sabato, novembre 26, 2011
Karma Piatta
La gente torna a lavorare dopo aver trascorso un piacevole fine settimana; al lago con i bambini magari. Tutta la gente, la gente cosiddetta normale; tutti tranne me, insomma.
Persino Fred, il mio collega coi capelli color carota, al sabato sera combina qualcosa. Freme tutta la settimana - lo vedo, lo controllo, dietro a quella scrivania di polistirolo - nell'attesa del Sabato-Al-Cinema-Con-La-Sua-Jenny.
Io li odio i fine settimana. Dovete credermi, non li sopporto.
Il week end è il trionfo dell'emarginazione sociale, rappresenta il fallimento dello Stato.
Lower Manhattan : qui c'è il più grande attraversamento pedonale del mondo.
Se non ci siete mai stati, per rendere l'idea, posso dirvi che è come una battaglia : ogni settimana, alle sette e cinquantacinque del lunedì, due enormi eserciti solcano le strisce pedonali e si fronteggiano qui.
E' come una partita di football con tantissimi giocatori; o una gara di Nascar affollata, e a piedi.
E io, il lunedì mattina - ogni lunedì mattina - io vengo qui a partecipare a questa battaglia.
Anche se partecipare non è proprio il termine adatto; mi definirei più un cronista, un osservatore. Ecco sì, io agli attraversamenti pedonali guardo le persone che mi circondano. E vi assicuro che non ho mai trovato qualcosa di più interessante.
Dovete sapere che io ascolto tanta musica; a volte, nel mio microappartamento al 32esimo piano, addirittura suono la chitarra; però soltanto a orari incivili e improponibili, per disturbare una delle mie vicine di casa, che fa partire lavatrici a tutte le ore.
Fin ora non si è mai lamentata, purtroppo.
Tempo fa, mentre parlavo con Fred - ma in realtà parlavo da solo, usufruendo solamente della persona fisica di Fred, per non sembrare troppo strano agli occhi dei colleghi - avevo sostenuto che mi sarebbe tanto piaciuto sapere cosa frullasse nella testa dei cantanti, nel momento in cui avevano deciso di scrivere una canzone che parlasse di Vita, della Vita; e pensare che c'è chi addirittura ha usato la parola Vita proprio nel titolo della canzone.
Ok, Vita è una parola che si presta abbastanza ad ogni evenienza, lo ammetto; ma non si può usarla a cuor leggero.
Ecco, questo lunedì mattina sono qui nel mio attraversamento pedonale preferito, cuffie color verdeacido nelle orecchie, e ascolto Frank Sinatra, e l'ho capito!
Ho capito perfettamente a cosa pensasse il vecchio Frank mentre scriveva That's Life, e, ragazzi, è stata veramente una goduria indescrivibile.
E' la vita, è quello che dicono le persone.
Vai alla grande in Aprile,
Muori a Maggio.
Ma io so che cambierò questo ritornello,
Quando sarò tornato indietro all'inizio di Giugno.
E' la vita, pazza come sembra.
Certe persone si prendono i loro calci,
Camminando sui sogni;
Ma non lascerò che questo mi butti giù,
Perchè questa vecchia parola continua a raggirare le persone.
Sono stato un burattino, un povero, un pirata,
Un poeta, un pedone e un re.
Sono stato su e giù e al di sopra e al di fuori
E so una cosa:
Ogni volta che ritrovo me stesso spiaccicato contro la mia faccia,
Mi tiro su e torno in gara.
Questa è la vita, non posso negarlo,
Penso di piantarla,
Ma il mio cuore non vuole questo.
Se non pensassi che sia stata come una prova,
Mi arrotolerei su una grossa palla e morirei.
martedì, novembre 22, 2011
Alibi, V parte
Dopo tutto quel tempo passato a ridere con gli amici, sembrava tornato serio in un solo momento, istantaneamente. Forse avevamo semplicemente scherzato abbastanza per quel giorno. Fu lui a rompere il silenzio.
"Ho sentito che Matteo ti ha parlato di qualcosa oggi, si trattava del blog?"
"Sì - sospirai - mi ha detto che ha postato. Qualcosa a cui pensava da molto tempo."
Eduardo tirò un calcio a una lattina sdraiata, stancamente, facendola rotolare su se stessa mentre ci precedeva.
"Il blog...il blog...tu ci pensi mai al blog?"
"Se ci penso Edu? Insomma..." Mi ritornò in mente l'Eduardo che avevo visto quella mattina, minuscolo ed aggrappato alla 'a' finale di Salvia. Niente sembrava essere più assurdo di quella visione ripensandoci allora.
"...sì, ci penso ancora al blog. Allo scrivere in generale veramente. Anzi, direi che pensò di più allo scrivere proprio quando non scrivo." Il suo silenzio meditabondo mi invitò a continuare. "Ad esempio, ora ho in mente un paio di cose. Un racconto ambientato in una società in cui non esiste una parola per indicare le donne e a cui quindi ci si riferisce solo come non-uomini. Questo genera una serie di dubbi sull'effettiva esistenza delle donne, che per tutta risposta indicono uno sciopero del sesso...tipo Lisistrata."
Non sembrò molto entusiasta della risposta. La cosa mi ricordò quel personaggio de La ricerca del tempo perduto che prova vari argomenti come altrettante chiavi, per penetrare nell'interesse del suo interlocutore. Leggermente, saggiando appena se la porta è stata aperta di volta in volta, smettendo subito di forzare la mano non appena si accorge che è ancora chiusa.
Provai ancora:
"Avevo anche in mente una storia in un futuro prossimo. Le automobili invece di rotolare strisciano su una specie di gomma vischiosa e la gente smette di avere paura dei serpenti."
