sabato, ottobre 22, 2011

A Chuck,

In Vico San Cosimo si respira polvere e si butta fuori incenso
e quando sei seduto sul cesso,
il cesso traballa.
Se sei stato almeno una volta in Vico San Cosimo, e sei ancora vivo, sicuramente conosci le regole:
 non togliere il filtro al lavandino e non masturbarti;
per qualche inspiegabile ragione il lavandino si intasa spesso.

venerdì, ottobre 21, 2011

domotica con marsupio


La porta si chiude, ed io rimango solo.
Solo è un termine perfino nobile per la mia condizione, che presuppone il fatto che uno possa almeno parlare con se stesso, cosa che invece non mi è possibile.

La fissità del mio sguardo non nasconde le mie aspirazioni: guardami.
Sono un canguro di peluche alto due metri: guardami.
All'occorrenza posso fare da poltrona: guardami.
Il mio marsupio si apre e può fare da scrittoio: guardami.
Uno scrittoio con portabicchiere.

Nonostante l'eccentricità della mia natura, non sono propriamente un prodotto artigianale. Ma nemmeno a tiratura industriale. Non tutte le famiglie possono permettersi un amico gigante per i propri pargoli, considerato che alcune non possono nemmeno permettersi un amico e basta.

Appartengo quindi a quella fascia di prodotti artigianali confezionati in un ambiente industriale, con macchine per la grande produzione e tutto il resto. Un prototipo: la formula uno dei peluche. Questa peculiarità rende me e i miei simili uguali come prodotti in serie, ma ognuno lievemente differente dagli altri. Mi verrebbe da dire proprio come si considerano gli esseri umani.

A questo proposito sappiate che considerarvi sia "tutti uguali" sia "tutti diversi", dal punto di vista di qualcuno che lo è veramente, come me, è piuttosto ridicolo. Siete tutti uguali in modi diversi; e questo sì che serve a qualificarvi.

Se non fosse che per voi non nutro altro che un interesse scientifico, direi che sono innamorato della mia padrona, della ragazzina che vive in questa stanza.
Dannazione, sono così frustrato quando non è in questa camera. E non è perché lei può muoversi e io no, non è perché sono geloso del resto del mondo. Io accetto che viva, che sia altrove, che si sposti e non sia qui con me. Ma non tollero che, quando è in questa casa, sia in un altra stanza. Che non sia qui con me.

Odio quando va in bagno, quando guarda la televisione in salotto e quando gioca in cucina con le sue amiche. Detesto quando cena, quando sento che c'è senza poterla percepire con tutti quanti i miei pochi sensi.

Le case dovrebbero essere un punto e un punto soltanto.



lunedì, ottobre 17, 2011

Capitolo 17) Calvados e Maraschino

Corsi di barman : cerchi un lavoro che ti soddisfi?

Gòto é una di quelle persone che quando parlano sono capaci di farti estraniare completamente dal resto del mondo. Non ti lasciano scelta : concedi loro la tua completa attenzione.
E Gòto se la merita, se la merita davvero.

Dice che è lieta di vedermi, si scusa per i modi rudi di Lurch.
Me ne rendo conto, sto parlando di lei come se fosse una mia cara amica.
Forse è la sindrome di Stoccolma.

"Questa non è semplicemente una faccenda di volgari entraineuse"
Dopo l'assalto dei corpi speciali al Polpo di Genio, devo ammettere che il sospetto mi aveva sfiorato.
"Certamente però, in questa vicenda hanno un ruolo anche delle volgari entraineuse. Come la tua amica".

Sarà per quel modo magnetico di far roteare il bicchiere da una mano all'altra?
A me gli occhi please.
Sono Gòto, giù al piano di sotto c'era umidità eccessiva? La Direzione si scusa per il disagio.
E via con il movimento del bicchiere.

"Ti piace il mare? Non c'è niente che mi rilassi di più al mondo".

Vorrei dirle che "no, non è più mia amica" e che "si, adoro il mare" , ma quel che resta del mio tradizionale buon senso, e il lancinante dolore agli occhi, mi consigliano di limitarmi ad ascoltare, per questa volta.

Corsi di barman : vuoi aprire un locale tutto tuo?

"Qui dentro, abbiamo degli Artisti capaci di cancellarti, di farti sparire, di convincere lo Stato che tu non sia mai nato".

Buona idea Gòto, per festeggiare beviamoci un bicchiere insieme.
Quello che ti stai versando adesso mi pare di ottima annata.

"Poeti che in un pomeriggio potrebbero convincere tua madre che da piccolo non ti piacevano affatto le sue polpette, e che hai da sempre una voglia a forma di Corno d'Africa sul collo"

Perchè non mi servi da bere, Gòto?

"Oggi sei qui, domattina potresti chiamarti Simon, ed essere convinto di vivere a Marsiglia da dieci anni".

Nemmeno a Marsiglia avrei una fidanzata.
Gòto si bagna le labbra di grappa : prima d'ora non avevo mai guardato così una donna sopra i sessanta.

Corsi di barman

Settanta?
Ottanta?

Ho detto barman

"O magari a Nuova York; ti piacciono le grandi città, Sebastano?"

Da piccolo in effetti andavo ghiotto delle polpette di mia madre.

"Ti chiami Smith, e fai il venditore di Hot Dog all'incrocio tra la Sesta Avenue e la Ventiseiesima Strada; inizialmente ci si può sentire spaesati in una grande metropoli, è terribile lo so".

Conosce il mio nome : probabilmente Deborah a quest'ora non è più tra noi, e Oscar è fermamente convinto di non aver fatto altro nella vita che pescare trote in qualche fiordo norvegese.

