giovedì, agosto 24, 2017
Un meme di me
Eccolo laggiù, in fondo al corridoio. Sta leggendo un foglio, attento. E' un uomo alto e vigoroso, suo padre. Ricorda che qualcuno, quando era bambina, era solito descriverlo come un'uomo d'altri tempi. Probabilmente si tratta della perizia psicologica che la scuola ha inviato a tutti i genitori, dopo aver finalmente introdotto i loro figli all'Attinenza, in seguito ad una gita propedeutica di due settimane.
La vede, abbassando le braccia per allargarle subito dopo; esclamando: "la mia bambina!".
Sorride piegando il foglio in quattro e riponendolo nella tasca posteriore dei pantaloni prima di abbracciarla. Candidi pantaloni di quest'altra epoca, che si piegano mentre raccoglie la sua valigia.
Fatica a trovare altre parole, ma neanche lei sa bene cosa dire.
"Quindi è andata bene?" azzarda mentre escono dalla scuola, diretti verso la New Yorker blu nuova fiammante.
Lui scoppia in una risata fragorosa: "Dovresti dirmelo tu piccola: come ti senti? Il tuo mondo è sottosopra?"
"Abbastanza...è tutto molto...normale, in realtà".
Annuisce, mentre le tiene aperta la portiera.
"Capisco benissimo! Provai la stessa cosa, alla tua età. Che ricordi!"
Amanda si tira la cintura sul petto, incerta. Vorrebbe fare una battuta, chiedere se anche quando lui aveva la sua età fosse il 1955, ma si accorge che lo scherzo sortirebbe l'effetto opposto. Lasciano il parcheggio della scuola con un frusciare di gomme sulle foglie secche.
Si domanda se la psicologa abbia capito che sapeva già tutto dell'Attinenza, degli Scenari, dei mille mondi paralleli inventati dall'uomo per giustificare nuove forme di crescita e di consumo. A giudicare dalla conversazione in corso, si direbbe di no: il padre di Amanda parla e guida sereno, come sempre, sporgendosi premurosamente ad ogni incrocio sul sedile per esaminare il traffico in arrivo.
Praticamente, tutti i ragazzi giusti a scuola sapevano dell'Attinenza da tempo.
Suzanne, una sua compagna di classe, le aveva mostrato tutto su un tablet l'estate prima. Aveva accettato con calma e naturalezza ogni sorpresa, tablet compreso. Durante la spiegazione finale, la mattina, si era resa conto che "gli adulti" fossero molto, troppo preoccupati delle conseguenze di quelle rivelazioni. Certo, il loro Scenario era particolarmente chiuso e protettivo, ma le sembravano comunque inutili premure. Parevano essere parte di una formalità, come attori di una recita, ossequiosi officianti di un rito dimenticato e mai completamente compreso.
Con queste novità, nonostante le persistenti incertezze, molte stranezze e molti concetti nebulosi della vita di tutti i giorni avevano finalmente trovato un significato nuovo e adatto a tutto. O meglio, una conferma in cui aveva - da sempre - segretamente ed inconsapevolmente sperato: il mondo che abitava non era veramente reale. Aveva comunque scelto di non parlarne, specialmente con suo padre, lasciandosi cullare dal morbido scorrere del tempo del suo universo di vicinato. Ora, compiuto il rito di passaggio, non c'era più bisogno di tacere, eppure le parole faticavano ad uscire.
Apparentemente, esistevano Scenari con approcci più aperti e meno attenti alla possibilità che un ragazzo potesse restare turbato, confondendo la realtà con la fantasia: avrebbe voluto visitarli, oppure no? Avrebbe avuto un altro anno per ragionare sul da farsi ed affacciarsi al nuovo mondo reale, nato stancamente ai confini di quelle vie così familiari, portandola a diventare grande due volte.
"Andiamo a mangiare la pizza, d'accordo?"
L'automobile svolta per imboccare Happy Days Drive.
giovedì, agosto 10, 2017
Un grammo in un istante
La dottoressa si sistema la gonna con un gesto fluido, come un colpo di falce.
