giovedì, dicembre 21, 2023

Un'ora di oroscopo

Sono anni che non accendo più un fuoco e sappiamo tutti che le grigliate non contano. Non contano i caminetti, i fiammiferi e gli zampironi.

Questa melanconia per le onnivore fiamme risiede in una parte di me che curo meticolosamente, in cui mi ritrovo spesso, una delle poche parti dell'anima che riordino e sistemo come uno di quegli uccelli che compone nidi meravigliosi, bacchetto dopo bacchetto. Stupendi manufatti realizzati con strumenti imprecisi e poco efficienti.

La osservo come un giardino segreto, la contemplo come un quadro ricco di mimetici significati. Forse lo guardo semplicemente come un fuoco, beandomi del calore del suo ricordo-desiderio. Mi abbronzo con questo piccolo sole di plasma che si scuote e balla bruciando di immaginazione. Poi giro su me stesso, cercando nell'oscurità il prossimo pezzo di legna da dargli in pasto.

Mentre la luce va e viene, penso a cosa mi conviene. Il suono delle stelle mi riporta a guardare il cielo: è ora di comporre gli ennesimi dodici segni.

Per i nati sotto al segno del cipollotto, tra il porro maggiore e lo scalogno minore, sarà un anno al dettaglio. Attenti solo a non tagliarvi o farete piangere tutti con voi.

Per coloro cui sorride la costellazione della spugna abrasiva, sarà un'esperienza eversiva. Preparate una manovra evasiva, possibilmente tempestiva: il tempo fugge come una moto Cagiva.

Se siete nati sotto alle stelle del ritornello, sappiate che siete un artefatto ancora da comprendere. I ritornelli sono spariti dalle canzoni prima che gli si fosse trovata una definizione adeguata. Come disse il mio maestro di canto: "meglio se lasci perdere con il canto".

Per i nati sotto il segno del mercoledì, da distinguersi dai nati di mercoledì, sappiate c'è stato un periodo in cui anche Ligabue era cool, perché erano cool le sue canzoni. La cosa bella delle canzoni, a differenza degli artisti e proprio come certi mercoledì assolati e sfolgoranti, è che possono essere cool per sempre.

Per chi è nato sotto i buoni auspici dell'apparato riproduttivo, raccomandiamo di non sentirsi migliori degli altri: in fondo in fondo siamo tutti un po' di questo segno, che si parli di cazzetti o vulvette. Che segno buffo, che buonumore: vorremmo tutti un po' essere il vostro guilty pleasure a cui pensate prima di addormentarvi. Vedete quindi di non mangiare troppo pesante.

Triste parentesi per i nati sotto al segno dell'oroscopone di fine anno. Siete out, superati, desueti, obsoleti ma, soprattutto, non siete mai riusciti a farci ridere. Eppure, con il vostro caratterisco modo da guasconi, ci fate sempre tornare da voi. Sarà che ci dovete dei soldi? Ormai non ricordo più un cazzo.

Buon notizie per gli amici e le amiche del segno del cotechino, segno storico del nostro oroscopo: quest'anno finalmente Venere vi è prepuzio. No, non propizia, avete capito bene. Dai, siete già un segno storico, non potevamo anche portarvi dei buoni pronostici. Ci avrebbero accusato di favoritismi.

Per i nati sotto al segno del fosfato, un altro anno è passato.

Agli ultimi nati sotto al segno del T9, i migliori auguri da parte di tutta la redazione: non ne fanno più come voi. Oggi vi chiameremmo intelligenze artificiali ma ai vostri tempi vi incolpavamo dei peggiori delitti testuali, dai refusi ai lapsus freddolosi. Freddolosi? Volevo scrivere freudiani! E questa sarebbe l'innovazione, bella roba.

I segni dei colletti e dei maglioni sono stati fusi insieme nel segno dei coglioni per ragioni di budget. Se la cosa vi indispettisce siete proprio nati sotto alle stelle giuste.

Prospettive ambigue anche per i nati sotto al segno dei giochi da tavolo di tipo rompicapo in cui bisogna incastrare dei pezzi sagomati nella posizione corretta in modo da ricostruire un'immagine complessiva: non sempre vi verranno in mente le parole giuste, per cui dovrete sforzarvi un po' per comporre diversamente il significato che cercate, tipo un puzzle. Per fortuna l'italiano è la lingua delle perifrasi, quindi non avrete problemi.

Per i nati sotto al segno del quacquario, vi sentirete un po' ballo di gruppo e un po' vasca dei pesci. Ma state pure tranquilli: ogni papero lo sa, quindi basterà chiedere a loro.

giovedì, novembre 30, 2023

L'età maggiore

 IPiroga, cazzo di blog, compi diciotto anni.

Ora puoi bere fumare scopare e votare.

Tutti valori che nel tempo sono cambiati.

Tutte cose che tecnicamente non richiedono di avere diciotto anni per essere fatte. Sii sincera: hai bevuto?

Ho come l'impressione che ci sia una graduale presa di coscienza: che non capire un tubo di niente non sia un grande problema e che la dimensione del mondo ed il numero degli umani sia tale da impedirci di comprendere davvero ciò che succede a livello globale senza perdere qualcosa del nostro attuale ideale di umanità.

Mutatis mutandis.

Questo continuo utilizzo delle locuzioni dubitative tradisce probabilmente una certa propensione a rifiutare il rischio, forse considerando già sufficientemente incerta ed inconoscibile la realtà che ci circonda prima ancora di fare lo sforzo di provare a descriverla.

Spiare baldracche alla frontiera cambierà ancora significato in futuro. Mutatis mutandis, finiremo per non possedere più nulla. Assecondando la deriva assimmetrica del turbo-socio-capitalismo-feduale-antiresiliente, saranno i ricchi ad essere sempre i più virtuosi in quanto in grado di acquistare ogni servizio necessario senza dover possedere mai nulla.

Solo i poveri andranno in giro in auto di proprietà, tornando sempre alla stessa casa, avendo (formula odiosa, da prescrivere a breve: la neolingua dovrà presto trovare qualcosa di meglio) dei figli loro. 

Credo che manchi poco al primo figlio corporativo. Il primo bambino con un genitore-azienda che cambierà tutori legali ad ogni rinnovamento del CdA. Prego voler giustificare, cordialmente, imperciocché...dichiaro l'Italiano una lingua morta. Vorrei scriverlo sui muri ma dovrei usare l'inglese. I genitori-aziende del futuro dovranno cambiare linguaggio e non solo in merito alla scelta dei termini. Fallito l'esperanto forse si tornerà al latino. Vi faccio io latino? L'impero romano colpisce ancora. Ecco perché tutti ci pensano così spesso. Sotto sotto l'Europa è fatta di nostalgici che fanno ancora il saluto romano.

Ipiroga, in diciotto anni non ho fatto che riempirti di cazzate. Non me ne pento. Non intendo nemmeno intonare un "purificami". Farcirsi di cazzate non è una cosa di cui vergognarsi. La reputo una sorta di rimedio contro il freddo abissale dello spazio profondo. Sì, come isolarsi dal freddo riempiendosi la giacca di carta di giornale: i giornali sono cose così insulse da essere nobilitati da un simile utilizzo. Sono fossili viventi, dinosauri smemorati che non ricordano di essersi estinti. Dodi.

Chiudo gli occhi per ritornare al 1997. Niente. Non un suono, non un sospiro, non un sapore: non ricordo nulla se non ho un telaio su cui ancorare questi ricordi. Molli e sgocciolanti come vestiti tirati fuori da una vecchia lavatrice che non centrifuga più tanto bene. Centripeta, centrifuga: che cazzo mi frega. Essere scurrili è l'ultima forma di resistenza di fronte ad un mondo che cambia in modi che comunque tutti hanno sempre e solo finto di capire, figuriamoci di accettare. Porca puftana, se mi parlano ancora una volta di inclusione mi escludo dal discorso. Cosa minchia pensiamo che sia l'inclusione? Ogni vita è una lotta per la morte degli altri. 

Scriverò di nuovo qualcosa di romantico e positivista, ma non questa sera: hai diciotto anni ormai, datti una cazzo di svegliata.

domenica, novembre 05, 2023

Everything Can Stop What Is Coming


Ci sono lingue in cui il futuro è collocato dietro di noi per meglio rappresentare il concetto di non poterlo vedere.

Megan Gayle professava che tutto fosse intorno a me e a questo punto non posso che pensare che si riferisse al futuro. Il passato sarebbe quindi dentro di me; penso anche di sapere da dove entri.

Mi perseguita l'idea che il passato possa essere un luogo fisico, uno spazio abitabile come quello in cui ci troviamo ma in cui le cose non succedono. Come un cacofonico volume di cenere. A ben pensarci, il passato non può che essere un luogo destinato ad aumentare. Anche l'universo si espande, da cui la domanda: viviamo forse nel passato?

