martedì, marzo 13, 2012

Et cetera, III parte

Senza interromperlo e senza offrirne, Madame estrae dalla vestaglia un pacchetto di Alpenliebe Espresso. Mentre rigira silenziosamente una caramella nella bocca, il racconto prosegue.

" La storia procedeva piuttosto velocemente e in un paio di settimane avevo già pubblicato cinque delle quindici parti che mi ero proposto di scrivere. Tuttavia, rileggendo volta per volta la mia stessa storia, avevo la strana sensazione di dover ancora incominciare. Più andavo avanti, più mi sembrava di scrivere un preambolo al tema che realmente mi interessava e di cui avevo intenzione di parlare. Cercai quindi di forzarmi e di tirare in ballo le cose precise che volevo. L'unico effetto fu quello di allontanarmi ulteriormente. Riflettendo, giunsi alla conclusione che l'oggetto del mio desiderio narrativo non potesse che essere cambiato.

Rileggendo infatti con maggiore attenzione quello che avevo scritto, ebbi l'impressione di essermi riferito sempre ad una cosa diversa da quella verso cui avrei voluto indirizzarmi. Provai l'orribile, dissociante sensazione di aver perseguito fini diversi continuando a credere, per tutto il tempo, che si trattasse sempre dello stesso. "

Finita un'Alpenliebe, la donna ne ingoia un'altra.
" Cercando di mettere insieme gli indizi del racconto, smisi di scriverlo. Ero determinato a scoprire intorno a che cosa avesse orbitato il mio pensiero. Dovevo inevitabilmente essere arrivato in prossimità di qualcosa di gigantesco ed intoccabile, la cui gravità tratteneva a debita distanza, impedendogli di avvicinarsi o di allontanarsi, tutti i pensieri che passavano da quelle parti.

Decisi quindi di inoltrarmi al centro della questione non più attraverso la mia debole scrittura, ma di persona. Come sia riuscito effettivamente a fare quanto mi proponevo e cosa sia successo resta in realtà un mistero anche per me, che sono l'unico protagonista della vicenda. Tuttavia, posso dire con certezza che quando ritornai al punto da cui ero partito l'unica cosa in più che avessi con me era questo pensiero: una donna che estrae una pietra dalla propria bocca per darla ad un uomo. Concentrandomi sui pochi elementi a disposizione, ricostruii infine la forma della pietra. A questo punto la storia che segue, ossia la pubblicazione dell'annuncio e la sua risposta, dovrebbero esserle cosa nota. "

giovedì, marzo 08, 2012

Et cetera, II parte

La porta si apre e Madame Zixa scivola silenziosa sulla sedia di fronte a lui, posando sul tavolo una scatola da scarpe. Il suo sguardo si solleva lentamente e finalmente Filippo si accorge di quanto sia intenso il suo rossetto; è di un turchese carico e senza compromessi, spesso come un olio su tela.
Madame Zixa ha, più o meno, settant'anni. Dopo aver dato alcuni colpetti aritmici sulla scatola, la donna dice:
" Qui, c'è quello che cerchi. Però, prima che tu veda la pietra e conosca la sua storia, vorrei tanto sapere il perché di questo tuo interesse. "

C'è una pausa, ma appena Filippo apre bocca per rispondere lei lo zittisce con un cenno, riprendendo a parlare e dondolandosi intanto sulla sedia con gli occhi chiusi.
" Tu sei molto, molto giovane. Un interesse tale da spingere ad una ricerca è un sentimento decisamente forte e non va sottovalutato. Nondimeno, la tua ricerca è particolare. Il mio timore è che tu sia un entusiasta. Gli entusiasti sono le persone che io, durante la mia vita, sono sempre stata costretta a temere. Purtroppo anche a frequentare. Quindi raccontami. "

Segue un' altra pausa e infine, con un rapido gesto della mano, Madame lo incoraggia a parlare.
" Tutto è iniziato mesi fa. Avevo cominciato, per mio interesse, a scrivere una storia riguardante me e i miei amici. La storia parlava soprattutto dei concetti di migliore e peggiore, ed era strettamente collegata al modo in cui la scrivevo. "

La donna tossisce, Filippo fa altrettanto e continua.
" Scrivevo infatti la storia in parti, pubblicate una dopo l'altra su un blog che ho con degli amici da molti anni e a cui sono molto legato. I miei amici facevano parte della storia stessa, che a sua volta aveva come tema secondario il modo in cui la storia era pubblicata. In pratica la mia intenzione era quella di parlare dell'intrecciarsi di tre creatività basate su diversi modi di considerare ciò che è migliore. "

Sempre tenendo gli occhi chiusi e dondolandosi, le labbra turchesi scandiscono: " E ha un nome, questo blog?"
Filippo annuisce: " Sì, si chiama I Tre Caballeros. "
" E' un bellissimo nome. " sentenzia Madame Zixa.

" L'ottica narrativa era la mia, ma rappresentava una visione centrista, permissiva, dubitativa. Nel racconto, venivo attaccato da un modo di vedere più intransigente, volto a vedere il meglio come liberazione di tutto ciò che non fosse considerato tale. Una terza parte, più portata alla passività e quindi meno esplicita, restava invece in disparte, considerando migliore l' accettazione acritica di ogni cosa. "

venerdì, marzo 02, 2012

CIAO LUCIO

Et cetera, I parte

Fillippo si guarda intorno alla ricerca di qualcosa a cui pensare. E' la mattina del 2 Marzo 2012, anche se sospetta che la giornata si sia già inoltrata nel pomeriggio. Nella cucina dell'appartamento in cui si trova, in Vico delle Pietre Preziose, sembrano esserci tutte le condizioni per restare in attesa con una certa calma, ma Filippo ha già aspettato troppo o forse è troppo impaziente.

La luce indebolita dalle nuvole, alte nel cielo, rimbalza nel cavedio fino a riflettere la finestra sullo schermo di un televisore moderno e posizionato male. In televisione, la replica di un programma di cucina prosegue muta e senza esitazioni. Intorno alla tavola ci sono altre quattro sedie, nonostante le dimensioni ridotte. La credenza, insieme allo schermo piatto, ospita una serie indefinita di mollette gialle e verdi, stinte dal sole. Ci sono anche un dizionario di greco, un casco di banane, delle bollette tenute ferme da un grande posacenere vuoto, una copia dell'elenco telefonico di Monza anno 1990 ed un libretto intitolato Atlantis. Quando lo apre, scopre con disappunto che sia scritto in tedesco e lo rimette a posto.

Il telecomando in giro non si vede e sul televisore non c'è segno di pulsanti alternativi. La vecchia, Madame Zixa, non si è più fatta vedere da quando lo ha fatto accomodare per poi andare a cercare la pietra.
La pietra è il motivo per cui si trova qui, in seguito ad un annuncio speranzoso su internet. E' ancora piuttosto scettico sul fatto che la ex chiromante possa in effetti avere quello che cerca, ma riconosce che il suo malumore sia aumentato dalla lunga attesa che il cellulare, completamente scarico, non gli permette di misurare. A quanto pare Madame Zixa non ha orologi, almeno in cucina.

La mancanza di riferimenti temporali gli riporta in mente le risonanze magnetiche fatte al ginocchio, anni prima.
Si domanda se pioverà, guardando la caffettiera sui fornelli.

domenica, febbraio 19, 2012

Alteri, X parte

L'acqua è salata, tiepida e melmosa. Quando riemerge respirando forte alza lo sguardo verso l'inserviente, ancora sulla soglia.

Questo fa un cenno con la mano e dice: " Ancora, ancora."
Si immerge di nuovo, chiudendo gli occhi. Il silenzio sott'acqua è completo. Una strana sensazione di vuoto gli sfiora le punte dei piedi. Alla riemersione, l'altro è ancora in piedi nello stesso punto: la scena si ripete.

La terza volta invece di abbandonarsi nel liquido, invece di affondare, si immerge testa avanti cercando con le mani il risucchio che prima lo aveva accarezzato. Viene ammanettato dalla corrente e trascinato con una grande accelerazione nelle tiepide profondità.
Qui il liquido è molto più denso, tanto da fargli perdere l'orientamento. La gravità sembra essersi invertita mentre, cieco, scava in apnea nella melma più che nuotare.

Una nuova spinta lo proietta ancora più in profondità, verso l'alto. Quando raggiunge l'uscita, respira profondamente prima di aprire gli occhi. L'atmosfera è fredda e leggermente speziata.
Non gli è tanto difficile capirlo, quanto accettarlo: si trova sulla Luna.
Mentre striscia fuori dalla melma la sua attenzione è catturata dal grande pianeta azzurro appeso nel buio, proprio sopra di lui.

Si accorge solo ora, guardandola interamente, di quanto la Terra gli sia mancata. Indugia con lo sguardo anche sul resto dello spazio che sovrasta il polveroso profilo lunare. Considera la possibilità di allontanarsi ancora, di pianeta in pianeta, verso il centro dell'universo. Guarda un'ultima volta il cratere da cui è appena uscito prima di flettersi e spiccare un grande balzo.

Si stacca con un silenzioso sbuffo di polvere e in un'attimo è già cominciata la sua bruciante discesa: precipita sulla Terra con la naturalezza di una moneta che cade di tasca.

Fine di Alteri, continua e finisce in Et cetera

giovedì, febbraio 16, 2012

Alteri, IX parte

Durante il tragitto passa, per l'ennesima volta, davanti alla macchina del caffè. E' un ciclo di luce come tanti altri, una giornata artificiale che non ha niente da invidiare al sole del mondo esterno. Per come la vede ora, l'intera miniera non ha proprio niente da invidiare al mondo esterno.

Guarda le sue scarpe coprire la superficie piastrellata del corridoio: quando è arrivato non le aveva. Chi ha freddo viene vestito, chi è malato curato. Gli inservienti sono imparziali e granitici. Agiscono senza rivolgersi ad un superiore e all'unisono. Ricorrono alla forza soltanto nei casi più estremi.

Dopo ogni tortura l'intimo dolore che soffre lo costringe a svuotarsi completamente, rigettando anche tutte le necessità che lentamente e umanamente cominciava a maturare. Scompare il bisogno di sesso, di affetto, di variare dieta, di fare qualcosa di diverso dal discorrere soltanto sulla base delle proprie idee con altri che sono nella stessa condizione. Si ritorna dalla sala della tortura rasati, puliti se sporchi e curati quando feriti.

Annusa l'aria, percependo un timido odore di caffè tostato. Non gli ispira niente, nemmeno la più vaga curiosità. E' un profumo del tempo prima che perdesse la memoria: un sapore semplicemente mai provato. L'unica pietra che la macina delle consuetudini della miniera non è riuscita a frantumare è quella della sua visione.
Dopo tanto tempo, ancora non riesce a capire che cosa lo interessi tanto da tenerlo attaccato a quello scoglio, impedendogli di abbandonarsi completamente all'alternarsi incoerente dei cicli.

Non si tratta dello sguardo addolorato dell'uomo, quel suo mostrarsi contemporaneamente, con una sola fuggevole smorfia di terrore, sia innocente che colpevole e pentito.
Non è nemmeno per via della glaciale imperturbabilità della donna prima e dopo che, come con un colpo di tosse al rallentatore, partorisca dalla bocca quella pietra misteriosa.
Non è nemmeno la pietra, o la curiosità che gli ispira, a impedirgli di dimenticare la scena. Non sono gli uomini che il primo, spaventato, raggiunge correndo.

E' l'insieme ad affascinarlo. Percepisce che l'abbandono alle logiche della miniera degli altri occupanti è di natura leggermente diversa e che la ragione sta proprio in quel pensiero inspiegabile. La rassegnazione compiacente e piena di gratitudine che ora prova per la miniera è la stessa di tutti, ma è come se addentrandosi nelle sue profondità avesse portato con sé qualcosa di alieno e inatteso.