Rimase in silenzio, come incredibilmente amareggiato. Arrivai persino a temere di averlo, in qualche modo, offeso. Quando arrivammo sotto casa mia un filo di vento accompagnò la sua ultima frase:
"Leggi il post di Matteo, non leggerlo, fai come vuoi. Non importa ormai, non importa più. Ognuno per sé. Anzi, peggio di ognuno per sé. Se esiste qualcosa di più solitario della solitudine lo scopriremo. Purtroppo, per noi non c'è nessun addio, stasera come per i giorni a venire: ognuno a casa propria."
Lo seguii con lo sguardo fino a che non svoltò l'angolo. Mi sembrò addirittura che ridesse. Una risata che metteva i brividi.
domenica, novembre 20, 2011
Alibi, IV parte
"Dove sei? Vieni qui, non c'è tempo!"
"Non c'è tempo? Per cosa? Cosa?!"
Avevo urlato e Francesco e mio padre mi guardarono sbigottiti, mentre Eduardo rispondeva alla mia domanda.
Buttai giù.
"Il compleanno di Michele - dissi - non ci sono a cena"
Arrivai al bar di piazza Xxxxxx con dieci minuti di ritardo, c'erano proprio tutti.
Notai subito Matteo ed Eduardo, quelli che sarebbero dovuti essere rispettivamente avvolto nelle bende ed alto pochi centimetri. Erano invece perfettamente normali, o almeno tanto normali quanto gli altri.
Ci conoscevamo, noi tre, ormai da molti anni. Nel lontano 2xxx avevamo anche aperto un blog insieme: "I tre caballeros". Sul blog scrivevamo i nostri scherzi, saggi, racconti, a volte perfino poesie. Vedendoli, più che pensare alle loro misteriose apparizioni, essendomi ormai convinto che l'uomo all'ospedale dovesse essere proprio Matteo, ripensai al blog e al fatto che ormai non scrivevo da mesi.
La serata fu molto divertente: come al solito finimmo per ri-raccontarci le solite cose, che tutti conoscevamo già, eppure la cosa ebbe, almeno per me, una magica proprietà distensiva. C'era qualcosa di atavico nella nostra tradizione orale, nella nostra epica di provincia capace di arricchirsi in modi misteriosi, selezionando con criteri incomprensibili gli eventi e i personaggi degni di essere salvati per poi riproporli a quelle stesse persone che li avevano vissuti direttamente.
Circa a metà serata, Matteo mi prelevò per parlare in disparte. Mi ero talmente astratto dagli avvenimenti della giornata che non pensai nemmeno che potesse parlarmi a riguardo di quella stanza 313 dell'ospedale Xxxx. Infatti non parlammo della stanza e del suo occupante.
"Ho postato, ci ho messo un sacco ma alla fine ho postato."
Annuii, addentando un pezzo di pizza.
"Solo che era una bozza, per cui lo ha pubblicato con la data della bozza. In pratica è venuto fuori prima del tuo ultimo."
"Ho capito, ho capito...- risposi con la bocca piena - lo leggerò, non sarà un gran problema trovarlo!"
Tornammo ai festeggiamenti del nostro amico.
martedì, novembre 15, 2011
Alibi, III parte
Come mi era successo parlando del tempo con Eduardo, ebbi la chiarissima sensazione di conoscere perfettamente qualcosa. La certezza che sentivo era che le due persone fossero collegate tra loro. Era come, pensandoci bene, avevo sempre saputo: Eduardo e Matteo, non uno dei tanti Matteo ma uno in particolare, si conoscevano in effetti da ben prima del mio arrivo.
Un uomo minuscolo ed uno muto e avvolto dalle bende andavano comunque collegati, per trovare un senso nella faccenda.
Il punto, tuttavia, era proprio questo: ritornando in macchina a casa portai al massimo la traccia estiva suggerita dalla radio e pensai che io di quella storia potevo anche non volerne sapere di più.
In più, il mio timore era quello di poter trovare soluzioni più vicine alla verità che alla realtà. I miei amici sfidavano le leggi della fisica e se avessi seguito queste logiche tanto valeva rifarsi alla fantascienza de L'uomo invisibile e Tre millimetri al giorno. Di questo passo, pensai, presto avrò paura di imbattermi nel mostro della laguna Nera o nell' uomo-mosca.
Fermo ad un semaforo, riuscii finalmente a perdere il filo dei miei pensieri nella musica e a tranquillizzarmi. Rientrai a casa in questo stato d'animo di precaria serenità.
Una voce mi raggiunse appena varcata la soglia: "Filippo? E' arrivata una lettera per te, l'ho messa in camera tua."
Seguii la voce per trovare mio padre in salotto. Stava seduto sul divano e teneva in braccio un bambino piccolo, di un anno al massimo.
Prima di qualunque altra cosa, gli chiesi chi fosse il bambino.
"Ma come," rispose "è tuo fratello Francesco!" E contemporaneamente fece sobbalzare il bambino sulle ginocchia. Francesco rideva.
Mi fratello Francesco, di due anni più grande di me, si presentava ora come un bamino di pochi mesi. E tutto sotto lo sguardo di mio padre, che trovava la cosa come la più naturale del mondo. Fu per me la fatidica ultima goccia: sentii la collera per questi inspiegabili avvenimenti risalire dentro di me come lava in un vulcano.
Stavo per esplodere quando, improvvisamente, il mio cellulare si mise a squillare.
Strano, pensai in un baleno, non era silenzioso?
sabato, novembre 12, 2011
Capitolo 18) Apnea
E' una notte fredda e piena di stelle, il che non suona bene come una notte buia e tempestosa, ma va bene lo stesso.