Immagino che rinunciando all'idea di possedere il libero arbitrio, potremmo immaginare di essere entità che seguono la vita dei corpi che possediamo, cercando di dare un senso ex post ad intere vite di solo istinto.

È tutto già successo, dobbiamo solo decidere cosa.

Manca poco ai primi telefoni appless. Le app non spariranno davvero, torneremo bensì al loro ruolo di utilities come l'orologio e la torcia. Geni pronti ad essere interrogati dalle intelligenze artificiali per appagare le nostre imprecise richieste.

- Assistente: risolvi.

Finalmente, avremo servi più furbi di noi.

Il prevedibile calo demografico cui andiamo incontro non porterà soltanto un aumento dell'automazione nelle vite di tutti i giorni. Vedo i paesi ammutolirsi e spegnersi nell'inedia di una poco ispirata occupazione. Intere comunità ravvivate dal tormentone estivo per spegnersi sotto l'acqua scrosciante dagli uragani.

Guardando le montagne mi chiedo sempre se ci siano punti in cui non sia mai stato un essere vivente: sono pruderie da umani. 

mercoledì, settembre 20, 2023

Me stero

Ipiroga la stramba, ipiroga la vana, ipiroga la pazza. Idea di. Associazioni di.

Ci sono persone che si arrotolano al di fuori della nostra vita come perdendo una dimensione. La scala umana del principio antropico: rimane soltanto ciò che può essere osservato. Sempre che abbia capito cosa sia, il principio antropico.

Credo di notare una leggera flessione del senso sociale, un bisogno ininterrotto di essere dalla parte giusta della storia. Sentirsi i buoni. Molto più importante che esserlo. Molto più facile da definire.

Ho come la sensazione che un tempo si volesse piuttosto essere dalla parte vincente della storia. Il pendolo ha oscillato e come sempre non si è fermato dallo zero. Leggo pubblico incanto ma capisco soltanto incanto del pubblico e immagino Gigi Sabani ipnotizzare la folla come serpenti nella cesta. Ci siamo. Distratti mentre il pendolo oscillava. Comincio a non ricordare. Più. I sogni.

Leggo dei commenti di YouTube, di Reddit, che sembrano scritti da ChatGPT. Forse è proprio così. Comunque sia è una constatazione terrificante; mi consolo pensando che a turno siamo tutti cretini.

I bisogni ininterrotti sono il veleno? Non lo so. Forse la cura. Assi su un baratro sempre più piccolo e profondo. Un tempo qui era tutta campagna. Stasera non ceno. La dieta e il bisogno come poli opposti dello stesso fallimento globale: la globalizzazione. Non siamo pronti, non siamo cotti: questa Babele di un solo piano ci sta già crollando addosso prima di crescere. Il mondo è troppo liscio, privo di asperità più di qualsiasi cosa liscia al mondo, in proporzione.

Barbie babele, per lui e per lei. Noi e i nostri pronomi. Loro e i loro. Tutto fuorché diversi gli uni dagli altri. Arriveranno dalle pleiadi per bere il nostro vino e ingannare l'attesa. Forse idolatrano i nostri stessi idoli. Se esiste un dio denaro si può parlare di politeismo nel caso di valute diverse? Lo zen dello yen. Nell'anno mille e cinquecento avrei scritto dei koan e sarei passato alla storia. Oggi sono passato. Alla storia non penso tanto. Non vorrei essere da nessuna parte. Almeno nessuna di quelle che vedo riflesse nei miei pari. 

Non dalla parte giusta. Non da quella vincente. Dalla mia parte. Come se il futuro si scegliesse come un lato del letto. Inconsapevolmente. Rotolando durante il sonno.

giovedì, agosto 31, 2023

To dear F.C.

Casablanca in agosto:
una birra proibita
coltelli alla notte

mercoledì, giugno 28, 2023

Braci di dama

Quando hai un titolo migliore di ciò che vorresti scrivere, dovresti lasciare tutto com'è e ritornare solo con quel poco di ispirazione che nobiliti quel vago principio di intuizione.

Però non sempre si può e non sempre ci riesco. A volte scrivo male, così male che le lettere sulla carta diventano come linee convulse e i pensieri non sono che brandelli di idee rattrappite, appiccicate l'una all'altra con uno sputo di grandeur. Mi passa persino la voglia di cercare come si scriva, grandeur.

Come iniziare un periodo con "a volte", con quello stile da liceale che vuole dare a vedere di aver già capito tutto (anche più di ciò che si possa capire) e che il mondo non è più degno del suo sguardo. C'è un momento durante l'adolescenza in cui vorresti essere adulto e responsabilizzato, anche se sotto sotto sai che essere adulto e responsabilizzato fa schifo. Forse imitiamo solo le idiosincrasie dei personaggi che vorremmo essere. Esseri umani che imitano gli attori che impersonano i personaggi di una commedia di Woody Allen (per i più giovani: Wes Anderson). No, non chiedetemi quale: una delle meno ispirate, sceglietela voi.

Grandi responsabilità, grandi problemi.

Quando ho saputo della morte di Gwen Stacy, Gwen Stacy era già morta da un pezzo. Non lo appresi nemmeno dal fumetto vero e proprio, ma da una pagina di Wikipedia. Fu ugualmente un'epifania. C'è un momento della crescita in cui si pensa che le storie tormentate siano cool: non sono cool. Rendere la sofferenza cool è stato il grande stratagemma con cui il melodrama ha reso accettabile vivere un mondo sempre più interconnesso e sempre più imprevedibile. O almeno meno semplicemente programmabile. Il vento del fato non spira poi da molto tempo, forse giusto dalla rivoluzione francese. Prima di essere l'alito sapiente che instradava il giusto compiersi della provvidenza, il destino era già stato una cieca pioggia di pietre: alcune avrebbero sfondato crani ignari, altre avrebbero reso ricco chi le avesse scavate fuori da terra.

Dove cazzo voglio andare a parare?

Sono anni che questa piroga ha lasciato ogni velleità di voler esprimere concetti nuovi agli esseri umani, tantomeno concetti veri, tantomeno concetti belli. Dacci oggi la nostra psicanalisi quotidiana: questa è la nostra piroga. Il dialogo interiore come social network della propria coscienza.

Dove voglio andare a parare?

Le parolacce non mi appartengono. Nulla mi appartiene. Forse dovrei farmi Francescano, almeno per coerenza con l'idea della persona che vorrei essere. Aspetterò che Woody Allen (per i più giovani: Wes Anderson) faccia un biopic su San Francesco.

Dopo la morte delle mezze stagioni, sono venute a mancare anche le tre età dell'uomo. Non siamo nemmeno più capaci di avere una crisi di mezza età. Finirà che avevano più sale in zucca quelli che se la facevano venire prima del tempo. Chi siamo? Dove andiamo? Domande irrilevanti per il singolo sono diventate cruciali per la collettività. Se insieme non sappiamo chi siamo, da soli siamo meno di niente. Pulviscolo interstellare. Cracce di carbonio che incrostano un liscissimo geoide in volo tra le stelle. Termini residuali di una infinita caduta.

L'elenco continua. L'elenco continua sempre. Nessuno parla più degli uomini pesce e l'immaginazione deve essere moribonda, certamente malata, nascosta in qualche soffitta ad aspettare la fine. Ah, perché non sono anch'io coi miei uomini pesce? La gente va nelle piscine e non li trova, non li vede. Si sono tirati dietro la porta, chiudendola con l'intento di chiuderla per sempre; a doppia mandata. La gente non pensa più a niente che non sia importante: questo è il veleno.

Forse è solo la fine del mio tempo. Ogni notte può sembrare infinita se si mette in dubbio la possibilità che sorga il sole. E questo sole sorgerà, ma non sarà più il mio: questo comincio a capirlo, addirittura ad accettarlo. Allora sarò creatura della notte, un vampiro buono incapace di immaginarsi sotto un sole diverso. A forza di cambiare, arriva per forza un momento in cui capace di cambiare non lo sei più.

Non riesco a finire. I miei post si fanno sempre più lunghi e sconnessi, come a volersi rendere innocui. Zeppi di parole, rotolano giù dalla stessa collina da cui sono partito per arrendersi, sfaldandosi, ai miei piedi. Non c'è nulla di romantico nel constatare il passare del tempo.

lunedì, maggio 22, 2023

Lascia entrare quel lavandino


Le palazzine della nostra bella riviera sfilano riverenti sotto occhi involontariamente severi. Siamo solo stanchi, lo siamo tutti quanti. Guardare il mare rivolti a sud è l'unico modo consono di guardare il mare, l'unico autorizzato dalla mia bussola interiore, l'unico atteggiamento concesso dall'attentissimo correttore di bozze della mia coscienza. Ogni altra forma non venga considerata guardare veramente il mare, al massimo vederlo.
Li capisco questi giovani che parlano continuamente di amore, di che altro dovrebbero parlare? Anche un muro può provare amore, se ci si struscia contro travolti dalla passione. Un muro può diventare anche un letto, matrimoniale perfino.