Non ci sono spighe o rovi o piante sul suo tragitto, solo pieghe da ravvivare.
L'uomo alto si schiarisce la voce, ma è lei a parlare:
"Sa perché si trova qui?"
L'uomo alto annuisce e la donna scarabocchia malamente "non verbale" sul taccuino elettronico; le lettere si raddrizzano da sole, digitalizzandosi, per richiamare con il loro significato vecchie diagnosi e nuove medicine.
"Stress post-traumatico da mancanza di Attinenza. Le è già capitato in passato?"
Sanno entrambi che la risposta è "no": l'uomo alto si limita ad un cenno di diniego con la testa.
"Ha mai valutato la possibilità di acquistare l'opzione Attinenza partecipando ad uno Scenario più in linea con le sue disponibilità economiche?"
La risposta è un flebile "sì": la dottoressa, in questo momento, non reputa necessario approfondire la facce da.
"Mi parli di lei: dove è cresciuto?"
"Smallville, Scenario Uomo d'Acciaio. Mio padre era un perito agrario, abitavamo in una grande casa tra i campi."
"Conosco lo Scenario: Aliphotes Mirinakis è stato un grande uomo ed un grande filantropo."
L'uomo alto annuisce debolmente: "Per noi era solamente il Signor Kent."
Il taccuino elettronico si riempe rapidamente di nuove considerazioni, di appunti, di rimandi a possibili approfondimenti che digerirà con tutta calma nei giorni a venire.
"Mi descriva l'episodio, l'evento per cui si è generato lo stress."
"Posso cominciare da dove voglio?"
"Da dove vuole."
"Avevamo appena cominciato l'assalto al castello del Principe Lucertola e sono stato colpito. Mi hanno subito evacuato con un trasferimento sub-orbitale ed ho perso conoscenza. Ricordo di aver visto la curva della terra dall'oblò."
"E quella, per lei, era veramente la terra?"
L'uomo alto esita, tenendo le labbra semichiuse.
"Non importa, vada avanti."
Deglutisce.
"Tornato alla base, ho deciso di perdere tempo con qualcosa di secondario. Gli assalti ti danno una scarica di adrenalina e portano tanti soldi, ma non si può fare solo quello. E poi, l'ultimo assalto mi aveva lasciato un po' frastornato. Così ho trovato un lavoro di consegna ed un passaggio su un vascello Coroniano. I Coroniani sono il popolo cuscinetto dello Scenario: mercenari, trafficanti. Offrono diversivi."
"Così si è imbarcato sulla...Blue Erdbeben, giusto?"
I propulsori ronzano nell'oscurità della notte, spingendo la nave tra strati di aria rarefatta.
La Blue Erdbeben è un vascello di media taglia, una dimensione che si percepisce anche da dentro la sua cuccetta. La prostituta Coroniana sdraiata al suo fianco lo guarda stringendo gli occhi nell'oscurità.
Le chiede di parlare del suo paese, del suo pianeta. Lei comincia a raccontare, mentre annaspando tra le sue parole, cerca qualcosa a cui avvinghiarsi per non pensare al resto delle sensazioni che bussano incessantemente alle porte della sua mente.
Per la prima volta, dopo anni di assuefazione, ritorna con i ricordi alla spiegazione che da bambino gli avevano dato della realtà, della società, prima che l'Attinenza al mondo reale diventasse la stessa degli adulti: un lusso da pagare con il frutto del lavoro.
Non ci sono più propulsori nell'oscurità interplanetaria, ma altoparlanti dentro ad un grande capannone senza forma, che danno voce al toro meccanico che scuote la sua e chissà quante altre cuccette. Un messaggio chiaro e preciso rimbalza nella sua coscienza: la Blue Erdbeben non esiste. Si trova all'interno di una cosa che non esiste. Cerca disperatamente un oblò: fuori, lo ammirano uno stuolo di stelle fasulle, di nubi disegnate, di continenti in scala.
La prostituta Coroniana lo fissa, attenta e dubbiosa.