"Immagino che tu voglia evitare tutto questo, Sebastiano".

Il bicchiere tra le mani di Gòto è vuoto.
Bussano alla porta, ma neanche questo basta per disincantarmi.
Voi la sapete la differenza tra Whisky e Whiskey?

"Oh, sei già qui Merlo? Entra caro, vieni a farci compagnia" - sussurra la mia amica lisciandosi i capelli bianchissimi.

Corsi di barman : vuoi guadagnare divertendoti?

Sono già a Time Square, le pubblicità luminose intorno a me sono accecanti, l'odore intenso dei miei Hot Dog mi riempe le narici.
Sono felice.

Gòto riempe nuovamente il bicchiere.

domenica, ottobre 16, 2011

avere l'avorio

Degli elefanti si parla di tutto meno che degli occhi.
Di che colore siano gli occhi degli elefanti poi, se ne parla ancora meno.

Degli elefanti, nonostante le ore e ore di documentari, so soltanto sei cose:
  1. hanno una gravidanza di quasi due anni
  2. sono naturalmente molto longevi
  3. hanno grandi orecchie
  4. sono paragonabili per peso o grandezza ad un multiplo intero di scuolabus o piccole utilitarie
  5. sono prevalentemente grigi
  6. il più importante di ogni branco veste un completo verde e indossa una corona *
Degli occhi degli elefanti, appunto, nessuna traccia. Tantomeno del loro sonno, dell'interazione tra occhi e sonno, dei loro sogni, eccetera eccetera. Cosa ingiusta, visto che del sonno e dei sogni degli altri animali si sa quasi tutto: i cavalli dormono in piedi, i ghiri dormono benissimo e le oche sognano di diventare veline.

E gli elefanti?
La chiave per capire il sonno degli elefanti sta forse nella loro longevità. Campando infatti fino a settant'anni senza l'ausilio di medicine, badanti e bocciofile si può assumere con certezza che gli elefanti abbiano un sacco di tempo per pensare.
Inoltre, non potendo praticamente parlare tra di loro, hanno sicuramente modo di spendere il tempo per parlare con se stessi.

Ma pensare a chi, parlare di che cosa? Non del Serengeti, che è sempre lo stesso sin dal precambriano, ma di sogni. Che cosa potrà interessare ad un elefante, che guarda tutti i giorni lo stesso tramonto sulla savana e la solita sceneggiata di iene e gazzelle davanti alle telecamere, se non il mistero delle immagini che gli appaiono nel sonno?

A questo punto è opportuno ricordare il modo di dire "elefanti mai scordan" che richiama la memoria e la passione per i vecchi rancori di questi grandi mammiferi. La loro grande pazienza, l'assenza di predatori naturali una volta raggiunta l'età adulta e la mancanza di internet creano una base perfetta per investigare i propri sogni con tutta calma e, una volta svegli, riavvolgere pian piano il filo della propria mente per ripensare a quanto si è sognato.

Sotto alle rughe, dietro alla proboscide prensile golosa di noccioline, si nasconde un animale perfettamente conscio di quello che ha intorno, che osserva silenziosamente la realtà e la realtà della mente attraverso il tempo che l'una concede in riposo all'altra.
Perchè se è vero che si dimentica in fretta, per ri-conoscere il proprio mondo non serve che ricordare lentamente.


* Visti i tempi dell'edilizia italiana e dato il sospetto diffuso che anche i muri abbiano le orecchie, si direbbe che muri ed elefanti siano in realtà la stessa cosa, ma facendo forza specialmente sul sesto punto non daremo credito a simili sofismi.

domenica, ottobre 02, 2011

La quintessenza

Dopo la fiera del male, il fantasma dell'Opera Pia, la logica della trilogia e dopo tre terzi, quattro quinti eccoci arrivati ad un nuovo appuntamento.
Come il pentagramma, la stella a cinque punte, come la mano e come le quinte teatrali, la quintessenza nasconde in se l'eccesso di un compimento: una sovrabbondanza di sicurezza, una riconferma che svolga al contempo il ruolo di elemento, di legante e di insieme.
La sua è sempre stata una presenza prefigurata, presentita, prospettata in un futuro sempre presente in potenziale e mai atteso: tempo al tempo.
Ma quanto, in che modo e quando questo tempo sia passato non spetta a me giudicarlo. La quintessenza è il ripasso di gesti mai compiuti, la ripetizione di novità sempre nuove.

Prefazione a cura dell'abate Faria

Si china sul ruscello montano, digrignando i denti nel fastidio che il freddo gli procura.
E' dissetante. Ma i suoi occhi non sono rilassati, non si chiudono grati su se stessi, concentrando l'attenzione sulla sensazione felice di bere dell'acqua.
Si spostano rapidi, spigolosi, irrequieti sulla cresta frastagliata che sovrasta la valletta. Non c'è niente in particolare che alimenti la sua allerta, ma il pericolo, si sa, non sempre indossa le stesse vesti.

Una reminescenza scuote il suo campo visivo: la sensazione dell'acqua sulle labbra gli riporta in mente sfuggenti figure marine, uomini pesce in marcia nelle profondità oceaniche. Stringe i pugni, grattando il muschio via dalle rocce, strappando fili verdi e sottili dalla terra: un sapore metallico gli lambisce le gengive, facendo balenare ricordi di tramonti e scalinate sul mare.

Un altro sorso, un'altro scossone e una raffica di tramontana gli scuote i capelli, che si allungano e si accorciano attorcigliandosi di momento in momento. Un soffio ricolora zone assopite di un ceppo bruciacchiato, innescando la fiamma di un faro.