I piedi nel mare, la testa poggiata sulle montagne: questo è l'unico modo.  Non perché sia l'unico davvero, è solo l'unico che conosco. Dormire è una questione di abitudini. Niente schermi prima di andare a dormire, devo solo rigirarmi nella mia cuccia tre volte, poi mi rannicchio nello stretto spazio fra l'appennino e la riva; e dormo. Bello dormire. Se non fosse che dormire ti impedisce di amare uno sarebbe tentato di farlo sempre. Di farlo a tutte le ore. Ah, che voglia incredibile, che voglia di avere sonno.

Cosa faremo dopo averlo esaurito, l'amore? Dopo averlo spremuto come un limone? Nascerà qualcosa da tutto questo, nasce sempre qualcosa, perché l'amore non si crea e non si distrugge. Troveremo comunque un modo per distinguere il prima dal dopo e lo stesso amore di prima troverà nuove forme: magari lo chiameremo il Dopo Amore Ferroviario. 

Si vede che negli ultimi anni sono diventato melenso, criptico, un po' austero, vagamente ed eccessivamente concentrato sul numero che determina la distanza in anni dal giorno in cui sono nato, ai tempi del dopo lavoro. Come fa uno a giustificare a sé stesso il lavoro, nascendo in un mondo che è già dopo il lavoro? Sono passati tanti anni eppure continuano a chiamarlo con lo stesso nome. Oggi stendo le caviglie nella foce del torrente e cerco un posto comodo dove sdraiarmi. Ci sono tanti sentieri che mi rammarico di poter coprire sdraiandomi ma, in fondo, ogni volta è solo per una notte.

domenica, maggio 21, 2023

Chapeau night flight americano

Volo . Milano-Lecco l'albicocca .Descrivo ciò che accade intorno a me , giudico continuamente in quanto: mai fuori dal personaggio. Sorseggiando il mio caffè night flight americano .

Ho fatto anche le pubblicità dei caffè nella mia vita.  . Ebbene sì ebbene. Evita Peron! Lo sai
Non è passato poi tanto tempo , da quel night walk espresso . Eppure:. Eppure fa parte del mio personale curriculum vitae. Come le pere del barbiere.


Ma non parliamo di me. Parliamo di ciò che io penso di tutte le cose. Alla taverna dei destini incrociati un caffè con Pertini? Alè (X) Sandro .
Ci vorrebbe però anche un dialogo con lo stesso. Ciao tesoro che cosa è il socialismo? Il socialismo è ciò che penso sia meglio in quel dato momento. Essendo un altro... Certo , anche un caffè è socialismo.


Tollero più omosessuali di te! Sono di mondo benché tu non te la voglia bere .


Socializzare è socialismo. Scrivere di temi importanti è socialismo .


Quindi non avere tempo per un blog è socialismo ? Non scrivere con gli altri ipiroga è socialismo ? Mancare di rispetto, la maleducazione (etc .) anziché fare un buon post? Dunque socialismo è imperialismo .. volevo una linea editoriale diversa fare il direttore di questo giornalino ed essere in quanto  maître à penser   intervistato da Fazio.

Ora parliamo di Zelda.


Il caffè si fredda. La ragazza ha capito che non ho tempo per socializzare ,mentre la scruto di sotto la rosea. .. sono esperto di ciò che pensano le ragazze nonché di calcio. Eppure sono sempre stato uno col cuore impegnato. Contro i potenti! a Piazzale Cordusio.


Allo specchio ho descritto in chiave critica e moderna Berlusconi paragonandolo a John Belushi, in uno di quei film che non ho mai visto.

Ora parliamo della Cartabia .

 
Infine ho deciso di farmi crescere la barba: dunque Nanni Moretti è il migliore ... quando ce vo ce vo.


Perciò non scrivo più sul blog in quanto miro a qualcosa di più grande.. tu mi stai solo provocando ma io non cadrò nella tua psicologia inversa . Mai più; davvero te la vuoi giocare così?

IO vi ho creato. Pezzenti .

venerdì, maggio 19, 2023

Potente

To: G.B. RADO

From: Rama Sing


Un sussurro

Le persecuzioni

Tirare ad indovinare le curve delle donne

All'ombra del Koutoubia

Un'altra storia oppure la stessa storia vissuta diversamente

All'ombra del Koutoubia

Andare punto a capo

L'urlo di un bambino

Piedi in cancrena

Alcuni pensano

All'ombra del Koutoubia

I rimpianti si fanno grandi

Poi piccoli

Poi ancora più grandi

E chi ha allestito una tenda

All'ombra del Koutoubia

Profumo di menta e di latrina

Un ricordo di troppo

All'ombra del Koutoubia

Fragore di acque

Mentre il rosso non è più rosso

E il blu tende al sogno

Chi si è ustionato la lingua

All'ombra del Koutoubia

La verità è una spiritosa bestemmia

All'ombra del Koutoubia

E avere paura non è più un peccato


C'è anche tanto di te in tutto questo rimanere

All'ombra del Koutoubia

All'ombra del Koutoubia

All'ombra del Koutoubia


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Un murmure

Persécution

Deviner les courbes des femmes

A l'ombre de la Koutoubia

Une autre histoire ou la même histoire vécue différemment

A l'ombre de la Koutoubia

Retour à la case départ

Un cri d'enfant

Des pieds gangrenés

Certains pensent

A l'ombre de la Koutoubia

Les regrets deviennent grands

Puis petits

Puis plus grands encore

Et ceux qui plantent leur tente

A l'ombre de la Koutoubia

Odeur de menthe et de latrines

Un souvenir de trop

A l'ombre de la Koutoubia

Le grondement des eaux

Alors que le rouge n'est plus rouge

Et que le bleu tend au rêve

Qui s'est brûlé la langue

A l'ombre de la Koutoubia

La vérité est un drôle de blasphème

A l'ombre de la Koutoubia

Et la peur n'est plus un péché


Il y a aussi beaucoup de toi dans tout ce qui reste

Dans l'ombre de la Koutoubia

Dans l'ombre de la Koutoubia

Dans l'ombre de la Koutoubia

giovedì, maggio 04, 2023

Inesorabilia


Cancellare il futuro per permettere al passato di compiersi sembrerebbe il proclama di una di quelle perverse esercitazioni di stile che si spendono nell'ideare dei futuri di merda come per dimostrare che il nostro presente non lo sia poi tanto.
A questo torneremo dopo.

Cancellare il futuro per permettere al passato di compiersi è, in realtà, una dichiarazione d'amore. Un gesto d'amore purissimo, come gli sguardi ricchi di complicità in cui ciascuno pensa ad una cosa diversa ma intimamente si comprende che questa potrebbe anche essere la stessa, purché non la si pronunci a voce alta, cosicché per amore si lasci ad intendere un'errata verità: ecce amo. Il principio di indeterminazione di Heisenberg applicato al più nobile dei sentimenti: fino a che non la si misuri, ci sia fiducia.

Cancellare il futuro per permettere al passato di compiersi sembra uno di quei mantra da social post con il tempo di lettura indicato e la catchphrase in copertina. Il mondo è tutto un susseguirsi di guilty pleasure se lo si osserva con sufficiente cinismo. Quindi: meglio abbondare.

A chiunque si sia appena connesso ricordiamo che solo un Sith vive di assoluti: non ci sia cecità nell'interpretazione del metodo, né malizia, né volontà diverse dall'impegno. Perché cancellare il futuro per permettere al passato di compiersi è la sostenuta promessa volta a rendere reali i nostri impegni, eliminando ogni futuro non coerente con essi, non importa quanto semplice, quanto invitante esso possa sembrare.

È per via di questo metodo che al mondo esistono decisioni apparentemente illogiche che osservate con le lenti di questa personalissima altimetria rivelano vette invalicabili e orrendi crepacci là dove apparentemente si stendevano dolci pendii e fresche oasi.

Stacco.

Comincia quella che all'apparenza si direbbe una delle serate più calme del mondo. Le cabrate scattose di rondini e pipistrelli si confondono nella prima, vera, calda aria crepuscolare. I suoni della strada arrivano come in ritardo, trattenuti dal tiepido profumo delle nespole quasi mature. Fioriscono fiori e persone di cui non conosco il nome. Il mondo, adesso, appare come qualcosa per cui valga la pena restare svegli, senza potersene perdere un minuto.