La porta si apre su una stanza allagata mai vista prima. Il liquido arriva torbido e molle fino a pochi centimetri dalla soglia: l'inserviente dal volto coperto lo invita ad immergersi.

martedì, febbraio 14, 2012

Storia del latte che non scadde a San Valentino


Si alzò dall'amaca con uno scatto innaturale, e, pur consapevole non servisse proprio a niente, aprì le persiane, come se fosse giorno; svuotò distrattamente nella scodella la scatola di una sottomarca latina dei cheerios, accese lo stereo sulla sua stazione radio preferita. Forse non lo sapeva nemmeno più se quella fosse davvero la sua preferita: la forza dell'abitudine. Sopra il frigo, l'orologio digitale rifletteva sulla parete un orario così inverosimile per svegliarsi che, se non si fosse trattato della sua vita, avrebbe stentato a credere ad una storia del genere.
"Ci vorrebbe più poesia nei piccoli gesti quotidiani" - pensò ad alta voce, pentendosi delle sue parole nel medesimo istante in cui le proferiva: per lui quelle azioni non erano assolutamente piccolezze.

Prese il pennarello rosso e, come di consueto, affrontò vis à vis l'asettico calendario appeso al muro; ed ecco una grossa X sulla data del 14: un altro giorno che non aveva vissuto.
La postazione computer era accesa, era sempre accesa. Nel portacenere si notava un solo mozzicone raggrinzito, probabilmente spentosi di solitudine il giorno precedente. Immaginò l'incendio di casa sua propagarsi a partire dalle lunghe tende bianche della camera, e al pensiero del mancato rogo provò una sensazione indefinibile e proibita, a metà tra il sollievo e la noia.
La vita è troppo breve per preoccuparsi di ogni cosa.

Sicuramente c'era chi, nella sua stessa condizione, da qualche parte nel mondo, se la passava peggio: era questo che lo teneva aggrappato alla vita, ne era certo. Prima di accedere ai sei tavoli verdi che aveva in programma di grindare fino alle prime luci del giorno, accese la webcam e scorse la sua rubrica di Skype fino al contatto desiderato. Fuori dalla finestra, come sospesa, in bilico sul davanzale, lo aspettava silenziosa una di quelle notti in cui il cielo scuro tende leggermente al colore della terra bruciata.

Per problemi in Italia, la comunicazione spesso era difettosa, e quella sera non ne voleva proprio sapere di concedere ai due amanti di guardarsi negli occhi; non restava che un'impersonale e fredda chat: a Genova in quel momento era pieno giorno, mentre laggiù, stavolta, sembrava che il sole fosse tramontato per non sorgere più. Decise di essere stringato ma sincero.
"Auguri, so che non puoi capire quanto io mi odi per non essere lì con te."

L'aveva abbandonata senza dare spiegazioni in un'altra notte complicata come questa: era fuggito in Venezuela sei mesi prima, in seguito all'accusa di essersi macchiato di un grave reato in Europa. Era colpevole.
Le autorità venezuelane avevano subito disposto gli arresti domiciliari come misura cautelare, ma poi, in un sadico gioco di rimbalzi di competenze, non avevano concesso l'estradizione all'Italia. Nei corridoi delle aule di giustizia di Caracas, si mormorava si fosse messo di traverso il Presidente Chavez in persona.
Per pagarsi da vivere, tutte le notti giocava a poker online con tutto il mondo; invece i giorni li passava tutti a dormire, un po' nel letto, un po' sull'amaca legata alle due palme nel cortile interno della sua abitazione.
Ad essere sinceri, era bravo e il giro fruttava piuttosto bene: in quel limbo, che solo lontanamente assomigliava ancora ad una vita, aveva cominciato a mettere da parte un discreto gruzzoletto.
Che non poteva andare in banca a riscuotere.

Non ricordava l'ultima volta che avesse messo piede fuori di casa.
Nell'attesa di una risposta, versò l'intera bottiglia di latte nella scodella, affogando rapidamente gli indio-cheerios e sporcando in modo vistoso il pavimento.
La chat non suonò nè si illuminò più quella notte.
Rimase così, prigioniero, a fissare il monitor, preda indifesa dell'incertezza circa la sua sentenza di rimpatrio, ma con la convinzione interiore di essere già stato condannato a sentirsi per sempre solo al mondo.

domenica, febbraio 12, 2012

Alteri, VIII parte

In alcune stanze i cicli di buio sono di un nero impenetrabile, cui gli occhi non si abituano mai.
Per una volta, è lui che apre bocca per primo. Sono immersi nell'indifferenza tra tenere le palpebre chiuse o spalancate, forti dell'unica sensazione di poggiare la parte posteriore del corpo sul freddo pavimento irregolare.

"Hai mai giocato ad un gioco di ruolo?"
"Sì, mi è successo. Fantasy soprattutto: orchi, maghi, elfi. Cose così. Perché me lo chiedi?"
"Mi sono ricordato di un compagno di stanza. Avevamo avuto una discussione sul Signore degli Anelli, o qualcosa del genere. Poi adesso mi è tornato in mente."
"Sono una cosa strana i giochi di ruolo. Io mi sono sempre divertito, ma riconosco che il merito fosse dello spirito di gruppo. Eravamo tutti pessimi giocatori, ripensandoci."
 Lo sente muoversi, dall'altra parte della buca. L'impressione, a giudicare dalla nuova posizione della voce, è che si sia messo a sedere.

Continua: "Come tutti i giochi, si presta a diverse profondità di interpretazione. Gli scacchi sono un ottimo esempio, possono essere qualsiasi cosa, da passatempo a lavoro a sport."
"Questo sembrerebbe in contrasto con quello che hai detto prima: perché pessimi giocatori? Negli scacchi c'è chi vince e c'è chi perde. Nei giochi di ruolo la vittoria è un concetto molto meno definito."
"Volevo dire che il nostro approccio era limitante: abbiamo giocato abbastanza da provare un po' tutte le combinazioni di razza, allineamento e classe dei personaggi. Ti assicuro, era divertente. Però, ripensandoci, le nostre scelte sono sempre state elaborazioni di uno schema incredibilmente semplice. Finivamo per creare ogni volta personaggi aventi aspetti che ci permettessero di collegarli a noi stessi e a parti del nostro carattere, al massimo in modo antitetico."
"Credo di capire, ma secondo te che male c'è? Insomma, dove sta la limitazione?"

La voce dell'altro si fa sempre più fioca e distante, ma intuisce che non si sta veramente allontanando.
"Erano le possibilità ad essere limitate. Anche quando ci scambiavamo i personaggi, per metterci alla prova, questi finivano sempre per essere come posseduti. Era come se cambiando il guidatore cambiasse anche l'auto."
"Quello che dici però mi sembra un po' senza senso, e sfiora il concetto di libero arbitrio. Tu stesso parlavi di possibilità illimitate, dov'è questo aspetto se neghi la possibilità che un nuovo giocatore veda opzioni prima invisibili ma comunque reali? In un gioco di ruolo ha senso che la macchina cambi."
"Ma le possibilità hanno un solo grado di libertà per essere infinite in modo coerente: essere infinite all'interno di un campo finito. Wallace aveva detto qualcosa di simile riguardo ad un campo da tennis."

Le parole ora sono come strascicate, distanti tra loro con intervalli sempre diversi. "Recitazione ed immaginazione sono cose molto simili. Noi non avevamo abbastanza immaginazione o modestia da pensare di poter essere un'altra persona o di farla agire senza vedere le nostre mani all'interno delle sue."

Si solleva a sedere anche lui, per rispondere.
"Capisco quello che vuoi dire, anche se ho giocato troppo poco e quelle poche volte non ho mai visto il problema. Forse perchè l'ho intravisto nel cinema. Credo sia il motivo per cui molto dello spettacolo ha bisogno di avere gli attori truccati per poter credere a quello che stanno recitando. Comunque è una cosa che riguarda più lo spettatore che gli attori, un problema di percezione piuttosto che di recitazione.

Truffaut lo aveva capito, ma non era l'unico. La nostra immaginazione è vittima di un mondo pittorico, fossilizzato, attaccato alle radici che la ragione, mentendo, ci chiede di non recidere per mantenere un contatto con la realtà. Un contatto forse non necessario. Non credi sia così?"
Ma l'altro già dorme.

domenica, febbraio 05, 2012

Alteri, VII parte

Ha perso il numero dei cambi di stanza. La miniera non è tanto grande quanto intricata. Nei trasferimenti si finisce sempre per passare per tre ambienti principali: l'ingresso, la sala con la macchina del caffè ed una grande stanza con una parete murata di fresco e due porte. Su una delle porte c'è una targa con scritto SALA PESI.

Il suo compagno di fossa parla infaticabilmente per ore.
"Sai perché non dobbiamo preoccuparci? Io sono già stato in un'associazione, proprio come questa. Siamo come membri di un club."

Cerca di concentrarsi sul pensiero di quella donna e della pietra che estrae dalla bocca per non ascoltare quello che dice anche se è costretto a sentirlo. Il suo compagno gli ricorda dell'esistenza della miniera, la miniera gli ricorda l'esistenza della tortura.
Si illumina al pensiero che concentrarsi sul suo ricordo non sia che un'alternativa a scavare. Una forma di occupazione suggerita, inutile ma attiva. Passeggiate per l'animo.

"Io sono stato in un club, in numerosi club. Di sicuro le associazioni non uccidono i propri membri. Sono proprio come gli uomini che la compongono, queste organizzazioni: vogliono solo sopravvivere. Per sopravvivere hanno bisogno di noi. Come farebbe un ospedale senza malati?"
Lo sguardo dell'uomo che riceve la pietra si fa più contrito e doloroso man mano che si immerge nel pensiero.
"...le associazioni intendono spesso la filantropia in modo distorto e preferenziale cosicché la struttura che permette il raggiungimento delle virtù finisce per superare per importanza la virtù stessa."

Più ci pensa, più riesce a vedere la pietra. E' lontanamente di forma ovale, grigio scuro, con striature ramate sul lato che striscia contro il labbro superiore nell'uscita. Magari si tratta di rossetto, pensa.

"Non correremo alcun rischio, perché non ci faranno portare personalmente quello che è successo qui dentro nel resto del mondo. Faranno entrare il mondo nella miniera, piuttosto. Le associazioni in genere non vogliono che il mondo sia cambiato in generale. Vogliono che sia cambiato attraverso di esse. Di qui, il proselitismo.

Questa miniera, vista con un certo fatalismo, non è niente di cui preoccuparsi. Ti spiego meglio: se resistiamo abbastanza, potremo assistere ad una delle due cose che sto per dirti.
In un caso la miniera ha successo e si propaga. Con l'arrivo di nuovi ospiti chi più adatto di noi per fare da inservienti? Saremmo eletti come migliori per prassi: per il semplice fatto di essere arrivati qui per primi. Nell'altro caso la miniera fallisce: smettono prima di darci da mangiare, poi gli inservienti cominciano a non farsi più vedere. Un bel giorno prendiamo il coraggio a due mani e usciamo. Qualunque fosse il processo di trasformazione che subiamo qui dentro, si interrompe e torniamo a vivere nel mondo esterno. In un certo senso l'opzione due è una desolante, gigantesca perdita di tempo.

Ma entrambe le opzioni ci vedono vivi. Fidati: qualsiasi sia il pensiero che vogliono farci arrivare a pensare, l'unico modo in cui vogliono che tu arrivi a formularlo è attraverso la miniera. Questo significa che quello che ci succede ora, di per se, è innocuo.
Visto che non intervieni, continuerò ancora per un pò.
Te lo dico sinceramente, se non mi fermi posso andare avanti ancora e ancora.

Tutto qui, tutto quello che ci circonda, non è tautologico per caso. - fa una pausa come rispettando, nonostante il riferimento che intuiamo essere quasi esplicito, la legge non scritta che impedisce di parlare in qualsiasi modo della tortura. Ma l'accenno all'idea di tautologia è abbastanza a far scattare qualche molla nella sua attenzione deviata. Con questo ha finalmente la certezza che la tortura sia la stessa per tutti. Quale sia la logica del ragionamento che lo porta a dire tutto questo ci sfugge, essendo appunto collegato ad una tortura di cui non sappiamo niente. - Una volta che c'è il libro o che è stata scritta la canzone, il contenuto stesso di quel libro o di quella canzone non è più importante, purché sia presente. Allora ecco lo scrivere sulla scrittura, il cantare dell'ascolto della canzone che si sta cantando."