C'è un bambino, molti anni prima, che urla di gioia e terrore tra le mura di casa: è un gesto barbarico, annoiato, ferino, oltraggioso, subacqueo, quasi scimmiesco.
Ma è un urlo liberatorio, sta guardando i cartoni animati.
Hai mai sentito il cosmo bruciare dentro di te?

sabato, agosto 27, 2011

Capitolo 16) Tra te e il mare

Non chiedo tanto, in fondo.
Vorrei solo rivedere il flash della mia vita, come accade a tutti i condannati a morte, da che mondo è mondo.
Eppure nessun lampo di luce, buio totale : è andata così Sebastiano.
In alternativa, sempre nei soliti film, ci sono quelli che nel momento cruciale pensano a qualcosa di bello, a ciò che di buono hanno combinato sulla terra.
Figli, donne, macchine sportive, che ne so, cose di questo genere.
Mi andrebbe bene anche così, dopotutto.
E io invece penso intensamente ai pezzetti di cavallo pugliesi; mentre mi trascino come una sanguisuga verso il mio carnefice, non ho altro per la testa che il panino con i pezzetti al sugo : buonissimo.

"Muoviti, Lei vuole vederti" - con pacatezza, il killer del mistero mi consegna la salvezza.

Incredulo scavalco il corpo di Occhi Gialli, e prima di sprofondare nella luce metallica, il mio sguardo cade sul nostro secondo compagno di prigionia : è in un angolo, avvolto nel buio come in un mantello, ed eppure mi sembra di conoscerlo.

"Posso domandare chi sarebbe la Lei in questione?" - dopo un'eternità nell'oscurità, l'arancione dei neon mi abbaglia : non riesco nemmeno a guardare in volto il mio accompagnatore.
Che comunque decide di non rispondermi, come se non avessi proferito parola.
O come se fossi nuovamente un cadavere che cammina.

Saliamo parecchie scale, e poi passiamo attraverso un corridoio stretto; alla mia destra, altre stanze uguali a quella in cui ero rinchiuso. Una è aperta, e per un attimo mi sembra di riconoscere Deborah all'interno. In catene.
Altre scale. La vita è fatta di scale...lasciamo perdere.

"Siamo arrivati" - e mentre il mio secondino mi spinge dentro una stanza, mi accorgo che è altissimo, almeno due metri, ed ha un'inquietante cicatrice su una guancia.
Entro; Lurch mi segue a ruota.
All'interno la luce è quella solare, fortunatamente, anche se debolissima, e c'è solo una possente scrivania di quercia, con dietro un grande finestrone panoramico. Completamente dipinto.
Una donna dai capelli candidi è in piedi, mi dà le spalle, lo sguardo assorto nel mare di tempera e olio.

"Considerati onorato di conoscere Gòto in persona, un tale privilegio non è concesso a tutti".
Poi Lurch esce dalla stanza, e ci lascia soli : io, lei e il mare.

sabato, luglio 30, 2011

Capitolo 15) La fine dell'inizio

Avete presente quando, addormentati, si sogna di cadere?
Lo scantinato in cui ho ripreso conoscenza è umido e tenebroso; e silenzioso.
Questa quiete è artificiale, sospesa, come incompiuta; la viola solo un regolare e insistente gocciolare di un tubo rotto, che nella semi-oscurità non riesco a localizzare; e naturalmente il respiro affannato dei miei compagni di permanenza.
Non sono solo, ma non si tratta di Deborah e Oscar.

Oppure quando ci si immedesima a tal punto in un incubo, che la mattina successiva si ringrazia di poter continuare a mordere la monotona realtà di tutti i giorni.
"Dove ci troviamo?" - chiedo con un tono a metà tra lo spaventato e l'assonnato.
Due occhi gialli di fronte a me brillano nell'oscurità.
"Io e te non siamo già più nello stesso posto".
Nei film i detective privati colgono al volo queste frasi.
Nei film. Belli quei film.

All'improvviso una porta si apre, e una luce arancione metallica irrompe nella stanza.
Una sagoma, che i miei occhi ormai abituati all'oscurità non riescono ancora a mettere a fuoco, trascina Occhi Gialli sotto la luce, e lo alza in piedi a forza.
Gli punta una pistola alla tempia - ed in quel momento è come se sentissi anche io il freddo del metallo sulla nuca - e senza esitazioni fa fuoco.
Poi il boia già si rivolge a me, e io sento il sangue raggelarmi nelle vene : "alzati, è il tuo turno".
Non mi è mai accaduto di fare per due volte lo stesso sogno.

mercoledì, luglio 13, 2011

Il piccolo addio


Prima di addormentarmi ci sono notti in cui penso a come dormirei se il mattino dopo mi svegliassi sapendo di poter dedicare tutta la giornata solo alla scrittura.

Vado molto fiero di Contingenze Elementari, così come lo sono di Estati d'animo. Riferendomi a Contingenze Elementari, senza falsa modestia sono convinto che ci siano delle idee e delle situazioni veramente interessanti.
Tuttavia, pensare che il risultato coincida con il meglio che avrei potuto fare sarebbe sbagliato. Trascurando gli ovvi limiti del media che uso restano comunque le infinite ripetizioni, le ridondanze, gli angoli inconcludenti di testo in cui si finisce per arenarsi quando si porta avanti una cosa solo per passione e senza la dovuta attenzione.

Tornerò.

martedì, luglio 12, 2011

Contingenze elementari (tredicesima ed ultima parte)

Il proprietario del libro sbucò improvvisamente da un angolo, correndogli incontro.
Era seguito dalla madre, che poco distante guardava corrucciata uno spesso ventaglio.
"Siamo ancora indecisi, sai che vogliamo ridipingere la sua stanza. Aiutami a scegliere il colore, uno di questi qui. Intanto facciamo un attimo un giro nel negozio, torniamo subito."