Mentre sono a penzoloni nel vuoto, nel retro del Pick Up di Merlo, il mio pensiero vaga in ogni direzione, probabilmente per gettarmi alle spalle quanto appena accaduto.
Ammetto che avrei tanto voluto avere un quaderno come quello di mia madre, in cui annotare le frasi dei romanzi che mi colpivano in modo particolare. Certo, piano piano i quaderni diventavano due, tre, trenta : un'impresa per cui era necessaria una certa costanza.
Forse avrei desiderato possedere la costanza di mia madre, e non il quaderno.
Merlo guida silenziosamente, quasi dolcemente; e questo mi stupisce molto, considerando chi ha di fianco sul sedile-passeggeri. O meglio, chi non ha; chi non avrà mai più al suo fianco.
Sento la radio gracchiare un pezzo vagamente country, flebile come se fosse molto lontana da me, e non nell'abitacolo.
Mi lascio andare, in fondo il peggio è passato; sono con mia sorella in un bel campo di fragole, rossissimo; la sto rincorrendo, sembra proprio che lei si diverta, almeno fino a quando non mi perde di vista. Sono già lontano, percorro a piedi nudi un lungo trampolino : quanto sarebbe stato bello tuffarsi in quel mare di tempera e olio.
E improvvisamente mi torna in mente Deb.
"Ehi Signor Merlo, ferma subito quest'auto!" - grido sbattendo i pugni contro la griglia di ferro che ci separa.
Merlo non mi fa attendere, arrestando senza scossoni il furgone nel mezzo della strada deserta; dopodichè si volta a guardarmi, più incuriosito che intimorito.
Merlo ha il volto di chi è al crocevia della vita : un ingombrante passato appena chiuso in valigia, un futuro che non avrà propriamente la forma di una valigia.
"Dobbiamo tornare a prenderla".
Pensate a un Personaggio grandioso, di un film o di un libro; un Personaggio che è stato appena inserito nella Storia, ma che veramente fin dall'entrata in scena, fin dalla sua prima battuta, vi ha fatto esaltare; un Personaggio a cui avreste voluto stringere la mano e dire : "finalmente sei arrivato tu a dare un senso a questa pellicola!" o "piacere di aver letto di te, Personaggio!".
Fatto? Bene. Ora pensate ai rari casi in cui un Autore toglie dalla circolazione anzitempo quel Personaggio; non è rilevante in che modo: soltanto lo porta via da voi. Pensate alle sue potenzialità inespresse, alle speranze brutalmente disattese, al senso di frustazione, all'amarezza, alla rabbia animalesca, ignorante e cieca che monta in voi.
Ecco.
Ora potrete ben capire il mio stato d'animo nel momento in cui Merlo è entrato nella stanza e ha ucciso Gòto.
martedì, novembre 08, 2011
Alibi, II parte
sabato, novembre 05, 2011
Alibi, I parte
mercoledì, novembre 02, 2011
Il sorriso del papiro
Queste le ragioni: Christan Jacq scriveva solo di quello ma non esistevano Playmobil dell' Antico Egitto.
In più nell' Antico Egitto non esistevano nè Christian Jacq, nè i Playmobil; e molto probabilmente non si chiamava neanche antico Egitto, ma semplicemente Egitto. E tutti portavano la parrucca.
Un trauma: un cazzo di trauma infantile. Si avete letto bene, ho scritto cazzo, come piace agli americani. Perchè simulare con dei cow boy la vita nell' Antico Egitto è peggio dell' incesto e del complesso di Edipo messi insieme.
Voglio pensare che la mancata commercializzazione di Playmobil dell' Antico Egitto sia stata frutto del fottuto caso (fottuto, come piace agli americani), di scelte di mercato, della guerra del Vietnam, di Billy Clinton, o tutt' al più di Monica Lewinski; come avrete notato tutte cose che piacciono agli americani.
Un inciso: per chi non lo sapesse Monica L. è la bocca che l' ha succhiato al presidente degli Stati Uniti Bill Clinton, nella stanza orale. Per chi non lo sapesse gli Stati Uniti sono la ragione per cui oggi si scrive cazzo, si mette la punteggiatura senza criterio e si fanno lunghe liste di cose che non centrano nulla fra loro; fanculo alla grammatica. Come piace agli americani.
Monica Lewinski, senza dubbio ebrea, con quel cognome. E' vero non si può dire, e se non si può dire non vale neanche la pena di pensarlo: è successo anche con "buon appetito"; si, vi ricordate, una volta lo dicevano tutti prima di mangiare, poi un giorno qualcuno, si dice dopo un congresso di comunione e liberazione, ha iniziato: "non è permesso dirlo" e piano piano abbiamo anche smesso di pensarlo. Il controllo delle menti, soverchia dottrina dei meno illuminati fra gli uomini.
Dunque che cosa voglio pensare? Che la mancata produzione di Playmobil dell' Antico Egitto sia stata semplicemente una non scelta. Questo per cominciare a parlare serenamente di Antico Egitto.
Non mi passa neanche per l' anticamera del cervello (sic) che si sia trattato di un complotto giudaico massonico per turbare i bambini e farli diventare una massa di gaudenti omosessuali facilmente governabili; in fondo a me Walt Disney mi è sempre stato simpatico. Topolino mi ha sempre fatto godere come un riccio nella mia masturbazione infantile; oh merda. Preferisco non pensarci: chiamatelo quieto vivere.
Alle magiche scollature e al paniere di Jessica Rabbit.
Preferisco non pensarci.
Alle squadre e ai compassi infilati nel culo di Indiana Pipps.
Preferisco non pensarci.