Fa una pausa, finalmente, ma è solo per farsi più vicino.

"Lo sapevi che l'universo di Tolkien nasce da una canzone? Un universo in cui le creature stesse che lo vivono cantano. Ti dice niente? Un mondo in cui la magia spesso si esprime come canzone. Nei suoi libri compaiono tantissime canzoni e i personaggi cantando creano una strana risonanza che coinvolge anche il lettore: un'eco frattale di creazione."

Prova una strana empatia superficiale per quest'uomo, nonostante il ribollire profondo di sentimenti contrastanti. Tanto da potersi immedesimare in lui e non sapere più quale dei due abbia cominciato ad immaginare di essere l'altro.
"E va bene, cambiamo discorso Signor Silenzioso. Cambiamo ma non troppo: ti ho mai detto che ho un blog con due amici? Si chiama I tre caballeros."

giovedì, febbraio 02, 2012

Alteri, VI parte

Quando si rannicchia sul fondo della nuova buca cerca di non pensare più alla tortura. L'altro occupante trema in un angolo del ciclo di luce con le mani nere di terra. Fissa la parete con le mani dietro la schiena e non si volta mai per guardarlo.
Sta cercando di immaginarsi come potrà raccontarla una cosa così. Una cosa chiara come quella che gli è successa.

Gli riappaiono come più veri del vero ricordi ormai non più suoi, diapositive mentali evocate da libri di fantascienza, paesaggi alieni fisicamente impossibili, le tavole di Lopez dell'Eternauta, una sorta di cartolina animata di una piovosa mattina al chiuso passata a spiegare perché mai Manzoni millantasse di non aver scritto lui il suo romanzo.
Con uno spasmo si contrae per poi sdraiarsi.

Quello che ha vissuto gli dà le vertigini solo a ripensare che sia successo. Come fa uno a spiegare qualcosa di impossibile che gli è accaduto veramente, senza avvalersi di un contatto verbale o scritto per cui, quando uno sostiene di essere sincero, ha comunque la possibilità di non essere creduto?

A cosa servono parole come verità se uno in cuor suo sa che l'altro, per scelta o per errore, potrà non intendere lo stesso significato con cui le dice? Non poter essere sicuro che gli altri abbiano la certezza che hai tu delle cose che hai vissuto o ti è sembrato di vivere.

Ha sempre reputato difficile giudicare la veridicità o l'irrealtà di un'evento, ma ora l'esistenza stessa di un fatto personale gli sembra qualcosa di indimostrabile ed incondivisibile. Si sente come richiamato da un elastico lontano da qualunque orecchio diverso dal suo.

Immagina di raccontare la tortura ad un ascoltatore impersonale, ideale e sconosciuto. Mentre riepiloga la vicenda gli sembra di essere lui, quell'ascoltatore. Qualcuno che non ha assistito ad un evento così radicale da appartenere ad una realtà non tanto diversa quanto precedente a quella in cui ora sa di trovarsi, ma in cui ancora non si sente. Come uno che, distratto, si fosse perso un passaggio.

Gli tornano in mente i due gemelli usati da Einstein per spiegare la relatività: non sa quale sentirsi dei due. Il silenzio tombale della miniera è rotto soltanto dai singhiozzi del suo compagno di voragine. Che cosa sia successo nella sala delle torture, per ora, non ci è dato nemmeno immaginare.

giovedì, gennaio 26, 2012

Alteri, V parte

Il tempo passa in un modo tutto suo nella miniera. Luce artificiale e buio si susseguono secondo parti del tempo canonico che oscillano tra le tre e le otto ore. La durata di questi cicli varia a seconda dell'opinione della persona con cui si trova a dividere la buca, che cambia dopo un numero di cicli puntualmente imprevedibile.

Ad ogni ciclo di luce ne segue sempre uno di buio ed è opinione poco diffusa, ma molto radicata tra coloro che la condividono, che i cicli siano sempre uguali a coppie. Cioè che ad ogni ciclo di luce ne segua uno di buio della stessa durata, indipendentemente dalla durata del ciclo di luce che seguirà.

Non gli è mai successo di tornare in una stanza in cui fosse già stato o di rincontrare qualcuno. Gli uomini che incontra hanno sempre delle idee, delle teorie sul perché della miniera e sui suoi abitanti. La tortura è uno di quegli argomenti di cui si parla solo per esprimerne la paura ed il mistero e nessuno fa mai riferimento a cosa gli sia successo personalmente. Il tabù stesso sembra essere una parte della tortura o un ingrediente del rituale scaramantico ad essa legato.

Di solito nei cicli di luce si scava, con le mani e senza troppa passione, benché non sia chiaro se scavare sia obbligatorio o meno, così che ognuno calcola secondo coscienza se ci sia o meno relazione tra la propria disposizione verso la miniera e la frequenza con cui si viene torturati.

Nei cicli di buio si dorme e ci si riposa. Il cibo viene sempre portato sul finire di un ciclo di luce dentro vassoi coperti in tutto per tutto simili a quelli di una mensa, anche per contenuto: primo secondo e dolce, e si può scegliere tra una bottiglia da mezzo litro d'acqua naturale o un cartoncino di latte intero da 33cl. Il tutto viene lanciato o calato nelle buche da inservienti silenziosi e col volto coperto.

"Il motivo per cui ci torturano, quello almeno lo so." dice il suo sedicesimo ed attualmente ultimo compagno di stanza, o cella o buca, accoccolato in una rientranza scavata ad un mezzo metro di distanza dal fondo di una voragine profonda almeno tre.
"In tutte le culture che sono state visitate dagli alieni c'era la violenza. Ma soprattutto la tortura. E' un dato di fatto. I Maya, gli Aztechi, i Nazisti, le famiglie incestuose e perverse dei grandi campi di grano nordamericani."

Deglutisce sonoramente una sorsata di latte, chiedendosi se questo della teoria degli alieni saprà dargli qualche indizio circa il suo ricordo.

"Gli alieni, che sia per proteggerci da noi stessi o per guardare uno spettacolo semplicemente interessante, si fanno vivi dove qualcuno fa male a qualcun'altro, intenzionalmente e per un tempo sufficiente a che le grida raggiungano le loro antenne aliene."

Non ha ancora assimilato completamente la logica dietro al ragionamento che un inserviente con una maschera da saldatore sbuca dal telaio della porta per indicarlo, intimandogli di seguirlo.
Dopo essere faticosamente uscito dalla buca, viene bendato.

"Pensala come parte di un meccanismo di aggiornamento accelerato. Vogliamo che arrivino a salvarci, questi benedetti alieni. Stiamo piangendo il più forte possibile attaccati alle sbarre del nostro lettino spaziale."

Non gli è mai successo ma sa cosa significhi: ora, per la prima volta, verrà torturato.

domenica, gennaio 22, 2012

L'autoradio stasera non funziona

Il vento dell'autostrada sembra volermi spazzare via, poderoso.
Sbatto la portiera più forte che posso, e faccio due passi fino al confine della linea gialla tratteggiata : io non ho paura.
Però l'odore di asfalto bagnato mi manda in confusione.

Quando viaggio, rischio sempre di causare incidenti in modo stupido. Per questo motivo, ogni tanto accosto e mi fermo. Al volante, noto particolari intorno a me a cui sicuramente non farei mai caso, se fossi seduto al posto del passeggero.
Del resto, ho intuito che la vita funzioni più o meno così : una condanna a chi ha i denti non ha il pane-chi ha il pane non ha i denti all'ennesima potenza; stai studiando qualcosa che non ti piace, e hai voglia di disegnare, buttarti da una collina con il deltaplano, imparare a suonare la chitarra elettrica. Hai una giornata libera da spendere come meglio credi, e la butti via.
Poi la sera scrivi un post per annegare le reminescenze della coscienza.

Il mio must alla guida è senza dubbio guardare dentro le finestre delle case altrui.
Mi piace vedere le persone minuscole che ci abitano, così lontane da me; scorgere in una stanza illuminata una signora preparare il minestrone per la cena. Sorrido quando immagino i capricci che faranno i figli più piccoli per scamparsela.
Ad ogni modo, mi piacciono di più le persone che, anche ad una prima occhiata fugace, sembrano infelici. E non solo quando faccio lo spione in autostrada.
Tolstoj, in Anna Karenina, dice che "tutte le famiglie felici si assomigliano, ma ogni famiglia infelice è infelice a modo suo".

Per le persone al di là dei pilastri di cemento dell'autostrada, dall'altra parte di quelle finestre, io sono solo uno dei puntini colorati che sfuggono imprendibili nel buio della notte; ed eppure mi piace credere che, in quegli attimi, la mia vita in qualche modo si sfiori con le loro.

sabato, gennaio 21, 2012

Alteri, IV parte

Si dividono prima che l'edificio diventi visibile. Indicandolo con la mano libera, la donna armata dice: "La miniera".
Non si chiede nemmeno per un istante che cosa ne sia stato della mummia e dell'altra donna, ma non è più la memoria a tradirlo. La sua attenzione ora è interamente concentrata su quel gesto di togliersi qualcosa dalla bocca, qualcosa forse di disgustoso o di velenoso, per darlo ad un uomo sempre più solo e sempre più disperato.

Cerca indizi per ricostruire il senso della visione lungo il resto del tragitto: guarda le vetrate impolverate e censurate dalle assi e sperando di trovarvi, aldilà, un indizio. Cammina, sempre scortato, attraverso lunghi corridoi, lamentandosi con se stesso per la mancanza di appigli su cui costruire un ragionamento.

Sembra quasi, alle facce stanche e senza speranza che lo vedono passare, non il solito nuovo arrivato, ma una sorta di sovrintendente o ispettore, che anticipi camminando sempre più svelto e febbrile la pistola che lo tiene sotto tiro. Pare che lei più che condurlo sotto una posteriore minaccia lo pedini, come un cattivo dei cartoni animati in agguato.

Quando finalmente si accorge dei volti che lo guardano ritrova in essi, con un sussulto, la stessa disperazione debole e muta dell'uomo del suo ricordo. Finalmente viene fatto entrare a spintoni, recalcitrante perché desideroso tornare a rivedere quegli occhi per capire se fossero gli stessi, in una delle poche stanze ancora con la porta. Il pavimento, a parte le prime quattro piastrelle oltre la soglia, manca completamente e lampade a risparmio energetico rivelano una voragine di quattro o cinque metri scavata nelle fondamenta dell'edificio e nella terra.

Sul fondo della buca, cui arriva grazie ad una scala di corda come insanguinata, un vecchio pallido e segnato gratta la terra a mani nude. Quando, dietro minacce, anche il precedentemente smemorato si mette a scavare con le unghie e con le mani e la porta si richiude sopra di loro, il vecchio si gira per dire in un sussurro: "Almeno oggi non ci torturano".

mercoledì, gennaio 11, 2012

Alteri, III parte

La strada è deserta, per non dire desolata, ma due donne scavalcano il guardrail.
Una ha una pistola nella mano, che tiene bassa e vicino al corpo; l'altra ha uno sguardo nervoso che non ammette repliche.

Nessuno parla, mentre la disarmata prende sottobraccio i due, trascinandoli al cospetto dell'altra. Con uno scatto della pistola, indica loro di avanzare verso il sentiero da cui sono venute, oltre il guardrail. Cominciano a camminare, silenziosi e in fila come quattro ladri, attraverso un campo di granoturco.

Ciò che trattiene lo smemorato nella fila è il senso di appartenenza. Per quanto ne può sapere, la vita è sempre stata una camminata scalzo nell'infangato sentiero tra due mura di granoturco.
Però, per la prima volta, si annoia. Qualcosa non funziona. Forse è lo spostarsi senza i discorsi del compagno. Quei discorsi oziosi e involuti, che tuttavia non ricorda, gli mancano. Comincia a pensare qualcosa di diverso dalle sue percezioni. Inventa storie insensate che durano il tempo di dimenticarsi come fossero iniziate.