Si ritrovò in un attimo nuovamente solo. Guardò il campionario incuriosito, aperto su una striscetta di gialli. Alcuni erano inconfondibilmente diversi, altri si distinguevano a malapena, diversi solo per minime variazioni di temperatura del colore. Uno catturò la sua attenzione. Gli sembrava proprio bello: avvolgente, esplicito, intenso.

Ma immaginò che non doveva essere un bel colore, doveva essere il colore per la stanza di suo nipote. Il colore dove avrebbe proseguito la sua crescita, o almeno una parte. Che cosa gli veniva richiesto allora? Un colore che gli sembrasse quello giusto per quel compito o un colore che gli sembrasse complessivamente il migliore? Sapeva che la sua scelta sarebbe cambiata a seconda della risposta, ma sapeva anche che se avesse dovuto scegliere quello più adatto per la stanza di un bambino ipotetico, assoluto, la scelta non sarebbe poi stata tanto distante da quella di sua sorella.

Ma allora perché avere la sua opinione, se il senso comune richiedeva un colore preciso? Serviva un giallo luminoso ma resistente agli stress cui un ragazzino lo avrebbe sottoposto. Lo poteva vedere chiaramente: una tonalità usata ed amichevole. Non era per insicurezza che il suo parere era stato chiesto, né per bisogno di una conferma.

La domanda era stata probabilmente posta senza un vero motivo, un pò per parlare e un pò per far parlare. Come per ogni cosa in cui il gusto era chiamato ad esprimersi, la risposta non importava poi tanto.

Gli sembrò chiaro in quel momento come il sogno non potesse essere altro che la rielaborazione e la contemplazione di qualcosa di interno, finito e personale; mentre la vita, la realtà condivisa con altri esseri viventi, non fosse che l'esperienza di eventi esterni ad ogni cosa e non appartenenti a nessuno. Si sentì disperatamente solo al pensiero che i due mondi della vita biologica e di quella della coscienza non potessero entrare in contatto.
Al massimo guardarsi, pieni di speranza, da lontano.

sabato, luglio 09, 2011

Elementi contingentali

Renato teneva stretto per mano suo figlio Giacomo, nonostante si trovassero nel cortile di casa e nulla potesse fare loro del male.
Faceva caldo in quella giornata di luglio, e persino lui aveva dismesso i soliti calzoni lunghi per un paio di bermuda beige, che però era consapevole di indossare goffamente.
Accadeva spesso che in quel periodo scendessero in giardino a giocare, una volta tornato a casa da lavoro, e una volta stanchi si mettessero seduti sotto l'ombra dell'albero di albicocco.

"Papà guarda! Arriva la signora Maria" - gli bisbigliò Giacomino tirandolo per la maglietta.
La signora Maria era la vicina del piano di sopra : Maria Centofanti, casalinga overSessanta, sposata con due figli; ogni pomeriggio verso le sei tornava a casa, sempre con i sacchi della spesa. E sempre con suo marito Walter appresso, ormai in pensione, che le camminava dietro a testa bassa, come un cagnolino, anche se, osservando il numero di sacchetti che portava, poteva assomigliare di più ad un mulo. "Ora sì che sono motivato per arrivare alle nozze d'argento" - sorrise perfidamente Renato.
I due non si sopportavano più, era palese : il peso degli anni passati insieme, della lunga convivenza sotto lo stesso tetto, si era fatto più forte del sentimento che li aveva uniti da ventenni. Litigavano tutte le sere - Renato dal piano sottostante li sentiva - probabilmente entrambi consapevoli di essersi accontentati quando erano giovani, quando avrebbero dovuto osare di più; e ora si ritrovavano prigionieri di una vita molto diversa da quella che avevano sognato. O probabilmente lei era rimasta incinta. Fregata. Patatrac!
Eppure rimanevano insieme, nonostante non vi fossero neanche più i figli a tenerli uniti, avendo abbandonato il nido da parecchio tempo.

"Papà, ma perchè la signora Maria ha sempre la faccia così triste quando torna a casa?" - Giacomino a cinque anni era nel pieno del Periodo dei Perchè. Fiumi di domande, e spesso alla prima ne seguivano altre, perchè quando iniziava la sua cantilena, era difficle porgli un freno.
E perchè il latte quando lo fa la mamma è più buono? Perchè i cani non cambiano i dentini come i bambini? Perchè io sono nato biondo con gli occhi azzurri quando tu e la mamma avete i capelli e gli occhi neri?
Ecco, quest'ultima domanda se l'era posta anche lui spesso.
Ancora prima che Renato potesse rispondere, Walter Centofanti bucò uno dei sacchetti, che squarciandosi rovesciò a terra tutto il suo contenuto, ed in particolare un pelato mal sigillato, che profumò lievemente l'aria di pomodoro.
La signora Maria inizialmente rimase impassibile, ma poi sfogò contro il marito una rabbia che doveva aver radici molto più risalenti rispetto a quell'afoso giorno di luglio; Renato dovette tappare le orecchie a suo figlio per evitare che l'anno seguente, al momento del suo primo giorno di elementari, fosse quello più preparato di tutti in quanto a parolacce.

