sa quasi tutto: i cavalli dormono in piedi, i ghiri dormono benissimo e le oche sognano di diventare veline.

E gli elefanti?
La chiave per capire il sonno degli elefanti sta forse nella loro longevità. Campando infatti fino a settant'anni senza l'ausilio di medicine, badanti e bocciofile si può assumere con certezza che gli elefanti abbiano un sacco di tempo per pensare.
Inoltre, non potendo praticamente parlare tra di loro, hanno sicuramente modo di spendere il tempo per parlare con se stessi.

Ma pensare a chi, parlare di che cosa? Non del Serengeti, che è sempre lo stesso sin dal precambriano, ma di sogni. Che cosa potrà interessare ad un elefante, che guarda tutti i giorni lo stesso tramonto sulla savana e la solita sceneggiata di iene e gazzelle davanti alle telecamere, se non il mistero delle immagini che gli appaiono nel sonno?

A questo punto è opportuno ricordare il modo di dire "elefanti mai scordan" che richiama la memoria e la passione per i vecchi rancori di questi grandi mammiferi. La loro grande pazienza, l'assenza di predatori naturali una volta raggiunta l'età adulta e la mancanza di internet creano una base perfetta per investigare i propri sogni con tutta calma e, una volta svegli, riavvolgere pian piano il filo della propria mente per ripensare a quanto si è sognato.

Sotto alle rughe, dietro alla proboscide prensile golosa di noccioline, si nasconde un animale perfettamente conscio di quello che ha intorno, che osserva silenziosamente la realtà e la realtà della mente attraverso il tempo che l'una concede in riposo all'altra.
Perchè se è vero che si dimentica in fretta, per ri-conoscere il proprio mondo non serve che ricordare lentamente.


* Visti i tempi dell'edilizia italiana e dato il sospetto diffuso che anche i muri abbiano le orecchie, si direbbe che muri ed elefanti siano in realtà la stessa cosa, ma facendo forza specialmente sul sesto punto non daremo credito a simili sofismi.

domenica, ottobre 02, 2011

La quintessenza

Dopo la fiera del male, il fantasma dell'Opera Pia, la logica della trilogia e dopo tre terzi, quattro quinti eccoci arrivati ad un nuovo appuntamento.
Come il pentagramma, la stella a cinque punte, come la mano e come le quinte teatrali, la quintessenza nasconde in se l'eccesso di un compimento: una sovrabbondanza di sicurezza, una riconferma che svolga al contempo il ruolo di elemento, di legante e di insieme.
La sua è sempre stata una presenza prefigurata, presentita, prospettata in un futuro sempre presente in potenziale e mai atteso: tempo al tempo.
Ma quanto, in che modo e quando questo tempo sia passato non spetta a me giudicarlo. La quintessenza è il ripasso di gesti mai compiuti, la ripetizione di novità sempre nuove.

Prefazione a cura dell'abate Faria

Si china sul ruscello montano, digrignando i denti nel fastidio che il freddo gli procura.
E' dissetante. Ma i suoi occhi non sono rilassati, non si chiudono grati su se stessi, concentrando l'attenzione sulla sensazione felice di bere dell'acqua.
Si spostano rapidi, spigolosi, irrequieti sulla cresta frastagliata che sovrasta la valletta. Non c'è niente in particolare che alimenti la sua allerta, ma il pericolo, si sa, non sempre indossa le stesse vesti.

Una reminescenza scuote il suo campo visivo: la sensazione dell'acqua sulle labbra gli riporta in mente sfuggenti figure marine, uomini pesce in marcia nelle profondità oceaniche. Stringe i pugni, grattando il muschio via dalle rocce, strappando fili verdi e sottili dalla terra: un sapore metallico gli lambisce le gengive, facendo balenare ricordi di tramonti e scalinate sul mare.

Un altro sorso, un'altro scossone e una raffica di tramontana gli scuote i capelli, che si allungano e si accorciano attorcigliandosi di momento in momento. Un soffio ricolora zone assopite di un ceppo bruciacchiato, innescando la fiamma di un faro.

C'è un bambino, molti anni prima, che urla di gioia e terrore tra le mura di casa: è un gesto barbarico, annoiato, ferino, oltraggioso, subacqueo, quasi scimmiesco.
Ma è un urlo liberatorio, sta guardando i cartoni animati.
Hai mai sentito il cosmo bruciare dentro di te?

sabato, agosto 27, 2011

Capitolo 16) Tra te e il mare

Non chiedo tanto, in fondo.
Vorrei solo rivedere il flash della mia vita, come accade a tutti i condannati a morte, da che mondo è mondo.
Eppure nessun lampo di luce, buio totale : è andata così Sebastiano.
In alternativa, sempre nei soliti film, ci sono quelli che nel momento cruciale pensano a qualcosa di bello, a ciò che di buono hanno combinato sulla terra.
Figli, donne, macchine sportive, che ne so, cose di questo genere.
Mi andrebbe bene anche così, dopotutto.
E io invece penso intensamente ai pezzetti di cavallo pugliesi; mentre mi trascino come una sanguisuga verso il mio carnefice, non ho altro per la testa che il panino con i pezzetti al sugo : buonissimo.

"Muoviti, Lei vuole vederti" - con pacatezza, il killer del mistero mi consegna la salvezza.

Incredulo scavalco il corpo di Occhi Gialli, e prima di sprofondare nella luce metallica, il mio sguardo cade sul nostro secondo compagno di prigionia : è in un angolo, avvolto nel buio come in un mantello, ed eppure mi sembra di conoscerlo.

"Posso domandare chi sarebbe la Lei in questione?" - dopo un'eternità nell'oscurità, l'arancione dei neon mi abbaglia : non riesco nemmeno a guardare in volto il mio accompagnatore.
Che comunque decide di non rispondermi, come se non avessi proferito parola.
O come se fossi nuovamente un cadavere che cammina.

Saliamo parecchie scale, e poi passiamo attraverso un corridoio stretto; alla mia destra, altre stanze uguali a quella in cui ero rinchiuso. Una è aperta, e per un attimo mi sembra di riconoscere Deborah all'interno. In catene.
Altre scale. La vita è fatta di scale...lasciamo perdere.

"Siamo arrivati" - e mentre il mio secondino mi spinge dentro una stanza, mi accorgo che è altissimo, almeno due metri, ed ha un'inquietante cicatrice su una guancia.
Entro; Lurch mi segue a ruota.
All'interno la luce è quella solare, fortunatamente, anche se debolissima, e c'è solo una possente scrivania di quercia, con dietro un grande finestrone panoramico. Completamente dipinto.
Una donna dai capelli candidi è in piedi, mi dà le spalle, lo sguardo assorto nel mare di tempera e olio.

"Considerati onorato di conoscere Gòto in persona, un tale privilegio non è concesso a tutti".
Poi Lurch esce dalla stanza, e ci lascia soli : io, lei e il mare.

sabato, luglio 30, 2011

Capitolo 15) La fine dell'inizio

Avete presente quando, addormentati, si sogna di cadere?
Lo scantinato in cui ho ripreso conoscenza è umido e tenebroso; e silenzioso.
Questa quiete è artificiale, sospesa, come incompiuta; la viola solo un regolare e insistente gocciolare di un tubo rotto, che nella semi-oscurità non riesco a localizzare; e naturalmente il respiro affannato dei miei compagni di permanenza.
Non sono solo, ma non si tratta di Deborah e Oscar.

Oppure quando ci si immedesima a tal punto in un incubo, che la mattina successiva si ringrazia di poter continuare a mordere la monotona realtà di tutti i giorni.
"Dove ci troviamo?" - chiedo con un tono a metà tra lo spaventato e l'assonnato.
Due occhi gialli di fronte a me brillano nell'oscurità.
"Io e te non siamo già più nello stesso posto".
Nei film i detective privati colgono al volo queste frasi.
Nei film. Belli quei film.