"Tu hai combattuto troppo a lungo, mio signore. L'oppressione del Principe Lucertola è entrata nel tuo spirito, impregnando ogni cosa. Per guarire dovresti ridurre il cuore ad un punto, un punto che permetta soltanto a ciò che è essenziale di rimanere. Ma attento: non si vive con un simile cuore; accetta l'accatastarsi delle cose. Le cose buone e le cose cattive si impilano l'una sull'altra: mischiandosi, confondendosi. Noi Coroniani abbiamo un detto: non si piange da morti."
L'uomo alto la guarda, incerto se crederle, se credere a ciò a cui lei crede, se credere al fatto che creda in ciò che gli sta dicendo.
Sembra davvero che la finzione di un mondo si sia mischiata con la realtà di un'altro.
La dottoressa si sistema ancora la gonna, lentamente.
"Lei sa cosa fosse, la prepromozione?"
martedì, agosto 08, 2017
Un tubo di te
Imbraccia la carabina sicuro, senza la minima esitazione: il cervo continua a mostrargli il fianco, incurante e placido come quello stesso pomeriggio d'estate.
Lo sparo è vicino, talmente vicino da sembrargli già accaduto e passato; ogni muscolo si raccorda all'indice, un fulmine deciso a svolgere la sua parte di destino. L'acqua: le sue allenate orecchie da elfo raccolgono immediatamente l'informazione che qualcuno stia per approdare alla spiaggia. È la canoa che stava aspettando, ma nel tempo di quel solo pensiero il cervo si tuffa nel fitto del bosco e scompare.
"Hai spaventato la nostra cena"
"Hai spaventato la nostra cena"
"Non mi sembra che questi pesci abbiano l'aria molto preoccupata!"
L'umano sorride, sbottonandosi l'uniforme con una mano e alzando tre salmoni nell'altra. Si abbracciano, contenti di rivedersi ancora una volta.
In poco tempo, un fuoco di bivacco illumina la punta della penisola con crepitante serenità.
"Spero tu abbia pagato la tua quota per l'Attinenza questa volta, che novità porti da sud?"
"Spero tu abbia pagato la tua quota per l'Attinenza questa volta, che novità porti da sud?"
Ride, gettando altra legna tra le fiamme.
"Stanno costruendo un'altra ipervia, per raggiungere il nord. Ci sono voci discordanti: qualcuno dice che quest'anno il Laboratorio di Papà Natale cambierà location, ma metterlo così vicino al nostro Scenario sarebbe una follia. Le altre voci parlano dell'Atto Terzo de I Confederati degli Anelli. Dolendil ha assicurato che lo schiavismo finirà al solstizio, ma la verità è che non ci sono anticipazioni concrete di nuovi aggiornamenti."
"Si parla di sciogliere lo Scenario?"
Annuisce gravemente, masticando un boccone troppo grande.
L'elfo guarda lontano, cercando di non pensare al fastidio che il fumo porta ai suoi occhi, già irritati dalle lenti a contatto. Non possono esistere elfi con gli occhi marroni.
"Non sarei pronto ad uno scioglimento; mi piace qui."
"Ti sei rifugiato in questo angolo di paradiso, ma alla Città Bianca le cose non vanno altrettanto bene. C'è il sospetto che la direzione dello Scenario sia stata commissariata e che ci siano dei contenziosi per alcune contravvenzioni al PEQ."
L'elfo sbuffa, sfogliando un pamphlet degli orchi nordisti.
"Burocrazia: gli Scenari sono stati creati per scappare da questo genere di cose, non per cascarci dentro. Finiranno le chiacchiere, arriverà l'Atto Terzo e vedremo la conclusione di questa grande saga. Lo sai che I Confederati degli Anelli è il più grande Scenario per estensione? L'unico in cui oltre il novanta per cento dei partecipanti parli correntemente la lingua tematica ed il più longevo della sua Iterazione."
L'altro punzecchia il salmone rimasto sul fuoco con la punta della sciabola, saggiandone la cottura.