Il signor Centofanti aspettò che sua moglie concludesse, e poi in silenzio raccolse tutto quello che si era rovesciato, sparendo nel buio del portone con un rapido cenno di saluto ai due involontari spettatori.
"Giacomo?"
I suoi occhi azzurrissimi erano proprio sotto di lui, ancora in attesa di una risposta.
"L'unico modo di vedere realizzati i propri sogni è accettare il rischio che questo possa non accadere".
E per quel giorno suo figlio non fece nessun'altra domanda.

venerdì, luglio 08, 2011

Contingenze elementari (dodicesima parte)

Ali Baba era entrato nella tana di quei mostri, trovando il ricco tesoro della guerra.
Un bottino disegnato in termini terreni, che tuttavia ora gli appariva come un tesoro più evanescente e più culturale.
Lo straccione Ali Baba era uno scrittore, un cantastorie, un poeta che incappando nelle mostruosità della guerra aveva saputo trovare e cantare le radici nobili dell'orrore.

Pensò alla tragedia, al teatro, alla scrittura in generale, alle foto e agli articoli dei reporter di guerra: posto che il dolore sarebbe sempre esistito, l'impegno gli sembrava essere quello di non distogliere lo sguardo, di entrare nella caverna e cercare i tesori che vi erano celati.
Ma a quale prezzo?
Non ricordava chiaramente la fine della favola, che comunque aveva più di una versione. In fondo, pensò amareggiato, prima o poi tutti fanno una brutta fine.

Il negozio di abbigliamento spense la musica, lasciando spazio ad un suono più lieve, fino a quel momento celato. In uno degli appartamenti affacciati sulla piazza, qualcuno stava esercitandosi al pianoforte. Si trattava di scale interminabili, noiosissime, che venivano ripetute per esercizio da un suonatore senza identità, da qualche parte in una stanza con la finestra aperta.

Cercò di concentrarsi sul nesso tra le Variazioni e la riflessione che aveva intavolato tra sé e sé.
Gli sembrava in qualche modo di aver cercato di guardare nell'occhio del ciclone, attirando con esche oniriche il predatore fuori dalla sua mente. La sua intenzione era stata quella di rivolgersi implicitamente ad una persona distorta, una in particolare, e di mostrarle e dimostrarle quante alternative esistessero rispetto alla violenza.

Inutile ripetersi ancora una volta come questo piano iniziale fosse in primo luogo di impossibile attuazione. Non c'era possibilità di iniziare segretamente un discorso con un interlocutore invisibile senza esporsi. Il passo successivo era quindi stato quello di prendere le cose alla lontana, incredibilmente alla lontana. Spogliandosi di qualunque volontà di dialogare, aveva lavorato intorno ad un ambiente definito, rendendolo internamente infinito. Pur di non rischiare di parlare troppo apertamente all'assassino, aveva finito col rinchiudersi intorno al timore di non lasciar trasparire le sue nobili intenzioni.

Gli tornò in mente un'altra favola, quella in cui pur di liberarsi di un segreto il protagonista lo finiva per sussurrare nel tronco di un albero. Sentì di aver fatto lo stesso. Le parole avevano dialogato con il tronco, crescendo e ramificandosi. Aveva avuto inizialmente nobili intenzioni, ma le aveva dovute accantonare per poterle esporre. Il mistero aveva quindi perso ogni possibilità di soluzione e se ne accorse il quel momento.

Girandoci intorno, approdando a temi che avevano raccolto più consensi, aveva finito per dimenticare il suo obiettivo iniziale. Se mai c'era stata una possibilità di redimere il killer di mezzogiorno, ammise di aver sprecato l'occasione.
Le Variazioni erano un fallimento che aveva avuto successo.

lunedì, luglio 04, 2011

Contingenze elementari (undicesima parte)

Prese il libro ed uscì, diretto all'appuntamento.
Guardò attentamente la spessa copertina di cartone mentre l'ascensore lo portava al piano terra.
Si trattava della riproduzione a colori di una delle immagini principali della storia: l'ingresso di Ali Baba nella caverna.
I tesori, luccicanti di tutte le forme della ricchezza, arrivavano fino al soffitto impreziosendo stalattiti millenarie. Ali Baba, a braccia spalancate, ammirava insieme all'osservatore una fortuna troppo grande per essere compresa solo con la vista.

Indossando gli occhiali da sole dalle lenti affumicate attraversò la strada, accelerando il passo alla vista del semaforo giallo.
I quaranta ladroni avevano molto affascinato suo nipote, il quale poneva continuamente domande durante il racconto per avanzare le sue ipotesi su quanto la trama taceva.

Arrivò in anticipo nel luogo convenuto. Da un negozio d'abbigliamento poco distante arrivavano mescolati tra loro musica chillout e profumo di zafferano. Inspirò profondamente vagando con la fantasia per ammazzare il tempo, che presto avrebbe presto portato ogni cosa in altri luoghi.

Immaginò la genesi della banda dei quaranta ladroni. Vide una flottiglia di pescherecci di legno in balia dell'Egeo in tempesta. Uomini che avevano visto la guerra approdavano in terre insieme antichissime ed innocenti. Depredando, rapinando, vivendo con naturalezza la vita di orrori che dieci anni nella piana di Troia gli avevano insegnato, avevano col tempo raccolto ricchezze per loro senza valore.

Arredavano una caverna, in attesa di capire il significato di quanto stessero facendo. Che fossero greci o troiani ormai non importava, i quaranta avrebbero affrontato insieme ogni nuova insidia, alla vecchia maniera.

Contemplò l'ipotesi che aveva fatto con un certo interesse. Il collegamento tra le due storie poteva anche essere cronologicamente impossibile, ma gli sembrava gravido di significati misteriosamente paralleli a quelli che aveva toccato con il suo arcipelago di sogni.

venerdì, luglio 01, 2011

Contingenze elementari (decima parte)

Il resto della serata passò senza fretta e senza lasciare il segno.
Prima di imbarcarsi sul taxi andò a ringraziarla, ammettendo che la serata era stata ben più di ciò che gli era stato promesso. Cercò per tutto il tempo di oltrepassare il suo sguardo, cercando di intercettare quello della ragazza minuta dietro di lei, che guardava da un altra parte giocherellando col monile della collana. Era lei, era stata lei, la sospettata.