Il sole è ancora alto nel cielo, ma passa il tempo e i racconti si fanno più lunghi e sempre più complessi. I personaggi cominciano a rimanere.

La storia che riesce a tenere più a lungo sospesa nel suo flebile pensiero è per immagini. Uno spettacolo muto di idee che interagiscono tra loro. Una donna si prende qualcosa dalla bocca e lo porge ad un uomo. Lui se ne va disperato e raggiunge altri che sono come lui.

E' una vicenda che lo interessa. Che cosa si sono dati? Perché? In fondo non c'è nulla di male a voler sapere una cosa che non esiste, dice a se stesso.Conoscere una ragione. Ma subito si corregge: sapere quella vera. Già che questa cosa non esiste, almeno che sia vera. Cosa gli avrà dato? Riguarda la storia e la riguarda, perdendosi e tornando ad essere lo smemorato che era. Ma rivede ancora la vicenda, negli occhi della mente.

Non può che essere qualcosa che è già successo. Questo significa che c'è un prima a tutto questo? Un prima a questa schiena davanti a me che brancola nel fango? Cerca di guardare meglio l'idea di quello che i due si scambiano. Sembra essere una pietra. Una pietra che esce dalla bocca di una donna. Sembra non essere mai successo.

sabato, gennaio 07, 2012

Alteri, II parte

La macchina scivola sull'asfalto, dopo uno spuntino di pane e acciughe sotto sale ad una piazzola del soccorso stradale.

Lo smemorato è sui sedili posteriori, rannicchiato in una scomoda parodia di posizione fetale, scalzo. Davanti, continuano gli strani discorsi di viaggio dell'altro. Parla dell'ultimo movimento del concerto per pianoforte e orchestra n.3 di Beethoven, della catena di errori voluti e non che convergono alla proiezione scritta della realtà interpretativa di un ipotetico autore.

Potrebbe non essere l'impressione che lo scrittore ha avuto di un avvenimento reale, oppure l'impressione sincera che ha avuto di un avvenimento non reale. Ogni tanto si gira verso lo smemorato per ripetere ciò che reputa più incisivo: "la differenza tra simulazione e dissimulazione", "il mercato del giorno dopo dell'interpretazione", "contessa paralizzata", "discretizzazione".

Lo smemorato sogna o forse crede di sognare. Immagina un evento, che subito dimentica, tramandato poi da tutti quelli che vi hanno assistito. Ma allora, pensa, l'evento si ripete. Errato, diverso dalla prima di tutte le sue copie, mutato, interpretato, si ripete all'infinito e nessuno è in grado di distinguere la copia dall'originale, il giusto dallo sbagliato.

Il bendato si gira mentre sorpassano un grosso camion rosso, dice: "sesso".
E' una bellissima giornata e nella scomodità della sua posizione lo smemorato si accorge di non ricordare quel primo evento che aveva immaginato.

Quando apre gli occhi la macchina è ferma. Un lontano senso di appartenenza gli suggerisce di non essersi mai spostato dalla piazzola in cui hanno mangiato il pane con le acciughe. In effetti è la stessa.

L'altro guarda accucciato la ruota anteriore sinistra. Impossibile capire cosa stia pensando; ma la gomma è certamente bucata. Quello che vede è solo una mummia in abiti civili.

giovedì, dicembre 29, 2011

Alteri, I parte

L'uomo avvolto nelle bende e lo smemorato sono in viaggio da quattro giorni. Viaggio non è una proprio la parola adatta, in quanto più che andare da qualche parte i due gironzolano. La loro è un'attesa attiva, simile a quella della pesca. L'orbita confusa di un asteroide senziente.

Attraversano il territorio in lungo e in largo, sempre in auto, su ogni tipo di strada. Il bendato paga educatamente e silenziosamente ogni spesa e nessuno fa domande. In appena quattro giorni sono passati per certi posti più e più volte ma per lo smemorato è sempre come fosse la prima.

Quando sono in macchina il bendato non fa che parlare: i suoi sono spesso lunghi e complicati discorsi sulla fiducia di cui può godere un narratore e sul tempo atmosferico che finiscono comunque per contraddirsi tra loro e terminare in una serie infinita di punti di sospensione.

Fuori dalla macchina non scambiano nemmeno una parola e l'uomo smemorato, già alla seconda notte, comincia a soffrire fisicamente il modo in cui l'altro entra puntualmente per primo nella camera del motel e accende la televisione. Complessivamente, il continuo spostarsi non lo angoscia e non lo infastidisce.

Ripete senza saperlo le stesse domande sin dal giorno in cui si sono incontrati, perplessi, nella tromba delle scale di un palazzo a Xxxx, senza ricevere mai una risposta che, comunque, non ricorderebbe. Ogni tanto guarda il paesaggio, senza trovarlo più interessante del vetro attraverso cui lo osserva. Mangia tutti i giorni lo stesso panino della stazione di servizio, senza saperlo.

La testa bendata si gira verso di lui all'altezza di Xxxxx Xxxxxx, specchiandolo in grandi occhiali da sole:
"D'altronde, non hai tutti i torti: non è mai lo stesso panino"

martedì, dicembre 20, 2011

Alibi, X parte

Eduardo se ne andò, da solo, senza aver finito di mangiare la sua focaccia.
Quando ebbi finito, misi in ordine e cominciai a lavare le tazze usate per la colazione.
Sentii un enorme senso di scoraggiamento. Di qualunque cosa si trattasse eravamo solo all'inizio, il mio vero ingresso doveva ancora avvenire.

Pensai di aver avuto e sprecato il tempo a mia disposizione prima di entrare in scena e percepii che da quel momento in poi avrei dovuto improvvisare. Ma improvvisare che cosa, in effetti? Una decisione? Una ricerca? Una scissione? Un ritrovamento?

Il mio timore più grande era quello di essere la pedina di un gioco non solo già giocato, ma a cui avevo addirittura già assistito. Mi sentivo sul ciglio di una di quelle storie circolari o spiroidali, che avevo letto nei libri di Murakami ed Auster e che mi avevano al tempo molto affascinato. Sembravo, a volermi guardare con un minimo di obiettività, una sorta di comparsa della mia stessa storia personale. Un personaggio che disperandosi alla ricerca del proprio ruolo finisce per impersonarne un altro ed essere qualcosa che non è oppure, impigliandosi in avvenimenti sempre più distanti dall'ordinario ma che sono tali in un modo sempre più sottile, finisce per mischiare realtà e irrealtà in modo irrecuperabile.

Decisi che ad ogni costo non mi sarei perso, che avrei prestato attenzione, che avrei sempre tenuto d'occhio il punto da cui ero partito: una persona normale di un mondo normale. Mi ripromisi di fare attenzione non soltanto agli avvenimenti che erano fuori dal comune, come quelli che mi erano già accaduti, ma anche a quelli che lo erano troppo poco.

Indossai la giacca ed uscii, chiudendomi la porta alle spalle, dopo aver guardato ancora una volta la mia famiglia, addormentata al completo.

Continuando a riflettere, pensai che il mondo non poteva spaventarmi più del dovuto, anche se non conoscevo nessuno in quella città di cui non sapevo neanche il nome.
Feci un paio di passi in avanti, cercando di fare mente locale su come fossi arrivato in quel pianerottolo sconosciuto. Girai su me stesso e vidi una porta, chiusa, che evidentemente non avevo notato salendo le scale.

Mi rallegrai: pur non sapendo nemmeno il mio nome, una porta chiusa era un'ottimo punto da cui cominciare.

Fine di Alibi, continua in Alteri

venerdì, dicembre 16, 2011

Alibi, IX parte

Bene - pensai - ci siamo. Nel bene o nel male ora saprò. Questa persona, che mi si presenta così distaccata, così calcolatrice così onniscente così conscia del proprio potere in un modo che indossa perfettamente la mia idea di malvagio è perlomeno una persona capace, una persona informata dei fatti. Vorrà trarne un vantaggio, vorrà magari quello che potrebbe anche, per me, essere il male, ma sapendo mi dirà tutto ciò che serve per capire.

La mia presunzione e la mia speranza cominciavano subdolamente a farmi credere di avere, fino a quel momento, pensato per  presunzioni e agito secondo pregiudizio.

Continuai a pensare, tra me e me, mentre Eduardo si concentrava sul caffellatte dopo avermi parlato: sì questa persona è sgradevole, è manipolatrice, ha abbandonato una parte di se stesso senza rimorso e senza dolore ma sarebbe sbagliato, sarei sbagliato, a pensare che non possa conoscere ciò che io voglio sapere e che non possa per questo rendermene partecipe.

Perchè credere che un artista sarebbe una persona gradevole da frequentare solo perchè amiamo quello che ha composto o detestare per parentela le cose fatte da un malvagio? Ora lo capisco, e ne avrò conferma quando mi rivelerà quello che sto per chiedergli: c'è un momento in cui le cose dette e pensate e fatte si staccano da noi, e a parte l'effetto deperibile con cui le abbiamo lanciate e volute far intendere esse vivono di vita propria, perdendo ogni dipendenza.

Allo stesso modo la conoscenza: se spoglierò ciò che mi dirà dalle tracce di influenza che vi avrà inseminato  ciò che mi resterà da gustare sarà la verità. Perchè quest'uomo, che è il meglio di ciò che di quest'uomo conoscevo a quanto dice e a quanto sento, conosce la verità e nient'altro che la verità. E pur deformandola dovrà per forza usarla per esprimersi. Allora io carpirò i suoi segreti.

Posò la tazza, squadrandomi con gli occhi socchiusi, e prima che potessi formulare il primo di tutti i miei perchè, parlò per primo:

"No. Non sono il tuo deus ex machina. Da me non avrai di più di quello che ti ho detto, che è già molto. La realtà e la verità dei fatti le troverai da solo, se le cercherai dove sono veramente. Resta da vedere se una volta che le avrai trovate saranno ancora interessanti per te. Io sono solo venuto a mostrarti che esiste una decisione da prendere, perchè alla mia prima visita non ero stato abbastanza chiaro, lo ammetto.
Ma ora per sapere soffrirai; e capendo o no quale sia, farai la tua scelta."

lunedì, dicembre 12, 2011

giovedì, dicembre 08, 2011

Alibi, VIII parte

"Sì, sono sveglio." Scorsi la sua figura seduta dai piedi fino alla testa. Non si era tolto il cappotto.
"Togliti il cappotto Edu dai; hai già fatto colazione?"
Il miei genitori dormivano tranquillamente in camera loro, con la culla di mio fratello accanto. Anche Francesco dormiva. Eduardo mi seguì silenziosamente in cucina, sorridendo.

Chiusi la porta dietro le sue spalle e accesi la radio con il volume al minimo. Senza fare caso alla musica che ne usciva, mi preoccupai di caricare la caffettiera.
"Resta qui un minuto, spegni il caffè quando serve. Torno subito."
Mi infilai la giacca e scesi le scale per andare a comprare la focaccia. La pasticceria era appena aperta e la commessa mi accolse perfettamente sveglia, senza la più piccola parte di sonno negli occhi.

Fu lui a rompere il silenzio che si era creato. Aveva qualcosa di ammorbidito nella voce, mentre sceglieva il pezzo di focaccia che avrebbe intinto nel caffellatte. Nel frattempo, alla radio e a Londra nel 1971, Frank Sinatra intonava Pennies from Heaven.

"Le persone, a questo dovrai credermi sulla fiducia, non sono per niente semplici. Ad una prima occhiata ci si accorge che non sono, solitamente, composte di doppi, cose dualmente divise. Bianco nero, ying e yang e quella roba lì. Anche quando composte di due soli elementi, le persone sono spesso in uno stato di confusione così totale da rendere difficile ricondursi a quei due, singolarmente semplici, elementi. Per non parlare dell'inflazionato buono cattivo. Quello che è vero, storicamente vero, è che il dualismo è un ottimo criterio con cui interpretare la realtà e progredire all'interno di essa.

