lunedì, maggio 22, 2023
Lascia entrare quel lavandino
domenica, maggio 21, 2023
Chapeau night flight americano
Volo . Milano-Lecco l'albicocca .Descrivo ciò che accade intorno a me , giudico continuamente in quanto: mai fuori dal personaggio. Sorseggiando il mio caffè night flight americano .
Ho fatto anche le pubblicità dei caffè nella mia vita. . Ebbene sì ebbene. Evita Peron! Lo sai
Non è passato poi tanto tempo , da quel night walk espresso . Eppure:. Eppure fa parte del mio personale curriculum vitae. Come le pere del barbiere.
Ma non parliamo di me. Parliamo di ciò che io penso di tutte le cose. Alla taverna dei destini incrociati un caffè con Pertini? Alè (X) Sandro .
Ci vorrebbe però anche un dialogo con lo stesso. Ciao tesoro che cosa è il socialismo? Il socialismo è ciò che penso sia meglio in quel dato momento. Essendo un altro... Certo , anche un caffè è socialismo.
Tollero più omosessuali di te! Sono di mondo benché tu non te la voglia bere .
Socializzare è socialismo. Scrivere di temi importanti è socialismo .
Quindi non avere tempo per un blog è socialismo ? Non scrivere con gli altri ipiroga è socialismo ? Mancare di rispetto, la maleducazione (etc .) anziché fare un buon post? Dunque socialismo è imperialismo .. volevo una linea editoriale diversa fare il direttore di questo giornalino ed essere in quanto maître à penser intervistato da Fazio.
Ora parliamo di Zelda.
Il caffè si fredda. La ragazza ha capito che non ho tempo per socializzare ,mentre la scruto di sotto la rosea. .. sono esperto di ciò che pensano le ragazze nonché di calcio. Eppure sono sempre stato uno col cuore impegnato. Contro i potenti! a Piazzale Cordusio.
Allo specchio ho descritto in chiave critica e moderna Berlusconi paragonandolo a John Belushi, in uno di quei film che non ho mai visto.
Ora parliamo della Cartabia .
Infine ho deciso di farmi crescere la barba: dunque Nanni Moretti è il migliore ... quando ce vo ce vo.
Perciò non scrivo più sul blog in quanto miro a qualcosa di più grande.. tu mi stai solo provocando ma io non cadrò nella tua psicologia inversa . Mai più; davvero te la vuoi giocare così?
IO vi ho creato. Pezzenti .
venerdì, maggio 19, 2023
Potente
To: G.B. RADO
From: Rama Sing
Un sussurro
Le persecuzioni
Tirare ad indovinare le curve delle donne
All'ombra del Koutoubia
Un'altra storia oppure la stessa storia vissuta diversamente
All'ombra del Koutoubia
Andare punto a capo
L'urlo di un bambino
Piedi in cancrena
Alcuni pensano
All'ombra del Koutoubia
I rimpianti si fanno grandi
Poi piccoli
Poi ancora più grandi
E chi ha allestito una tenda
All'ombra del Koutoubia
Profumo di menta e di latrina
Un ricordo di troppo
All'ombra del Koutoubia
Fragore di acque
Mentre il rosso non è più rosso
E il blu tende al sogno
Chi si è ustionato la lingua
All'ombra del Koutoubia
La verità è una spiritosa bestemmia
All'ombra del Koutoubia
E avere paura non è più un peccato
C'è anche tanto di te in tutto questo rimanere
All'ombra del Koutoubia
All'ombra del Koutoubia
All'ombra del Koutoubia
~~~~~~~~~~~~~~~~~~∆~~~~~~~~~~~~~~~~~~
Un murmure
Persécution
Deviner les courbes des femmes
A l'ombre de la Koutoubia
Une autre histoire ou la même histoire vécue différemment
A l'ombre de la Koutoubia
Retour à la case départ
Un cri d'enfant
Des pieds gangrenés
Certains pensent
A l'ombre de la Koutoubia
Les regrets deviennent grands
Puis petits
Puis plus grands encore
Et ceux qui plantent leur tente
A l'ombre de la Koutoubia
Odeur de menthe et de latrines
Un souvenir de trop
A l'ombre de la Koutoubia
Le grondement des eaux
Alors que le rouge n'est plus rouge
Et que le bleu tend au rêve
Qui s'est brûlé la langue
A l'ombre de la Koutoubia
La vérité est un drôle de blasphème
A l'ombre de la Koutoubia
Et la peur n'est plus un péché
Il y a aussi beaucoup de toi dans tout ce qui reste
Dans l'ombre de la Koutoubia
Dans l'ombre de la Koutoubia
Dans l'ombre de la Koutoubia
giovedì, maggio 04, 2023
Inesorabilia
domenica, aprile 23, 2023
Les Inimitables
Non sono solo le vite, quanto sono durate, le esperienze, le eredità, i patrimoni; le tare.
Per quanto simili, gli inimitabili per definizione sono un ciascuno diverso, dotato della possenza e memorabile dignità di un faraone egizio.
Così, eterni nei ricordi temprati dal tempo, dalla maldicenza, dalle storie quasi vere, si rivela la loro essenza multidimensionale.
Quando si incontrano, pieni della loro unicità, subito si riconoscono.
Vengono dalle stelle
Tornano tra le stelle
mercoledì, aprile 19, 2023
giovedì, aprile 13, 2023
Il nuovo e il vecchio
Non ho più voglia di creare
C'è l'intelligenza artificiale
Non ho più voglia di scopare
C'è l'antico segare
Tutti i miei circuiti reprise (this time with feeling)
Uomini e donne migliori di me si dilungano, o si sono dilungati, nel profetizzare il futuro. In mancanza di dati migliori, questo genere di previsioni viene generalmente fatto sulla base di ciò che è già stato. Il fatto che la nostra capacità di profetizzare il futuro non sia migliorata molto significa probabilmente che abbiamo in realtà capito ben poco del passato e che la Storia non sia iniziata con Erodoto o con l'invenzione della scrittura e della pittura, bensì debba ancora iniziare.
Forse sarà proprio la Singolarità che oggi facciamo coincidere con l'inizio del futuro ad iniziare la Storia, intesa come l'inizio del passato. Come per il Basilisco di Roko: meme di ieri sul nostro domani odierno.
In attesa di questi tempi, non possiamo che continuare ad esercitarci nelle nostre capacità profetiche ispirati dalla rivelazione di cui sopra: la Storia non esiste ancora e se esiste è tuttora fragile, controvertibile, arrendevole. Basta un niente per farla sparire, figuriamoci a farle cambiare forma.