Al castello d' oro della Sirenetta con le torri a forma di fallo.
Preferisco non pensarci.
Alle pere straordinarie che si vedono dopo il decollo di Bianca e Bernie sul gabbiano.
Preferisco non pensarci.
A Lady Marian, la volpe più fica della storia.
Preferisco non pensarci.
Per la cronaca pare che Tanda, prima di incularsi il suo gatto, avesse visto alla tele il gatto con gli stivali.
Preferisco non pensarci.
Come averete certamente capito, per me non è affatto facile parlare di antico Egitto senza pensare a Geremia, il padrone del vecchio saloon, a Satin, cantante e cortigiana e a tutti gli altri ragazzi che dormono sulla Collina di Spoon River.
Ho deciso di farlo per voi e per i vostri orrendi figli; non compiacetevi se cantano la sigla della Bella e la Bestia.
martedì, novembre 01, 2011
dubbi circa l'utilizzo dei superlativi per iscritto
Ma fu andando verso la stazione che, ripensando all'accaduto, mi sentii veramente strano.
Quella che inizialmente, durante la vicenda stessa, si era presentata come una lontana sensazione di dèjà vu ora emergeva mollemente da una parte alta del collo. C'erano dei volti nell'impiastro del mio pensiero, cui erano etichettate le stesse frasi e gli stessi gesti. Decisi di aver già vissuto una simile esperienza.
Non riuscii però a decifrare il mio ruolo. Questa volta ero stato spettatore, ma non seppi se quanto ricordato fosse accaduto a me in prima persona o meno. Come confondendo l'idea di essere stati in un luogo per averlo visto in un quadro, le mie percezioni si aggrappavano a pochi dettagli che confermavano la realtà dei miei ricordi.
Quelli che mi si presentavano erano volti di persone reali, che potevano aver davvero fatto ciò che attribuivo loro, anche se il mio dubbio inquinava la ricostruzione degli eventi.
Una bazzecola, un gesto da nulla, una manifestazione educata della forza di una personalità ripetuta con le modalità di quella che, collegando tra loro gli eventi, mi dava l'impressione di essere una formula magica.
Nel linguaggio della nostra elaborata umanità manca forse il richiamo ad imprescindibili istinti di base: il rito sopperisce alla mancanza?
sabato, ottobre 22, 2011
A Chuck,
e quando sei seduto sul cesso,
il cesso traballa.
Se sei stato almeno una volta in Vico San Cosimo, e sei ancora vivo, sicuramente conosci le regole:
non togliere il filtro al lavandino e non masturbarti;
per qualche inspiegabile ragione il lavandino si intasa spesso.
venerdì, ottobre 21, 2011
domotica con marsupio
lunedì, ottobre 17, 2011
Capitolo 17) Calvados e Maraschino
Gòto é una di quelle persone che quando parlano sono capaci di farti estraniare completamente dal resto del mondo. Non ti lasciano scelta : concedi loro la tua completa attenzione.
E Gòto se la merita, se la merita davvero.
Dice che è lieta di vedermi, si scusa per i modi rudi di Lurch.
Me ne rendo conto, sto parlando di lei come se fosse una mia cara amica.
Forse è la sindrome di Stoccolma.
"Questa non è semplicemente una faccenda di volgari entraineuse"
Dopo l'assalto dei corpi speciali al Polpo di Genio, devo ammettere che il sospetto mi aveva sfiorato.
"Certamente però, in questa vicenda hanno un ruolo anche delle volgari entraineuse. Come la tua amica".
Sarà per quel modo magnetico di far roteare il bicchiere da una mano all'altra?
A me gli occhi please.
Sono Gòto, giù al piano di sotto c'era umidità eccessiva? La Direzione si scusa per il disagio.
E via con il movimento del bicchiere.
"Ti piace il mare? Non c'è niente che mi rilassi di più al mondo".
Vorrei dirle che "no, non è più mia amica" e che "si, adoro il mare" , ma quel che resta del mio tradizionale buon senso, e il lancinante dolore agli occhi, mi consigliano di limitarmi ad ascoltare, per questa volta.
Corsi di barman : vuoi aprire un locale tutto tuo?
"Qui dentro, abbiamo degli Artisti capaci di cancellarti, di farti sparire, di convincere lo Stato che tu non sia mai nato".
Buona idea Gòto, per festeggiare beviamoci un bicchiere insieme.
Quello che ti stai versando adesso mi pare di ottima annata.
"Poeti che in un pomeriggio potrebbero convincere tua madre che da piccolo non ti piacevano affatto le sue polpette, e che hai da sempre una voglia a forma di Corno d'Africa sul collo"
Perchè non mi servi da bere, Gòto?
"Oggi sei qui, domattina potresti chiamarti Simon, ed essere convinto di vivere a Marsiglia da dieci anni".
Nemmeno a Marsiglia avrei una fidanzata.
Gòto si bagna le labbra di grappa : prima d'ora non avevo mai guardato così una donna sopra i sessanta.
Corsi di barman
Settanta?
Ottanta?
Ho detto barman
"O magari a Nuova York; ti piacciono le grandi città, Sebastano?"
Da piccolo in effetti andavo ghiotto delle polpette di mia madre.
"Ti chiami Smith, e fai il venditore di Hot Dog all'incrocio tra la Sesta Avenue e la Ventiseiesima Strada; inizialmente ci si può sentire spaesati in una grande metropoli, è terribile lo so".
Conosce il mio nome : probabilmente Deborah a quest'ora non è più tra noi, e Oscar è fermamente convinto di non aver fatto altro nella vita che pescare trote in qualche fiordo norvegese.
"Immagino che tu voglia evitare tutto questo, Sebastiano".