Quando si mette a posto una libreria, ad esempio, si scelgono i libri che vanno tenuti e quelli che non vanno tenuti, in modo da liberare spazio per libri che abbiano, a loro volta, l'occasione di essere letti e quindi giudicati.Questo esempio era solo per introdurre il concetto e ti dico sin d'ora che non è perfetto per il nostro caso, in quanto un libro può non essere adatto al momento e che qualunque libro può essere riabilitato o scacciato dalla libreria per vie che sono arbitrarie e variano nel tempo.

L'ambito di cui parlo non contempla una simile ambiguità. Esistono le cose che valgono qualcosa e quelle che non valgono niente, come esistono i cibi edibili e quelli che non lo sono. Immagina un setaccio in un fiume del Klondike. Affascinante. Certo, anche le pietre comuni hanno la loro importanza ed il loro utilizzo, ma cosa sono in confronto all'oro, se è l'oro che stai cercando?

Torniamo alle persone. Le persone non sono semplici. Le cose preziose nelle persone sono emulsionate in tutto il resto: distinguibili e separabili ma in un modo che è tutto fuorché comodo, o pratico. Solo il tempo può raccogliere l'olio sopra l'acqua, raggruppare e distinguere. Il tempo ed, in verità, alcuni eccezionali eventi.

Te lo dico, qui ed ora, inequivocabilmente: io sono il chicco che si è liberato della pula."

sabato, dicembre 03, 2011

Alibi, VII parte

Mi svegliai prono, proprio come mi ero addormentato. Non mi alzai, non mi mossi nemmeno. Cercai immediatamente, con tutto me stesso, di concentrarmi sulla voce che sentivo provenire alla mia destra.
Impossibile non riconoscere Eduardo o stimare da quanto tempo stesse parlando.

"...questo certo spiega il motivo per cui ho voluto che ci incontrassimo qui, ora e non altrove. Ricordi di quella volta in cui ti dissi che nella vita piove una volta sola ma dopo si deve indossare sempre vestiti bagnati?

Ma forse ti sarà più facile capire che cosa mi sia successo se ti mostro degli esempi famosi. Ti ricordi del film Highlander? E' buffo, perché adesso ricordo tutto quello che voglio e non riesco quasi ad immaginare come si faccia a non ricordare qualcosa. Davvero, com'è possibile? Ad ogni modo, Highlander: sin dalla notte dei tempi spadaccini immortali si cercano per tagliarsi la testa l'un l'altro e rimanere l'ultimo esemplare di questo strano gruppo.

Anche se la storia può in qualche modo essere collegata a quello che ci è successo, voglio parlarti dell'attore protagonista, Christopher Lambert. Il primo film è un successo, i seguiti un fiasco dopo l'altro. Che sia così difficile vedere la vera ragione, mi chiedo? Il punto è che a Chris successe ciò che è successo anche a me. Un bel giorno si sveglia due volte e non è più lo stesso. I film, lasciati in mano al debole tra i due, non poterono che peggiorare.

Un altro esempio celebre è quello di Philip Dick, che misconobbe addirittura i suoi primi  scritti. Altro che droghe. Ma anche l'evoluzione di Céline, se ripensi alla parte finale di Viaggio al termine della notte è lampante. Poeti, scrittori, lo so che sei sveglio,  pittori ad esempio Gauguin, ma anche persone per così dire comuni...ricordi il nostro professore del liceo: Xxxxxxx?"

Lo so che sei sveglio?
Mi sollevai sulle mani e stropicciai gli occhi mettendomi seduto. Era ancora notte, la luce veniva infatti dal lampadario. Davanti a me, seduto su una sedia, riconobbi l'Eduardo della mattina prima, questa volta a grandezza naturale.
Non senza presunzione, fu in quel momento che cominciai a sospettare che tutto fosse vero ed avesse un senso.

martedì, novembre 29, 2011

Ora e allora

Questo post è la storia di un pensiero.
E' la storia di un pensiero che racconta di un pensiero, e che, se non ricordo male, fa più o meno così...

In un giorno uguale a tanti altri, ormai passato come tanti altri, mi trovavo in casa; era sera, e io dovevo ancora cucinare la cena, e fare i compiti, e lavare i piatti che avevo fatto finta di non vedere per un'intera settimana, e fare l'albero di Natale - perchè , era Natale - e diciamo che non avevo molto tempo a disposizione per fermarmi a pensare; eppure l'avevo fatto.

Ho pensato a quella sera d'estate; quella sera d'estate in cui mi ero fermato sull'uscio di casa a guardare un cielo desolantemente senza stelle; non che per me rappresentasse un problema, un cielo senza stelle; perchè, come diceva qualcuno, un conto è volere, vedere le stelle e farsi guidare; un conto è saperle là in alto e lasciarle un po' fare.
Q
uella sera d'estate senza luna e dal cielo invernale, in cui avevo pensato per la prima volta a come sarebbe stato tornare trent'anni dopo nei luoghi dove ero cresciuto.
Di passaggio nel posto dove ero stato tutto tranne che di passaggio.

Se ci sarebbe stata ancora quella palma, proprio lì, afflosciata e stanca; se avrei sentito ancora nelle narici l'odore umido del portone quando è estate e tu stai uscendo con il pallone sotto braccio; se sarei stato capace di ricordare quanto era bello guardare dal terrazzo il sole che lentamente si addormentava dietro la collina.
Avrei avuto un sussulto leggendo un nome diverso sulla cassetta delle lettere?

Era Natale, nevicava, e io all'improvviso spostai una lampada da un angolo all'altro della stanza.
O meglio, spostai La lampada : l'unico oggetto che avevo trovato ad aspettarmi quando avevo comprato quella casa. Era lì da sempre; avevo confermato la sua posizione originaria in occasione della prima storica notte, e non l'avevo mai cambiata, non facendovi più caso, come del resto ci si deve comportare con un elettrodomestico, seppur fedele.
E invece, ora che l'avevo spostata, beh non era più lei : era diversa.

Così, ho pensato che forse potrebbe funzionare in questo modo anche con i pensieri, con i ricordi, con le emozioni, con i giudizi; con tutto. Niente è eterno, neanche le cose più elevate; non la tua scala di valori, non la convinzione più ferrea. Qualcuno diceva che una decisione che reputiamo definitiva è sempre presa in preda ad uno stato d'animo destinato a mutare.
L'anima muta, le decisioni restano.

Forse il trucco è non fare mai pulizia : nascondere la polvere sotto il tappeto e non spostare mai niente.

domenica, novembre 27, 2011

Alibi, VI parte

Quando entrai, andai per prima cosa al computer, per leggere il post di Matteo. Si trattava dell'ennesima parte del suo racconto a puntate, che ricordavo vagamente nella sua interezza. Mi colpì in particolare la parte in cui parlava dell'improvvisa scomparsa di un personaggio accattivante dalla storia.

Di come ci si senta traditi nelle proprie aspettative, dell'amarezza di dover abbandonare prematuramente qualcosa. Della decisione forse folle di un autore di tirarsi la zappa sui piedi, lasciandoti in compagnia di personaggi noiosi. Un retaggio del consumismo - pensai - la smania di provare, di assaggiare, sia dello scrittore che del lettore.

Mi recai a letto, avvolto in torbidi pensieri. Come collegare al post gli avvenimenti del mattino e le mie supposizioni al post stesso. In ogni caso, i dubbi se considerare o meno reali e soprattutto realmente avvenuti i fatti della prima metà della giornata restavano. Prima che potessi scendere ulteriormente nelle mie elucubrazioni arrivai in camera mia. Là, sul buio del copriletto, mi aspettava una lettera. La lettera di cui parlava mio padre, pensai.

La aprii. Dentro, un foglio A4 ripiegato in tre scritto al computer su una sola facciata. In fondo, un nome: Caterina. Senza firma. Lessi con mani tremanti d'interesse.

" Il dramma Le tre sorelle di Cechov è diviso in quattro atti. Gli atti separano episodi rappresentativi distanti tra loro nella vita delle tre, del fratello maschio e della loro cerchia di amici e conoscenti. Il dramma; perché di dramma si tratta, nonostante la manifesta volontà dell'autore di scrivere qualcosa che, invece, dramma non fosse, mi ha fatto pensare al blog I tre caballeros. Il blog che hai con Eduardo e Matteo.

Nella storia, la critica ha soprattutto evidenziato il desiderio manifestato e mai attuato delle tre di ritornare a Mosca, città originaria, visto anche come una sorta di volontà suicida inconcludente, indicando la città come quella risoluzione invocata ma, segretamente, perfino temuta.

Il pensiero che le sorelle siano donne è stato il punto di partenza per riflettere circa il collegamento che mi ispiravano. Evidentemente la somiglianza non era in senso metaforico o allegorico: inutile quindi cercare una sorella per ognuno, cercando di tradurre segni della vita reale nella dimensione dell'opera che giustificassero questo mio sentore. Mosca doveva restare la Mosca delle tre sorelle.

La mia supposizione è quindi che si tratti di una parabola, o meglio di un senso parabolico: non viene richiesta nessuna connessione, quanto una reazione. Vengono sollevate implicitamente delle domande cui si deve rispondere. Il più delle domande sono: "cosa farei se fossi in lui/lei?". La conferma di questa interpretazione sta nel fatto che, essendo personaggi di fantasia, le tre non possono certo essere consigliate e rimediare alla loro condizione disperata, distanti da Mosca e dalle loro aspettative.

La cosa più interessante è che nella mia ottica, la fine della parabola non si posava nè su di me, nè su un altro ipotetico ascoltatore, quanto su voi tre, su I Tre Caballeros. Le domande fatte dal dramma e che sentivo non erano rivolte a me o a qualcun altro, ma a voi. Andrete a Mosca prima o poi? Quando scrivi, o scrivete, ti allontani o ti avvicini a Mosca? E abbandonato dalla guarnigione con la cui compagnia lenivi i tuoi dolori, sarà sempre il desiderio di tornare a Mosca a sorreggerti? "

sabato, novembre 26, 2011

Karma Piatta

Non c'è niente di meglio del lunedì mattina.
La gente torna a lavorare dopo aver trascorso un piacevole fine settimana; al lago con i bambini magari. Tutta la gente, la gente cosiddetta normale; tutti tranne me, insomma.
Persino Fred, il mio collega coi capelli color carota, al sabato sera combina qualcosa. Freme tutta la settimana - lo vedo, lo controllo, dietro a quella scrivania di polistirolo - nell'attesa del Sabato-Al-Cinema-Con-La-Sua-Jenny.
Io li odio i fine settimana. Dovete credermi, non li sopporto.
Il week end è il trionfo dell'emarginazione sociale, rappresenta il fallimento dello Stato.

Lower Manhattan : qui c'è il più grande attraversamento pedonale del mondo.
Se non ci siete mai stati, per rendere l'idea, posso dirvi che è come una battaglia : ogni settimana, alle sette e cinquantacinque del lunedì, due enormi eserciti solcano le strisce pedonali e si fronteggiano qui.
E' come una partita di football con tantissimi giocatori; o una gara di Nascar affollata, e a piedi.
E io, il lunedì mattina - ogni lunedì mattina - io vengo qui a partecipare a questa battaglia.
Anche se partecipare non è proprio il termine adatto; mi definirei più un cronista, un osservatore. Ecco sì, io agli attraversamenti pedonali guardo le persone che mi circondano. E vi assicuro che non ho mai trovato qualcosa di più interessante.

Dovete sapere che io ascolto tanta musica; a volte, nel mio microappartamento al 32esimo piano, addirittura suono la chitarra; però soltanto a orari incivili e improponibili, per disturbare una delle mie vicine di casa, che fa partire lavatrici a tutte le ore.
Fin ora non si è mai lamentata, purtroppo.
Tempo fa, mentre parlavo con Fred - ma in realtà parlavo da solo, usufruendo solamente della persona fisica di Fred, per non sembrare troppo strano agli occhi dei colleghi - avevo sostenuto che mi sarebbe tanto piaciuto sapere cosa frullasse nella testa dei cantanti, nel momento in cui avevano deciso di scrivere una canzone che parlasse di Vita, della Vita; e pensare che c'è chi addirittura ha usato la parola Vita proprio nel titolo della canzone.
Ok, Vita è una parola che si presta abbastanza ad ogni evenienza, lo ammetto; ma non si può usarla a cuor leggero.