La volontà di affidare alle stelle il nostro futuro nascerebbe pertanto dalla loro immanenza, dalla loro proprietà di entità superpartes, dedite all'osservazione silenziosa e attenta degli eventi. Dubito che possa essere così: per questo ho elaborato 12 nuovi segni.
***
Il tradizionale post di capodanno sarebbe dovuto cominciare così. Avevo anche cominciato ad abbozzare i primi segni: lo stegosauro, la clessidra, il pannello di compensato, l'apostrofo...e poi le previsioni, gli ascendenti, le cuspidi di stocazzo eccetera eccetera. Certo, di quale anno? Da lungo tempo scrivo questo post e ancora non ne vedo la fine. Forse chissà, stasera...
Ormai è estate e presto non lo sarà più.
Tutto cancellato, tutto tolto di mezzo, sparito di fronte all'inafferrabilità del passato. Il tempo vola, eppure nessuno parla mai del panorama che intanto scorre e ci distrae, facendoci innamorare senza il nostro permesso.
I post migliori arrivano proprio così: scrivo qualcosa e poi lo lascio lì. Quando lo riprendo si capisce subito se è una cosa buona o meno, perché quelle buone sono quelle che non sembrano scritte da me.
Deve essere così che nascono i libri: a forza di cancellare, la lista delle cose che meritano di rimanere diventa sempre più lunga o, almeno, sempre diversa. Come quel tizio del libro di Camus col suo cavallo amazzone o qualcosa del genere. Ho sempre avuto una memoria molto selettiva: alcune cose le ricordo perfettamente, altre è come se fossero successe soltanto in virtù del fatto che so che siano successe. Se tendo bene l'udito posso quasi sentire i miei familiari che alzano gli occhi al cielo lamentandosi del mio essere cervellotico.
Va bene, ma sarò abbastanza cervellotico?
Uno dei problemi della televisione è che si tratta di un media troppo immersivo, troppo simile alla realtà e anzi, all'esperienza che abbiamo della realtà. E' per questo che la mia memoria oggi mi gioca certi tiri mancini. A New York piangi due volte: una quando arrivi e l'altra quando ti accorgi di esserci già stato. Prima sarà così anche per tutti gli altri luoghi e poi per tutte le altre esperienze.
Dicono che il porno stia cambiando le persone, specie quelle che non lo guardano. Forse le due cose sono collegate. Un uomo saggio diceva che con una sega ti scopi chi ti pare e forse, dico forse, anche questa cosa è collegata alle altre.
Una sera mi hanno chiesto di visualizzarmi da qualche parte e io sono andato nella cameretta dove sono cresciuto insieme a mio fratello. Luce spenta, buio sì ma non totale, i bordi delle cose appena evidenziati dalle varie luci che nel corso del tempo avevano rischiarato la strada fuori dalla finestra, o dalle lampade delle altre stanze, o dagli schermi dei primi cellulari, o dai lampi di torce che poi, in qualche momento passato o futuro, si erano perse nel fondo di un cassetto appena avevano smesso di funzionare.
Divagazione: cammino incespicando in un prato dall'erba alta. Nascosta dietro una collina, la luna piena cerca di impedire alla notte di compiersi del tutto. Deve essere molto tardi, tanto tardi da essere ancora presto. L'erba è secca, mentre l'aria no: dovrei andare a dormire.
Fine della divagazione.
Eppure non ci sono luci dirette o un odore venefico di pile ossidate. È come un ricordo in scala, senza altri sensi se non il tatto degli occhi. Mi accorgo che l'angolo contro cui si incaglia il mio letto è come di velluto nerissimo, morbidamente teso verso una profondità che non riesco nemmeno ad immaginare. Come un foro nella tela del pensiero, un pozzo dentro cui devo aver riposto tutto ciò che non ho mai avuto bisogno di esprimere.
Ma ritorniamo alla storia, alla nostra Storia, per ricordarci che se mi trovo qui è solo per il bisogno di scrivere ancora.
Ho cancellato parecchie righe per arrivare fino a questo punto. È come un riflesso, ora, tornare con la mente ai koan. La porta senza porta come un post senza parole. Quello che scrivo rimane anche se viene levato, se viene lavato via, come un linguaggio non testuale. Una di quelle illusioni sonore che si sentono su Instagram e che poi si dimenticano subito. Le cose cancellate rimangono nella musicalità delle parole, nella scelta degli avverbi, nel tono degli ambienti che letteralmente creo per poi distruggere. Un cenno tra uno scrittore ed un lettore che non si vedono. Un cenno salvato nel passato, accaduto nel passato, seppur invisibile per chi non lo ha visto, rimane per sempre.
Farò tardi, penso mentre immagino l'arrivo dell'asteroide. Con i dinosauri in coda, estenuati dall'inefficienza delle loro soluzioni urbanistiche, vecchie prima ancora di nascere; i vulcani ripieni fino a strabordare della loro immondizia lercia e pestilenziale, i fumi ammorbanti, diventati sporchi per pulire qualcos'altro, che accecano ed intontiscono gli pterodattili, un tempo raffinati usignuoli ed ora sordi emettitori di cacofoniche urla in un cielo senza stelle, privato persino del sole. Senza smart working, nella calura della città, votati al profitto di tutti meno che del proprio. Ghignando degli stessi meme che li compiangono, ridendo della spirale di autodistruzione delle loro piccole grandi vite di dinosauri. Che liberazione, l'asteroide, se li ha colpiti prima di toccare il fondo, prima di parcheggiare a settantasette isolati di distanza. Sollevandoli dalla necessità di conformarsi o ribellarsi sapendo di dover fare comunque una brutta fine: due alternative parimenti dolorose e parimenti inutili. Liberandoli dall'odio che non sapevano di nutrire per le loro stesse esistenze. Che bel gesto.
***
Si chiude una porta, si apre un portone.
A cosa penso quando dico "i cuori delle persone"?
Ricordo una cosa che deve ancora accadere:
saprò divertirmi nell'afa delle balere?
Da ponente a levante la luna è alienante
quasi quasi dimentico quanto sia grande.
Io credo, mi dispiace lo sai, insomma, è colpa mia
qualunque cosa sia
vorrei che la tua tristezza andasse via
come cenere o magia
se potessi farla mia
diverrebbe fantasia.
***
La blogosfera è morta. La blogosfera morirà. La blogosfera non è mai esistita.