All'improvviso una porta si apre, e una luce arancione metallica irrompe nella stanza.
Una sagoma, che i miei occhi ormai abituati all'oscurità non riescono ancora a mettere a fuoco, trascina Occhi Gialli sotto la luce, e lo alza in piedi a forza.
Gli punta una pistola alla tempia - ed in quel momento è come se sentissi anche io il freddo del metallo sulla nuca - e senza esitazioni fa fuoco.
Poi il boia già si rivolge a me, e io sento il sangue raggelarmi nelle vene : "alzati, è il tuo turno".
Non mi è mai accaduto di fare per due volte lo stesso sogno.

mercoledì, luglio 13, 2011

Il piccolo addio


Prima di addormentarmi ci sono notti in cui penso a come dormirei se il mattino dopo mi svegliassi sapendo di poter dedicare tutta la giornata solo alla scrittura.

Vado molto fiero di Contingenze Elementari, così come lo sono di Estati d'animo. Riferendomi a Contingenze Elementari, senza falsa modestia sono convinto che ci siano delle idee e delle situazioni veramente interessanti.
Tuttavia, pensare che il risultato coincida con il meglio che avrei potuto fare sarebbe sbagliato. Trascurando gli ovvi limiti del media che uso restano comunque le infinite ripetizioni, le ridondanze, gli angoli inconcludenti di testo in cui si finisce per arenarsi quando si porta avanti una cosa solo per passione e senza la dovuta attenzione.

Tornerò.

martedì, luglio 12, 2011

Contingenze elementari (tredicesima ed ultima parte)

Il proprietario del libro sbucò improvvisamente da un angolo, correndogli incontro.
Era seguito dalla madre, che poco distante guardava corrucciata uno spesso ventaglio.
"Siamo ancora indecisi, sai che vogliamo ridipingere la sua stanza. Aiutami a scegliere il colore, uno di questi qui. Intanto facciamo un attimo un giro nel negozio, torniamo subito."

Si ritrovò in un attimo nuovamente solo. Guardò il campionario incuriosito, aperto su una striscetta di gialli. Alcuni erano inconfondibilmente diversi, altri si distinguevano a malapena, diversi solo per minime variazioni di temperatura del colore. Uno catturò la sua attenzione. Gli sembrava proprio bello: avvolgente, esplicito, intenso.

Ma immaginò che non doveva essere un bel colore, doveva essere il colore per la stanza di suo nipote. Il colore dove avrebbe proseguito la sua crescita, o almeno una parte. Che cosa gli veniva richiesto allora? Un colore che gli sembrasse quello giusto per quel compito o un colore che gli sembrasse complessivamente il migliore? Sapeva che la sua scelta sarebbe cambiata a seconda della risposta, ma sapeva anche che se avesse dovuto scegliere quello più adatto per la stanza di un bambino ipotetico, assoluto, la scelta non sarebbe poi stata tanto distante da quella di sua sorella.

Ma allora perché avere la sua opinione, se il senso comune richiedeva un colore preciso? Serviva un giallo luminoso ma resistente agli stress cui un ragazzino lo avrebbe sottoposto. Lo poteva vedere chiaramente: una tonalità usata ed amichevole. Non era per insicurezza che il suo parere era stato chiesto, né per bisogno di una conferma.

La domanda era stata probabilmente posta senza un vero motivo, un pò per parlare e un pò per far parlare. Come per ogni cosa in cui il gusto era chiamato ad esprimersi, la risposta non importava poi tanto.

Gli sembrò chiaro in quel momento come il sogno non potesse essere altro che la rielaborazione e la contemplazione di qualcosa di interno, finito e personale; mentre la vita, la realtà condivisa con altri esseri viventi, non fosse che l'esperienza di eventi esterni ad ogni cosa e non appartenenti a nessuno. Si sentì disperatamente solo al pensiero che i due mondi della vita biologica e di quella della coscienza non potessero entrare in contatto.
Al massimo guardarsi, pieni di speranza, da lontano.

sabato, luglio 09, 2011

Elementi contingentali

Renato teneva stretto per mano suo figlio Giacomo, nonostante si trovassero nel cortile di casa e nulla potesse fare loro del male.
Faceva caldo in quella giornata di luglio, e persino lui aveva dismesso i soliti calzoni lunghi per un paio di bermuda beige, che però era consapevole di indossare goffamente.
Accadeva spesso che in quel periodo scendessero in giardino a giocare, una volta tornato a casa da lavoro, e una volta stanchi si mettessero seduti sotto l'ombra dell'albero di albicocco.

"Papà guarda! Arriva la signora Maria" - gli bisbigliò Giacomino tirandolo per la maglietta.
La signora Maria era la vicina del piano di sopra : Maria Centofanti, casalinga overSessanta, sposata con due figli; ogni pomeriggio verso le sei tornava a casa, sempre con i sacchi della spesa. E sempre con suo marito Walter appresso, ormai in pensione, che le camminava dietro a testa bassa, come un cagnolino, anche se, osservando il numero di sacchetti che portava, poteva assomigliare di più ad un mulo. "Ora sì che sono motivato per arrivare alle nozze d'argento" - sorrise perfidamente Renato.
I due non si sopportavano più, era palese : il peso degli anni passati insieme, della lunga convivenza sotto lo stesso tetto, si era fatto più forte del sentimento che li aveva uniti da ventenni. Litigavano tutte le sere - Renato dal piano sottostante li sentiva - probabilmente entrambi consapevoli di essersi accontentati quando erano giovani, quando avrebbero dovuto osare di più; e ora si ritrovavano prigionieri di una vita molto diversa da quella che avevano sognato. O probabilmente lei era rimasta incinta. Fregata. Patatrac!
Eppure rimanevano insieme, nonostante non vi fossero neanche più i figli a tenerli uniti, avendo abbandonato il nido da parecchio tempo.

"Papà, ma perchè la signora Maria ha sempre la faccia così triste quando torna a casa?" - Giacomino a cinque anni era nel pieno del Periodo dei Perchè. Fiumi di domande, e spesso alla prima ne seguivano altre, perchè quando iniziava la sua cantilena, era difficle porgli un freno.
E perchè il latte quando lo fa la mamma è più buono? Perchè i cani non cambiano i dentini come i bambini? Perchè io sono nato biondo con gli occhi azzurri quando tu e la mamma avete i capelli e gli occhi neri?
Ecco, quest'ultima domanda se l'era posta anche lui spesso.
Ancora prima che Renato potesse rispondere, Walter Centofanti bucò uno dei sacchetti, che squarciandosi rovesciò a terra tutto il suo contenuto, ed in particolare un pelato mal sigillato, che profumò lievemente l'aria di pomodoro.
La signora Maria inizialmente rimase impassibile, ma poi sfogò contro il marito una rabbia che doveva aver radici molto più risalenti rispetto a quell'afoso giorno di luglio; Renato dovette tappare le orecchie a suo figlio per evitare che l'anno seguente, al momento del suo primo giorno di elementari, fosse quello più preparato di tutti in quanto a parolacce.

Il signor Centofanti aspettò che sua moglie concludesse, e poi in silenzio raccolse tutto quello che si era rovesciato, sparendo nel buio del portone con un rapido cenno di saluto ai due involontari spettatori.
"Giacomo?"
I suoi occhi azzurrissimi erano proprio sotto di lui, ancora in attesa di una risposta.
"L'unico modo di vedere realizzati i propri sogni è accettare il rischio che questo possa non accadere".
E per quel giorno suo figlio non fece nessun'altra domanda.

venerdì, luglio 08, 2011

Contingenze elementari (dodicesima parte)

Ali Baba era entrato nella tana di quei mostri, trovando il ricco tesoro della guerra.
Un bottino disegnato in termini terreni, che tuttavia ora gli appariva come un tesoro più evanescente e più culturale.
Lo straccione Ali Baba era uno scrittore, un cantastorie, un poeta che incappando nelle mostruosità della guerra aveva saputo trovare e cantare le radici nobili dell'orrore.