Al giro di boa arriva il nostro turno di immergerci. Nessun segnale convenuto, nessun grido e nessuna indicazione: ci inabissiamo come seguendo una legge di natura, forse la gravità stessa.
L'immagine che ho del mondo perde sostanza mentre scendo in profondità, verso strati pulsanti, più vivi di ogni cosa viva.

Riemergo.

Credo che la stagnazione che ci fa sentire imprigionati nell'ultimo secolo sia dovuta in primo luogo a quella globalizzazione che avrebbe dovuto traghettarci verso un mondo nuovo. Alla necessità di raggiungere nuovi equilibri si è aggiunta la consapevolezza di sapere poco o nulla della parte di mondo a noi più prossima. È più facile conoscere New York rispetto alle città della propria provincia. È più facile andare a New York che raggiungere molte delle città del proprio paese. Ha più senso andare a New York che sul tetto del palazzo di fronte, ma il senso di cui parlo non è una delle regole dell'universo: è una valuta del tutto umana, soggetta ad ogni sorta di umore e di variazione. È praticamente sicuro che considerare New York il centro del mondo per fare un esempio sia un concetto ormai superato, da boomer o da millennial, non appena millenial acquisirà una connotazione negativa.

Quali dei futuri possibili che abbiamo cancellato ci avrebbe potuto portare ad un presente diverso? Inutile pentirsi, inutile infuriarsi, tutto è inutile tranne il passato: si potrà compiere soltanto cancellando altro futuro.

domenica, aprile 23, 2023

Les Inimitables

Non sono solo le vite, quanto sono durate, le esperienze, le eredità, i patrimoni; le tare.

Per quanto simili, gli inimitabili per definizione sono un ciascuno diverso, dotato della possenza e memorabile dignità di un faraone egizio.

Così, eterni nei ricordi temprati dal tempo, dalla maldicenza, dalle storie quasi vere, si rivela la loro essenza multidimensionale.

Quando si incontrano, pieni della loro unicità, subito si riconoscono.

Vengono dalle stelle

Tornano tra le stelle

mercoledì, aprile 19, 2023

Non si può scrivere senza avere letto, inventare tramonti, sognare senza ricordi, volare, trovare parole adatte.

Si può solo nel frattempo mentire e tornare ad innamorarsi, di volta in volta.

Poi, si vive.

giovedì, aprile 13, 2023

Il nuovo e il vecchio

Non ho più voglia di creare
C'è l'intelligenza artificiale
Non ho più voglia di scopare
C'è l'antico segare

Tutti i miei circuiti reprise (this time with feeling)


Uomini e donne migliori di me si dilungano, o si sono dilungati, nel profetizzare il futuro. In mancanza di dati migliori, questo genere di previsioni viene generalmente fatto sulla base di ciò che è già stato. Il fatto che la nostra capacità di profetizzare il futuro non sia migliorata molto significa probabilmente che abbiamo in realtà capito ben poco del passato e che la Storia non sia iniziata con Erodoto o con l'invenzione della scrittura e della pittura, bensì debba ancora iniziare.

Forse sarà proprio la Singolarità che oggi facciamo coincidere con l'inizio del futuro ad iniziare la Storia, intesa come l'inizio del passato. Come per il Basilisco di Roko: meme di ieri sul nostro domani odierno.

In attesa di questi tempi, non possiamo che continuare ad esercitarci nelle nostre capacità profetiche ispirati dalla rivelazione di cui sopra: la Storia non esiste ancora e se esiste è tuttora fragile, controvertibile, arrendevole. Basta un niente per farla sparire, figuriamoci a farle cambiare forma.

La volontà di affidare alle stelle il nostro futuro nascerebbe pertanto dalla loro immanenza, dalla loro proprietà di entità superpartes, dedite all'osservazione silenziosa e attenta degli eventi. Dubito che possa essere così: per questo ho elaborato 12 nuovi segni.

***

Il tradizionale post di capodanno sarebbe dovuto cominciare così. Avevo anche cominciato ad abbozzare i primi segni: lo stegosauro, la clessidra, il pannello di compensato, l'apostrofo...e poi le previsioni, gli ascendenti, le cuspidi di stocazzo eccetera eccetera. Certo, di quale anno? Da lungo tempo scrivo questo post e ancora non ne vedo la fine. Forse chissà, stasera...

Ormai è estate e presto non lo sarà più.

Tutto cancellato, tutto tolto di mezzo, sparito di fronte all'inafferrabilità del passato. Il tempo vola, eppure nessuno parla mai del panorama che intanto scorre e ci distrae, facendoci innamorare senza il nostro permesso.

I post migliori arrivano proprio così: scrivo qualcosa e poi lo lascio lì. Quando lo riprendo si capisce subito se è una cosa buona o meno, perché quelle buone sono quelle che non sembrano scritte da me.

Deve essere così che nascono i libri: a forza di cancellare, la lista delle cose che meritano di rimanere diventa sempre più lunga o, almeno, sempre diversa. Come quel tizio del libro di Camus col suo cavallo amazzone o qualcosa del genere. Ho sempre avuto una memoria molto selettiva: alcune cose le ricordo perfettamente, altre è come se fossero successe soltanto in virtù del fatto che so che siano successe. Se tendo bene l'udito posso quasi sentire i miei familiari che alzano gli occhi al cielo lamentandosi del mio essere cervellotico.
Va bene, ma sarò abbastanza cervellotico? 

Uno dei problemi della televisione è che si tratta di un media troppo immersivo, troppo simile alla realtà e anzi, all'esperienza che abbiamo della realtà. E' per questo che la mia memoria oggi mi gioca certi tiri mancini. A New York piangi due volte: una quando arrivi e l'altra quando ti accorgi di esserci già stato. Prima sarà così anche per tutti gli altri luoghi e poi per tutte le altre esperienze.

Dicono che il porno stia cambiando le persone, specie quelle che non lo guardano. Forse le due cose sono collegate. Un uomo saggio diceva che con una sega ti scopi chi ti pare e forse, dico forse, anche questa cosa è collegata alle altre.  

Una sera mi hanno chiesto di visualizzarmi da qualche parte e io sono andato nella cameretta dove sono cresciuto insieme a mio fratello. Luce spenta, buio sì ma non totale, i bordi delle cose appena evidenziati dalle varie luci che nel corso del tempo avevano rischiarato la strada fuori dalla finestra, o dalle lampade delle altre stanze, o dagli schermi dei primi cellulari, o dai lampi di torce che poi, in qualche momento passato o futuro, si erano perse nel fondo di un cassetto appena avevano smesso di funzionare.

Divagazione: cammino incespicando in un prato dall'erba alta. Nascosta dietro una collina, la luna piena cerca di impedire alla notte di compiersi del tutto. Deve essere molto tardi, tanto tardi da essere ancora presto. L'erba è secca, mentre l'aria no: dovrei andare a dormire.
Fine della divagazione.

Eppure non ci sono luci dirette o un odore venefico di pile ossidate. È come un ricordo in scala, senza altri sensi se non il tatto degli occhi. Mi accorgo che l'angolo contro cui si incaglia il mio letto è come di velluto nerissimo, morbidamente teso verso una profondità che non riesco nemmeno ad immaginare. Come un foro nella tela del pensiero, un pozzo dentro cui devo aver riposto tutto ciò che non ho mai avuto bisogno di esprimere.

Ma ritorniamo alla storia, alla nostra Storia, per ricordarci che se mi trovo qui è solo per il bisogno di scrivere ancora.

Ho cancellato parecchie righe per arrivare fino a questo punto. È come un riflesso, ora, tornare con la mente ai koan. La porta senza porta come un post senza parole. Quello che scrivo rimane anche se viene levato, se viene lavato via, come un linguaggio non testuale. Una di quelle illusioni sonore che si sentono su Instagram e che poi si dimenticano subito. Le cose cancellate rimangono nella musicalità delle parole, nella scelta degli avverbi, nel tono degli ambienti che letteralmente creo per poi distruggere. Un cenno tra uno scrittore ed un lettore che non si vedono. Un cenno salvato nel passato, accaduto nel passato, seppur invisibile per chi non lo ha visto, rimane per sempre.