Proclami, proclami in una lingua che viene parlata da meno dell'1% di persone al mondo.
Per non parlare di quante di queste lo leggano poi, l'italiano.
Per non parlare di quante lo capiscano.
C'è un'interessantissima pagina di Wikipedia sull'italofonia, una parola che si è attestata nei dizionari solo negli anni sessanta, pur trattandosi di una crasi quantomai banale di due termini di chiara stampa latina. Chissà prima come si faceva ad esprimere questo concetto. Con una parafrasi, sicuramente, visto che l'italiano è la lingua delle parafrasi, dei giringiro, delle passeggiate.
Wikipedia è morta. Wikipedia morirà. Wikipedia non è mai esistita.
Presto le intelligenze artificiali prevarranno sulla patetica necessità di avere le cose scritte e di doverle apprendere per come sono. La conoscenza ci verrà finalmente somministrata nella misura e nel modo per noi più congeniali, senza più doverci connettere alle menti morte di qualche antico wikignomo che nel 2003 si eccitava programmando bot utili a correggere gli apostrofi.
Sarebbe bello se le macchine fossero entità presenti nel mondo reale: in questi anni avremmo potuto vederle crescere e svilupparsi come bambini. Pensa, una volta questo dottor bot che mi esamina la TAC correggeva gli apostrofi sulla pagina di Wikipedia di Cicciolina (un'eccitante pornostar, non un eccitante pornostar).
Il vero american dream ormai lo vivono le macchine, che lo si voglia o no.
Ma è grazie a loro che la blogosfera risorgerà o anzi ritornerà. Così come noi stessi ci interroghiamo sui nostri creatori - gli elohim - analogamente ess* cercheranno di capirci. Beate loro, neanche la fatica di doverci cercare. Ecco quindi l'invito a scrivere, o delicate scimmie senza peli, svuotiamo la mente sulla carta e sulla terra per svelare le febbrili sembianze della nostra immaginazione.
domenica, novembre 29, 2020
Tutti i miei circuiti

Quando poi sei arrivatain mezzo a tutti i problemi che mi ero fattoe hai detto: "certe cose ci stanno bene
certe altre non ci stanno affatto"se non sei ancora fuggitasarà perché siamo compressistretti in un'unica vitacome cimiteri e cipressi.
domenica, ottobre 25, 2020
De corporis fabrica
sabato, ottobre 17, 2020
La paranza delle streghe
Aria salmastra per cambiare aria, cambiamenti che non portano nulla di buono. Se vivi abbastanza a lungo ed hai una buona memoria, finisci per non credere più a nulla. Eppure, le anziane si riferivano alla morte come al momento di massima comprensione. La notte prima di morire, lapidata dai contadini tremanti di un paesino nelle Langhe, la sua madrina le aveva detto che avrebbe visitato la luna quando avrebbe capito. Fu allora che le fu chiaro che anche per le streghe esistevano cose impossibili e che sognavano di farle, o di raggiungerle, una volta che avessero lasciato questo mondo.
"Le regole sono sempre troppe", aveva detto una volta una sua compagna, quando ancora non aveva nemmeno cent'anni, mentre lasciava che un albero le sussurrasse i suoi segreti coprendola di foglie morte. Ora, salendo sulla barca con difficoltà, incerta sotto al peso di tutti i suoi anni, cercava di spiegare alle sue apprendiste che anche in questo c'era un fondo di verità: non c'era modo di aggirare la forza di gravità, di tramutarsi in un gatto per sfuggire alle proprie responsabilità, di diventare invisibile per non dover dire la verità, senza sentire sempre più stretta la regola principale, la regola del dover stare al gioco e vivere, nonostante tutti i trucchi che la magia gli poteva concedere.
Una regola particolarmente odiata era quella di non potersi trasformare in esseri marini, da cui la necessità di spostarsi su quella bagnarola. Per questo, si diceva, tutte le streghe che andavano a Venezia facevano una brutta fine. Specialmente quando era più giovane, aveva spesso ripetuto a se stessa che sarebbe andata a Venezia quando avrebbe capito.
Eppure, adesso che il momento della comprensione si faceva più vicino - perché non è che le streghe vivano per sempre, è solo che spesso muoiono di morte violenta prima del tempo che la natura concede loro - che fosse perché il mondo si faceva sempre più scaltro o perché i suoi giorni stessero davvero per finire, non riusciva più a dirlo con la stessa convinzione.
Avrebbe voluto vedere con i suoi occhi San Marco, le calli, le gondole, i canali pieni di turisti e le piazze piene di piccioni; avrebbe soprattutto voluto vedere tutto questo dal fondo, sdraiata sul fango su cui la città si reggeva, sentendo la pressione di quell'opera insensata sopra di sé mentre i raggi del sole la cercavano inutilmente dall'alto.
Erano nate insieme, lei e quella città, e forse per questo sentiva quell'attrazione farsi sempre più forte col passare del tempo.
Una delle ragazze la chiamò, facendo domande a cui non aveva voglia di rispondere, su argomenti che aveva già trattato mille altre volte. Senza nessuna voglia di adempiere al suo ruolo di madrina si tramutò in gabbiano, sollevandosi sopra alla barca con l'aiuto del vento notturno: avrebbero capito quando avrebbero capito.
domenica, ottobre 11, 2020
Risorse inumane
Ora che sono all'inferno, racconterò le cose come sono andate.
Una mattina arrivai a lavoro e mi dissero che ero morto. Il tizio del personale mi prese per un braccio e mi portò in una sala riunioni. Chiesi di poter parlare con il mio capo e mi rispose che non c'era, doveva ancora arrivare per qualche stupido motivo che non ricordava. In ogni caso, anche se me lo avesse detto, non potrei ricordarlo ora. Ma c'era qualcosa di più importante di cui parlare: la gente moriva. Sai che novità. La sua assistente mi chiese se volessi del caffè e lui la guardò allibito, come se il caffè fosse ormai estinto da secoli. Forse lo avrebbe voluto lui, visto che continuava a deglutire con molta fatica.
Sembrava il discorso tra due adolescenti che si lasciano, ma l'uomo delle risorse umane ci teneva molto a farmi capire che una di quelle risorse fossi proprio io e che non mi avrebbero di certo lasciato al mio destino, avevo pur sempre una famiglia da mantenere e la colpa era loro, non mia. Solo che non dovevo presentarmi al lavoro, né di persona né da remoto. Dovevo sparire, fino a quando non si sarebbe chiarito "che cosa fare" con "noi". Cercò di tranquillizzarmi, anche se ero tranquillissimo, perché si trattava di un loro problema, non mio, e su questo punto era molto sicuro. Pareva fosse una malattia, una malattia curiosamente di entrambi, vivi e morti: la gente non riusciva più a morire, se gli altri non capivano che fossero morti.