Il bicchiere tra le mani di Gòto è vuoto.
Bussano alla porta, ma neanche questo basta per disincantarmi.
Voi la sapete la differenza tra Whisky e Whiskey?
"Oh, sei già qui Merlo? Entra caro, vieni a farci compagnia" - sussurra la mia amica lisciandosi i capelli bianchissimi.
Corsi di barman : vuoi guadagnare divertendoti?
Sono già a Time Square, le pubblicità luminose intorno a me sono accecanti, l'odore intenso dei miei Hot Dog mi riempe le narici.
Sono felice.
Gòto riempe nuovamente il bicchiere.
domenica, ottobre 16, 2011
avere l'avorio
Di che colore siano gli occhi degli elefanti poi, se ne parla ancora meno.
Degli elefanti, nonostante le ore e ore di documentari, so soltanto sei cose:
- hanno una gravidanza di quasi due anni
- sono naturalmente molto longevi
- hanno grandi orecchie
- sono paragonabili per peso o grandezza ad un multiplo intero di scuolabus o piccole utilitarie
- sono prevalentemente grigi
- il più importante di ogni branco veste un completo verde e indossa una corona *
E gli elefanti?
La chiave per capire il sonno degli elefanti sta forse nella loro longevità. Campando infatti fino a settant'anni senza l'ausilio di medicine, badanti e bocciofile si può assumere con certezza che gli elefanti abbiano un sacco di tempo per pensare.
Inoltre, non potendo praticamente parlare tra di loro, hanno sicuramente modo di spendere il tempo per parlare con se stessi.
Ma pensare a chi, parlare di che cosa? Non del Serengeti, che è sempre lo stesso sin dal precambriano, ma di sogni. Che cosa potrà interessare ad un elefante, che guarda tutti i giorni lo stesso tramonto sulla savana e la solita sceneggiata di iene e gazzelle davanti alle telecamere, se non il mistero delle immagini che gli appaiono nel sonno?
A questo punto è opportuno ricordare il modo di dire "elefanti mai scordan" che richiama la memoria e la passione per i vecchi rancori di questi grandi mammiferi. La loro grande pazienza, l'assenza di predatori naturali una volta raggiunta l'età adulta e la mancanza di internet creano una base perfetta per investigare i propri sogni con tutta calma e, una volta svegli, riavvolgere pian piano il filo della propria mente per ripensare a quanto si è sognato.
Sotto alle rughe, dietro alla proboscide prensile golosa di noccioline, si nasconde un animale perfettamente conscio di quello che ha intorno, che osserva silenziosamente la realtà e la realtà della mente attraverso il tempo che l'una concede in riposo all'altra.
Perchè se è vero che si dimentica in fretta, per ri-conoscere il proprio mondo non serve che ricordare lentamente.
* Visti i tempi dell'edilizia italiana e dato il sospetto diffuso che anche i muri abbiano le orecchie, si direbbe che muri ed elefanti siano in realtà la stessa cosa, ma facendo forza specialmente sul sesto punto non daremo credito a simili sofismi.
domenica, ottobre 02, 2011
La quintessenza
sabato, agosto 27, 2011
Capitolo 16) Tra te e il mare
Vorrei solo rivedere il flash della mia vita, come accade a tutti i condannati a morte, da che mondo è mondo.
Eppure nessun lampo di luce, buio totale : è andata così Sebastiano.
In alternativa, sempre nei soliti film, ci sono quelli che nel momento cruciale pensano a qualcosa di bello, a ciò che di buono hanno combinato sulla terra.
Figli, donne, macchine sportive, che ne so, cose di questo genere.
Mi andrebbe bene anche così, dopotutto.
E io invece penso intensamente ai pezzetti di cavallo pugliesi; mentre mi trascino come una sanguisuga verso il mio carnefice, non ho altro per la testa che il panino con i pezzetti al sugo : buonissimo.
"Muoviti, Lei vuole vederti" - con pacatezza, il killer del mistero mi consegna la salvezza.
Incredulo scavalco il corpo di Occhi Gialli, e prima di sprofondare nella luce metallica, il mio sguardo cade sul nostro secondo compagno di prigionia : è in un angolo, avvolto nel buio come in un mantello, ed eppure mi sembra di conoscerlo.
"Posso domandare chi sarebbe la Lei in questione?" - dopo un'eternità nell'oscurità, l'arancione dei neon mi abbaglia : non riesco nemmeno a guardare in volto il mio accompagnatore.
Che comunque decide di non rispondermi, come se non avessi proferito parola.
O come se fossi nuovamente un cadavere che cammina.
Saliamo parecchie scale, e poi passiamo attraverso un corridoio stretto; alla mia destra, altre stanze uguali a quella in cui ero rinchiuso. Una è aperta, e per un attimo mi sembra di riconoscere Deborah all'interno. In catene.
Altre scale. La vita è fatta di scale...lasciamo perdere.
"Siamo arrivati" - e mentre il mio secondino mi spinge dentro una stanza, mi accorgo che è altissimo, almeno due metri, ed ha un'inquietante cicatrice su una guancia.
Entro; Lurch mi segue a ruota.
All'interno la luce è quella solare, fortunatamente, anche se debolissima, e c'è solo una possente scrivania di quercia, con dietro un grande finestrone panoramico. Completamente dipinto.
Una donna dai capelli candidi è in piedi, mi dà le spalle, lo sguardo assorto nel mare di tempera e olio.
"Considerati onorato di conoscere Gòto in persona, un tale privilegio non è concesso a tutti".
Poi Lurch esce dalla stanza, e ci lascia soli : io, lei e il mare.
sabato, luglio 30, 2011
Capitolo 15) La fine dell'inizio
Lo scantinato in cui ho ripreso conoscenza è umido e tenebroso; e silenzioso.