Una lunghissima serie di soli gemelli si allontanò dalla villa, ora che la notte cominciava a diradarsi. Milioni di insetti si affollavano intorno ai fanali, mentre lui si abbandonava al sogno precaricato nelle vetture dalle padrone di casa.

L'inverno seguente cominciarono le prime indiscrezioni circa la nomination come Miglior Insieme Onirico Indipendente delle ormai celebri Variazioni. L'importanza della cosa lo scosse profondamente, liberando stati d'animo nuovi per le sue composizioni.
Benché il lavoro fosse stato via via sempre più rallentato l'ultima variazione che si era prefissato di comporre, la ventunesima, fu pronta prima dell'inizio della primavera.

A Maggio, durante una mattinata particolarmente ventosa, ricevette la notizia ufficiale della candidatura. L'uomo che apprendeva questa notizia non era particolarmente mutato da quello che aveva creato la prima variazione.
I capelli, tagliati regolarmente senza passione dal barbiere all'angolo, non erano tanto diversi da quelli dell'anno prima ed il piccolo appartamento in cui componeva non aveva subito che infinitesime variazioni.

martedì, giugno 28, 2011

L'ora dello Swing

Salendo le scale, la custodia del mio strumento urta più volte contro il corrimano.
La serata non è stata noiosa, eppure mentre giro la chiave nella toppa e varco la soglia di casa, un senso di insoddisfazione mi inonda l'anima.
Invece di buttarmici io stesso, poso delicatamente il sassofono sul letto : è un po' di tempo che in questa casa alla sera ci ritroviamo solo in due, io e il mio sax.
"Perchè farsi pregare? Bruciamoci l'ultima sigaretta della notte" - bisbiglio tra me e me, mentre l'aria fresca delle sei sbatte contro la mia barba di due giorni.
L'ultima sigaretta della notte è anche la prima della mattina.

Mentre gironzolo in 2mq di terrazzo prendo in mano il telefono cellulare, sperando che lei sia ancora sveglia.
Dovete sapere che ho comprato il mio telefono esattamente due anni fa.
E' uno di quei modelli fatti apposta per non distruggersi mai, di quelli che cadono sempre in piedi: l'esatto contrario di me, insomma.
Infatti lei dorme, o, peggio, è con qualcun altro a guardare l'alba, sicuramente su un terrazzo molto più spazioso e comodo di questo.
Distrattamente finisco in una schermata di riepilogo, che però si rivela molto interessante : scopro che, a partire dal giorno in cui l'ho acquistato, ho ricevuto 55566 sms. E ne ho inviati 49991.

"Questo fa di me un cellulare-dipendente" - mi etichetto ad alta voce.
Sorrido da solo, e poi eseguo, a mente e con estrema difficoltà, la sottrazione : 5575 messaggi rimasti senza risposta in due anni.
In un numero così, ci può stare una vita intera.
Per un attimo mi chiedo cosa sarebbe potuto cambiare, se avessi donato la mia attenzione a tutte quelle persone che avevano scelto di rapportarsi con me in uno di quei cinquemilacinquecentosettantacinque momenti qualsiasi.
Chissà quanti sono i disperati che, dietro ad uno schermo e ad una tastiera usurata, hanno aspettato invano un mio segno; una risposta che io invece ho considerato superflua, mentre loro decidevano un pezzo minuscolo di vita in base a quel suono mancato.

La sigaretta è finita, il sole sta per sorgere.
Anche stamattina mi addormenterò abbracciato al mio sassofono.

Contingenze elementari (nona parte)

"Prendi la guerra di Troia, la guerra per eccellenza.
Come comincia? I guerrieri, quelli che dovranno fare il lavoro sporco, vengono reclutati. Cosa fanno? Si imboscano, o vengono imboscati. Ulisse finge di essere pazzo pur di non partire per la guerra. Aiuterà Diomede ad uccidere i Traci nel sonno ed escogiterà il famoso stratagemma del cavallo.

Se vogliamo, è con Ulisse che comincia l'effetto domino cui accennavo: il dolore è spesso perpetrato proprio da chi per primo lo giudicava una soluzione orribile. Nessuno vuole essere solo quando soffre. Achille stesso, mascherato da donna per nascondersi, viene scoperto proprio da Ulisse.

La guerra di per se era qualcosa a cui si era preparati, gli oracoli pronunciavano le loro profezie a riguardo da tempo, il punto è che nessun uomo è mai pronto abbastanza, tanto meno i suoi cari.
Ed è a questo che volevo arrivare: tempo fa, al museo del Louvre, mi sono soffermato ad osservare un'anfora greca; un vaso arancione con figure nere. La scena ritratta era la morte di Priamo, re di Troia.

La cosa sconvolgente è che l'assassino è Neottolemo, figlio di Achille, e l'arma del delitto è il nipote dello stesso Priamo: Astianatte. Il vecchio viene colpito col sangue del suo sangue fino alla morte.
Non conoscendo meglio le vicende mi sono informato, cercando di dare un senso ai continui ricorsi di peccati e parentele, tipici dell'epica greca.

Vengo a scoprire che la guerra di Troia non è la prima guerra che fosse stata combattuta in quei luoghi. C'è una prima guerra di Troia, in cui Priamo veniva invece chiamato il piè veloce, proprio come Achille dopo di lui.