Per cercare di spiegarmi meglio vi racconterò di un fatto che, nei giorni seguenti, sconvolse particolarmente l'opinione pubblica: c'era una nota presentatrice che tutte le mattine ospitava una rubrica del buongiorno, bevendo il caffè. Ascolti incredibili, ogni mattina da vent'anni. Eppure, un giorno come un'altro in quelle prime settimane di sommesso stupore mondiale, lei stessa diede la linea al telegiornale per una notizia sconvolgente: era stata recuperata la lista dei passeggeri di un volo privato, precipitato tra le montagne qualche giorno prima. Misteriosamente, doveva esserci stata anche lei a bordo: la scatola nera lo confermava. Fu così che, improvvisamente, milioni di telespettatori si accorsero che la figura che ascoltava contrita quella notizia insieme a loro, relegata in un riquadrino in alto a destra nell'attesa di riavere la linea, non era la donna con cui avevano condiviso i primi minuti della giornata durante gli ultimi vent'anni, ma il suo cadavere.
Non era più la plastica delle sue labbra rifatte a baciare il bordo di quella tazza color tortora con scritto "Bonjour anche a te :) ", ma un informe ammasso di sangue rappreso e cenere. Dopo lo schianto, doveva essere semplicemente ritornata a valle, trascinandosi fino al primo taxi che l'aveva riportata a casa come se niente fosse successo. Fu il terrore generale, ma la cosa più straordinaria è che la notizia fu passata di bocca in bocca e commentata indiscriminatamente tra i vivi ed i morti, ignari della presenza di questi ultimi.
La fine della storia della povera conduttrice è che crollò a terra, stavolta morta per davvero, nel momento in cui il giornalista le restituì, perplesso, la linea: non era rimasto nessuno a credere che fosse viva e l'effetto della magia, bianca od oscura che fosse, svanì senza più darle la possibilità di andare in giro a farsi i fatti suoi.
Quando tornai a casa, dopo la chiacchierata con le risorse umane, avevo tre messaggi in segreteria. Il primo era di mia moglie: sapeva che ero morto ma non riusciva ancora ad elaborare...il lutto o come si chiamasse. Non aveva nessuna intenzione di vedermi, ma c'erano dei wurstel a scongelare nel lavandino, se li volevo. Altrimenti avrei dovuto buttarli, perché tanto erano scaduti. Mi guardai riflesso nello specchio notando solo in quel momento che la mia gola era squarciata. Strano che non ricordassi come fossi morto: forse faceva parte di quell'incantesimo.
Il secondo messaggio era del mio capo. Disse che aveva saputo della mia morte, e anche della sua. Apparentemente era successo mentre andavamo insieme al lavoro: un'incidente d'auto. Questo almeno spiegava perché quella mattina non avessi trovato da nessuna parte le chiavi della macchina. Guardai Pitagora, il mio cane, chiedendogli scusa con gli occhi per avergli dato la colpa di averle trafugate. Il messaggio del capo si concludeva augurandosi di poter superare questa storia aiutandoci a vicenda, continuando a considerarci ancora vivi l'un l'altro. Infine, poco prima di sforare il tempo concesso dalla segreteria, mi chiese se volessimo andare a cena da loro, mercoledì.
Il terzo messaggio era della moglie del mio capo. Mi disse che era morto, sul serio, poco dopo avermi chiamato. Forse aveva smesso di considerarsi un'essere vivente ed aveva lasciato questo mondo. Chissà cosa ne era di me. Non sapeva come fare in un mondo così e le sarebbe piaciuto parlarne, ma non aveva il coraggio di vedermi. Stava piangendo e meditava di farla finita. Magari lo aveva già fatto e ancora non lo sapeva. Concluse dicendo che avrebbe voluto ricordarmi da vivo, ma proprio non ci riusciva.
Lasciai i wurstel al loro destino e decisi di andarmene a dormire. Una buona notte di sonno mi aveva sempre schiarito le idee, vivo o morto che fossi. Mi misi il pigiama ed andai a lavarmi i denti. Fu una vera sorpresa non trovarli più tutti. Molti avevano posizioni nuove, impensabili, per cui faticai un po' a lavarli e rinunciai perfino a passarmi il filo interdentale. Sarebbero dovuti nascere un sacco di prodotti per i morti e i loro bisogni, valeva la pena pensarci. Decisi che il mattino dopo avrei controllato se "Abra Cadaver" fosse un marchio registrato, avrei potuto mettere in piedi un business per colluttori da corpi in decomposizione, anche se forse, nel mio caso specifico, l'alito mi era sempre puzzato.
Sdraiato sul letto, prima di addormentarmi, ripensai a tutte le persone della mia vita: erano cinque e tutte ormai dovevano sapere che fossi morto. Come mai non riuscivo ad andarmene? Pitagora ululò, ammirando la luna fare capolino tra le nubi.
martedì, ottobre 06, 2020
GULP
Bisogna stare attenti ai proclami.
Bisogna stare attenti all'attenzione.
Specialmente durante i periodi di pandemia, con la speranza che questa sia la mia prima-e-unica.
Quando sorge il sole, mi nascondo. Quando sorge la luna, c'è sempre un sole che sorge da qualche parte. Se passi la vita a nasconderti, puoi chiamarla vita?
C'era un foglio incorniciato proprio accanto al frigo. Un occhio attento avrebbe certamente notato la piccola macchia di caffè sul bordo sinistro, verso il magnete delle isole Eolie. Un occhio attento avrebbe notato una macchia di caffè, sulla scorta del bias per cui si considera che un foglio possa essere sporco tutt'al più di caffè, quando si scorge una goccia marrone tingere uno dei suoi bordi.
Invece era sangue, sangue risalente all'ultima volta che il proprietario di quel frigo aveva bevuto sangue umano.
Al culmine dell'estasi, in un momento di lucidità dato dall'improvvisa scomparsa della sete che lo aveva attanagliato fino a quel momento, aveva preso una matita dell'IKEA senza guardarla e si era appuntato una cosa a caratteri cubitali su quel foglio appena lambito dalla pozza di sangue: NON BERRO' PIU' SANGUE UMANO. Poi era andato a casa, senza accorgersi di camminare alla luce del sole. Aveva incorniciato il foglio e lo aveva appeso, cominciando la nuova avventura di vivere come non aveva mai fatto prima. Sorprendentemente ci riuscì, superando rapidamente le iniziali difficoltà, conoscendo persone nuove ed invitandole a casa sua, senza sbranarle; e la gente che avvicinandosi al frigo guardava il foglio incorniciato, leggeva la promessa scritta con quella matita dell'IKEA e faceva un sorriso senza capire.