Questa quiete è artificiale, sospesa, come incompiuta; la viola solo un regolare e insistente gocciolare di un tubo rotto, che nella semi-oscurità non riesco a localizzare; e naturalmente il respiro affannato dei miei compagni di permanenza.
Non sono solo, ma non si tratta di Deborah e Oscar.
Oppure quando ci si immedesima a tal punto in un incubo, che la mattina successiva si ringrazia di poter continuare a mordere la monotona realtà di tutti i giorni.
"Dove ci troviamo?" - chiedo con un tono a metà tra lo spaventato e l'assonnato.
Due occhi gialli di fronte a me brillano nell'oscurità.
"Io e te non siamo già più nello stesso posto".
Nei film i detective privati colgono al volo queste frasi.
Nei film. Belli quei film.
All'improvviso una porta si apre, e una luce arancione metallica irrompe nella stanza.
Una sagoma, che i miei occhi ormai abituati all'oscurità non riescono ancora a mettere a fuoco, trascina Occhi Gialli sotto la luce, e lo alza in piedi a forza.
Gli punta una pistola alla tempia - ed in quel momento è come se sentissi anche io il freddo del metallo sulla nuca - e senza esitazioni fa fuoco.
Poi il boia già si rivolge a me, e io sento il sangue raggelarmi nelle vene : "alzati, è il tuo turno".
Non mi è mai accaduto di fare per due volte lo stesso sogno.
mercoledì, luglio 13, 2011
Il piccolo addio

martedì, luglio 12, 2011
Contingenze elementari (tredicesima ed ultima parte)
sabato, luglio 09, 2011
Elementi contingentali
Faceva caldo in quella giornata di luglio, e persino lui aveva dismesso i soliti calzoni lunghi per un paio di bermuda beige, che però era consapevole di indossare goffamente.
Accadeva spesso che in quel periodo scendessero in giardino a giocare, una volta tornato a casa da lavoro, e una volta stanchi si mettessero seduti sotto l'ombra dell'albero di albicocco.
"Papà guarda! Arriva la signora Maria" - gli bisbigliò Giacomino tirandolo per la maglietta.
La signora Maria era la vicina del piano di sopra : Maria Centofanti, casalinga overSessanta, sposata con due figli; ogni pomeriggio verso le sei tornava a casa, sempre con i sacchi della spesa. E sempre con suo marito Walter appresso, ormai in pensione, che le camminava dietro a testa bassa, come un cagnolino, anche se, osservando il numero di sacchetti che portava, poteva assomigliare di più ad un mulo. "Ora sì che sono motivato per arrivare alle nozze d'argento" - sorrise perfidamente Renato.
I due non si sopportavano più, era palese : il peso degli anni passati insieme, della lunga convivenza sotto lo stesso tetto, si era fatto più forte del sentimento che li aveva uniti da ventenni. Litigavano tutte le sere - Renato dal piano sottostante li sentiva - probabilmente entrambi consapevoli di essersi accontentati quando erano giovani, quando avrebbero dovuto osare di più; e ora si ritrovavano prigionieri di una vita molto diversa da quella che avevano sognato. O probabilmente lei era rimasta incinta. Fregata. Patatrac!
Eppure rimanevano insieme, nonostante non vi fossero neanche più i figli a tenerli uniti, avendo abbandonato il nido da parecchio tempo.
"Papà, ma perchè la signora Maria ha sempre la faccia così triste quando torna a casa?" - Giacomino a cinque anni era nel pieno del Periodo dei Perchè. Fiumi di domande, e spesso alla prima ne seguivano altre, perchè quando iniziava la sua cantilena, era difficle porgli un freno.
E perchè il latte quando lo fa la mamma è più buono? Perchè i cani non cambiano i dentini come i bambini? Perchè io sono nato biondo con gli occhi azzurri quando tu e la mamma avete i capelli e gli occhi neri?
Ecco, quest'ultima domanda se l'era posta anche lui spesso.
Ancora prima che Renato potesse rispondere, Walter Centofanti bucò uno dei sacchetti, che squarciandosi rovesciò a terra tutto il suo contenuto, ed in particolare un pelato mal sigillato, che profumò lievemente l'aria di pomodoro.
La signora Maria inizialmente rimase impassibile, ma poi sfogò contro il marito una rabbia che doveva aver radici molto più risalenti rispetto a quell'afoso giorno di luglio; Renato dovette tappare le orecchie a suo figlio per evitare che l'anno seguente, al momento del suo primo giorno di elementari, fosse quello più preparato di tutti in quanto a parolacce.
Il signor Centofanti aspettò che sua moglie concludesse, e poi in silenzio raccolse tutto quello che si era rovesciato, sparendo nel buio del portone con un rapido cenno di saluto ai due involontari spettatori.
"Giacomo?"
I suoi occhi azzurrissimi erano proprio sotto di lui, ancora in attesa di una risposta.
"L'unico modo di vedere realizzati i propri sogni è accettare il rischio che questo possa non accadere".
E per quel giorno suo figlio non fece nessun'altra domanda.
venerdì, luglio 08, 2011
Contingenze elementari (dodicesima parte)
lunedì, luglio 04, 2011
Contingenze elementari (undicesima parte)
venerdì, luglio 01, 2011
Contingenze elementari (decima parte)
martedì, giugno 28, 2011
L'ora dello Swing
La serata non è stata noiosa, eppure mentre giro la chiave nella toppa e varco la soglia di casa, un senso di insoddisfazione mi inonda l'anima.