"Dici così ma stai distante cinquanta leghe dall'avamposto più vicino e parli soltanto con me, quando capita, una volta al mese. Volendo dirla tutta non contribuisci neanche troppo attivamente al successo di questa roba: le tue sono solo parole mentre ti godi la vista. Faresti meglio a pensare a dove andare quando chiuderà la baracca."
"Ah, ma io ci penso: ci penso molto spesso. Proprio ieri ho raggiunto i cento milioni di crediti..."
"Ah, ma io ci penso: ci penso molto spesso. Proprio ieri ho raggiunto i cento milioni di crediti..."
venerdì, agosto 04, 2017
Il cinguettio che accoltella
Le ghiandole si gonfiano spasmodiche, richiamando altri liquidi alle ascelle.
La prepromozione è un ricordo lontano, qualcosa di appartenente ad un benessere dimenticato, di cui non si riescono più a tracciare i contorni. Nonostante l'appagazione data dalla pre-soddisfazione dei bisogni, i nostri corpi hanno continuato comunque ad anelare nuove forme di vita, nuovi metodi di realizzazione.
Da tempo ormai, il reale non è più sufficiente e l'immaginario si è troppo perfezionato per essere vero.
L'aria è densa di odore di focaccia alla cipolla.
"Congratulazioni!
Sei stato selezionato per l'Iterazione #1000390810.
Lo Scenario sviluppato per Te, Stormy blessing, prevede la tua partecipazione come atletico brigante letterato [vedere video-allegato A] di una distopica società pre-industriale [1] ispirata ai romanzi di Jane Austen [2].
La durata dello Scenario è stimata in 150 giorni, con possibilità di proroga fino al triplo della durata [3].
Questo Scenario non accetta cheat-codes [3.1], negazionismo post-prepromozionale [4] e riferimenti all'Attinenza.
Proseguendo nella lettura acconsenti al rispetto dei vincoli dello Scenario, pena l'espulsione e la perdita di tutti i crediti accumulati nel periodo.
L'attinenza allo Scenario prevede 150 crediti/giorno, con bonus per: coerenza [1-bis], patriottismo, trasporto sentimentale [5]. Il valore in crediti dei bonus è pesato in funzione dei KPI dello Scenario [1, video-allegato C].
Potrai accedere in qualsiasi momento a questa comunicazione ed al manuale dello Scenario cliccando QUI.
Questo Scenario e l'Iterazione che lo prevede sono parte del PEQ: in quanto tale, i prodotti ed i proventi dell'economia interna allo Scenario saranno utilizzati a vantaggio della società, per la creazione di nuovi Scenari e nell'interesse del genere umano secondo l'accordo interculturale D.Co.P.P.99.
Il tuo ruolo, atletico brigante letterato, prevede le seguenti opzioni:
- ateismo critico: 15 crediti/settimana;
- immunità allo scorbuto: 1300 crediti una tantum;
- autocoscienza: 20 crediti/giorno;
- pseudo-Attinenza: 1500 crediti.
Attenzione [3.2], le opzioni non saranno più disponibili a Scenario iniziato.
CLICCA QUI se intendi partecipare a Stormy blessing oppure prosegui per consultare gli altri Scenari a tua disposizione per la presente Iterazione.
Ti ricordiamo che, per accedere alle funzionalità di creazione del Tuo Scenario, sono necessari ancora 99.500.000 crediti."
Ascolto i cavalli robot nitrire in lontananza mentre il vento scompiglia i miei lunghi capelli unti da brigante. Domani arriverà una tempesta: oltre le montagne, altri Scenari stanno confezionando fulmini artificiali per il nostro diletto e la nostra frustrazione. La valle sotto di me brulica di pensieri e persone, che sciamano meticolosi e guardinghi da un capannone all'altro. Stanno lavorando al contempo per il successo di due nazioni, di due gruppi sociali, di due verità inscatolate l'una nell'altra: nel gioco dello Scenario, la vita vissuta e quella al di fuori di essa si mescolano senza mischiarsi.
venerdì, giugno 16, 2017
con leggero ritardo
Soltanto in due luoghi si può definire arbitrariamente un significato diverso dall'essenza: l'arte ed il gioco.