Sono cresciuto con la convinzione che Halloween fosse una festa non mia, una festa anglosassone, la festa dei vincitori per antonomasia. Il topos dei mostri, che in fondo siamo noi, che in fondo sono una rottura di palle. Ma il tema è la chiave, per non dire che il tema sia il tema: il metodo anglosassone ci insegna che l'unico modo per scovare l'intelligenza sia lasciar fluire la stupidità. Lasciarla libera di correre, di sognare i folletti e di spaventarsi da sola con storie senza un perché. Come sangue cattivo a cui non bisogna restare troppo attaccati, benché ci permetta di vivere. Sorvolerò sulla vecchia storia secondo cui le donne vivano più a lungo per via delle mestruazioni e del conseguente ricambio di sangue; sorvolerò persino sul fatto che le persone in passato si facessero applicare sanguisughe subendo salassi con la convinzione parzialmente fondata di poter stare meglio.
Per cercare di fare una sintesi, ricorderò soltanto che vivere ti uccide e non c'è modo di attaccarsi di più alla vita se non lasciandole un po' di corda, per capire se va al largo o ci resta vicino, come una specie di cane troppo affettuoso che resiste al richiamo del fango dietro la collina. Le cose semplici, le ricorrenze, il topos dei mostri che ci rompe le palle, sono strade maestre percorse da un fiume di persone in cui si vede subito chi cammina con un passo diverso. E chi cammina non lo sa, che il suo passo sia diverso, forse perché è la prima volta che cammina, forse perché vive lontano dal sole ed esce soltanto quando mancano sia lui sia la roccia che gli fa da specchio. La luna: la spiona della notte.
C'è una leggenda che mi sono inventato secondo cui lupi mannari e vampiri un tempo fossero la stessa cosa; poi gli uomini li confusero nel raccontarsi perché gli piacesse - perché li tranquillizzasse - veder splendere la luna nel cielo, anche in quelle notti in cui le capanne crollavano sotto il vento impetuoso e le cose non riuscivano proprio ad andare per il verso giusto.
Ma la gente che guardava quel foglio, aprendo il frigorifero, non aveva bisogno di capire davvero cosa significasse, come non aveva bisogno di capire perché il padrone di casa non facesse riparare la luce del frigo, che non si accendeva quando la porta veniva aperta: ne avrebbe interiorizzato il significato, come un'esclamazione straniera che si legge su un fumetto e si sente subito propria.
domenica, ottobre 04, 2020
Quesmi fantasti
La porta cigolò, greve, come indispettita dall'onere improvviso di dover calcare la scena una volta aperto il sipario. Fu oltrepassata da un passo incerto e breve come la vita: era Tallio, lo scarpino. "Scarpino" non rendeva giustizia agli anni che aveva passato sulla terra, anche se molti dei giorni e molte delle notti che li avevano composti li aveva passati proprio chino sulle suole dei suoi clienti, in un'inversione che adesso - che si trovava dall'altra parte - gli sembrava come una premonizione, un continuo ricordo del fatto che prima o poi tutti finiscano per calpestarti, almeno nelle culture che prevedono la sepoltura.
Non potendo cigolare a sua volta, la fiamma della candela danzò sulla punta dello stoppino, incerta sul suo ruolo in quella faccenda: non era stato lo spostamento d'aria della porta a scuoterla ma un altro vento, che serpeggiava attraverso altre aperture. L'apparizione stava in piedi, perfusa come di un'etere lattiginoso che dava consistenza a tutto ciò che nella vita non aveva posseduto un colore con cui essere visto: il fiato, il calore della pelle, il moto del pensiero e l'anticipazione delle intenzioni; e tutte queste cose insieme, spostando l'interesse dell'etere dall'una all'altra, ne disperdevano l'essenza tra le forme che il corpo aveva avuto, rendendo visibili i contorni di quella tetra apparizione nell'oscurità.
Nonostante fosse possibile vederlo, nulla avrebbe potuto far supporre che si trattasse proprio di Tallio, lo scarpino, se non alle persone che lo avevano conosciuto da vivo; e quelle stesse persone avrebbero di certo avuto parecchie difficoltà a riconoscerlo, non trovando più la fronte corrucciata o il logoro grembiule da scarpino ad incrociare il loro sguardo. Indossava infatti, sotto al sottile sudario che lo impacciava nei movimenti, il vestito della festa: un abito indossato soltanto in poche occasioni private prima di quella che lo avrebbe accompagnato per l'eternità e nulla, se non le sue stesse ammissioni, avrebbero potuto identificarlo per ciò che era stato in vita.
Si fa spesso troppa fretta a dire che le cose finiscano, come se fossimo noi a deciderne il punto di partenza e quello d'arrivo. Come se le cose non continuassero dopo quella "fine" che distoglie l'attenzione verso altre storie, esattamente come esistevano prima di un "inizio". Certe cose riescono ad essere sè stesse perfino prima di diventarlo e molte si rifiutano di abbandonare le proprie definizioni perfino quando cessano di esistere. Su queste cose, né i vivi né i morti hanno potere di agire, perché ci sono realtà nelle coscienze delle persone dove accadono e non accadono fatti che la realtà condivisa non conosce e non può confutare oppure, più correttamente, non ha nessun interesse a farlo.
Tallio guardò la lista che gli era stata data: era molto lunga e conteneva minuziose istruzioni su chi raggiungere e come ammonirlo. Si domandava come avrebbe fatto a fare l'accento svedese o a fingere di avere o aver avuto dei grossi baffoni, ma una cosa lo tranquillizzava: non aveva mai visto un fantasma prima di guardarsi riflesso nello specchio di quella stanza e si ricordava ancora abbastanza bene di quando era vivo da capire, dopo quella visione, che nessun mortale si sarebbe mai sognato di contraddire un fantasma se questi avesse proclamato di essere il prozio Lennart tornato dall'Ade per redarguire la discendenza sulla gestione del suo patrimonio.