Pensò alla tragedia, al teatro, alla scrittura in generale, alle foto e agli articoli dei reporter di guerra: posto che il dolore sarebbe sempre esistito, l'impegno gli sembrava essere quello di non distogliere lo sguardo, di entrare nella caverna e cercare i tesori che vi erano celati.
Ma a quale prezzo?
Non ricordava chiaramente la fine della favola, che comunque aveva più di una versione. In fondo, pensò amareggiato, prima o poi tutti fanno una brutta fine.

Il negozio di abbigliamento spense la musica, lasciando spazio ad un suono più lieve, fino a quel momento celato. In uno degli appartamenti affacciati sulla piazza, qualcuno stava esercitandosi al pianoforte. Si trattava di scale interminabili, noiosissime, che venivano ripetute per esercizio da un suonatore senza identità, da qualche parte in una stanza con la finestra aperta.

Cercò di concentrarsi sul nesso tra le Variazioni e la riflessione che aveva intavolato tra sé e sé.
Gli sembrava in qualche modo di aver cercato di guardare nell'occhio del ciclone, attirando con esche oniriche il predatore fuori dalla sua mente. La sua intenzione era stata quella di rivolgersi implicitamente ad una persona distorta, una in particolare, e di mostrarle e dimostrarle quante alternative esistessero rispetto alla violenza.

Inutile ripetersi ancora una volta come questo piano iniziale fosse in primo luogo di impossibile attuazione. Non c'era possibilità di iniziare segretamente un discorso con un interlocutore invisibile senza esporsi. Il passo successivo era quindi stato quello di prendere le cose alla lontana, incredibilmente alla lontana. Spogliandosi di qualunque volontà di dialogare, aveva lavorato intorno ad un ambiente definito, rendendolo internamente infinito. Pur di non rischiare di parlare troppo apertamente all'assassino, aveva finito col rinchiudersi intorno al timore di non lasciar trasparire le sue nobili intenzioni.

Gli tornò in mente un'altra favola, quella in cui pur di liberarsi di un segreto il protagonista lo finiva per sussurrare nel tronco di un albero. Sentì di aver fatto lo stesso. Le parole avevano dialogato con il tronco, crescendo e ramificandosi. Aveva avuto inizialmente nobili intenzioni, ma le aveva dovute accantonare per poterle esporre. Il mistero aveva quindi perso ogni possibilità di soluzione e se ne accorse il quel momento.

Girandoci intorno, approdando a temi che avevano raccolto più consensi, aveva finito per dimenticare il suo obiettivo iniziale. Se mai c'era stata una possibilità di redimere il killer di mezzogiorno, ammise di aver sprecato l'occasione.
Le Variazioni erano un fallimento che aveva avuto successo.

lunedì, luglio 04, 2011

Contingenze elementari (undicesima parte)

Prese il libro ed uscì, diretto all'appuntamento.
Guardò attentamente la spessa copertina di cartone mentre l'ascensore lo portava al piano terra.
Si trattava della riproduzione a colori di una delle immagini principali della storia: l'ingresso di Ali Baba nella caverna.
I tesori, luccicanti di tutte le forme della ricchezza, arrivavano fino al soffitto impreziosendo stalattiti millenarie. Ali Baba, a braccia spalancate, ammirava insieme all'osservatore una fortuna troppo grande per essere compresa solo con la vista.

Indossando gli occhiali da sole dalle lenti affumicate attraversò la strada, accelerando il passo alla vista del semaforo giallo.
I quaranta ladroni avevano molto affascinato suo nipote, il quale poneva continuamente domande durante il racconto per avanzare le sue ipotesi su quanto la trama taceva.

Arrivò in anticipo nel luogo convenuto. Da un negozio d'abbigliamento poco distante arrivavano mescolati tra loro musica chillout e profumo di zafferano. Inspirò profondamente vagando con la fantasia per ammazzare il tempo, che presto avrebbe presto portato ogni cosa in altri luoghi.

Immaginò la genesi della banda dei quaranta ladroni. Vide una flottiglia di pescherecci di legno in balia dell'Egeo in tempesta. Uomini che avevano visto la guerra approdavano in terre insieme antichissime ed innocenti. Depredando, rapinando, vivendo con naturalezza la vita di orrori che dieci anni nella piana di Troia gli avevano insegnato, avevano col tempo raccolto ricchezze per loro senza valore.

Arredavano una caverna, in attesa di capire il significato di quanto stessero facendo. Che fossero greci o troiani ormai non importava, i quaranta avrebbero affrontato insieme ogni nuova insidia, alla vecchia maniera.

Contemplò l'ipotesi che aveva fatto con un certo interesse. Il collegamento tra le due storie poteva anche essere cronologicamente impossibile, ma gli sembrava gravido di significati misteriosamente paralleli a quelli che aveva toccato con il suo arcipelago di sogni.

venerdì, luglio 01, 2011

Contingenze elementari (decima parte)

Il resto della serata passò senza fretta e senza lasciare il segno.
Prima di imbarcarsi sul taxi andò a ringraziarla, ammettendo che la serata era stata ben più di ciò che gli era stato promesso. Cercò per tutto il tempo di oltrepassare il suo sguardo, cercando di intercettare quello della ragazza minuta dietro di lei, che guardava da un altra parte giocherellando col monile della collana. Era lei, era stata lei, la sospettata.

Una lunghissima serie di soli gemelli si allontanò dalla villa, ora che la notte cominciava a diradarsi. Milioni di insetti si affollavano intorno ai fanali, mentre lui si abbandonava al sogno precaricato nelle vetture dalle padrone di casa.

L'inverno seguente cominciarono le prime indiscrezioni circa la nomination come Miglior Insieme Onirico Indipendente delle ormai celebri Variazioni. L'importanza della cosa lo scosse profondamente, liberando stati d'animo nuovi per le sue composizioni.
Benché il lavoro fosse stato via via sempre più rallentato l'ultima variazione che si era prefissato di comporre, la ventunesima, fu pronta prima dell'inizio della primavera.

A Maggio, durante una mattinata particolarmente ventosa, ricevette la notizia ufficiale della candidatura. L'uomo che apprendeva questa notizia non era particolarmente mutato da quello che aveva creato la prima variazione.
I capelli, tagliati regolarmente senza passione dal barbiere all'angolo, non erano tanto diversi da quelli dell'anno prima ed il piccolo appartamento in cui componeva non aveva subito che infinitesime variazioni.

martedì, giugno 28, 2011

L'ora dello Swing

Salendo le scale, la custodia del mio strumento urta più volte contro il corrimano.
La serata non è stata noiosa, eppure mentre giro la chiave nella toppa e varco la soglia di casa, un senso di insoddisfazione mi inonda l'anima.
Invece di buttarmici io stesso, poso delicatamente il sassofono sul letto : è un po' di tempo che in questa casa alla sera ci ritroviamo solo in due, io e il mio sax.
"Perchè farsi pregare? Bruciamoci l'ultima sigaretta della notte" - bisbiglio tra me e me, mentre l'aria fresca delle sei sbatte contro la mia barba di due giorni.
L'ultima sigaretta della notte è anche la prima della mattina.

Mentre gironzolo in 2mq di terrazzo prendo in mano il telefono cellulare, sperando che lei sia ancora sveglia.
Dovete sapere che ho comprato il mio telefono esattamente due anni fa.
E' uno di quei modelli fatti apposta per non distruggersi mai, di quelli che cadono sempre in piedi: l'esatto contrario di me, insomma.
Infatti lei dorme, o, peggio, è con qualcun altro a guardare l'alba, sicuramente su un terrazzo molto più spazioso e comodo di questo.
Distrattamente finisco in una schermata di riepilogo, che però si rivela molto interessante : scopro che, a partire dal giorno in cui l'ho acquistato, ho ricevuto 55566 sms. E ne ho inviati 49991.