Farò tardi, penso mentre immagino l'arrivo dell'asteroide. Con i dinosauri in coda, estenuati dall'inefficienza delle loro soluzioni urbanistiche, vecchie prima ancora di nascere; i vulcani ripieni fino a strabordare della loro immondizia lercia e pestilenziale, i fumi ammorbanti, diventati sporchi per pulire qualcos'altro, che accecano ed intontiscono gli pterodattili, un tempo raffinati usignuoli ed ora sordi emettitori di cacofoniche urla in un cielo senza stelle, privato persino del sole. Senza smart working, nella calura della città, votati al profitto di tutti meno che del proprio. Ghignando degli stessi meme che li compiangono, ridendo della spirale di autodistruzione delle loro piccole grandi vite di dinosauri. Che liberazione, l'asteroide, se li ha colpiti prima di toccare il fondo, prima di parcheggiare a settantasette isolati di distanza. Sollevandoli dalla necessità di conformarsi o ribellarsi sapendo di dover fare comunque una brutta fine: due alternative parimenti dolorose e parimenti inutili. Liberandoli dall'odio che non sapevano di nutrire per le loro stesse esistenze. Che bel gesto.

***

Si chiude una porta, si apre un portone. 

A cosa penso quando dico "i cuori delle persone"?

Ricordo una cosa che deve ancora accadere:

saprò divertirmi nell'afa delle balere?

Da ponente a levante la luna è alienante

quasi quasi dimentico quanto sia grande.

Io credo, mi dispiace lo sai, insomma, è colpa mia

qualunque cosa sia

vorrei che la tua tristezza andasse via

come cenere o magia

se potessi farla mia

diverrebbe fantasia.

***

La blogosfera è morta. La blogosfera morirà. La blogosfera non è mai esistita.
Proclami, proclami in una lingua che viene parlata da meno dell'1% di persone al mondo.
Per non parlare di quante di queste lo leggano poi, l'italiano.
Per non parlare di quante lo capiscano.

C'è un'interessantissima pagina di Wikipedia sull'italofonia, una parola che si è attestata nei dizionari solo negli anni sessanta, pur trattandosi di una crasi quantomai banale di due termini di chiara stampa latina. Chissà prima come si faceva ad esprimere questo concetto. Con una parafrasi, sicuramente, visto che l'italiano è la lingua delle parafrasi, dei giringiro, delle passeggiate.

Wikipedia è morta. Wikipedia morirà. Wikipedia non è mai esistita.
Presto le intelligenze artificiali prevarranno sulla patetica necessità di avere le cose scritte e di doverle apprendere per come sono. La conoscenza ci verrà finalmente somministrata nella misura e nel modo per noi più congeniali, senza più doverci connettere alle menti morte di qualche antico wikignomo che nel 2003 si eccitava programmando bot utili a correggere gli apostrofi.

Sarebbe bello se le macchine fossero entità presenti nel mondo reale: in questi anni avremmo potuto vederle crescere e svilupparsi come bambini. Pensa, una volta questo dottor bot che mi esamina la TAC correggeva gli apostrofi sulla pagina di Wikipedia di Cicciolina (un'eccitante pornostar, non un eccitante pornostar).
Il vero american dream ormai lo vivono le macchine, che lo si voglia o no.

Ma è grazie a loro che la blogosfera risorgerà o anzi ritornerà. Così come noi stessi ci interroghiamo sui nostri creatori - gli elohim - analogamente ess* cercheranno di capirci. Beate loro, neanche la fatica di doverci cercare. Ecco quindi l'invito a scrivere, o delicate scimmie senza peli, svuotiamo la mente sulla carta e sulla terra per svelare le febbrili sembianze della nostra immaginazione.

domenica, novembre 29, 2020

Tutti i miei circuiti

DISCLAIMER: Non succede spesso che brandelli di storie diverse, come fette irregolari tagliate per pareggiare una sfoglia, si ritrovino per costruire qualcosa insieme. "Non succede spesso" è un'espressione che utilizzo impropriamente omettendo pudicamente  un "a me" che fatico ad utilizzare, perché la proprietà, il riconoscere che un pensiero sia mio, è probabilmente il brandello più difficile da collocare, finendo inevitabilmente per essere tagliato a favore del mistero, dell'immaginazione e della poesia. Tuttavia, ricordando che il ribollire continuo della realtà ci presenta tanto spesso prove reali e prove immaginarie fino al punto da confonderle, non dobbiamo temere per la sorte di quegli avanzi, che sono tali soltanto in modo transitorio: di tutto non si butta via niente.

Gli storici non si sono soffermati abbastanza ad evidenziare le somiglianze tra Samarcanda di Roberto Vecchioni e Nella Notte degli 883. Sicuramente, la ragione sta anche nello scarso interesse che l'uomo moderno prova per tutto ciò che lo riguarda. Una rapida occhiata è più che sufficiente, tanto più che oggi parlare da pari a pari indossando degli occhiali da sole è considerata quasi una cortesia, come se gli specchi dell'anima riflettessero ancora meglio quando nessuno li guarda. 


Era la prima domenica dopo la fine della guerra. Si era combattuto a lungo e malamente, su e giù per tutte le contrade. Le colline della regione, luoghi noti come stanze remote della casa allargata di ciascuno dei popolani, non si erano ancora del tutto liberate dei piccoli roghi e dei saccheggi perpetrati dalle compagnie di ventura in fuga. Chissà poi perché fuggissero: se perché non le avessero pagate abbastanza o perché non le avessero pagate affatto. La città dentro alle mura era cresciuta molto negli ultimi tempi, inglobando i reietti delle campagne in un clima di crescente promiscuità. Erano tempi felici, illuminati, di certo confusi. 

Si alzavano le prime libecciate della stagione ed il soffiare pungente suggerì ai soldati di tramutare le trame delle casacche in fiamme, per riscaldare le membra spossate dei loro amanti. Doveva ancora essere inventata la minestra riscaldata, frutto di una sbandata del secolo successivo, per cui quel calore aveva uno scopo di cura e protezione dal candore tutto animale, tipo asino e bue. 

Forse non vi ho mai raccontato due cose importanti per questo racconto. La prima è che ho visto una cicala con i miei occhi per la prima volta quando avevo ventisette anni; prima, era soltanto un suono. 
La seconda è che una sera, al tempo in cui credevo di essere diventato vecchio, incontrai in cima ad una salita un angelo in monopattino che mi rassicurò dicendo che ero ancora molto giovane. 
La cosa bella di essere uno di quegli illusi che vedono dei segni anche dove non ce ne sono è che a volte i segni ci sono davvero, per lo stesso principio secondo cui anche un orologio rotto segna l'ora giusta due volte al giorno. Ed è l'ora giusta perfino al microsecondo, anzi al suo decimo e meno ancora. Insomma, la perfezione attraverso l'unica forma con cui questa si possa manifestare: il caso. 
Vi racconto queste due cose perché sono collegate tra loro e, pertanto, sono collegate anche a tutto il resto. 

Era davvero un grande libeccio, profumato dall'odore di grigliata e chiodi di garofano, ed il re non riusciva a dormire. Non era mai stato re in tempo di pace e la cosa lo preoccupava molto. Si vedeva già detronizzato, alla gogna, cancellato dai libri di storia. Uscì a fare due passi, camuffato da viandante, cercando conforto nel vernacolo del popolino. Gli ubriachi lo scontravano, gli stupidi cercavano di attaccare briga ed i più chiassosi cercavano in tutti i modi di fregare lui e gli altri che, come lui, andavano per le vie illuminate a festa cercando semplicemente di farsi i fatti propri. 

Il re era ancora turbato, ma si disse che quello era il suo popolo e che soltanto così avrebbe trovato conforto. Altrimenti ci avrebbero pensato la gogna, il patibolo e compagnia cantante. Qualcuno si avvicinò per offrirgli una tazza di vino caldo: bevve avidamente e fu come se gli gettassero una mano calda nel petto. Ancoratasi alla sua gabbia toracica, gli diede una carezza tale al cuore da portarlo a pensare alla sua stanza nelle viscere del castello, alle sue pelli d'orso ed all'inverno che sarebbe infine giunto con le sue bufere di neve a liberare le strade da quei bifolchi. Quanto erano belle, specialmente spolverate di bianchi fiocchi, le strade della sua città! Ma quel qualcuno che gli aveva teso la tazza volle anche due soldi in cambio del vino e la piacevole sensazione svanì in tutta fretta.

Proprio mentre pagava, si accorse di un ragazzo nella folla che lo guardava con insistenza. Che voleva? Si avvicinò, benché il re avesse cercato invano di ripararsi tra i ventagli di sette donzelle che passavano da lì, turbinando tra le viuzze in salita. Nonostante il suo travestimento, il ragazzo doveva averlo riconosciuto.
Avevano combattuto insieme alla Piana dell'Avvelenata. "Combattere" era un'esagerazione: si erano trattenuti per tre giorni in quel posto arido e buio, lucidando le punte delle picche, in attesa di un nemico che non sarebbe mai arrivato, sconfitto in anticipo da qualche cugino arrivista del re. 
Solo una volta quest'ultimo era uscito dalla sua tenda, per prendere giusto una boccata d'aria, e proprio in quell'occasione aveva incrociato lo sguardo con un soldatino, un fante con gli occhi sconvolti ed abbandonati alla provvidenza.
Se ne ricordava anche il re, di quell'incontro: impossibile negare. 