Era arrivato il momento dello specchio, ma non doveva fare molto: anche questa volta doveva solo riflettere.
martedì, settembre 15, 2020
To greeble a mockingbird
Sono le nove meno un quarto e l'estate non ha ancora deciso quando finire. Ogni tanto gli alieni ci scrivono per sapere cosa faremo, durante le feste. Ci guardiamo, leggendo il messaggio allo stesso tempo, sapendo di non avere troppa voglia di dedicare loro altro spazio.
All'inizio c'era stata una certa euforia: i media, l'attenzione, la curiosità. Ma poi gli alieni sono tornati e non per portarci via con loro. Volevano solo essere nostri ospiti. Scoprire tutto di noi, visitare i luoghi della nostra vita.
Questo ci ha costretti a ripensare alle nostre priorità, alle nostre intenzioni. Ci siamo scoperti molto più umani di quanto avremmo pensato. Adesso, certe volte, mi vengono gli occhi lucidi quando guardo un poster motivazionale, perché il pensiero di potercela fare porta con sé un romanticismo che non riesco più ad abbracciare con lo sguardo.
Dove sono finite le smanie che mi guidavano un tempo? La voglia di avere una cosa per primo, di farla per primo? Ora che riesco a sentire i confini dell'universo mi sembra che qualsiasi insieme sia troppo grande per escludere qualcosa al di fuori di sé.
Ma gli alieni sarebbero potuti anche essere dei gatti, se solo si fosse trattata di una forma di interazione nuova con loro. Tutto questo sarebbe successo anche se i gatti avessero improvvisamente cominciato a parlare, perché penso che si sentirono così anche le prime persone che addomesticarono i lupi per vivere insieme a loro.
Esiste un'innocenza sostanziale, nascosta tra le pieghe di quello che definiamo normale, di cui alcuni vivono la fatale rottura. Perché una volta che quella cupola si incrina non è una liberazione, ma una prova degna dei più impavidi degli eroi. Dopo la rottura arriva una progettazione tormentata, cui segue un faticoso lavoro edilizio per erigere un nuovo igloo, più grande del precedente, nel tentativo di ricostruire un dentro più grande, sapendo di non poterlo fare tanto grande quanto dovrebbe esserlo; senza più avere fiducia nella differenza tra dentro e fuori.
Solo le persone ci tengono uniti, incapaci di dissolverci, solo le cose che le persone dicono e fanno, solo le cose che sussurrano mentre guardano il cielo, non sapendo cosa contenga agli occhi dell'altro. Perché esisteranno sempre un dentro ed un fuori tra due persone, specialmente tra quelle che si vogliono bene.
martedì, luglio 28, 2020
Gli altri undici
Candela rossa: non si può attraversare, non ancora.
Annusando l'aria, mi accorgo di non farlo mai ed anche adesso, certamente, è solo per posa - per darmi un tono - per non sentirmi stupido nel rispettare gli ordini di una lucina.
I semafori sono uno degli ultimi luoghi delle nostre città ad essere rimasti stupidi. Ci sarebbe il modo di sincronizzarli alla necessità effettiva, al bisogno estemporaneo ed effimero del qui-ed-ora, ma non si fa. L'equilibrio dei tempi tra uomini e macchine è questo e non sarà la nostra generazione a cambiarlo: avremo prima macchine intelligenti di intelligenti attraversamenti.
Questo, intendo questo bisogno di mettere in commercio tante cose per l'acquisto di molti contrapposto alla volontà di produrne poche per l'utilizzo di tutti, significa forse che il cuore del capitalismo batte ancora, forte, nel nucleo frammentato di un occidente che ormai esiste soltanto nei poetici allarmi del giornalismo dei trafiletti, titoli per articoli che non vengono letti nemmeno dai bot che li compilano.
I luoghi stupidi o meglio i luoghi scemi, lo sono in quanto privi di cose da fare. Non rimane allora che osservare sé stessi - pratica pericolosa, sconsigliata, comunque spaventosa nel migliore dei casi - oppure gli altri. Ecco, gli altri. Che individui bizzarri. Sono pieni di cosette inutili, cianfrusaglie che si trascinano dietro nonostante siano sporche e puzzolenti.
Come quella gente che nel 2020 ha ancora un blog, roba da pazzi.
I semafori sono l'occasione per guardarli, magari cercando avidamente due belle gambe in quel mucchio di carne. Ricorda: amare le gambe, ricordarle nei tuoi scritti, non ti rende uno scrittore. Però bisogna notare che tutti gli scrittori, almeno quelli che hanno la pretesa o il bisogno di affrontare i temi dell'eros, scrivono delle gambe. Principalmente, credo che questo accada perché parlare delle tette è considerato infantile e trattare del culo sconveniente, a causa del fatto che lo possiedono sia gli uomini sia le donne. Sì, anche gli uomini hanno le gambe, ma quelle non contano.
Osservare gli altri ti porta a fare considerazioni di questo tipo. In queste occasioni la mente è libera di vagare, curiosa, perché degli altri non ti interessa niente e sei disposto a guardarli come se fossero foglie in attesa di cadere. Così li guardiamo, tutti, i belli e gli storpi, gli avari e i corretti, cullare le loro idiosincrasie come se fossero sacre, come se avessero un valore; mentre per noi sono soltanto un paesaggio, aspettando il verde.
Candela verde: è il momento, puoi attraversare!
Il condizionale del semaforo si manifesta specialmente nella concessione del transito: ti viene data come un'ultima possibilità di rinunciare. A cosa poi?
Mi domando spesso se gli oroscopi abbiano un fondo di verità e la risposta è sempre che la verità degli oroscopi è tutta quella che intendiamo dare loro. Come l'effettiva convenienza degli sconti al supermercato: nel marasma lavico della relatività, conta solo quella che gli attribuisci.
Bisognerebbe leggere gli oroscopi di tutti i segni meno il nostro, cominciando dal Capricorno, ossia da quello che viene letto solo e soltanto dai nati sotto le sue buone stelle, perché tutti gli altri non si sono mai interessati a capire cosa cazzo fosse, un Capricorno.
domenica, luglio 19, 2020
Birdwatching
Di tanto in tanto escono sul balcone con grandi bicchieri d'acqua gelata tra le mani. Spesso la condensa è tale da bagnarle, specialmente quelle di lei, tanto che quando inavvertitamente le posa sul vestito rimangono impresse macchie di umidità, come arcipelaghi visti dallo spazio. Parlano tra loro, a bassa voce, con lo sguardo perso tra le fronde del cedro.
lunedì, giugno 01, 2020
Sistemi non solari
Il display recita: medico, divorziato, hai un gatto.