Ecco, questo lunedì mattina sono qui nel mio attraversamento pedonale preferito, cuffie color verdeacido nelle orecchie, e ascolto Frank Sinatra, e l'ho capito!
Ho capito perfettamente a cosa pensasse il vecchio Frank mentre scriveva That's Life, e, ragazzi, è stata veramente una goduria indescrivibile.

E' la vita, è quello che dicono le persone.
Vai alla grande in Aprile,
Muori a Maggio.
Ma io so che cambierò questo ritornello,
Quando sarò tornato indietro all'inizio di Giugno.

E' la vita, pazza come sembra.
Certe persone si prendono i loro calci,
Camminando sui sogni;
Ma non lascerò che questo mi butti giù,
Perchè questa vecchia parola continua a raggirare le persone.

Sono stato un burattino, un povero, un pirata,
Un poeta, un pedone e un re.
Sono stato su e giù e al di sopra e al di fuori
E so una cosa:
Ogni volta che ritrovo me stesso spiaccicato contro la mia faccia,
Mi tiro su e torno in gara.

Questa è la vita, non posso negarlo,
Penso di piantarla,
Ma il mio cuore non vuole questo.
Se non pensassi che sia stata come una prova,
Mi arrotolerei su una grossa palla e morirei.

martedì, novembre 22, 2011

Alibi, V parte

A fine serata Eduardo mi accompagnò verso casa.
Dopo tutto quel tempo passato a ridere con gli amici, sembrava tornato serio in un solo momento, istantaneamente. Forse avevamo semplicemente scherzato abbastanza per quel giorno. Fu lui a rompere il silenzio.

"Ho sentito che Matteo ti ha parlato di qualcosa oggi, si trattava del blog?"
"Sì - sospirai - mi ha detto che ha postato. Qualcosa a cui pensava da molto tempo."
Eduardo tirò un calcio a una lattina sdraiata, stancamente, facendola rotolare su se stessa mentre ci precedeva.
"Il blog...il blog...tu ci pensi mai al blog?"
"Se ci penso Edu? Insomma..." Mi ritornò in mente l'Eduardo che avevo visto quella mattina, minuscolo ed aggrappato alla 'a' finale di Salvia. Niente sembrava essere più assurdo di quella visione ripensandoci allora.

"...sì, ci penso ancora al blog. Allo scrivere in generale veramente. Anzi, direi che pensò di più allo scrivere proprio quando non scrivo." Il suo silenzio meditabondo mi invitò a continuare. "Ad esempio, ora ho in mente un paio di cose. Un racconto ambientato in una società in cui non esiste una parola per indicare le donne e a cui quindi ci si riferisce solo come non-uomini. Questo genera una serie di dubbi sull'effettiva esistenza delle donne, che per tutta risposta indicono uno sciopero del sesso...tipo Lisistrata."

Non sembrò molto entusiasta della risposta. La cosa mi ricordò quel personaggio de La ricerca del tempo perduto che prova vari argomenti come altrettante chiavi, per penetrare nell'interesse del suo interlocutore. Leggermente, saggiando appena se la porta è stata aperta di volta in volta, smettendo subito di forzare la mano non appena si accorge che è ancora chiusa.
Provai ancora:

"Avevo anche in mente una storia in un futuro prossimo. Le automobili invece di rotolare strisciano su una specie di gomma vischiosa e la gente smette di avere paura dei serpenti."
Rimase in silenzio, come incredibilmente amareggiato. Arrivai persino a temere di averlo, in qualche modo, offeso. Quando arrivammo sotto casa mia un filo di vento accompagnò la sua ultima frase:

"Leggi il post di Matteo, non leggerlo, fai come vuoi. Non importa ormai, non importa più. Ognuno per sé. Anzi, peggio di ognuno per sé. Se esiste qualcosa di più solitario della solitudine lo scopriremo. Purtroppo, per noi non c'è nessun addio, stasera come per i giorni a venire: ognuno a casa propria."

Lo seguii con lo sguardo fino a che non svoltò l'angolo. Mi sembrò addirittura che ridesse. Una risata che metteva i brividi.

domenica, novembre 20, 2011

Alibi, IV parte

Risposi, era Eduardo:
"Dove sei? Vieni qui, non c'è tempo!"
"Non c'è tempo? Per cosa? Cosa?!"
Avevo urlato e Francesco e mio padre mi guardarono sbigottiti, mentre Eduardo rispondeva alla mia domanda.
Buttai giù.
"Il compleanno di Michele - dissi - non ci sono a cena"

Arrivai al bar di piazza Xxxxxx con dieci minuti di ritardo, c'erano proprio tutti.
Notai subito Matteo ed Eduardo, quelli che sarebbero dovuti essere rispettivamente avvolto nelle bende ed alto pochi centimetri. Erano invece perfettamente normali, o almeno tanto normali quanto gli altri.

Ci conoscevamo, noi tre, ormai da molti anni. Nel lontano 2xxx avevamo anche aperto un blog insieme: "I tre caballeros". Sul blog scrivevamo i nostri scherzi, saggi, racconti, a volte perfino poesie. Vedendoli, più che pensare alle loro misteriose apparizioni, essendomi ormai convinto che l'uomo all'ospedale dovesse essere proprio Matteo, ripensai al blog e al fatto che ormai non scrivevo da mesi.

La serata fu molto divertente: come al solito finimmo per ri-raccontarci le solite cose, che tutti conoscevamo già, eppure la cosa ebbe, almeno per me, una magica proprietà distensiva. C'era qualcosa di atavico nella nostra tradizione orale, nella nostra epica di provincia capace di arricchirsi in modi misteriosi, selezionando con criteri incomprensibili gli eventi e i personaggi degni di essere salvati per poi riproporli a quelle stesse persone che li avevano vissuti direttamente.

Circa a metà serata, Matteo mi prelevò per parlare in disparte. Mi ero talmente astratto dagli avvenimenti della giornata che non pensai nemmeno che potesse parlarmi a riguardo di quella stanza 313 dell'ospedale Xxxx. Infatti non parlammo della stanza e del suo occupante.
"Ho postato, ci ho messo un sacco ma alla fine ho postato."
Annuii, addentando un pezzo di pizza.
"Solo che era una bozza, per cui lo ha pubblicato con la data della bozza. In pratica è venuto fuori prima del tuo ultimo."
"Ho capito, ho capito...- risposi con la bocca piena - lo leggerò, non sarà un gran problema trovarlo!"
Tornammo ai festeggiamenti del nostro amico.


martedì, novembre 15, 2011

Alibi, III parte

Quando me ne andai, finito l'orario delle visite, dovetti concludere di non aver capito niente.
Come mi era successo parlando del tempo con Eduardo, ebbi la chiarissima sensazione di conoscere perfettamente qualcosa. La certezza che sentivo era che le due persone fossero collegate tra loro. Era come, pensandoci bene, avevo sempre saputo: Eduardo e Matteo, non uno dei tanti Matteo ma uno in particolare, si conoscevano in effetti da ben prima del mio arrivo.

Un uomo minuscolo ed uno muto e avvolto dalle bende andavano comunque collegati, per trovare un senso nella faccenda.
Il punto, tuttavia, era proprio questo: ritornando in macchina a casa portai al massimo la traccia estiva suggerita dalla radio e pensai che io di quella storia potevo anche non volerne sapere di più.

In più, il mio timore era quello di poter trovare soluzioni più vicine alla verità che alla realtà. I miei amici sfidavano le leggi della fisica e se avessi seguito queste logiche tanto valeva rifarsi alla fantascienza de L'uomo invisibile e Tre millimetri al giorno. Di questo passo, pensai, presto avrò paura di imbattermi nel mostro della laguna Nera o nell' uomo-mosca.

Fermo ad un semaforo, riuscii finalmente a perdere il filo dei miei pensieri nella musica e a tranquillizzarmi. Rientrai a casa in questo stato d'animo di precaria serenità.
Una voce mi raggiunse appena varcata la soglia: "Filippo? E' arrivata una lettera per te, l'ho messa in camera tua."
Seguii la voce per trovare mio padre in salotto. Stava seduto sul divano e teneva in braccio un bambino piccolo, di un anno al massimo.
Prima di qualunque altra cosa, gli chiesi chi fosse il bambino.

"Ma come," rispose "è tuo fratello Francesco!" E contemporaneamente fece sobbalzare il bambino sulle ginocchia. Francesco rideva.

Mi fratello Francesco, di due anni più grande di me, si presentava ora come un bamino di pochi mesi. E tutto sotto lo sguardo di mio padre, che trovava la cosa come la più naturale del mondo. Fu per me la fatidica ultima goccia: sentii la collera per questi inspiegabili avvenimenti risalire dentro di me come lava in un vulcano.
Stavo per esplodere quando, improvvisamente, il mio cellulare si mise a squillare.

Strano, pensai in un baleno, non era silenzioso?

sabato, novembre 12, 2011

Capitolo 18) Apnea

La scia luminosa di Udine si allontana sempre più.
E' una notte fredda e piena di stelle, il che non suona bene come una notte buia e tempestosa, ma va bene lo stesso.
Mentre sono a penzoloni nel vuoto, nel retro del Pick Up di Merlo, il mio pensiero vaga in ogni direzione, probabilmente per gettarmi alle spalle quanto appena accaduto.

Ammetto che avrei tanto voluto avere un quaderno come quello di mia madre, in cui annotare le frasi dei romanzi che mi colpivano in modo particolare. Certo, piano piano i quaderni diventavano due, tre, trenta : un'impresa per cui era necessaria una certa costanza.
Forse avrei desiderato possedere la costanza di mia madre, e non il quaderno.

Merlo guida silenziosamente, quasi dolcemente; e questo mi stupisce molto, considerando chi ha di fianco sul sedile-passeggeri. O meglio, chi non ha; chi non avrà mai più al suo fianco.
Sento la radio gracchiare un pezzo vagamente country, flebile come se fosse molto lontana da me, e non nell'abitacolo.

Mi lascio andare, in fondo il peggio è passato; sono con mia sorella in un bel campo di fragole, rossissimo; la sto rincorrendo, sembra proprio che lei si diverta, almeno fino a quando non mi perde di vista. Sono già lontano, percorro a piedi nudi un lungo trampolino : quanto sarebbe stato bello tuffarsi in quel mare di tempera e olio.
E improvvisamente mi torna in mente Deb.

"Ehi Signor Merlo, ferma subito quest'auto!" - grido sbattendo i pugni contro la griglia di ferro che ci separa.
Merlo non mi fa attendere, arrestando senza scossoni il furgone nel mezzo della strada deserta; dopodichè si volta a guardarmi, più incuriosito che intimorito.
Merlo ha il volto di chi è al crocevia della vita : un ingombrante passato appena chiuso in valigia, un futuro che non avrà propriamente la forma di una valigia.
"Dobbiamo tornare a prenderla".

Pensate a un Personaggio grandioso, di un film o di un libro; un Personaggio che è stato appena inserito nella Storia, ma che veramente fin dall'entrata in scena, fin dalla sua prima battuta, vi ha fatto esaltare; un Personaggio a cui avreste voluto stringere la mano e dire : "finalmente sei arrivato tu a dare un senso a questa pellicola!" o "piacere di aver letto di te, Personaggio!".
Fatto? Bene. Ora pensate ai rari casi in cui un Autore toglie dalla circolazione anzitempo quel Personaggio; non è rilevante in che modo: soltanto lo porta via da voi. Pensate alle sue potenzialità inespresse, alle speranze brutalmente disattese, al senso di frustazione, all'amarezza, alla rabbia animalesca, ignorante e cieca che monta in voi.

Ecco.
Ora potrete ben capire il mio stato d'animo nel momento in cui Merlo è entrato nella stanza e ha ucciso Gòto.

martedì, novembre 08, 2011

Alibi, II parte

Stavo per replicare quando il suono del coltello contro il tagliere mi costrinse a tornare con lo sguardo alla mia mansione. Dopo aver constatato che non mi fossi tagliato un dito, ritornai a cercare il mio amico, solo per constatare che non c'era più.