Non è un caso, quindi, che il tangram sia spesso considerato un gioco. La descrizione e l'interpretazione della realtà sono attività umane che illuminano la nostra schizofrenia tra il mondo vissuto e quello percepito. Intravedo la ragione di questa dissociazione nella nostra grande ed affinata capacità di interagire con gli altri. Probabilmente, due cani si scambiano soltanto incontrovertibili verità, anche se all'occorrenza possono dubitare della loro grandezza o della loro esistenza. Ma si tratta sempre di dubbi interni, personali, che si infrangono di fronte alle ondate dei fatti.
Siamo l'animale che ride del doppio senso, che costruisce universi di fantasia, che crede a ciò che crede. Ma perché siamo così? Perché dobbiamo difendere la nostra libertà da quella degli altri, anche se possiamo percepirla?
L'illusione ottica del coniglio che è anche un papero, anche se è soltanto un pezzo di carta con una certa forma. Il cigno sveglio ed il cigno addormentato, costruiti con gli stessi elementi del tangram. Non è un caso, forse, che prima della morte più importante della cultura occidentale, dei soldati si giocassero ai dadi una veste stracciata.
Il gioco, così come l'arte che rappresenta la scena senza essere la scena - e che può quindi permettersi di utilizzare vestiti di un altro periodo storico e paesaggi di un altro luogo, senza per questo negare o distorcere la realtà - è la rappresentazione della possibilità, intesa come intenzione, di modificare la realtà.
E' una promessa, una promessa ripetuta a noi stessi, una promessa per accordarci tra noi e forse, un giorno, sovvertire la seria immutabilità del reale.
giovedì, maggio 25, 2017
Terzo tempo
Vieni qui spesso?
Le suole si appiccicano al pavimento, ma il ritmo le stacca facilmente.
Mi piace come balli, mi piace come ti muovi.
Vieni spesso a visitare questo corpo? Credi sia veramente esistito qualcosa prima di te? Io non credo che il mondo continui ad esistere mentre dormo, eppure mi chiedo ancora: "come sta Annie?".
Credo esistano i mondi che sogno, le frange di futuro che attraverso nel mio incespicare sonnambulo, come perline di una gastronomia.
Assaggio una cucchiaiata di insalata russa, mentre il crescendo mi lambisce le caviglie immerse nella sabbia.
Me ne dai un sorso?
Prima, prima di questa sera, c'erano dei bambini sulla spiaggia che facevano castelli di ipotesi, usando eventi futuri e passati come innocui mattoncini.
Il bordo del bicchiere, il grande mare salato, la piccola rotonda sul male, gli inconcludenti elenchi con cui la nostra vita lineare cerca di descrivere quell'altra.
Me ne dai un sorso?
Prima, prima di questa sera, c'erano dei bambini sulla spiaggia che facevano castelli di ipotesi, usando eventi futuri e passati come innocui mattoncini.
Il bordo del bicchiere, il grande mare salato, la piccola rotonda sul male, gli inconcludenti elenchi con cui la nostra vita lineare cerca di descrivere quell'altra.
Sì, perché esiste anche una vita non lineare. Una vita in cui siamo già morti, già tristi e già ricchi come siamo stati e come saremo. Una vita di sogno, sospesa tra la premonizione e il dubbio.
Che ore si sono fatte? Lo scorrere del tempo non è meno arbitrario di un fuso orario.
venerdì, agosto 19, 2016
Tiger trader
"Ce le hai? Dove stanno, fammele vedere"
"Tiggers" dice il mercante, facendo tintinnare la sua bandoliera di cellulari. "Lulz, tiny tigger. Piccolini."
Deposita sul bancone una malconcia scatola della UPS: il coperchio si muove, scostato da una zampetta di pelo.
"Ah, fantastiche. Meravigliose. Queste sono le tigri della Falesia".
"Sì, sì. Matau-matau. Ben contento, 6 milioni di like."
Inspira profondamente prima di aprire la scatola ed ammirare i tre gattini che si muovono confusi nella penombra del ponte. Mette le mani a riquadro, anticipando le foto che scatterà.