"Questo fa di me un cellulare-dipendente" - mi etichetto ad alta voce.
Sorrido da solo, e poi eseguo, a mente e con estrema difficoltà, la sottrazione : 5575 messaggi rimasti senza risposta in due anni.
In un numero così, ci può stare una vita intera.
Per un attimo mi chiedo cosa sarebbe potuto cambiare, se avessi donato la mia attenzione a tutte quelle persone che avevano scelto di rapportarsi con me in uno di quei cinquemilacinquecentosettantacinque momenti qualsiasi.
Chissà quanti sono i disperati che, dietro ad uno schermo e ad una tastiera usurata, hanno aspettato invano un mio segno; una risposta che io invece ho considerato superflua, mentre loro decidevano un pezzo minuscolo di vita in base a quel suono mancato.

La sigaretta è finita, il sole sta per sorgere.
Anche stamattina mi addormenterò abbracciato al mio sassofono.

Contingenze elementari (nona parte)

"Prendi la guerra di Troia, la guerra per eccellenza.
Come comincia? I guerrieri, quelli che dovranno fare il lavoro sporco, vengono reclutati. Cosa fanno? Si imboscano, o vengono imboscati. Ulisse finge di essere pazzo pur di non partire per la guerra. Aiuterà Diomede ad uccidere i Traci nel sonno ed escogiterà il famoso stratagemma del cavallo.

Se vogliamo, è con Ulisse che comincia l'effetto domino cui accennavo: il dolore è spesso perpetrato proprio da chi per primo lo giudicava una soluzione orribile. Nessuno vuole essere solo quando soffre. Achille stesso, mascherato da donna per nascondersi, viene scoperto proprio da Ulisse.

La guerra di per se era qualcosa a cui si era preparati, gli oracoli pronunciavano le loro profezie a riguardo da tempo, il punto è che nessun uomo è mai pronto abbastanza, tanto meno i suoi cari.
Ed è a questo che volevo arrivare: tempo fa, al museo del Louvre, mi sono soffermato ad osservare un'anfora greca; un vaso arancione con figure nere. La scena ritratta era la morte di Priamo, re di Troia.

La cosa sconvolgente è che l'assassino è Neottolemo, figlio di Achille, e l'arma del delitto è il nipote dello stesso Priamo: Astianatte. Il vecchio viene colpito col sangue del suo sangue fino alla morte.
Non conoscendo meglio le vicende mi sono informato, cercando di dare un senso ai continui ricorsi di peccati e parentele, tipici dell'epica greca.

Vengo a scoprire che la guerra di Troia non è la prima guerra che fosse stata combattuta in quei luoghi. C'è una prima guerra di Troia, in cui Priamo veniva invece chiamato il piè veloce, proprio come Achille dopo di lui.

In tutto questo, si capisce soltanto che gli antichi greci amavano le storie e che nutrivano una certa passione per gli equilibri karmici tra ciò che viene fatto e ciò che si subisce. In definitiva sembra sempre di leggere la stessa storia, che presenta tuttavia alcuni denominatori comuni.

Tralasciando presunte ragioni divine per la nascita di questa guerra, credo che ci siano dei luoghi nati per essere campi di battaglia e temi su cui da sempre l'uomo lotta ed incontra il dolore.
Il conoscere il quando e il dove dovremo affrontare tutto questo non è d'aiuto, come dimostrano gli oracoli: non si è mai pronti."

giovedì, giugno 23, 2011

Contingenze elementari (ottava parte)

Le disse che sì, sarebbe venuto.
In fondo non usciva da un pezzo, conoscere qualche persona nuova lo avrebbe stimolato.
Lei gli promise che sarebbe stato molto interessante, e divertente.

Era molto più sollevata ora che aveva avuto la certezza, tramite altre vie cui accennò sommariamente, che il killer di mezzogiorno non potesse essere sua sorella.
Considerò solo in quel momento, allacciandosi un consumatissimo orologio ocra al polso, l'orrore di un simile sospetto.
Non avrebbe mai potuto credere una cosa simile della sua, di sorella.
Tra i due immaginava di essere lui quello più portato per l'omicidio.

La villa era proprio come se l'era immaginata, la festa un pò meno. Invitati da tutto il mondo arrivavano ad ondate su larghi motoscafi retrò, che si avvicendavano al pontile con la lentezza millenaria di rettili tropicali. Intavolò interessanti conversazioni con alcuni volti noti: ex compagni di scuola della sorella. Temette di annoiarsi, continuando a pensare al fatto che in realtà non conoscesse nessuno.

Sapeva che la famiglia cui lei apparteneva era potente, ma aveva sempre associato la cosa a qualche distante lingotto d'oro incatenato nelle profondità di una banca europea piuttosto che a quella che ora si mostrava come celebre, indiscussa influenza. Si sorprese di aver avuto con quella donna, ora impegnata in una conversazione sul tempo con giovani ereditieri d'oltreoceano, un contatto banale come quello telefonico. Ripensò perplesso al biglietto infilato sotto la porta.

Passò il tempo tra una tartina ed un drink vergognandosi per la mancanza di osservazione che aveva dimostrato a se stesso. Non che lei gli avesse celato lo sfarzo dell'evento, era stato piuttosto lui a non ascoltarla, relegando nella propria mente il dialogo alla sfera lavorativa.

Fu avvicinato, mentre prendeva tempo guardando l'ora, da un uomo poco più giovane di lui che lo riconobbe chiamandolo per nome. Il tizio, presentandosi come Junior, disse di aver sognato i suoi sogni, di averlo seguito, di averlo quasi studiato. A sentir lui le variazioni erano l'evento onirico dell'estate.

Da lì, il discorso si sciolse in questioni che riguardavano in modo sempre meno nitido il suo lavoro.
"Ciò che mi sconvolge di più è come le cose più orribili vengano sempre fatte da chi all'inizio non voleva nemmeno sentir parlare della cosa."
Junior si schiarì la gola, comprendendo implicitamente di trovarsi di fronte ad un attento ascoltatore.

venerdì, giugno 17, 2011

Contingenze elementari (settima parte)

Un mese passò, insieme alle prime sei variazioni.
La cosa aveva suscitato nell'ambiente un certo interesse e giorno dopo giorno i commenti, lusinghieri o meno che fossero, andavano via via moltiplicandosi.
In compenso non era più stato contattato per il motivo per cui le aveva iniziate.
Le giornate passavano piuttosto lentamente, alternando il bello al cattivo tempo.

All'inizio della quarta settimana decise di organizzare una grande spesa ragionata per evitare vai e vieni dal supermercato vicino. I singoli sogni non richiedevano in realtà molto tempo, almeno non di più di quanto non ci avesse sempre dedicato, era piuttosto il continuo lavoro di rielaborazione a cui li sottoponeva ad essere talvolta il centro di intere giornate.

Il quinto sogno ad esempio, nato da un ramo delle stanze visitate nel secondo, si era inizialmente sviluppato con l'intenzione di ispirarsi alle varie cosmogonie riferite alle acque, ed in particolare al quinto giorno della tradizione cristiana. All'alba, quando si era finalmente deciso a dormire, il sogno era stato completamente prosciugato, riportando al deserto ciò che era nato nell'azzurro dell'acqua.

Lo sviluppo delle variazioni era diventato un gioco di guardie e ladri, un continuo rincorrersi. Causa di queste corse erano soprattutto furti, veri rapimenti di idee, che i singoli sogni si infliggevano vicendevolmente, imprestandosi retroattivamente i temi e sbirciando le trame che sarebbero seguite.
Nel frattempo, il killer di mezzogiorno continuava indisturbato il suo operato.

Ritornato dalla spesa, pronto a rimettersi al lavoro, lei lo chiamò. Ancora una volta percepì l'immacolata agitazione della sua voce.
Il settimo sogno avrebbe parlato della guerra.

domenica, giugno 12, 2011

Contingenze elementari (sesta parte)

"Ti ricordi? Quando eravamo piccoli facevamo sempre silenzio quando cominciavano i cartoni animati. Era un momento di estrema concentrazione, mi verrebbe da dire sacro. Comunque sia ordinato. Qualunque cosa voglia dire. Cominciavano i cartoni. Non so se ti ricordi quelli ambientati all'opera, una serata di gala o quello che era.