In quel preciso istante, prima che potessi chiamarlo, rientrò mia madre.
"E' per te, ma non so chi sia"
Mi stava in effetti porgendo il telefono, schermando con le mani il microfono. Non mi ero assolutamente accorto che avesse squillato, ma lo misi ugualmente all'orecchio.

Una voce di donna parlò prima ancora che potessi dire "Pronto?":
"Venga all'ospedale Xxxx, stanza 313. Se parte ora, può ancora farcela. Con l'orario delle visite intendo. E' molto importante."
Buttò giù, senza che avessi la possibilità di rispondere.
Mia madre era di nuovo intenta nelle sue occupazioni, immersa. Quando mi alzai, fui sorpreso che non chiedesse chi avesse chiamato, o che cosa avessero da dirmi.

Senza fiatare presi l'auto e andai all'ospedale Xxxx. Dave Brubeck uscì dagli altoparlanti non appena girai la chiave e non mi abbandonò fino a quando non ebbi parcheggiato e spento. Come sapessi che fosse proprio lui a suonare, non me lo seppi spiegare. Sembrava non esserci nessuno in radio a commentare, a riempire gli spazi tra un brano e l'altro.

Raggiunsi la stanza 313 senza troppe difficoltà, chiedendo informazioni solo un paio di volte. Dentro c'erano un'infermiera e un uomo, seduto a letto, completamente avvolto dalle bende. Nemmeno la bocca era scoperta.
L'infermiera mi si avvicinò, parlando piano e molto lentamente.

"Lei deve essere Filippo, è nel posto giusto: la stanza 313 è questa. La ringrazio per essere venuto. L'ho chiamata per sua esplicita richiesta - indicò il bendato - so soltanto che il suo nome è Matteo e da quando è qui questa è stata l'unica cosa che ha chiesto. Ora dorme, ma può restare qui aspettando che si svegli. La saluto."

Ancora una volta l'infermiera non mi lasciò il tempo di rispondere, nemmeno di ringraziare. Sgattaiolò via attaccando subito a parlare con delle persone che passavano davanti alla 313 in quel momento. Sembravo destinato a non dire mai la mia battuta.
Mi sedetti sull'altro letto e rimasi in silenzio accanto all' addormentato.
Poteva anche essere colpa delle bende, ma non mi sembrava corrispondesse a qualcuno dei Matteo che conoscevo.

sabato, novembre 05, 2011

Alibi, I parte

Quando non sto tanto bene trasformo sempre la mia stanza in un piccolo zoo di carta.
Gli origami del raffreddore del sono molti, ma il più frequente è senza dubbio quello che io chiamo Cigno Sgraziato, o Cigno Scoordinato, che consiste nel soffiarsi sonoramente il naso un'unica volta in un fazzoletto ben dispiegato per poi appallottolarlo senza criterio e gettarlo lontano.

Era proprio in questa condizione di artista involontario che mi trovavo, il mattino del xx novembre xxxx, nella casa dei miei genitori a Xxxx.
Diversamente dal consueto stavo dando una mano in cucina, tagliando con malagrazia alcune patate.
Fu quando mia madre si allontanò per andare in qualche altra stanza a fare qualche cos'altro, che accadde l'imponderabile.

Infatti, mentre ero per così dire intento nel mio lavoro, mi sentii chiamare più volte da una vocina minuta. Alzato lo sguardo vidi Eduardo, ritto in piedi sul bordo interno dell'etichetta scritta a mano di un arbanella in vetro, piena di foglie. Stava lì, in equilibrio sul bordino dell'etichetta, reggendosi con una mano alla a di "Salvia" e facendo con l'altra dei cenni verso di me.
La sua grandezza non superava quella del mio pollice.

"Ehi! Ou! Dico a te!"
"Eduardo?"
Sentendo che lo avevo riconosciuto e che ormai avevo la sua attenzione, si fece più spavaldo:
"Eduardooh? Ooohooo e chi sennò, non essere cretino. Avanti, che è importante. Ascoltami, e ascoltami bene, perché non ho assolutamente tempo da perdere"

In qualche modo seppi, dentro di me, che stava blandamente mentendo. Il tempo era qualcosa di sommariamente definito, che manteneva mia madre nell'altra stanza, lontana dalla conversazione con la miniatura del mio amico.

"Ma...cosa ci fai qui? Ci siamo visti ancora ieri, perché sei così piccolo?"
"Domande, sempre domande. Non ti accorgi quanto sia privo di senso fare domande in un caso come questo, in cui ci sono talmente tante cosa da chiedere da renderle tutte minimamente interessanti? Ad esempio perché non mi chiedi perché mi trovo proprio presso un barattolo di salvia? Salvia divinorum certamente, senza alcun dubbio, viste le foglie..."
Così dicendo rivolse lo sguardo indietro, verso l'interno del barattolo, dove io potevo vedere solo lo sfondo di carta dell'etichetta. 
La sua risposta confermava quanto il tempo, in realtà, non fosse un problema.

mercoledì, novembre 02, 2011

Il sorriso del papiro

Per chi è cresciuto a Christian Jacq e Playmobil può non essere facile parlare di Antico Egitto.
Queste le ragioni: Christan Jacq scriveva solo di quello ma non esistevano Playmobil dell' Antico Egitto.
In più nell' Antico Egitto non esistevano nè Christian Jacq, nè i Playmobil; e molto probabilmente non si chiamava neanche antico Egitto, ma semplicemente Egitto. E tutti portavano la parrucca.

Un trauma: un cazzo di trauma infantile. Si avete letto bene, ho scritto cazzo, come piace agli americani. Perchè simulare con dei cow boy la vita nell' Antico Egitto è peggio dell' incesto e del complesso di Edipo messi insieme.
Voglio pensare che la mancata commercializzazione di Playmobil dell' Antico Egitto sia stata frutto del fottuto caso (fottuto, come piace agli americani), di scelte di mercato, della guerra del Vietnam, di Billy Clinton, o tutt' al più di Monica Lewinski; come avrete notato tutte cose che piacciono agli americani.
Un inciso: per chi non lo sapesse Monica L. è la bocca che l' ha succhiato al presidente degli Stati Uniti Bill Clinton, nella stanza orale. Per chi non lo sapesse gli Stati Uniti sono la ragione per cui oggi si scrive cazzo, si mette la punteggiatura senza criterio e si fanno lunghe liste di cose che non centrano nulla fra loro; fanculo alla grammatica. Come piace agli americani.

Monica Lewinski, senza dubbio ebrea, con quel cognome. E' vero non si può dire, e se non si può dire non vale neanche la pena di pensarlo: è successo anche con "buon appetito"; si, vi ricordate, una volta lo dicevano tutti prima di mangiare, poi un giorno qualcuno, si dice dopo un congresso di comunione e liberazione, ha iniziato: "non è permesso dirlo" e piano piano abbiamo anche smesso di pensarlo.  Il controllo delle menti, soverchia dottrina dei meno illuminati fra gli uomini.

Dunque che cosa voglio pensare? Che la mancata produzione di Playmobil dell' Antico Egitto sia stata semplicemente una non scelta. Questo per cominciare a parlare serenamente di Antico Egitto.

Non mi passa neanche per l' anticamera del cervello (sic) che si sia trattato di un complotto giudaico massonico per turbare i bambini e farli diventare una massa di gaudenti omosessuali facilmente governabili; in fondo a me Walt Disney mi è sempre stato simpatico. Topolino mi ha sempre fatto godere come un riccio nella mia masturbazione infantile; oh merda. Preferisco non pensarci: chiamatelo quieto vivere.
Alle magiche scollature e al paniere di Jessica Rabbit.
Preferisco non pensarci.
Alle squadre e ai compassi infilati nel culo di Indiana Pipps.
Preferisco non pensarci.
Al castello d' oro della Sirenetta con le torri a forma di fallo.
Preferisco non pensarci.
Alle pere straordinarie che si vedono dopo il decollo di Bianca e Bernie sul gabbiano.
Preferisco non pensarci.
A Lady Marian, la volpe più fica della storia.
Preferisco non pensarci.
Per la cronaca pare che Tanda, prima di incularsi il suo gatto, avesse visto alla tele il gatto con gli stivali.
Preferisco non pensarci.

Come averete certamente capito, per me non è affatto facile parlare di antico Egitto senza pensare a Geremia, il padrone del vecchio saloon, a Satin, cantante e cortigiana e a tutti gli altri ragazzi che dormono sulla Collina di Spoon River.
Ho deciso di farlo per voi e per i vostri orrendi figli; non compiacetevi se cantano la sigla della Bella e la Bestia.

martedì, novembre 01, 2011

dubbi circa l'utilizzo dei superlativi per iscritto

Sul momento rimasi colpito. Le parole mi raggiungevano con una lentezza esasperante e nel tentativo di interrompere il discorso misi dei punti dove non c'erano.
Ma fu andando verso la stazione che, ripensando all'accaduto, mi sentii veramente strano.

Quella che inizialmente, durante la vicenda stessa, si era presentata come una lontana sensazione di dèjà vu ora emergeva mollemente da una parte alta del collo. C'erano dei volti nell'impiastro del mio pensiero, cui erano etichettate le stesse frasi e gli stessi gesti. Decisi di aver già vissuto una simile esperienza.

Non riuscii però a decifrare il mio ruolo. Questa volta ero stato spettatore, ma non seppi se quanto ricordato fosse accaduto a me in prima persona o meno. Come confondendo l'idea di essere stati in un luogo per averlo visto in un quadro, le mie percezioni si aggrappavano a pochi dettagli che confermavano la realtà dei miei ricordi.

Quelli che mi si presentavano erano volti di persone reali, che potevano aver davvero fatto ciò che attribuivo loro, anche se il mio dubbio inquinava la ricostruzione degli eventi.
Una bazzecola, un gesto da nulla, una manifestazione educata della forza di una personalità ripetuta con le modalità di quella che, collegando tra loro gli eventi, mi dava l'impressione di essere una formula magica.

Nel linguaggio della nostra elaborata umanità manca forse il richiamo ad imprescindibili istinti di base: il rito sopperisce alla mancanza?

sabato, ottobre 22, 2011

A Chuck,

In Vico San Cosimo si respira polvere e si butta fuori incenso
e quando sei seduto sul cesso,
il cesso traballa.
Se sei stato almeno una volta in Vico San Cosimo, e sei ancora vivo, sicuramente conosci le regole:
 non togliere il filtro al lavandino e non masturbarti;
per qualche inspiegabile ragione il lavandino si intasa spesso.

venerdì, ottobre 21, 2011

domotica con marsupio


La porta si chiude, ed io rimango solo.
Solo è un termine perfino nobile per la mia condizione, che presuppone il fatto che uno possa almeno parlare con se stesso, cosa che invece non mi è possibile.

La fissità del mio sguardo non nasconde le mie aspirazioni: guardami.
Sono un canguro di peluche alto due metri: guardami.
All'occorrenza posso fare da poltrona: guardami.
Il mio marsupio si apre e può fare da scrittoio: guardami.
Uno scrittoio con portabicchiere.

Nonostante l'eccentricità della mia natura, non sono propriamente un prodotto artigianale. Ma nemmeno a tiratura industriale. Non tutte le famiglie possono permettersi un amico gigante per i propri pargoli, considerato che alcune non possono nemmeno permettersi un amico e basta.

Appartengo quindi a quella fascia di prodotti artigianali confezionati in un ambiente industriale, con macchine per la grande produzione e tutto il resto. Un prototipo: la formula uno dei peluche. Questa peculiarità rende me e i miei simili uguali come prodotti in serie, ma ognuno lievemente differente dagli altri. Mi verrebbe da dire proprio come si considerano gli esseri umani.

A questo proposito sappiate che considerarvi sia "tutti uguali" sia "tutti diversi", dal punto di vista di qualcuno che lo è veramente, come me, è piuttosto ridicolo. Siete tutti uguali in modi diversi; e questo sì che serve a qualificarvi.