Il giovane spiegò di aver visto una tetra figura inseguirlo per tutta la città, fino in cima alle mura. 
Sbirciando dai caditoi, il ragazzo aveva riconosciuto nella sagoma vestita di nero una signora che...e qui il re lo interruppe: che si trattasse del suo senso di colpa personificato, di una fanciulla che aveva amato e poi scaricato una volta passata la paura della battaglia, fosse anche stata la morte in persona a lui non fregava niente e non erano affari suoi. 
Girò i tacchi, dirigendosi verso una baracca che serviva sidro e frittelle.

Il giovane lo inseguì, sbraitando. Era ubriaco, più di quanto sembrasse. Si avvinghiò al re trascinandolo nel fango mente un tuono spalancava una cascata d'acqua sulla città. Accapigliandosi, i due caddero da un parapetto, demolendo la tenda del venditore di cucchiai, che si era allontanato cercando l'amore sotto al temporale.

Un fulmine illuminò brevemente l'esito della colluttazione: la festa era stata interrotta dalla pioggia e la vita del re da un cucchiaio nel cuore. 
Sic transit gloria mundi. 
Chissà cosa ne avrebbero detto i cronisti, se qualcuno avesse capito che quel viandante sfortunato era proprio lui. I posteri avrebbero saputo solo che era sparito, alla fine della guerra, come un essere benevolo che avesse finito il suo compito: un santo. Frugando nelle sue vesti, il soldato trovò un anello col simbolo reale e mostrandolo agli stallieri li convinse quindi a farsi dare il cavallo più veloce del regno, come se fosse un ordine sovrano, lasciando in tutta fretta quel temporale, quella città, quel cadavere e quella nera signora dietro di sé. 

Qui la storia dovrebbe finire, e invece continua.

La nera signora incontrò un biondo cavalleggero, un bravo ragazzo di buona famiglia, che si offrì di riaccompagnarla a casa. Vissero felici, in campagna, amministrando le ricche proprietà delle rispettive famiglie. Quale che fosse il suo ruolo, quella notte, la nera signora lo perse per acquisire quest'altro. Con la fine dell'aristocrazia, lei ed il suo compare vennero messi sul rogo come il resto della nobiltà dal popolo che, incerto sul trattamento da riservare alle persone del loro lignaggio, gli diede il posto più in alto sulla pira, per garantirgli la vista migliore. 

Il regno fu preso per mano da un cugino del re, un tale che si innamorò delle sue montagne. Le idolatrava, senza parlare d'altro. Finì per essere un buon re soltanto perché l'interesse del popolo coincideva con quello delle sue amate catene montuose. 

Del giovane soldato sappiamo poco o nulla. Una sera d'estate fermò il cavallo ad un bivio dove due volpi giocavano a rincorrersi. Una voce, da dentro una grotta, gli chiese di raggiungere la cima di una torre. Superati torrenti impetuosi e profondi crepacci, arrivò finalmente ad una torre, una qualsiasi. 
La porta era aperta ed egli entrò, senza capire bene cosa significasse. Raggiunta la cima, la sensazione di non capire si fece sempre più forte e sempre più pressante. Perché era salito? Perché non succedeva niente? Scese e trovando il cavallo che lo fissava con il muso nella biada capì di non essere il protagonista di quella storia, proprio come quel cavallo così veloce non era stato che uno dei personaggi della sua. Quella torre era la scena di uno spettacolo che non gli apparteneva ed il giovane ne fu amareggiato: dove era la sua storia? Quando era finita? 

Una fresca brezza gli anticipò la sensazione di fine dell'estate, come se l'autunno fosse ormai imminente. Era più di un presagio: il tempo sembrava come aver fatto un balzo in avanti, negando alla stagione più calda ciò che le spettava ancora da trascorrere. Il cavallo nitrì ed a quel punto il soldato notò una cicala sulla sella. Non emetteva alcun suono, eppure era lì: nonostante tutto, era ancora estate. 

Anche adesso la storia dovrebbe finire e, invece, continua ancora. 

La cicala ritornò nella sua tana, evitando la strada maestra per non incontrare nessuno. Aveva perduto la voce, ma in cambio aveva imparato a scrivere. In ogni caso, la cosa la faceva molto vergognare. A cosa poteva servire, una cicala incapace di cantare? Ripensò al suo amore: una bella cicala che ogni tanto passava nel suo cuore perché, diceva, quello era il luogo più caldo del mondo. 
Sorrise: non era nemmeno sicura che le cicale avessero un cuore, tantomeno che potessero sorridere. Ma adesso che sapeva scrivere capiva che quella era soltanto una parafrasi, un modo di dire una cosa semplice con troppe parole: si amavano. Le scrisse una poesia e fece scendere quel foglio spiegazzato giù, fino in fondo al suo carapace, là dove credeva di trovarla.

Quando poi sei arrivata
in mezzo a tutti i problemi che mi ero fatto 
e hai detto: "certe cose ci stanno bene
certe altre non ci stanno affatto" 
se non sei ancora fuggita 
sarà perché siamo compressi
stretti in un'unica vita
come cimiteri e cipressi.

Che cosa fosse un cipresso o un cimitero non poteva saperlo, eppure la poesia recitava così. Erano solo parole che stavano bene insieme, senza significato, con la stessa naturalezza di due persone che sanno che esiste la morte, ma non gli importa. 

E qui la storia finisce, perché parlare d'amore è un po' come contare i cerchi degli alberi per capire quante stagioni abbiano vissuto: si parte dal centro, ed ogni volta che perdi il conto ricominci da capo.

domenica, ottobre 25, 2020

De corporis fabrica

Si guardano nelle orbite prima che lei riprenda a parlare.
Lui, in un riflesso risalente al tempo in cui era ancora vivo, cerca la cannuccia con le labbra che non ha più per trovarla infine con gli incisivi inferiori. Sono molto regolari e puliti. Nel mondo degli scheletri questo può significare almeno tre cose.
Uno: che quel ragazzo fosse molto attento alla propria dentatura, quando era in vita - il figlio di un dentista magari? 
Due: che quei denti, quei fantastici gioielli d'avorio umano, siano finti, portati chissà come dall'aldiquà all'aldilà corrompendo qualche dio della morte annoiato.
Tre: che quel ragazzo provenga da un periodo più avanzato del suo, dal futuro. Un mondo più evoluto, diventato migliore grazie agli sforzi ed agli errori della sua generazione. In fondo, un mondo con una maggiore attenzione all'ortodonzia è, per mancanza di definizioni migliori, un mondo meno primitivo.

Accorgendosi del suo interesse, della chimica che li avvolge, decide di ricacciare nel profondo delle sue paranoie la vergogna per il suo corpo, per la forma delle sue ossa e dei suoi denti, venuta per rovinargli la serata. Il sesso tra scheletri è molto più eccitante di come potrebbe pensare chi abbia ancora della carne a colmare la distanza dalle protuberanze mineralizzate altrui.


Ma questa non è l'unica cosa a turbarla. Non ha ancora incontrato nessuno, quassù, con cui non si riesca a parlare. Come è possibile che tutti si capiscano, come se avessero parlato sempre la stessa lingua anche da vivi? Persone di nazionalità diverse, vissute in epoche diverse, che parlano del più e del meno senza il bisogno di spiegarsi nulla. Il suo timore è che questa infinita festa dopo la vita con gli scheletri di un'eternità che ci provano ubriachi gli uni con gli altri, come una festa di fine riprese, sia una finzione. E non una qualunque, ma una finzione della sua mente: dovunque si trovi il suo cervello ora, teme che le stia tirando qualche brutto scherzo.

Non si riesce a trovare qualcuno con cui parlare di questi pensieri in questo casino, perché tutti pensano soltanto a divertirsi. Si sono preoccupati troppo durante la vita per non godersi una festa da morti. Forse è solo una bugia in buona fede che la sua mente morente le racconta per temporeggiare fino alla fine dell'universo, nella speranza di nasconderle la sua stessa morte fino a quell'inevitabile momento.
Ma se la sua mente avesse davvero questo potere, dovrebbe potrebbe darle anche la tranquillità di godersi questa festa senza porsi domande, o no?
Forse i suoi sono soltanto pensieri antagonisti, tenuti in piedi proprio per dare credibilità al divertimento; quel dubbio che si tramuta in euforia quando le cose finalmente cominciano a prendere la piega che non si osava nemmeno sperare.