Insomma il personaggio principale comincia la performance con tutti i crismi: è una serata importante. Me ne ricordo almeno un paio strizzati in qualche improbabile smoking troppo elegante, già la cosa così era esilarante.

E poi cominciava la musica, una cosa solenne veramente, che ti faceva dubitare se stessi davvero guardando la stessa cosa che la sera prima ti aveva fatto morire dal ridere.
E poi, in un attimo tutto crolla: l'atmosfera solenne, la serietà, la preparazione, la compostezza. Ogni cosa degenera coralmente, abbattendosi sotto le violente spallate della musica.

Ti racconto tutto questo per dirti che la musica non era stata fatta per quel cartone animato. Era musica classica vera, una delle rapsodie ungheresi di Franz Liszt. Scritta almeno cent'anni prima. E' una melodia discontinua, dissonante, isterica, disturbata, un crescendo di follia faticosamente repressa nelle note iniziali. E' uno strillo di gioia primordiale strozzato dalla necessità di doverlo esprimere attraverso un meccanismo raffinato come la musica.

E' una transizione tra la ricerca dell'ordine ed il bisogno di caos. Anzi, è la transizione; in assoluto. Il degrado è la mutazione per eccellenza.
La variazione è selvaggia."

martedì, giugno 07, 2011

Contingenze elementari (quinta parte)

Camminarono fino al mare, parlando del più e del meno, mangiando le carote che lei aveva comprato nel pomeriggio.
Lui le chiese notizie di sua figlia, ossia sua nipote, e in cambio poté parlare di lavoro.
Sua sorella non aveva più sognato qualcosa di suo recentemente.

Cercava infatti di sincronizzare al meglio il suo riposo con quello della bambina, utilizzando anche i sogni post-maternità che lui stesso le aveva regalato per festeggiare la nascita. Si fece raccontare il succo delle sensazioni, i centri delle varie esperienze che proponeva. Si perdevano spesso in simili discorsi, scherzando poi sul fatto che avrebbe fatto prima a sognarne uno.

In qualche modo, mentre camminava verso la grande distesa salata, si accorse che una sensazione di fondo reggeva tutto il lavoro del fratello.
Indagando, lo portò a parlare dell'idea che aveva avuto sulle variazioni musicali, facendogli ammettere infine di star lavorando a qualcosa di più che a delle sperimentazioni sparse.

Il progetto delle variazioni aveva in effetti risvegliato alcune membra che col tempo si erano intorpidite. Dopo le soddisfazioni dei primi compensi, ricavati dai lavori che pian piano era riuscito a far apprezzare, le idee avevano continuato a moltiplicarsi; ma senza essere seguite dalle ambizioni. Piano piano aveva raggiunto uno stato compositivo professionale e distaccato, che risultava artisticamente asettico senza ribollire di ideologie, senza trasmettere la volontà di sfruttarlo o di liberarsene. Queste almeno erano le critiche che ritornavano nelle recensioni.

La calma olimpica di alcune delle sensazioni che era arrivato a poter trasmettere con certezza non erano pressate da urgenze maggiori, messe alla prova da impazienza o avidità.
Aggiustandosi i lunghi capelli spettinati dalla tramontana gli chiese se conoscesse Franz Liszt.

giovedì, giugno 02, 2011

Contingenze elementari (quarta parte)

Immaginare di rivolgersi ad un assassino non era abbastanza stimolante, o almeno non lo era con quei limiti.
Masticando il cavo delle cuffie con lo sguardo perso sullo schermo, si sentì come un mimo.
Doveva dire qualcosa senza pronunciarlo, mostrare senza svelare. Un paio di volte cominciò a buttare giù l'architettura del sogno, dicendosi che erano tutte paranoie e che un esterno non avrebbe mai capito l'argomento intorno cui girava disperatamente.

Riguardando quello che aveva fatto, tutti gli elementi gli apparvero come cartelli, biechi sbandieramenti delle proprie svogliate intenzioni. Dove sarebbe andato a parare percorrendo quella strada? Cestinò diverse mezzore di lavoro, a suo giudizio eccessivamente esplicite.

Il sogno andava creato come aveva sempre fatto, questo era un dato solido e basilare. Non poteva farlo scrivere ad un altro, non poteva tentare di cesellare troppo finemente quei sogni il cui marchio distintivo era sempre stata la forma grezza e incompleta. Arrivò ad un compromesso, stimolato dall'odore delle lasagne precotte che aveva infornato durante una pausa: scrisse il sogno tenendo a mente soltanto il fatto che sapeva dove voleva andare a parare, e non l'obiettivo finale.

Ne risultò una sensazione speziata che preannunciava sviluppi futuri, evoluzioni fondamentali che tuttavia avrebbero preso, per nascere debitamente, il tempo che era loro necessario. L'unica cosa a turbarlo fu la coscienza di aver in un certo senso aggirato il problema, cominciando da una matrioska superiore, come quegli scrittori che scrivono dello scrivere.

Con la musica non si può, pensò.
Si può con i testi, ma non gli venne in mente nessun analogo del suono.
Mentre caricava il sogno sul server, placando con dei cracker alla pizza l'ansia di essersi scoperto componendo qualcosa di leggermente diverso dal solito, gli venne in mente il concetto di variazione musicale.

Una lunga fila alle poste fu l'occasione per approfondire il collegamento mentale che l'aveva portato a ripensare alle variazioni. Le uniche che riuscì a rievocare furono le Goldberg, anche se lì per lì le ricordò a se stesso solo come "quelle con cui Bach fece esercitare il suo allievo".

Cosa avrebbe composto il giorno seguente ancora non lo sapeva, era curioso soltanto di tornare a casa per ascoltare il piano di Bach e di sapere come avrebbe dormito il killer di mezzogiorno.

lunedì, maggio 30, 2011

Contingenze elementari (terza parte)

"Come ti dicevo, trattandosi di mia sorella non intendo andare alla polizia....almeno finché non avrò prove certe."

Continuando a giocherellare con il gioiello d'ambra che chiudeva la collana bevve un altro sorso.
Era affetta da alcuni comportamenti che avrebbero fatto immediatamente fatto pensare all'insicurezza, se non avesse avuto una voce tanto strana, così profonda e priva d'accento.

"Il killer di mezzogiorno potrebbe anche non essere lei, o almeno lo spero. Non lo so, per quanto mi riguarda penso di aver fatto bene a parlartene, altrimenti non sarei proprio venuta in primo luogo. Riconosco però che sbatterti un sospetto simile in faccia chiedendoti di tacerne non sia un comportamento che lascia molto spazio alle reazioni "comuni". Tutto questo giro di parole per spiegarti che sono disposta a pagare, sia per fare quanto ti chiedo che per disinteressartene se decidessi di non accettare. L'amicizia che mi lega a tua sorella non lo rende un favore personale, ecco."

I soldi gli facevano indubbiamente gola, e non c'era bisogno di essere nel suo appartamento per ricordarglielo. Il lavoro che faceva gli garantiva una certa libertà, ma non gli dava propriamente i mezzi con cui goderne. Si domandò quanto avrebbe potuto offrire.

"Capisco, ma mi sfugge il modo in cui pensi di quantificare il mio...compito. Non c'è ragione di credere che se i delitti finissero sarebbe merito mio. Il fatto che tua sorella scelga spesso i miei sogni potrebbe non significare nulla. I delitti potrebbero anche smettere per un altro motivo, a parte il fatto che potrebbe non essere lei. Inoltre credo che la vita non sia propriamente regolata da quello che si sogna, potrei anche non riuscire a trasmettere quello che mi chiedi."

Lei cominciò ad annuire già a metà del suo discorso, un altro sintomo dell'impazienza che invece mancava alla sua voce. Forse era solo un'urgenza fisica, come il bisogno di andare in bagno.

"Sono d'accordo, anche io ho pensato la stessa cosa. Poi però mi sono detta: questa cosa potrebbe essere come sponsorizzare la fine dei delitti. Immaginalo come una pubblicità: chi sceglie cosa fare alla fine è il consumatore, ma se non gli vengono presentati il prodotto e le sue qualità non è nemmeno a conoscenza dell'esistenza di una scelta.