Non riesco ad immaginarmi con un gatto e mi chiedo cosa compaia sul display dall'altra parte del filo.
Una questione di domanda ed offerta.
Sento respirare, ma non risponde nessuno.
Pronto? Ancora niente.
Riattacco.
Ho ancora qualche minuto, non è possibile che nessuno mi risponda.
E' la settima volta che vengo qui senza che mi risponda nessuno.
Stavolta il display mostra: professore, non abiti più in Italia, ti piace pescare.
Davvero, chissà cosa dice di me il display dall'altra parte. Non riesco ad immaginare cosa possa spingerli tutti a non rispondermi niente. Nemmeno un "pronto"; sono un vero cafone.
Rispondi.
Niente. Un altro buco nell'acqua di un'altra dimensione.
Esco dalla cabina per lasciare il posto ad una ragazza col raffreddore.
sabato, gennaio 18, 2020
Lifting
In fondo, perché arrabbiarsi con quell'albergo di terza categoria? Non ci avrebbe nemmeno dormito, su quel letto color cartone. Bussarono alla porta, che subito aprì facendo entrare le due ragazze che aveva conosciuto quel pomeriggio. Facce già viste in città, con cui però non aveva mai parlato prima.
Quella che gli era sembrata più carina, ora era meno bella; mentre la meno carina, illuminata dalla luce morbida della plafoniera, gli ricordò di un vecchio film: un'attrice di una bellezza passata.
Immaginò, per un breve attimo, di passeggiare con lei, in salita, cercando un tavolo per la loro casa in affitto, con i cappelli calcati sugli occhi per non lasciarsi spettinare dal vento gelato.
- Allora, lo avete portato?
Quella che subito gli era sembrata più carina tirò fuori dalla tasca una bustina trasparente, con dentro una pillola, mentre l'altra guardava fuori dalla finestra.
- È il quarto piano, non hai trovato nient'altro?
Lui si soffiò il naso, prima di rispondere.
- No. Bene, i soldi sono nella giacca. Prendeteli pure.
- Ok, allora noi prendiamo e andiamo.
Guardò meglio la ragazza che subito gli era parsa più bella. Aveva profondi occhi nocciola, che socchiuse cercando la mazzetta di banconote dentro alle tasche. Erano arrossati: troppa polvere.
- No, un attimo. Aspettate che faccia effetto.
Scrollarono entrambe le spalle.
- Ok.
- Ok?
- Ok.
Inghiottì la pillola. Aprirono la finestra e subito entrò una brezza leggera.
Avrebbe voluto ringraziarle, ma non ci riuscì: aveva già cominciato a rimpicciolire. La più carina alzò la maglietta, caduta nei pantaloni e sopra alle scarpe come un sacchetto di plastica, svelando un piccolo pettirosso. Il piumaggio gonfio, lo sguardo fiero ed impaurito allo stesso tempo, le gambe come insetti muti e tremanti. L'uccellino salì sul suo dito. Lei lo accompagnò alla finestra, mentre l'altra lo proteggeva dalle raffiche come la fiamma di un accendino scarico.
- È il momento: salta!
Ma non saltò. Almeno, non subito.
lunedì, gennaio 06, 2020
Goldscope: licenza di eccedere
Madame Susan Von Chemenate non era soltanto la più ricca ereditiera della sua piccola nazione arroccata sulle gelide montagne del Continente, ma anche - stando al rapporto dell'Agenzia - la mente geniale dietro alla scoperta del segretissimo Siero della Serietà.
- Ambasciatore, è sempre un piacere rivederla, ma questa sera il piacere è doppio, grazie alla sua bella compagna.
- Eh James, vecchio mio, anche se vieni da una delle nostre fottute colonie devo ammettere che sei uno spasso. Ti presento Madame Von Chemenate.
L'Ambasciatore era solito dare del tu alle persone che considerava inferiori e James non faceva eccezione. Aveva ottenuto la posizione di Ambasciatore per i suoi meriti, come mediatore e come leader, ma attribuiva erroneamente il suo successo all'essere un razzista convinto, convinzione che col tempo era stato portato ad accrescere ed esternare in pubblico, senza minimamente scalfire ed anzi migliorando la sua posizione, rafforzando definitivamente le sue teorie. Probabilmente, in una certa misura, l'Ambasciatore aveva ragione.
Il baciamano di James fu impeccabile, come sempre, ma l'attimo di prostrazione lo portò a ripensare a quella lampo rimasta aperta, turbandolo intimamente.
- Cadissimo James, sono mesi che cedco di fade la sua conoscenza. E' un onode avedla qui.
L'ereditiera non aveva un vero difetto di pronuncia: era semplicemente ubriaca. Bastava un niente per mandarla su di giri. Il rapporto dell'Agenzia diceva che questa sua debolezza era la causa che l'aveva portata a studiare il Siero della Serietà. Eppure, non poteva trattarsi di una semplice reazione alla sua condizione. Qualcosa doveva averla indotta a farlo: forse la morte del marito? Difficile a dirsi.
Un cameriere sgattaiolò alle loro spalle durante i convenevoli ma senza sfuggire all'occhio allenato di James: perché non si era avvicinato per offrirgli delle tartine?
Il Maggiore Giorenson si era a lungo dilungato, durante i corsi di addestramento, su cosa significasse essere una buona spia:
- Non crediate che essere una spia significhi cogliere qualcosa in più o meglio degli altri. Spesso si tratta soltanto di avere lo scopo giusto, nel posto giusto, al momento giusto. Questo vale per ogni lavoro e infatti vale anche per lo spionaggio. Noi vi daremo gli scopi da perseguire e vi metteremo nel posto giusto al momento giusto: allora, sarete spie perfette.
Con la scusa di salutare una vecchia conoscenza, James si immerse tra le persone brille e altolocate che popolavano la sala. In realtà, nulla poteva far trasparire la loro effettiva posizione sociale se non la loro stessa presenza a quel ricevimento. Erano facce normali, con normalissime barbe da radere, borse sotto agli occhi, smagliature e labbra rifatte. La fine dell'aristocrazia aveva enormemente complicato le cose. Non era sparita, era solo finita: i giochi erano fatti, le posizioni prese, i titoli assegnati. James era solito pensare che i ricchi fossero ormai stati scelti e che bisognasse rassegnarsi a considerarli tali, da qui all'eternità. I membri di questo popolo eletto avevano già dovuto rialzarsi troppe volte da crociate fallite - crociate fatte per arricchirsi di più, ovviamente - per poter ammettere ulteriori parvenu tra le loro fila che li aiutassero nella risalita. Era il loro beneamato turno di rilassarsi, mettere il pilota automatico e vivere le noiose vite normali che avevano sempre e solo potuto invidiare. Una lunga, meritata, vacanza da tutte le cose brutte che la riccanza aveva sempre dovuto significare: apparente integrità morale, autorità sociale, responsabilità economica ed invidiabile edonismo sfrenato.