Invece di buttarmici io stesso, poso delicatamente il sassofono sul letto : è un po' di tempo che in questa casa alla sera ci ritroviamo solo in due, io e il mio sax.
"Perchè farsi pregare? Bruciamoci l'ultima sigaretta della notte" - bisbiglio tra me e me, mentre l'aria fresca delle sei sbatte contro la mia barba di due giorni.
L'ultima sigaretta della notte è anche la prima della mattina.
Mentre gironzolo in 2mq di terrazzo prendo in mano il telefono cellulare, sperando che lei sia ancora sveglia.
Dovete sapere che ho comprato il mio telefono esattamente due anni fa.
E' uno di quei modelli fatti apposta per non distruggersi mai, di quelli che cadono sempre in piedi: l'esatto contrario di me, insomma.
Infatti lei dorme, o, peggio, è con qualcun altro a guardare l'alba, sicuramente su un terrazzo molto più spazioso e comodo di questo.
Distrattamente finisco in una schermata di riepilogo, che però si rivela molto interessante : scopro che, a partire dal giorno in cui l'ho acquistato, ho ricevuto 55566 sms. E ne ho inviati 49991.
"Questo fa di me un cellulare-dipendente" - mi etichetto ad alta voce.
Sorrido da solo, e poi eseguo, a mente e con estrema difficoltà, la sottrazione : 5575 messaggi rimasti senza risposta in due anni.
In un numero così, ci può stare una vita intera.
Per un attimo mi chiedo cosa sarebbe potuto cambiare, se avessi donato la mia attenzione a tutte quelle persone che avevano scelto di rapportarsi con me in uno di quei cinquemilacinquecentosettantacinque momenti qualsiasi.
Chissà quanti sono i disperati che, dietro ad uno schermo e ad una tastiera usurata, hanno aspettato invano un mio segno; una risposta che io invece ho considerato superflua, mentre loro decidevano un pezzo minuscolo di vita in base a quel suono mancato.
La sigaretta è finita, il sole sta per sorgere.
Anche stamattina mi addormenterò abbracciato al mio sassofono.
Contingenze elementari (nona parte)
giovedì, giugno 23, 2011
Contingenze elementari (ottava parte)
venerdì, giugno 17, 2011
Contingenze elementari (settima parte)
domenica, giugno 12, 2011
Contingenze elementari (sesta parte)
martedì, giugno 07, 2011
Contingenze elementari (quinta parte)
In qualche modo, mentre camminava verso la grande distesa salata, si accorse che una sensazione di fondo reggeva tutto il lavoro del fratello.
Indagando, lo portò a parlare dell'idea che aveva avuto sulle variazioni musicali, facendogli ammettere infine di star lavorando a qualcosa di più che a delle sperimentazioni sparse.
Il progetto delle variazioni aveva in effetti risvegliato alcune membra che col tempo si erano intorpidite. Dopo le soddisfazioni dei primi compensi, ricavati dai lavori che pian piano era riuscito a far apprezzare, le idee avevano continuato a moltiplicarsi; ma senza essere seguite dalle ambizioni. Piano piano aveva raggiunto uno stato compositivo professionale e distaccato, che risultava artisticamente asettico senza ribollire di ideologie, senza trasmettere la volontà di sfruttarlo o di liberarsene. Queste almeno erano le critiche che ritornavano nelle recensioni.
giovedì, giugno 02, 2011
Contingenze elementari (quarta parte)
Mentre caricava il sogno sul server, placando con dei cracker alla pizza l'ansia di essersi scoperto componendo qualcosa di leggermente diverso dal solito, gli venne in mente il concetto di variazione musicale.
lunedì, maggio 30, 2011
Contingenze elementari (terza parte)
venerdì, maggio 27, 2011
Contingenze elementari (seconda parte)
domenica, maggio 22, 2011
Contingenze elementari (prima parte)
sabato, maggio 14, 2011
Caos Calvo
Anche se voi foste Nanni, ve la spassereste molto di più, non siete d'accordo?
Con calma. Forse potrebbe trarre in inganno, ma questo post NON è una paternale.
Senza aggiungere che, per la naturale predisposizione delle madri a rimbrottare più dei padri, subire una maternale è oggettivamente molto più frequente di una paternale, indi per cui dovremmo rifiutarci di utilizzare nel linguaggio comune un unico sostantivo per indicare due concetti differenti, anche se soltanto per il soggetto agente, finendo così per atteggiarci, volenti o nolenti, in modo qualunquemente sessista; perchè non alternare, a seconda dei generi, i due termini? Ma se tenessimo presente questa degna intuizione, e Baro un giorno mi dicesse "ora ti faccio una maternale lunga così", con il solo intento di dimostrare che come le donne dicono paternale allo stesso modo gli uomini possano dire maternale, nessuno capirebbe nulla ugualmente, proprio come nei suoi post; ed è per questo che sono portato a credere che la collettività abbia scelto paternale per entrambi i sessi, piuttosto che maternale, per la più facile associazione con il concetto di Lunghezza, per una maggiore chiarezza della elementare composizione sostantivo-aggettivo : una lunga paternale suona meglio di una lunga maternale. E' fisiologico, è antropologico : forse è dura da accettare, ma attualmente così stanno le cose; l'ennesimo sbocco del merchandising delle parole, del ragionare per associazione di idee, del diktat televisivo impartito da non so quale esperto di telecomunicazioni operante nell'ombra? "Vuoi usare il termine paternale nel tuo spot? Mettiamoci uno sfondo bianco, con a lato un enorme membro che si genoflette su sè stesso e, a scapito di una parte, peraltro rinunciabile, della propria virilità, impartisce moralità in pillole." Tremendo.