D'altro canto, questo sottile condizionamento attraverso i sogni è solo una delle strade che intendo perseguire. Tutte sono abbastanza discrete, ma immagino che tra tante qualcuna possa schiacciare i tasti giusti e perlomeno chiarire se il sospetto che nutro è legittimo o meno. Inoltre, ci sarò io ad osservare l'evolversi della situazione da vicino, se le cose cambiassero potrei coordinare tutto di conseguenza. Intendo investire tutta me stessa in questa cosa."

Spogliato delle connotazioni inquietanti della cosa come il sospetto d'omicidio era in definitiva un lavoro facile. Il successo o il fallimento della cosa non dipendeva da lui, la sospettata non sospettava nulla, non sapeva nemmeno che lui e la sorella si conoscessero.

Sentendosi abbastanza al sicuro accettò.

venerdì, maggio 27, 2011

Contingenze elementari (seconda parte)

Quando ebbe finito di lavorare accese la televisione. Sullo schermo si scontravano i personaggi di un film d'azione dei primi anni duemila, impeccabili come manichini d' alta moda, abbronzatissimi senza scottature. Benché non riuscisse a ricordarne il titolo sapeva di averlo già visto, una qualche replica la domenica pomeriggio. Era troppo pigro per cercare il titolo, e troppo distratto per accorgersi di non sapere in quale giorno della settimana si trovasse; magari era proprio una domenica pomeriggio.

Il punto era che la natura stessa delle sue routine era sregolata: sveglio quando gli altri dormivano, quindi potenzialmente mai. C'è sempre un cliente per un venditore di sogni, diceva qualche slogan di moda anni prima. La cosa gli ricordò con piacere il sogno che aveva trovato nella scatola dei cereali: il coupon doveva ormai essere perso in uno dei sacchetti che aveva ordinatamente messo in fila davanti alla porta di casa prima di mettersi all'opera.

Aprì il frigo, cercando qualcosa da mangiare. Aveva praticamente finito tutto lavorando.
Decise che il giorno dopo avrebbe comprato qualcosa di croccante e della pasta all'uovo, e poi magari avrebbe fatto scorta di succo, variando il mango con pesca e albicocca.

Era di nuovo seduto sul divano, guardando lo schermo senza vederlo, intento in pensieri oziosi riguardanti un domani che invece, lentamente, già sorgeva al di là delle tapparelle abbassate. Un grosso sole obeso spuntava da qualche parte, per battere i suoi raggi rarefatti dai vapori marini contro il pallido rosa del caseggiato.

Indagò come sempre i commenti a caldo sul sogno che aveva composto, prima di andare a dormire. Era piaciuto, ma sapeva che i primi a recensire erano spesso esaltati, entusiasti cronici più emozionati per essere i primi a parlarne che per il sogno stesso. O almeno era così per i prodotti degli aspiranti artisti come lui, che producevano esperienze oniriche a livello artigianale, lontani dai grandi componimenti delle società dedicate, compagnie che ogni notte raccoglievano milioni di sognatori.

Tra cui lui stesso, che caricato un grande classico decise di andare finalmente a dormire.
Lei suonò il campanello tre volte, quando ormai si trovava nel profondo del riposo.
Spiegò brevemente in un biglietto chi era, aggiungendo che sarebbe tornata, e lo fece scivolare sotto la porta, immaginando che non avrebbe avuto senso lasciare altri messaggi in una segreteria che poi non avrebbe ascoltato.

Il nuovo pezzetto di carta trovò scomodamente posto tra i cumuli di spazzatura.

domenica, maggio 22, 2011

Contingenze elementari (prima parte)

Cercò la propria immagine dentro la vetrina, senza trovarla.
L'unica cosa che vide fu il sacchetto con il prosciutto crudo e il succo di mango, il resto erano solo pile di libri, mazze da golf e la chitarra che aveva attirato la sua attenzione.

Rientrato in casa, non riusciva a togliersi dalla mente l'idea di non saper suonare uno strumento. Il suo percorso musicale era stato tortuoso, ma mai veramente impegnativo. Aveva provato qualcosa dopo aver smesso con il piano, da bambino, ma adesso faticava addirittura a ricordare quali fossero gli strumenti precisi con cui si era misurato.

La chitarra era comunque un desiderio nuovo, immediato, una voglia di imparare ad estrarne un suono nata nel momento in cui aveva visto il cartellino del prezzo appeso ad una chiave.
Acceso lo schermo trovò una playlist di virtuosi della chitarra, da ascoltare mentre intanto riordinava l'appartamento.

Era in effetti un pò di tempo che non metteva a posto. Dopo essersi occupato della carta dei quotidiani e degli scontrini che inspiegabilmente faticava a buttare via, cominciò ad interessarsi ai bicchieri e alle altre stoviglie che giorno dopo giorno avevano lasciato la credenza per stabilirsi chissà dove.

Per qualche motivo che non gli riuscì di spiegarsi, fare i lavori di casa ascoltando la chitarra non era opportuno. Il suono sembrava non solo dissociato dai suoi pensieri, ma anche da quello che stava facendo. Immaginò qualcosa a proposito del disordine, ma sapendo che nessuna spiegazione sarebbe stata sufficiente, cambiò semplicemente musica facendo partire Open Sesame di Freddie Hubbard.

Ramazzando la camera da letto, strofinando forchette incrostate da giorni, si accorse che l'atmosfera cominciava ad avvicinarsi ad un'identià compiuta, come se fino a quel momento i suoi gesti non fossero stati sincronizzati con l'effetto che producevano.

Finito il lavoro si versò un bicchiere di succo. La notte si avvicinava a grandi falcate, era tempo di preparasi per andare in onda.

sabato, maggio 14, 2011

Caos Calvo

Se io fossi Nanni Moretti la vita sarebbe indubbiamente più facile.
Anche se voi foste Nanni, ve la spassereste molto di più, non siete d'accordo?
Con calma. Forse potrebbe trarre in inganno, ma questo post NON è una paternale.

Senza aggiungere che, per la naturale predisposizione delle madri a rimbrottare più dei padri, subire una maternale è oggettivamente molto più frequente di una paternale, indi per cui dovremmo rifiutarci di utilizzare nel linguaggio comune un unico sostantivo per indicare due concetti differenti, anche se soltanto per il soggetto agente, finendo così per atteggiarci, volenti o nolenti, in modo qualunquemente sessista; perchè non alternare, a seconda dei generi, i due termini? Ma se tenessimo presente questa degna intuizione, e Baro un giorno mi dicesse "ora ti faccio una maternale lunga così", con il solo intento di dimostrare che come le donne dicono paternale allo stesso modo gli uomini possano dire maternale, nessuno capirebbe nulla ugualmente, proprio come nei suoi post; ed è per questo che sono portato a credere che la collettività abbia scelto paternale per entrambi i sessi, piuttosto che maternale, per la più facile associazione con il concetto di Lunghezza, per una maggiore chiarezza della elementare composizione sostantivo-aggettivo : una lunga paternale suona meglio di una lunga maternale. E' fisiologico, è antropologico : forse è dura da accettare, ma attualmente così stanno le cose; l'ennesimo sbocco del merchandising delle parole, del ragionare per associazione di idee, del diktat televisivo impartito da non so quale esperto di telecomunicazioni operante nell'ombra? "Vuoi usare il termine paternale nel tuo spot? Mettiamoci uno sfondo bianco, con a lato un enorme membro che si genoflette su sè stesso e, a scapito di una parte, peraltro rinunciabile, della propria virilità, impartisce moralità in pillole." Tremendo.
Tuttavia, se noi decidessimo di scendere a questo compromesso linguistico, se accettassimo turandoci il naso questo patto col diavolo, a Baro, a cui difficilmente le masse associano il concetto di lunghezza, converrebbe diversamente utilizzare, per risultare più chiaro su iPiroga, il termine maternale.