Se non fosse che per voi non nutro altro che un interesse scientifico, direi che sono innamorato della mia padrona, della ragazzina che vive in questa stanza.
Dannazione, sono così frustrato quando non è in questa camera. E non è perché lei può muoversi e io no, non è perché sono geloso del resto del mondo. Io accetto che viva, che sia altrove, che si sposti e non sia qui con me. Ma non tollero che, quando è in questa casa, sia in un altra stanza. Che non sia qui con me.

Odio quando va in bagno, quando guarda la televisione in salotto e quando gioca in cucina con le sue amiche. Detesto quando cena, quando sento che c'è senza poterla percepire con tutti quanti i miei pochi sensi.

Le case dovrebbero essere un punto e un punto soltanto.



lunedì, ottobre 17, 2011

Capitolo 17) Calvados e Maraschino

Corsi di barman : cerchi un lavoro che ti soddisfi?

Gòto é una di quelle persone che quando parlano sono capaci di farti estraniare completamente dal resto del mondo. Non ti lasciano scelta : concedi loro la tua completa attenzione.
E Gòto se la merita, se la merita davvero.

Dice che è lieta di vedermi, si scusa per i modi rudi di Lurch.
Me ne rendo conto, sto parlando di lei come se fosse una mia cara amica.
Forse è la sindrome di Stoccolma.

"Questa non è semplicemente una faccenda di volgari entraineuse"
Dopo l'assalto dei corpi speciali al Polpo di Genio, devo ammettere che il sospetto mi aveva sfiorato.
"Certamente però, in questa vicenda hanno un ruolo anche delle volgari entraineuse. Come la tua amica".

Sarà per quel modo magnetico di far roteare il bicchiere da una mano all'altra?
A me gli occhi please.
Sono Gòto, giù al piano di sotto c'era umidità eccessiva? La Direzione si scusa per il disagio.
E via con il movimento del bicchiere.

"Ti piace il mare? Non c'è niente che mi rilassi di più al mondo".

Vorrei dirle che "no, non è più mia amica" e che "si, adoro il mare" , ma quel che resta del mio tradizionale buon senso, e il lancinante dolore agli occhi, mi consigliano di limitarmi ad ascoltare, per questa volta.

Corsi di barman : vuoi aprire un locale tutto tuo?

"Qui dentro, abbiamo degli Artisti capaci di cancellarti, di farti sparire, di convincere lo Stato che tu non sia mai nato".

Buona idea Gòto, per festeggiare beviamoci un bicchiere insieme.
Quello che ti stai versando adesso mi pare di ottima annata.

"Poeti che in un pomeriggio potrebbero convincere tua madre che da piccolo non ti piacevano affatto le sue polpette, e che hai da sempre una voglia a forma di Corno d'Africa sul collo"

Perchè non mi servi da bere, Gòto?

"Oggi sei qui, domattina potresti chiamarti Simon, ed essere convinto di vivere a Marsiglia da dieci anni".

Nemmeno a Marsiglia avrei una fidanzata.
Gòto si bagna le labbra di grappa : prima d'ora non avevo mai guardato così una donna sopra i sessanta.

Corsi di barman

Settanta?
Ottanta?

Ho detto barman

"O magari a Nuova York; ti piacciono le grandi città, Sebastano?"

Da piccolo in effetti andavo ghiotto delle polpette di mia madre.

"Ti chiami Smith, e fai il venditore di Hot Dog all'incrocio tra la Sesta Avenue e la Ventiseiesima Strada; inizialmente ci si può sentire spaesati in una grande metropoli, è terribile lo so".

Conosce il mio nome : probabilmente Deborah a quest'ora non è più tra noi, e Oscar è fermamente convinto di non aver fatto altro nella vita che pescare trote in qualche fiordo norvegese.

"Immagino che tu voglia evitare tutto questo, Sebastiano".

Il bicchiere tra le mani di Gòto è vuoto.
Bussano alla porta, ma neanche questo basta per disincantarmi.
Voi la sapete la differenza tra Whisky e Whiskey?

"Oh, sei già qui Merlo? Entra caro, vieni a farci compagnia" - sussurra la mia amica lisciandosi i capelli bianchissimi.

Corsi di barman : vuoi guadagnare divertendoti?

Sono già a Time Square, le pubblicità luminose intorno a me sono accecanti, l'odore intenso dei miei Hot Dog mi riempe le narici.
Sono felice.

Gòto riempe nuovamente il bicchiere.

domenica, ottobre 16, 2011

avere l'avorio

Degli elefanti si parla di tutto meno che degli occhi.
Di che colore siano gli occhi degli elefanti poi, se ne parla ancora meno.

Degli elefanti, nonostante le ore e ore di documentari, so soltanto sei cose:
  1. hanno una gravidanza di quasi due anni
  2. sono naturalmente molto longevi
  3. hanno grandi orecchie
  4. sono paragonabili per peso o grandezza ad un multiplo intero di scuolabus o piccole utilitarie
  5. sono prevalentemente grigi
  6. il più importante di ogni branco veste un completo verde e indossa una corona *
Degli occhi degli elefanti, appunto, nessuna traccia. Tantomeno del loro sonno, dell'interazione tra occhi e sonno, dei loro sogni, eccetera eccetera. Cosa ingiusta, visto che del sonno e dei sogni degli altri animali si sa quasi tutto: i cavalli dormono in piedi, i ghiri dormono benissimo e le oche sognano di diventare veline.

E gli elefanti?
La chiave per capire il sonno degli elefanti sta forse nella loro longevità. Campando infatti fino a settant'anni senza l'ausilio di medicine, badanti e bocciofile si può assumere con certezza che gli elefanti abbiano un sacco di tempo per pensare.
Inoltre, non potendo praticamente parlare tra di loro, hanno sicuramente modo di spendere il tempo per parlare con se stessi.

Ma pensare a chi, parlare di che cosa? Non del Serengeti, che è sempre lo stesso sin dal precambriano, ma di sogni. Che cosa potrà interessare ad un elefante, che guarda tutti i giorni lo stesso tramonto sulla savana e la solita sceneggiata di iene e gazzelle davanti alle telecamere, se non il mistero delle immagini che gli appaiono nel sonno?

A questo punto è opportuno ricordare il modo di dire "elefanti mai scordan" che richiama la memoria e la passione per i vecchi rancori di questi grandi mammiferi. La loro grande pazienza, l'assenza di predatori naturali una volta raggiunta l'età adulta e la mancanza di internet creano una base perfetta per investigare i propri sogni con tutta calma e, una volta svegli, riavvolgere pian piano il filo della propria mente per ripensare a quanto si è sognato.

Sotto alle rughe, dietro alla proboscide prensile golosa di noccioline, si nasconde un animale perfettamente conscio di quello che ha intorno, che osserva silenziosamente la realtà e la realtà della mente attraverso il tempo che l'una concede in riposo all'altra.
Perchè se è vero che si dimentica in fretta, per ri-conoscere il proprio mondo non serve che ricordare lentamente.


* Visti i tempi dell'edilizia italiana e dato il sospetto diffuso che anche i muri abbiano le orecchie, si direbbe che muri ed elefanti siano in realtà la stessa cosa, ma facendo forza specialmente sul sesto punto non daremo credito a simili sofismi.

domenica, ottobre 02, 2011

La quintessenza

Dopo la fiera del male, il fantasma dell'Opera Pia, la logica della trilogia e dopo tre terzi, quattro quinti eccoci arrivati ad un nuovo appuntamento.
Come il pentagramma, la stella a cinque punte, come la mano e come le quinte teatrali, la quintessenza nasconde in se l'eccesso di un compimento: una sovrabbondanza di sicurezza, una riconferma che svolga al contempo il ruolo di elemento, di legante e di insieme.
La sua è sempre stata una presenza prefigurata, presentita, prospettata in un futuro sempre presente in potenziale e mai atteso: tempo al tempo.
Ma quanto, in che modo e quando questo tempo sia passato non spetta a me giudicarlo. La quintessenza è il ripasso di gesti mai compiuti, la ripetizione di novità sempre nuove.

Prefazione a cura dell'abate Faria

Si china sul ruscello montano, digrignando i denti nel fastidio che il freddo gli procura.
E' dissetante. Ma i suoi occhi non sono rilassati, non si chiudono grati su se stessi, concentrando l'attenzione sulla sensazione felice di bere dell'acqua.
Si spostano rapidi, spigolosi, irrequieti sulla cresta frastagliata che sovrasta la valletta. Non c'è niente in particolare che alimenti la sua allerta, ma il pericolo, si sa, non sempre indossa le stesse vesti.

Una reminescenza scuote il suo campo visivo: la sensazione dell'acqua sulle labbra gli riporta in mente sfuggenti figure marine, uomini pesce in marcia nelle profondità oceaniche. Stringe i pugni, grattando il muschio via dalle rocce, strappando fili verdi e sottili dalla terra: un sapore metallico gli lambisce le gengive, facendo balenare ricordi di tramonti e scalinate sul mare.

Un altro sorso, un'altro scossone e una raffica di tramontana gli scuote i capelli, che si allungano e si accorciano attorcigliandosi di momento in momento. Un soffio ricolora zone assopite di un ceppo bruciacchiato, innescando la fiamma di un faro.

C'è un bambino, molti anni prima, che urla di gioia e terrore tra le mura di casa: è un gesto barbarico, annoiato, ferino, oltraggioso, subacqueo, quasi scimmiesco.
Ma è un urlo liberatorio, sta guardando i cartoni animati.
Hai mai sentito il cosmo bruciare dentro di te?

sabato, agosto 27, 2011

Capitolo 16) Tra te e il mare

Non chiedo tanto, in fondo.
Vorrei solo rivedere il flash della mia vita, come accade a tutti i condannati a morte, da che mondo è mondo.
Eppure nessun lampo di luce, buio totale : è andata così Sebastiano.
In alternativa, sempre nei soliti film, ci sono quelli che nel momento cruciale pensano a qualcosa di bello, a ciò che di buono hanno combinato sulla terra.
Figli, donne, macchine sportive, che ne so, cose di questo genere.
Mi andrebbe bene anche così, dopotutto.
E io invece penso intensamente ai pezzetti di cavallo pugliesi; mentre mi trascino come una sanguisuga verso il mio carnefice, non ho altro per la testa che il panino con i pezzetti al sugo : buonissimo.

"Muoviti, Lei vuole vederti" - con pacatezza, il killer del mistero mi consegna la salvezza.

Incredulo scavalco il corpo di Occhi Gialli, e prima di sprofondare nella luce metallica, il mio sguardo cade sul nostro secondo compagno di prigionia : è in un angolo, avvolto nel buio come in un mantello, ed eppure mi sembra di conoscerlo.

"Posso domandare chi sarebbe la Lei in questione?" - dopo un'eternità nell'oscurità, l'arancione dei neon mi abbaglia : non riesco nemmeno a guardare in volto il mio accompagnatore.
Che comunque decide di non rispondermi, come se non avessi proferito parola.
O come se fossi nuovamente un cadavere che cammina.

Saliamo parecchie scale, e poi passiamo attraverso un corridoio stretto; alla mia destra, altre stanze uguali a quella in cui ero rinchiuso. Una è aperta, e per un attimo mi sembra di riconoscere Deborah all'interno. In catene.
Altre scale. La vita è fatta di scale...lasciamo perdere.

"Siamo arrivati" - e mentre il mio secondino mi spinge dentro una stanza, mi accorgo che è altissimo, almeno due metri, ed ha un'inquietante cicatrice su una guancia.
Entro; Lurch mi segue a ruota.
All'interno la luce è quella solare, fortunatamente, anche se debolissima, e c'è solo una possente scrivania di quercia, con dietro un grande finestrone panoramico. Completamente dipinto.
Una donna dai capelli candidi è in piedi, mi dà le spalle, lo sguardo assorto nel mare di tempera e olio.

"Considerati onorato di conoscere Gòto in persona, un tale privilegio non è concesso a tutti".
Poi Lurch esce dalla stanza, e ci lascia soli : io, lei e il mare.