Tuttavia, se noi decidessimo di scendere a questo compromesso linguistico, se accettassimo turandoci il naso questo patto col diavolo, a Baro, a cui difficilmente le masse associano il concetto di lunghezza, converrebbe diversamente utilizzare, per risultare più chiaro su iPiroga, il termine maternale.
Ma dove eravamo rimasti?
Ah sì, io sono Nanni Moretti.
Altrimenti avrei semplicemente detto che Baro ce l'ha corto.
venerdì, maggio 13, 2011
la debacle di Damocle
Ora siamo al buio. Possiamo viaggiare finalmente all'oscuro del luogo in cui ci troviamo. Se temete di incappare in qualche cantina, in un bunker, scendete ancora: è uguale.
venerdì, maggio 06, 2011
cucinare il cibo per la mente
venerdì, aprile 29, 2011
La storia di Flora, gran meretrice, diventata dea per garantire il decoro delle istituzioni
Come sono ridicole e degradanti le nostre dipendenze.
Dunque dopo avere, mio malgrado, convenuto con quel famoso slogan (paradossale) "i giardini del degrado", una tipica pesantezza saturnina ha deviato il corso dei miei pensieri sulla considerazione dei tempi correnti, del kali yuga e altre amenita' consimili, che ci risparmio.
La divisione del tempo non e' certo un problema da poco, giorni fasti e nefasti, comitialis...
Aprile, nella Roma antica e gloriosa, godevi della protezione di Venere feconda!
Giusto in questi giorni nell' antica Roma si celebravano le Floreali, oggi piu' modestamente ci si accontenta dell' euroflora: fiera, libero mercato, truffa liberalizzata, capitale e, questo solo per farvi ridere, signoraggio; non vedere la progressiva degenerazione verso il solido, la materia, è davvero da ciechi: ma in effetti il motto hanno occhi e non vedono è molto più di una trouve' biblica, direi piuttosto una costante nella storia della modernità e del progresso.
Per alleggerire queste considerazioni pesanti, antipatiche, da Senex, vale la pena di rifugiarsi in quelle deliziose storielle boccaccesche (o boccaciane, che m' importa) con le quali si sollazzano gli eruditi quando per un momento li abbandona la depressione, la smania collezionistica e antiquaria (delle quali poi tali storielle sono in qualche modo figlie naturali; si legga: non legittime).
La nostra Flora, gran meretrice, non si sa bene se per una particolare benevolenza nei confronti di quelli che erano destinati a diventare suoi ex clienti, o per supplire economicamente alla mancanza di piacere di questi, cagionato dalla sua morte (un danno esistenziale ante litteram), o ancora sperando di lavarsi di dosso la lettera scarlatta o chissà per quale altro pruriginoso motivo, nominò suo erede il popolo romano. Si decise di destinare l' enorme eredità a dei giochi da tenersi nel giorno della nascita della testatrice. Il senato, con la spiccata tendenza a sentirsi offeso e perseguitato, sulla base della permeante considerazione che i senatori erano stati i principali utenti finali, decise un insabbiamento. Tale insabbiamento era destinato ad assumere contorni ridicoli agli occhi dei contemporanei, era una beffa al pubblico pudore, una squallida burla; consisteva infatti nel dire una bugia enorme e palese e cioe' nel dire che in realta' Flora non era una troia, ma che era una nipote di Giove, che era la dea dei fiori. Non sappiamo quale sia stata la reazione di Giove. Posso rassicurarvi invece sulla reazione del popolo romano: nel tempio di Castore e Polluce venne sistemato il simulacro di lei, Flora, realizzato da Prassitele; le feste in suo onore continuarono ad essere lascive.
Ancora una volta bisogna dare ragione alle scritture: niente di nuovo sotto il sole.
sabato, aprile 23, 2011
mercoledì, aprile 20, 2011
Considerazioni percorrendo il Milf Boulevard
sabato, aprile 16, 2011
Neverest
"Assomigliava a Solženicy da giovane. - Sarò di ritorno quando avrà finito, - gli disse la donna, e uscì svelta dal locale."
"Solo quando il treno sussultò e si mosse, sentì una fitta lì dove c'è il cuore, o l'anima, insomma nel punto centrale del petto, una nostalgia di ciò che si era lasciato dietro. Si rivoltò, si buttò bocconi sul pastrano e affondò la faccia, gli occhi socchiusi, nello zaino, tra i bozzi formati dalle pagnotte.
Il treno correva e gli stivali di Kostoglòtov, come morti, dondolavano sopra il passaggio con le punte in giù."
venerdì, aprile 08, 2011
Coprofagonista
Ho fatto ultimamente molto caso alle peripezie della mente, al modo in cui si associano ad un senso gli effetti di un altro, alle reminiscenze, alle madeline preconfezionate, al consumo di massa, bisognosi di attenzioni mediatiche, polmoni poco caotici, pensieri in divenire.
Figli di estri non nostri, ci limitiamo a contemplare visioni d’altri, necessarie alla mediocratizzazione della nostra piccola vita: esperienze senza passato, viviamo solo per testimoniare a noi stessi di averlo fatto.
L’ascolto di un certo tipo di musica eccessivamente compiacente non può che estremizzare questa visione in terza persona: l’io cinematografico è migliore di me, è più fiero di me, è oltre me, io sono il mio cinema.
Io sono George Clooney, io sono Belen, io sono Morgan, io sono L’Artista precedentemente noto come Me Stesso, io sono la Top Ten del mio avatar, la Top Singels dell’ego, il disco di platino di un piccolo cuore bugiardo.
domenica, aprile 03, 2011
la vicina è fine
Sputa ancora una volta, le cose si tirano per le lunghe: colpa dei kiwi.