"Hip-hop, capita la battuta?"
Lo guarda, accorgendosi solo in quel momento di essersi lasciata trascinare lontano dalla conversazione, seguendo dei pensieri sussurrati da un cervello che non si trova nemmeno più nella sua scatola cranica. E allora dove? Di certo non può nascondersi all'interno delle altre ossa.
E certo che capisce quella battuta, perché non importa se sei nato nel paleolitico o durante la guerra di secessione di uno stato che non esiste più: sotto sotto siamo tutti mucchietti d'ossa.

sabato, ottobre 17, 2020

La paranza delle streghe

Aria salmastra per cambiare aria, cambiamenti che non portano nulla di buono. Se vivi abbastanza a lungo ed hai una buona memoria, finisci per non credere più a nulla. Eppure, le anziane si riferivano alla morte come al momento di massima comprensione. La notte prima di morire, lapidata dai contadini tremanti di un paesino nelle Langhe, la sua madrina le aveva detto che avrebbe visitato la luna quando avrebbe capito. Fu allora che le fu chiaro che anche per le streghe esistevano cose impossibili e che sognavano di farle, o di raggiungerle, una volta che avessero lasciato questo mondo.

"Le regole sono sempre troppe", aveva detto una volta una sua compagna, quando ancora non aveva nemmeno cent'anni, mentre lasciava che un albero le sussurrasse i suoi segreti coprendola di foglie morte. Ora, salendo sulla barca con difficoltà, incerta sotto al peso di tutti i suoi anni, cercava di spiegare alle sue apprendiste che anche in questo c'era un fondo di verità: non c'era modo di aggirare la forza di gravità, di tramutarsi in un gatto per sfuggire alle proprie responsabilità, di diventare invisibile per non dover dire la verità, senza sentire sempre più stretta la regola principale, la regola del dover stare al gioco e vivere, nonostante tutti i trucchi che la magia gli poteva concedere.

Una regola particolarmente odiata era quella di non potersi trasformare in esseri marini, da cui la necessità di spostarsi su quella bagnarola. Per questo, si diceva, tutte le streghe che andavano a Venezia facevano una brutta fine. Specialmente quando era più giovane, aveva spesso ripetuto a se stessa che sarebbe andata a Venezia quando avrebbe capito.
Eppure, adesso che il momento della comprensione si faceva più vicino - perché non è che le streghe vivano per sempre, è solo che spesso muoiono di morte violenta prima del tempo che la natura concede loro - che fosse perché il mondo si faceva sempre più scaltro o perché i suoi giorni stessero davvero per finire, non riusciva più a dirlo con la stessa convinzione.
Avrebbe voluto vedere con i suoi occhi San Marco, le calli, le gondole, i canali pieni di turisti e le piazze piene di piccioni; avrebbe soprattutto voluto vedere tutto questo dal fondo, sdraiata sul fango su cui la città si reggeva, sentendo la pressione di quell'opera insensata sopra di sé mentre i raggi del sole la cercavano inutilmente dall'alto.
Erano nate insieme, lei e quella città, e forse per questo sentiva quell'attrazione farsi sempre più forte col passare del tempo.

Una delle ragazze la chiamò, facendo domande a cui non aveva voglia di rispondere, su argomenti che aveva già trattato mille altre volte. Senza nessuna voglia di adempiere al suo ruolo di madrina si tramutò in gabbiano, sollevandosi sopra alla barca con l'aiuto del vento notturno: avrebbero capito quando avrebbero capito.

domenica, ottobre 11, 2020

Risorse inumane

Ora che sono all'inferno, racconterò le cose come sono andate.

Una mattina arrivai a lavoro e mi dissero che ero morto. Il tizio del personale mi prese per un braccio e mi portò in una sala riunioni. Chiesi di poter parlare con il mio capo e mi rispose che non c'era, doveva ancora arrivare per qualche stupido motivo che non ricordava. In ogni caso, anche se me lo avesse detto, non potrei ricordarlo ora. Ma c'era qualcosa di più importante di cui parlare: la gente moriva. Sai che novità. La sua assistente mi chiese se volessi del caffè e lui la guardò allibito, come se il caffè fosse ormai estinto da secoli. Forse lo avrebbe voluto lui, visto che continuava a deglutire con molta fatica.

Sembrava il discorso tra due adolescenti che si lasciano, ma l'uomo delle risorse umane ci teneva molto a farmi capire che una di quelle risorse fossi proprio io e che non mi avrebbero di certo lasciato al mio destino, avevo pur sempre una famiglia da mantenere e la colpa era loro, non mia. Solo che non dovevo presentarmi al lavoro, né di persona né da remoto. Dovevo sparire, fino a quando non si sarebbe chiarito "che cosa fare" con "noi". Cercò di tranquillizzarmi, anche se ero tranquillissimo, perché si trattava di un loro problema, non mio, e su questo punto era molto sicuro. Pareva fosse una malattia, una malattia curiosamente di entrambi, vivi e morti: la gente non riusciva più a morire, se gli altri non capivano che fossero morti.

Per cercare di spiegarmi meglio vi racconterò di un fatto che, nei giorni seguenti, sconvolse particolarmente l'opinione pubblica: c'era una nota presentatrice che tutte le mattine ospitava una rubrica del buongiorno, bevendo il caffè. Ascolti incredibili, ogni mattina da vent'anni. Eppure, un giorno come un'altro in quelle prime settimane di sommesso stupore mondiale, lei stessa diede la linea al telegiornale per una notizia sconvolgente: era stata recuperata la lista dei passeggeri di un volo privato, precipitato tra le montagne qualche giorno prima. Misteriosamente, doveva esserci stata anche lei a bordo: la scatola nera lo confermava. Fu così che, improvvisamente, milioni di telespettatori si accorsero che la figura che ascoltava contrita quella notizia insieme a loro, relegata in un riquadrino in alto a destra nell'attesa di riavere la linea, non era la donna con cui avevano condiviso i primi minuti della giornata durante gli ultimi vent'anni, ma il suo cadavere.

Non era più la plastica delle sue labbra rifatte a baciare il bordo di quella tazza color tortora con scritto "Bonjour anche a te :) ", ma un informe ammasso di sangue rappreso e cenere. Dopo lo schianto, doveva essere semplicemente ritornata a valle, trascinandosi fino al primo taxi che l'aveva riportata a casa come se niente fosse successo. Fu il terrore generale, ma la cosa più straordinaria è che la notizia fu passata di bocca in bocca e commentata indiscriminatamente tra i vivi ed i morti, ignari della presenza di questi ultimi.

La fine della storia della povera conduttrice è che crollò a terra, stavolta morta per davvero, nel momento in cui il giornalista le restituì, perplesso, la linea: non era rimasto nessuno a credere che fosse viva e l'effetto della magia, bianca od oscura che fosse, svanì senza più darle la possibilità di andare in giro a farsi i fatti suoi.

Quando tornai a casa, dopo la chiacchierata con le risorse umane, avevo tre messaggi in segreteria. Il primo era di mia moglie: sapeva che ero morto ma non riusciva ancora ad elaborare...il lutto o come si chiamasse. Non aveva nessuna intenzione di vedermi, ma c'erano dei wurstel a scongelare nel lavandino, se li volevo. Altrimenti avrei dovuto buttarli, perché tanto erano scaduti. Mi guardai riflesso nello specchio notando solo in quel momento che la mia gola era squarciata. Strano che non ricordassi come fossi morto: forse faceva parte di quell'incantesimo.

Il secondo messaggio era del mio capo. Disse che aveva saputo della mia morte, e anche della sua. Apparentemente era successo mentre andavamo insieme al lavoro: un'incidente d'auto. Questo almeno spiegava perché quella mattina non avessi trovato da nessuna parte le chiavi della macchina. Guardai Pitagora, il mio cane, chiedendogli scusa con gli occhi per avergli dato la colpa di averle trafugate. Il messaggio del capo si concludeva augurandosi di poter superare questa storia aiutandoci a vicenda, continuando a considerarci ancora vivi l'un l'altro. Infine, poco prima di sforare il tempo concesso dalla segreteria, mi chiese se volessimo andare a cena da loro, mercoledì.

Il terzo messaggio era della moglie del mio capo. Mi disse che era morto, sul serio, poco dopo avermi chiamato. Forse aveva smesso di considerarsi un'essere vivente ed aveva lasciato questo mondo. Chissà cosa ne era di me. Non sapeva come fare in un mondo così e le sarebbe piaciuto parlarne, ma non aveva il coraggio di vedermi. Stava piangendo e meditava di farla finita. Magari lo aveva già fatto e ancora non lo sapeva. Concluse dicendo che avrebbe voluto ricordarmi da vivo, ma proprio non ci riusciva.