In tutto questo, si capisce soltanto che gli antichi greci amavano le storie e che nutrivano una certa passione per gli equilibri karmici tra ciò che viene fatto e ciò che si subisce. In definitiva sembra sempre di leggere la stessa storia, che presenta tuttavia alcuni denominatori comuni.

Tralasciando presunte ragioni divine per la nascita di questa guerra, credo che ci siano dei luoghi nati per essere campi di battaglia e temi su cui da sempre l'uomo lotta ed incontra il dolore.
Il conoscere il quando e il dove dovremo affrontare tutto questo non è d'aiuto, come dimostrano gli oracoli: non si è mai pronti."

giovedì, giugno 23, 2011

Contingenze elementari (ottava parte)

Le disse che sì, sarebbe venuto.
In fondo non usciva da un pezzo, conoscere qualche persona nuova lo avrebbe stimolato.
Lei gli promise che sarebbe stato molto interessante, e divertente.

Era molto più sollevata ora che aveva avuto la certezza, tramite altre vie cui accennò sommariamente, che il killer di mezzogiorno non potesse essere sua sorella.
Considerò solo in quel momento, allacciandosi un consumatissimo orologio ocra al polso, l'orrore di un simile sospetto.
Non avrebbe mai potuto credere una cosa simile della sua, di sorella.
Tra i due immaginava di essere lui quello più portato per l'omicidio.

La villa era proprio come se l'era immaginata, la festa un pò meno. Invitati da tutto il mondo arrivavano ad ondate su larghi motoscafi retrò, che si avvicendavano al pontile con la lentezza millenaria di rettili tropicali. Intavolò interessanti conversazioni con alcuni volti noti: ex compagni di scuola della sorella. Temette di annoiarsi, continuando a pensare al fatto che in realtà non conoscesse nessuno.

Sapeva che la famiglia cui lei apparteneva era potente, ma aveva sempre associato la cosa a qualche distante lingotto d'oro incatenato nelle profondità di una banca europea piuttosto che a quella che ora si mostrava come celebre, indiscussa influenza. Si sorprese di aver avuto con quella donna, ora impegnata in una conversazione sul tempo con giovani ereditieri d'oltreoceano, un contatto banale come quello telefonico. Ripensò perplesso al biglietto infilato sotto la porta.

Passò il tempo tra una tartina ed un drink vergognandosi per la mancanza di osservazione che aveva dimostrato a se stesso. Non che lei gli avesse celato lo sfarzo dell'evento, era stato piuttosto lui a non ascoltarla, relegando nella propria mente il dialogo alla sfera lavorativa.

Fu avvicinato, mentre prendeva tempo guardando l'ora, da un uomo poco più giovane di lui che lo riconobbe chiamandolo per nome. Il tizio, presentandosi come Junior, disse di aver sognato i suoi sogni, di averlo seguito, di averlo quasi studiato. A sentir lui le variazioni erano l'evento onirico dell'estate.

Da lì, il discorso si sciolse in questioni che riguardavano in modo sempre meno nitido il suo lavoro.
"Ciò che mi sconvolge di più è come le cose più orribili vengano sempre fatte da chi all'inizio non voleva nemmeno sentir parlare della cosa."
Junior si schiarì la gola, comprendendo implicitamente di trovarsi di fronte ad un attento ascoltatore.

venerdì, giugno 17, 2011

Contingenze elementari (settima parte)

Un mese passò, insieme alle prime sei variazioni.
La cosa aveva suscitato nell'ambiente un certo interesse e giorno dopo giorno i commenti, lusinghieri o meno che fossero, andavano via via moltiplicandosi.
In compenso non era più stato contattato per il motivo per cui le aveva iniziate.
Le giornate passavano piuttosto lentamente, alternando il bello al cattivo tempo.

All'inizio della quarta settimana decise di organizzare una grande spesa ragionata per evitare vai e vieni dal supermercato vicino. I singoli sogni non richiedevano in realtà molto tempo, almeno non di più di quanto non ci avesse sempre dedicato, era piuttosto il continuo lavoro di rielaborazione a cui li sottoponeva ad essere talvolta il centro di intere giornate.

Il quinto sogno ad esempio, nato da un ramo delle stanze visitate nel secondo, si era inizialmente sviluppato con l'intenzione di ispirarsi alle varie cosmogonie riferite alle acque, ed in particolare al quinto giorno della tradizione cristiana. All'alba, quando si era finalmente deciso a dormire, il sogno era stato completamente prosciugato, riportando al deserto ciò che era nato nell'azzurro dell'acqua.

Lo sviluppo delle variazioni era diventato un gioco di guardie e ladri, un continuo rincorrersi. Causa di queste corse erano soprattutto furti, veri rapimenti di idee, che i singoli sogni si infliggevano vicendevolmente, imprestandosi retroattivamente i temi e sbirciando le trame che sarebbero seguite.
Nel frattempo, il killer di mezzogiorno continuava indisturbato il suo operato.

Ritornato dalla spesa, pronto a rimettersi al lavoro, lei lo chiamò. Ancora una volta percepì l'immacolata agitazione della sua voce.
Il settimo sogno avrebbe parlato della guerra.

domenica, giugno 12, 2011

Contingenze elementari (sesta parte)

"Ti ricordi? Quando eravamo piccoli facevamo sempre silenzio quando cominciavano i cartoni animati. Era un momento di estrema concentrazione, mi verrebbe da dire sacro. Comunque sia ordinato. Qualunque cosa voglia dire. Cominciavano i cartoni. Non so se ti ricordi quelli ambientati all'opera, una serata di gala o quello che era.

Insomma il personaggio principale comincia la performance con tutti i crismi: è una serata importante. Me ne ricordo almeno un paio strizzati in qualche improbabile smoking troppo elegante, già la cosa così era esilarante.