Ma dove eravamo rimasti?
Ah sì, io sono Nanni Moretti.
Altrimenti avrei semplicemente detto che Baro ce l'ha corto.

venerdì, maggio 13, 2011

la debacle di Damocle

Se indossate un orologio, un bracciale, un gioiello, un qualcosa e siete intenzionati a continuare a leggere, vi prego di togliere tutto.

Vi parlo come se parlassi a me, ed io non ne porto. L'immedesimazione non sarebbe altrettanto efficace.

Quando è primavera mi sembra assurdo che ci sia stato l'inverno. Mi sembra impossibile che esista e anzi, dubito che sia esistito.

Poi mi tolgo le cuffie e mi concentro sul disgelo. Immaginatevi stesi a letto. Non nel silenzio, in un ambiente che non è tranquillo e non invita alla riflessione. Intorno a voi, al di là della finestra chiusa, della porta che dà su scale con luce temporizzata, nel bidone della rumenta e negli interstizi delle piastrelle sta nascendo la vita.

Si sparge affamata, come un ferito che cerca l'acqua, un assetato che smania per il soccorso, và dove non è ben accetta e portando con sé solo se stessa.
Allontanatevene.
Dal letto dove siamo distesi possiamo alzarci, ma non è che con l'immaginazione che vogliamo muoverci. Andiamo fuori in strada.

Come non è difficile immaginare una cosa semplice come essere stesi a letto non vi sarà difficile uscire di casa, come se lo faceste davvero, con la mente. Solo non dovete aprire le porte, o almeno non siete tenuti a farlo. L'immaginazione fa quello che vuole, ed io per esempio cerco di immaginare nel modo più fedele alla realtà. Apro la porta e scendo le scale.

Siamo in strada, presumibilmente sotto i piedi abbiamo delle scarpe, quindi possiamo immaginare tutti quanti di sentire contro le piante la medesima cosa: una suola.
Questo per sottolineare come le catene che ci costringono negli automatismi siano in realtà le stesse per tutti, ma lasciamo perdere le suole.

A questo punto, l'immagine comincia a vacillare. Dove andremo adesso, dovendo immaginare tutto quello che ci circonda? Non lontano. Troppi eventi per calcolare una realtà realistica, troppi ricordi da concordare per formare un'immagine veritiera della via in cui tratto tratto ci troveremo. Un tamarro che passa in motorino, se lo immagino con le scarpe viola poi non gliele potrò cambiare. E se immagino una merda di cane dovrò poi cercare di evitarla.

Facciamo attenzione a quello che immaginiamo, piuttosto non complichiamo le cose. Siamo in strada, c'è un meteo amichevole che non ha bisogno di essere studiato per essere percepito, guardiamo fissi davanti a noi.
Ora, è il momento di immergersi.

Viaggiare sopra la terra, anche volando, non sarebbe possibile per i motivi elencati. Non per arrivare concentrati dove vogliamo. Finiremmo per perdere il filo o per perderci in qualche cesellatura troppo raffinata della realtà che cerchiamo di ricreare.
Immergiamoci.
Nel marciapiede, nell'asfalto, nella terra. Superiamo le varie gettate, la ghiaia, la terra battuta, le tubazioni. Siamo arrivati ormai al collo, al naso, alle ciglia.

Ora siamo al buio. Possiamo viaggiare finalmente all'oscuro del luogo in cui ci troviamo. Se temete di incappare in qualche cantina, in un bunker, scendete ancora: è uguale.
Siamo come animali, come struzzi con la coscienza annegata in un palmo di terra, se non vediamo è perché non abbiamo intenzione di vedere.

Ma ora è il momento di partire, viaggiare verso il luogo della nostra riflessione. Propagate il moto, sentitelo, camminate o fatevi spingere dalle montagne russe, l'importante è il senso di moto, stiamo andando in un luogo piuttosto lontano.

[...]

Siamo arrivati. Intorno a noi tutto è ancora buio, sentiamo soltanto di esserci fermati.
Comincia la risalita, veloce o istantanea non importa, sorgiamo verticalmente come ascensori intangibili. Non aprite gli occhi, per quanto ne sappiamo siamo ancora annegati in kilometri di pietra, oppure potremmo aver già superato la stratosfera. Ma questo non ci interessa, tanto più che non possiamo saperlo: ad occhi chiusi percepiremmo anche la luce del sole, ma non sono i nostri occhi ad essere chiusi. Non è il buio delle palpebre quello che osserviamo.

Anzi, che non osservo più.
Apro gli occhi: sono ad alta quota, con i piedi immersi in qualche particolarissima, percepibile suola, ma il mio sguardo non può volgersi a vedere cosa indosso, non può muoversi affatto.

Guardo la montagna di fronte a me, non posso fare altro.
Un grande sole giallo la illumina, a picco sopra di lei, da qualche parte dove non posso vederlo.
La avvolge come le lampade irradiano i fiori di serra, disperatamente intenzionato a farla sbocciare, prima o poi.

Ma guardando meglio mi accorgo che la roccia non è immobile: il ghiaccio che la ricopre un pò la fa sudare e un pò la ammanta di fumo.

L'inverno non è propriamente finito: arriva il disgelo.

venerdì, maggio 06, 2011

cucinare il cibo per la mente

Il giorno dopo non fu poi traumatico come avevo creduto: senza sveglia, caffè, focaccia, facebook, altro caffè.
Qualcosa non era cambiato.

Oppure qualcosa non era ancora cambiato.
Il non capire che cosa stesse o non stesse accadendo mi infastidiva più del prosciutto cotto e di quei libri in cui alcune parole sono scritte in grassetto ed altre no.

Poi mi guardai il taglio sul dito.
Per quanto stupido era uscito un sacco di sangue.
Era fuggito.
(Su wikipedia scopro che un globulo rosso vive 120 giorni. Cosa si vede del mondo microscopico in 120 giorni?)

Trovi una via d'uscita, ti schianti al suolo o su un capo d'abbigliamento preferibilmente chiaro, in un ambiente acido o basico, chissene frega, comunque ostile. Cosa puoi volere che io non ti garantisca? Ingrato.

E mentre mi succhiavo il dito ho capito che non si era liberato, non era fuggito, non c'era nessuna relazione tra la mia vita e la mancanza di quel sangue, di qualsiasi centimetro cubo di sangue nel mio corpo: era solo uscito.

Uscito da un posto scuro, buio, immaginato sempre chiaramente disposto e invece caotico, ostile, diverso da persona a persona, incasinato, marcescente, insieme fabbrica e discarica. Era uscito da me, ma era entrato nell'unico luogo dove potessi vederlo.

In fondo le palpebre, la bocca, le orecchie, cosa sono se non ferite cicatrizzate? Il mio sangue può andarsene quando vuole, forse era questa la logica mancante.

Feuerbach disse che l'uomo è ciò che mangia.
Io dico che è anche ciò che sputa.

venerdì, aprile 29, 2011

La storia di Flora, gran meretrice, diventata dea per garantire il decoro delle istituzioni

E' appena terminata una cortese e rinfrescante pioggerellina pomeridiana, mi reco col mio caro Ettore a fare una passeggiata nei giardini vicino a casa. Sono diversi gli elementi che mi impediscono di abbandonarmi alla fantasiosa reminescenza della pioggia nel pineto, in particolare due: mai ho immaginato Ermione come cane, anche se lo considero un nome delizioso; alcune siringhe e una cospicua traccia ematica mi fanno percepire come umano troppo umano questo posto.
Come sono ridicole e degradanti le nostre dipendenze.
Dunque dopo avere, mio malgrado, convenuto con quel famoso slogan (paradossale) "i giardini del degrado", una tipica pesantezza saturnina ha deviato il corso dei miei pensieri sulla considerazione dei tempi correnti, del kali yuga e altre amenita' consimili, che ci risparmio.
La divisione del tempo non e' certo un problema da poco, giorni fasti e nefasti, comitialis...
Aprile, nella Roma antica e gloriosa, godevi della protezione di Venere feconda!
Giusto in questi giorni nell' antica Roma si celebravano le Floreali, oggi piu' modestamente ci si accontenta dell' euroflora: fiera, libero mercato, truffa liberalizzata, capitale e, questo solo per farvi ridere, signoraggio; non vedere la progressiva degenerazione verso il solido, la materia, è davvero da ciechi: ma in effetti il motto hanno occhi e non vedono è molto più di una trouve' biblica, direi piuttosto una costante nella storia della modernità e del progresso.
Per alleggerire queste considerazioni pesanti, antipatiche, da Senex, vale la pena di rifugiarsi in quelle deliziose storielle boccaccesche (o boccaciane, che m' importa) con le quali si sollazzano gli eruditi quando per un momento li abbandona la depressione, la smania collezionistica e antiquaria (delle quali poi tali storielle sono in qualche modo figlie naturali; si legga: non legittime).