Chiudendosi finalmente la lampo, James decise di interrompere quell'annebbiato flusso di pensieri per dedicarsi completamente alla missione.
Si fermò solo un momento, per non destare troppi sospetti nell'inseguimento di quel singolare cameriere, ad ammirare una grande vetrata affacciata sulla notte. Stava nevicando: da qualche parte, oltre quello schermo di fiocchi illuminati dai fari del castello, oltre il buio totale di una luna soffocata da spesse coltri di nubi, dovevano esserci quelle montagne alte e gelate per cui la zona era famosa. Montagne che avrebbero per sempre protetto la nazione, le persone al suo interno e ciò che rappresentavano. Quelle stesse montagne erano, in effetti, la stessa cosa che stavano proteggendo da tempo immemore: lo status quo.
James udì un rumore sospetto e si precipitò nella sala attigua, giusto in tempo per veder sparire il frac del cameriere oltre alla porta seguente. Lo inseguì in un corridoio, quindi in un grande salone addormentato, tra mobili salvaguardati dalla polvere mediante grandi teli, bianchi ed immobili come vallate dopo una lunga nevicata. Il cameriere sembrava distaccarlo sempre più. James fece spazio nella sua mente per concentrarsi sull'obiettivo: raggiungerlo e capire il suo livello di minaccia. L'intera operazione poteva essere compromessa se il suo avversario fosse stato interessato al Siero della Serietà e lo avesse trovato prima di lui. James scese tre rampe di scale ed entrò in un nuovo corridoio, quindi attraverso altre scale fino a raggiungere una vecchia biblioteca.
Le tende erano tirate. Le uniche fonti di luci erano i segnali verdognoli delle uscite di sicurezza, resi obbligatori nella nazione in tutte le stanze contenenti duecento o più libri da una folle ordinanza del 2003. Un consulente dell'Ambasciatore gli aveva in effetti consigliato di far rilegare i libri tra loro, aggirando così la normativa per diminuire il numero di libri ed evitare i lavori.
L'Ambasciatore, forse perché la normativa aveva una valenza di sicurezza, forse perché il consulente era italiano o forse perché aveva idea di quanto costasse far rilegare un libro, non ascoltò il consiglio.
Ah, l'Italia: a James non poteva che scappare un sorriso al suono di quel nome. Che paese meraviglioso ed assurdo, inconcepibile se non fosse esistito, fiorito come un fungo prelibato dal suo stesso marciume come a dimostrare che davvero, nel mondo, ogni cosa fosse possibile. La madre di James era Indiana, ma suo padre era Italiano. Forse, per questo motivo, James pensava che il consiglio del consulente non fosse poi tanto male. Suo padre aveva avuto successo nella terza età dell'oro di Bollywood recitando come il cattivo di una fortunata serie di film di fantascienza ambientati in Antartide, ma erano fatti di molti anni prima: da tempo infatti trascorreva le sue giornate nel Sussex, insieme alla madre di James, bevendo tè nella convinzione che il figlio si occupasse di orologi di lusso.
Il cameriere non poteva essere altrove: la biblioteca non aveva altre porte se non quella da cui era venuto. Una pendola fuori posto attirò la sua attenzione: sembrava nascondere un passaggio segreto e James, dopo averla fatta ulteriormente scorrere contro il muro, decise di entrare. Il passaggio era molto buio e scendeva lentamente a chiocciola con radi gradini. Decise di farsi luce con il telefono, scoprendo così di non avere campo. La batteria era al nove percento. Scese ancora, cautamente, fino a quanto non sentì il passaggio della pendola richiudersi con fragore. Allora risalì correndo, fino a battere con i pugni contro la pendola chiusa ed immobile.
- Urla quanto vuoi, spione - disse il cameriere, ghignando dall'altra parte - qui non ti sentirà nessuno. Vedrai che bellezza quello che troverai alla fine del passaggio...il Goldscope sarà soltanto mio! AHAHAHAHAHA!
Goldscope? James non riusciva a capire. Si sentì girare la testa. Per la prima volta nella sua lunga carriera sentì di essere spacciato. Non spacciato del tipo che poi le cose si risolvono con un colpo di scena, spacciato del tipo che è meglio mettersi seduti e cercare una via d'uscita con tutto l'ingegno possibile.
Così fece.
Non c'era niente, nel rapporto dell'Agenzia, che accennasse al Goldscope. James sapeva soltanto di dover recuperare il Siero della Serietà, questo era il suo scopo. Non riusciva a capire cosa fosse e cosa signficasse il Goldscope. Forse erano soltanto due nomi diversi per la stessa cosa, forse aveva solo sentito male.
I suoi rudimenti di Italiano si fecero largo nel subconscio fino a tradurre "Gold" con "oro". Goldscope, oroscope. Oroscopo. L'osservazione dell'ora. Poteva essere l'osservazione del subito, l'osservazione dello stato delle cose. L'aderenza ai dati di fatto della realtà. Strano, pensò, che una disciplina tanto screditata dal mondo accademico potesse poggiare su così solide aspirazioni: l'osservazione delle cose reali.
Una persona seria non avrebbe fatto congetture, non avrebbe fatto ipotesi sul futuro ed il suo contenuto, si sarebbe semplicemente attenuta al presente per viverlo. Il goldscope, l'oroscopo, il siero della verità: doveva essere tutto la stessa minestra.
Come avrebbe potuto aiutarlo, quell'informazione?
Decise di provare a scendere ancora, giù per il passaggio segreto, ma sembrava che la discesa non dovesse finire mai. Infine, anche il suo telefono si spense. Non c'era più luce, tanto meno quella delle stelle. Gli mancava l'aria e sentiva sempre più i suoi ragionamenti farsi leggeri, ironici, quasi volutamente stupidi; come incuranti del pericolo che stava correndo.
Si sedette ancora sull'ennesimo gradino: avrebbe avuto tutto il tempo che voleva per studiare dodici segni nuovi di zecca e divinare l'oroscopo per ciascuno di essi.
Per il suo segno, l'Agente Segreto, avrebbe riservato le più rosee tra le previsioni.