E poi cominciava la musica, una cosa solenne veramente, che ti faceva dubitare se stessi davvero guardando la stessa cosa che la sera prima ti aveva fatto morire dal ridere.
E poi, in un attimo tutto crolla: l'atmosfera solenne, la serietà, la preparazione, la compostezza. Ogni cosa degenera coralmente, abbattendosi sotto le violente spallate della musica.

Ti racconto tutto questo per dirti che la musica non era stata fatta per quel cartone animato. Era musica classica vera, una delle rapsodie ungheresi di Franz Liszt. Scritta almeno cent'anni prima. E' una melodia discontinua, dissonante, isterica, disturbata, un crescendo di follia faticosamente repressa nelle note iniziali. E' uno strillo di gioia primordiale strozzato dalla necessità di doverlo esprimere attraverso un meccanismo raffinato come la musica.

E' una transizione tra la ricerca dell'ordine ed il bisogno di caos. Anzi, è la transizione; in assoluto. Il degrado è la mutazione per eccellenza.
La variazione è selvaggia."

martedì, giugno 07, 2011

Contingenze elementari (quinta parte)

Camminarono fino al mare, parlando del più e del meno, mangiando le carote che lei aveva comprato nel pomeriggio.
Lui le chiese notizie di sua figlia, ossia sua nipote, e in cambio poté parlare di lavoro.
Sua sorella non aveva più sognato qualcosa di suo recentemente.

Cercava infatti di sincronizzare al meglio il suo riposo con quello della bambina, utilizzando anche i sogni post-maternità che lui stesso le aveva regalato per festeggiare la nascita. Si fece raccontare il succo delle sensazioni, i centri delle varie esperienze che proponeva. Si perdevano spesso in simili discorsi, scherzando poi sul fatto che avrebbe fatto prima a sognarne uno.

In qualche modo, mentre camminava verso la grande distesa salata, si accorse che una sensazione di fondo reggeva tutto il lavoro del fratello.
Indagando, lo portò a parlare dell'idea che aveva avuto sulle variazioni musicali, facendogli ammettere infine di star lavorando a qualcosa di più che a delle sperimentazioni sparse.

Il progetto delle variazioni aveva in effetti risvegliato alcune membra che col tempo si erano intorpidite. Dopo le soddisfazioni dei primi compensi, ricavati dai lavori che pian piano era riuscito a far apprezzare, le idee avevano continuato a moltiplicarsi; ma senza essere seguite dalle ambizioni. Piano piano aveva raggiunto uno stato compositivo professionale e distaccato, che risultava artisticamente asettico senza ribollire di ideologie, senza trasmettere la volontà di sfruttarlo o di liberarsene. Queste almeno erano le critiche che ritornavano nelle recensioni.

La calma olimpica di alcune delle sensazioni che era arrivato a poter trasmettere con certezza non erano pressate da urgenze maggiori, messe alla prova da impazienza o avidità.
Aggiustandosi i lunghi capelli spettinati dalla tramontana gli chiese se conoscesse Franz Liszt.

giovedì, giugno 02, 2011

Contingenze elementari (quarta parte)

Immaginare di rivolgersi ad un assassino non era abbastanza stimolante, o almeno non lo era con quei limiti.
Masticando il cavo delle cuffie con lo sguardo perso sullo schermo, si sentì come un mimo.
Doveva dire qualcosa senza pronunciarlo, mostrare senza svelare. Un paio di volte cominciò a buttare giù l'architettura del sogno, dicendosi che erano tutte paranoie e che un esterno non avrebbe mai capito l'argomento intorno cui girava disperatamente.

Riguardando quello che aveva fatto, tutti gli elementi gli apparvero come cartelli, biechi sbandieramenti delle proprie svogliate intenzioni. Dove sarebbe andato a parare percorrendo quella strada? Cestinò diverse mezzore di lavoro, a suo giudizio eccessivamente esplicite.

Il sogno andava creato come aveva sempre fatto, questo era un dato solido e basilare. Non poteva farlo scrivere ad un altro, non poteva tentare di cesellare troppo finemente quei sogni il cui marchio distintivo era sempre stata la forma grezza e incompleta. Arrivò ad un compromesso, stimolato dall'odore delle lasagne precotte che aveva infornato durante una pausa: scrisse il sogno tenendo a mente soltanto il fatto che sapeva dove voleva andare a parare, e non l'obiettivo finale.

Ne risultò una sensazione speziata che preannunciava sviluppi futuri, evoluzioni fondamentali che tuttavia avrebbero preso, per nascere debitamente, il tempo che era loro necessario. L'unica cosa a turbarlo fu la coscienza di aver in un certo senso aggirato il problema, cominciando da una matrioska superiore, come quegli scrittori che scrivono dello scrivere.

Con la musica non si può, pensò.
Si può con i testi, ma non gli venne in mente nessun analogo del suono.
Mentre caricava il sogno sul server, placando con dei cracker alla pizza l'ansia di essersi scoperto componendo qualcosa di leggermente diverso dal solito, gli venne in mente il concetto di variazione musicale.

Una lunga fila alle poste fu l'occasione per approfondire il collegamento mentale che l'aveva portato a ripensare alle variazioni. Le uniche che riuscì a rievocare furono le Goldberg, anche se lì per lì le ricordò a se stesso solo come "quelle con cui Bach fece esercitare il suo allievo".

Cosa avrebbe composto il giorno seguente ancora non lo sapeva, era curioso soltanto di tornare a casa per ascoltare il piano di Bach e di sapere come avrebbe dormito il killer di mezzogiorno.