La nostra Flora, gran meretrice, non si sa bene se per una particolare benevolenza nei confronti di quelli che erano destinati a diventare suoi ex clienti, o per supplire economicamente alla mancanza di piacere di questi, cagionato dalla sua morte (un danno esistenziale ante litteram), o ancora sperando di lavarsi di dosso la lettera scarlatta o chissà per quale altro pruriginoso motivo, nominò suo erede il popolo romano. Si decise di destinare l' enorme eredità a dei giochi da tenersi nel giorno della nascita della testatrice. Il senato, con la spiccata tendenza a sentirsi offeso e perseguitato, sulla base della permeante considerazione che i senatori erano stati i principali utenti finali, decise un insabbiamento. Tale insabbiamento era destinato ad assumere contorni ridicoli agli occhi dei contemporanei, era una beffa al pubblico pudore, una squallida burla; consisteva infatti nel dire una bugia enorme e palese e cioe' nel dire che in realta' Flora non era una troia, ma che era una nipote di Giove, che era la dea dei fiori. Non sappiamo quale sia stata la reazione di Giove. Posso rassicurarvi invece sulla reazione del popolo romano: nel tempio di Castore e Polluce venne sistemato il simulacro di lei, Flora, realizzato da Prassitele; le feste in suo onore continuarono ad essere lascive.
Ancora una volta bisogna dare ragione alle scritture: niente di nuovo sotto il sole.

sabato, aprile 23, 2011

mercoledì, aprile 20, 2011

Considerazioni percorrendo il Milf Boulevard

Il cuore è come il gusto: va educato.

Non è un procedimento né semplice né chiaro, non avanza e non si ritira sempre con la stessa velocità, difficilmente si può dire se stia migliorando o no.
Non è stupido, eppure va educato.
Non è cieco, eppure va guidato.

Si evolve secondo se stesso, scegliendo di volta in volta il percorso migliore avendo come ultima meta la morte di cui vuole morire. Il gusto sceglie l'arma con cui spegnersi, la sceglie seguendo i propri consigli.
A volte fidandosi, a volte no.

Se potessi o anzi, se il cuore fosse d'acciaio, lo farei crescere lentamente, in un'unico monolitico grano. Lo osserverei luccicare alla luce di tutte le sue debolezze.

sabato, aprile 16, 2011

Neverest

"Assomigliava a Solženicy da giovane. - Sarò di ritorno quando avrà finito, - gli disse la donna, e uscì svelta dal locale."

Questo succede ieri.
Chiudo il libro, intontito.
Solženicy. Solženicy. Solženicy. Io lo so chi era Solženicy.
Chi era Solženicy?

Uno scrittore, è normale non ricordarsi il suo viso, era uno scrittore.
Ho letto Solženicy.
Ho letto Solženicy?

Cosa so di lui, mi posso ricordare piano piano. Era russo, era uno scrittore, è morto. In fondo è solo un viaggio in treno, il libro mi piace, penserò a questa cosa per un pò e intanto che il paesaggio scorre mi verrà in mente.

No, ti confondi con Bulgakov.
No, ti confondi con Turgenev.
No, ti confondi con quell'altro tizio.

Mah, mistero. Mi verrà in mente? E anche se mi venisse in mente, continuerei a non sapere che faccia aveva da giovane. So di sapere chi è, non com'era fatto. Sto pensando solo per me stesso.

Mi aiuto con il nome storpiato, come lo pronunciavo prima di leggerlo veramente, con attenzione. Mi succede con i nomi. Ottengo solo un Aleksandr Qualcosa Solženicy. Ha un nome, gli manca il legame che ha con me.

In quale libro ci siamo conosciuti?
Mi era anche piaciuto, ho il ricordo di me che dico: "Che bel libro Aleksandr Qualcosa Solženicy, era un genio."

Padiglione cancro, ci sono arrivato. Chiudo il pensiero, apro il libro, in un attimo sono di nuovo a Savona. Passa la giornata, vado a dormire senza sapere niente sul ritratto dell'artista da giovane. Mi viene in mente di cercarlo solo quando il computer si spegne.

Questo succede oggi.
Trovo la foto di Solženicy da giovane sulla Wikipedia inglese. Nulla cambia.
Come finiva Padiglione cancro?

"Solo quando il treno sussultò e si mosse, sentì una fitta lì dove c'è il cuore, o l'anima, insomma nel punto centrale del petto, una nostalgia di ciò che si era lasciato dietro. Si rivoltò, si buttò bocconi sul pastrano e affondò la faccia, gli occhi socchiusi, nello zaino, tra i bozzi formati dalle pagnotte.

Il treno correva e gli stivali di Kostoglòtov, come morti, dondolavano sopra il passaggio con le punte in giù."

venerdì, aprile 08, 2011

Coprofagonista

Ho fatto ultimamente molto caso alle peripezie della mente, al modo in cui si associano ad un senso gli effetti di un altro, alle reminiscenze, alle madeline preconfezionate, al consumo di massa, bisognosi di attenzioni mediatiche, polmoni poco caotici, pensieri in divenire.

Figli di estri non nostri, ci limitiamo a contemplare visioni d’altri, necessarie alla mediocratizzazione della nostra piccola vita: esperienze senza passato, viviamo solo per testimoniare a noi stessi di averlo fatto.

L’ascolto di un certo tipo di musica eccessivamente compiacente non può che estremizzare questa visione in terza persona: l’io cinematografico è migliore di me, è più fiero di me, è oltre me, io sono il mio cinema.

Io sono George Clooney, io sono Belen, io sono Morgan, io sono L’Artista precedentemente noto come Me Stesso, io sono la Top Ten del mio avatar, la Top Singels dell’ego, il disco di platino di un piccolo cuore bugiardo.

domenica, aprile 03, 2011

la vicina è fine

Spazza, sputa, spazza ancora: la delicata azione della pulizia dentale volge al termine.

Non si deve - ricorda a se stesso mentre struscia le setole contro un canino - non si deve tralasciare un'azione solo perché viene ripetuta spesso e quindi sembra di per sé poco importante.
E' così che le cose diventano sacre: i rituali.

Sputa ancora una volta, le cose si tirano per le lunghe: colpa dei kiwi.
I semini dei kiwi.
Ora sì che ha finito, si passa la lingua sugli incisivi di sopra, come ha visto fare in tv.
Ripone lo spazzolino, con la sua capsula, nella tazza: ci vediamo domani mattina.

Però non è ancora il momento di dormire, dice senza pensarlo, spalancando gli occhi sotto le luci da camerino dello specchio del bagno.
Ammira le sue occhiaie, come fossero avvallamenti acquitrinosi, parchi naturali morbidamente scolpiti dalla pazienza infinita di giardinieri grandi come granelli di polvere.

Studia la fittezza delle sue ciglia, facendole sbattere piano, incrociandole, guardando con l'occhio aperto quello chiuso; riaffiorano nella memoria le immagini preistoriche di banchi di meduse, un documentario di un'indefinita domenica pomeriggio invernale.
Esamina la sclera, contempla il mistero del rubinetto da cui sgorgano le lacrime, gli angoli che domani mattina ritroverà qui, in bagno, cisposi e carichi di voglia di restarsene a letto.

Si perde nell'iride: non viene mai l'ora di andare a dormire.