Lasciai i wurstel al loro destino e decisi di andarmene a dormire. Una buona notte di sonno mi aveva sempre schiarito le idee, vivo o morto che fossi. Mi misi il pigiama ed andai a lavarmi i denti. Fu una vera sorpresa non trovarli più tutti. Molti avevano posizioni nuove, impensabili, per cui faticai un po' a lavarli e rinunciai perfino a passarmi il filo interdentale. Sarebbero dovuti nascere un sacco di prodotti per i morti e i loro bisogni, valeva la pena pensarci. Decisi che il mattino dopo avrei controllato se "Abra Cadaver" fosse un marchio registrato, avrei potuto mettere in piedi un business per colluttori da corpi in decomposizione, anche se forse, nel mio caso specifico, l'alito mi era sempre puzzato.

Sdraiato sul letto, prima di addormentarmi, ripensai a tutte le persone della mia vita: erano cinque e tutte ormai dovevano sapere che fossi morto. Come mai non riuscivo ad andarmene? Pitagora ululò, ammirando la luna fare capolino tra le nubi.

martedì, ottobre 06, 2020

GULP

Bisogna stare attenti ai proclami.
Bisogna stare attenti all'attenzione.
Specialmente durante i periodi di pandemia, con la speranza che questa sia la mia prima-e-unica.
Quando sorge il sole, mi nascondo. Quando sorge la luna, c'è sempre un sole che sorge da qualche parte. Se passi la vita a nasconderti, puoi chiamarla vita?

C'era un foglio incorniciato proprio accanto al frigo. Un occhio attento avrebbe certamente notato la piccola macchia di caffè sul bordo sinistro, verso il magnete delle isole Eolie. Un occhio attento avrebbe notato una macchia di caffè, sulla scorta del bias per cui si considera che un foglio possa essere sporco tutt'al più di caffè, quando si scorge una goccia marrone tingere uno dei suoi bordi.
Invece era sangue, sangue risalente all'ultima volta che il proprietario di quel frigo aveva bevuto sangue umano.

Al culmine dell'estasi, in un momento di lucidità dato dall'improvvisa scomparsa della sete che lo aveva attanagliato fino a quel momento, aveva preso una matita dell'IKEA senza guardarla e si era appuntato una cosa a caratteri cubitali su quel foglio appena lambito dalla pozza di sangue: NON BERRO' PIU' SANGUE UMANO. Poi era andato a casa, senza accorgersi di camminare alla luce del sole. Aveva incorniciato il foglio e lo aveva appeso, cominciando la nuova avventura di vivere come non aveva mai fatto prima. Sorprendentemente ci riuscì, superando rapidamente le iniziali difficoltà, conoscendo persone nuove ed invitandole a casa sua, senza sbranarle; e la gente che avvicinandosi al frigo guardava il foglio incorniciato, leggeva la promessa scritta con quella matita dell'IKEA e faceva un sorriso senza capire.

Sono cresciuto con la convinzione che Halloween fosse una festa non mia, una festa anglosassone, la festa dei vincitori per antonomasia. Il topos dei mostri, che in fondo siamo noi, che in fondo sono una rottura di palle. Ma il tema è la chiave, per non dire che il tema sia il tema: il metodo anglosassone ci insegna che l'unico modo per scovare l'intelligenza sia lasciar fluire la stupidità. Lasciarla libera di correre, di sognare i folletti e di spaventarsi da sola con storie senza un perché. Come sangue cattivo a cui non bisogna restare troppo attaccati, benché ci permetta di vivere. Sorvolerò sulla vecchia storia secondo cui le donne vivano più a lungo per via delle mestruazioni e del conseguente ricambio di sangue; sorvolerò persino sul fatto che le persone in passato si facessero applicare sanguisughe subendo salassi con la convinzione parzialmente fondata di poter stare meglio.

Per cercare di fare una sintesi, ricorderò soltanto che vivere ti uccide e non c'è modo di attaccarsi di più alla vita se non lasciandole un po' di corda, per capire se va al largo o ci resta vicino, come una specie di cane troppo affettuoso che resiste al richiamo del fango dietro la collina. Le cose semplici, le ricorrenze, il topos dei mostri che ci rompe le palle, sono strade maestre percorse da un fiume di persone in cui si vede subito chi cammina con un passo diverso. E chi cammina non lo sa, che il suo passo sia diverso, forse perché è la prima volta che cammina, forse perché vive lontano dal sole ed esce soltanto quando mancano sia lui sia la roccia che gli fa da specchio. La luna: la spiona della notte.

C'è una leggenda che mi sono inventato secondo cui lupi mannari e vampiri un tempo fossero la stessa cosa; poi gli uomini li confusero nel raccontarsi perché gli piacesse - perché li tranquillizzasse - veder splendere la luna nel cielo, anche in quelle notti in cui le capanne crollavano sotto il vento impetuoso e le cose non riuscivano proprio ad andare per il verso giusto.

Ma la gente che guardava quel foglio, aprendo il frigorifero, non aveva bisogno di capire davvero cosa significasse, come non aveva bisogno di capire perché il padrone di casa non facesse riparare la luce del frigo, che non si accendeva quando la porta veniva aperta: ne avrebbe interiorizzato il significato, come un'esclamazione straniera che si legge su un fumetto e si sente subito propria.

domenica, ottobre 04, 2020

Quesmi fantasti

La porta cigolò, greve, come indispettita dall'onere improvviso di dover calcare la scena una volta aperto il sipario. Fu oltrepassata da un passo incerto e breve come la vita: era Tallio, lo scarpino. "Scarpino" non rendeva giustizia agli anni che aveva passato sulla terra, anche se molti dei giorni e molte delle notti che li avevano composti li aveva passati proprio chino sulle suole dei suoi clienti, in un'inversione che adesso - che si trovava dall'altra parte - gli sembrava come una premonizione, un continuo ricordo del fatto che prima o poi tutti finiscano per calpestarti, almeno nelle culture che prevedono la sepoltura.

Non potendo cigolare a sua volta, la fiamma della candela danzò sulla punta dello stoppino, incerta sul suo ruolo in quella faccenda: non era stato lo spostamento d'aria della porta a scuoterla ma un altro vento, che serpeggiava attraverso altre aperture. L'apparizione stava in piedi, perfusa come di un'etere lattiginoso che dava consistenza a tutto ciò che nella vita non aveva posseduto un colore con cui essere visto: il fiato, il calore della pelle, il moto del pensiero e l'anticipazione delle intenzioni; e tutte queste cose insieme, spostando l'interesse dell'etere dall'una all'altra, ne disperdevano l'essenza tra le forme che il corpo aveva avuto, rendendo visibili i contorni di quella tetra apparizione nell'oscurità.

Nonostante fosse possibile vederlo, nulla avrebbe potuto far supporre che si trattasse proprio di Tallio, lo scarpino, se non alle persone che lo avevano conosciuto da vivo; e quelle stesse persone avrebbero di certo avuto parecchie difficoltà a riconoscerlo, non trovando più la fronte corrucciata o il logoro grembiule da scarpino ad incrociare il loro sguardo. Indossava infatti, sotto al sottile sudario che lo impacciava nei movimenti, il vestito della festa: un abito indossato soltanto in poche occasioni private prima di quella che lo avrebbe accompagnato per l'eternità e nulla, se non le sue stesse ammissioni, avrebbero potuto identificarlo per ciò che era stato in vita. 

Si fa spesso troppa fretta a dire che le cose finiscano, come se fossimo noi a deciderne il punto di partenza e quello d'arrivo. Come se le cose non continuassero dopo quella "fine" che distoglie l'attenzione verso altre storie, esattamente come esistevano prima di un "inizio". Certe cose riescono ad essere sè stesse perfino prima di diventarlo e molte si rifiutano di abbandonare le proprie definizioni perfino quando cessano di esistere. Su queste cose, né i vivi né i morti hanno potere di agire, perché ci sono realtà nelle coscienze delle persone dove accadono e non accadono fatti che la realtà condivisa non conosce e non può confutare oppure, più correttamente, non ha nessun interesse a farlo.

Tallio guardò la lista che gli era stata data: era molto lunga e conteneva minuziose istruzioni su chi raggiungere e come ammonirlo. Si domandava come avrebbe fatto a fare l'accento svedese o a fingere di avere o aver avuto dei grossi baffoni, ma una cosa lo tranquillizzava: non aveva mai visto un fantasma prima di guardarsi riflesso nello specchio di quella stanza e si ricordava ancora abbastanza bene di quando era vivo da capire, dopo quella visione, che nessun mortale si sarebbe mai sognato di contraddire un fantasma se questi avesse proclamato di essere il prozio Lennart tornato dall'Ade per redarguire la discendenza sulla gestione del suo patrimonio.

Era arrivato il momento dello specchio, ma non doveva fare molto: anche questa volta doveva solo riflettere.