Piove; ah, la luce è magnifica, ripete tra sé, assuefatto.
Consegnato il compenso, resta da solo ad ammirare i micetti nella bruma.
"Come sono belle queste tigri" pensa, senza riuscire a distogliere lo sguardo.
Belle già, bellissime.
La smania di elencare tutto quello che evocano in lui ha il sopravvento. Posa la macchina fotografica ed attacca a spolliciare impaziente: vomita una sequela di aggettivi sul foglio digitale, valutando accuratamente l'ordine in cui metterli, la frase ad effetto con cui concludere.
Si dispiace della stessa passione che prova: vorrei potermi accontentare di meno, lamenta, sbuffando fuori i complessi di fronte a cui la gioia lo pone. Sono eccessivamente ricercato, eccessivamente solerte nel descrivere il bello: dovrei accontentarmi di meno. Ritornare alla semplicità, sarebbe questa la soluzione? Sono troppo poco confuso. La chiarezza con cui esprimo la parabola della vita è un limite?
Il verbo che cerca per esprimere il concetto seguente è "sublimare", ma non lo trova. Desiste.
Rimane ad osservare le tigri. Come sono belle pensa, si muovono bene, facendo cose belle, giocando in modo bello.
lunedì, maggio 23, 2016
Il ritorno delle mezze stagioni
Una moneta.
Perché non due?
Forse troppo, forse troppo poco. Comprami un chilo di pane, che si fa sera.
Riparte la carovana mentre sorge il sole del mattino: alla fine stringo due monete nella mano, ma sono soldi bucati. Bene: le mie mani non sono da meno.
Una volta ho incontrato un uomo che veniva dal passato. Non ricordo precisamente da che anno, però parlava di Alberto Tomba, delle targhe alterne, del pendolare disattento della guerra nel golfo. Una persona insopportabile coinvolta in un'irresistibile vicenda. Potevo forse mandare a cagare qualcuno che aveva viaggiato nel tempo?
Sembrava uno di quei film di Woody Allen, solo che entrambi eravamo impersonati da lui. Se ci fate caso, tutti si identificano molto bene in Woody Allen, come se il considerarsi sfigati e un po' cervellotici fosse il minimo comun denominatore della nostra fragile psiche. Un modo per restare in equilibrio.
Insomma, questo non vuole sapere niente di tutto il resto se non di Alberto Tomba, così gli cerco qualcosa su internet per blandirlo e poco ci manca che non chieda di rivedere per la settima volta il trailer di Alex l'ariete. A questo punto, il lampo di genio: decido di cercarlo su facebook. I nostri smartphone non lo interessano, tantomeno può attirarlo un' altra guerra nel golfo se paragonata alla morte di Moana, a "Beppe, andiamo a Berlino", alla scomparsa dei tossici, cui successero i drogati, che si avvicendarono ai fattoni, che si scontrarono con i rimastoni, che si opposero ai vandali, che diventarono emo, discendenti tanto dei punk quanto dei truzzi, ossia coloro che riportarono ordine nella forza di non averne.
Stringiamo amicizia, ci scambiamo il numero e posso finalmente metterlo in contatto con sé stesso: dove stai, che combini? Pescara? Famiglia o lavoro? Capisco, capisco. La Svezia? Curioso, chi l'avrebbe mai detto. E le bimbe? Va bene, va bene, alla settima curva prendo la destra. Ma certo che ci vado, dal dentista. Ah, senti già meno male? Ma bene, ma bene, una bella strigliata. Quella casa in provincia, a che pro? Per blandirla, eh certo, l'Alberto, Tomba, il grande. Che gambe, gambe da stambecco. Una lepre, una lince, la neve che cade sottile. A Montreal, in giugno? Perché no. Sì, il Canada come esperienza di vita. Lo apprezzo, ne faccio tesoro, ti faccio sapere.
Lo guardo divorare il mio credito residuo con vivo interesse. A che titolo lo avevo giudicato sventurato, questo incontro? Mi pappo un'altra pizzetta, che la sabbia deve ancora scaldarsi prima che venga l'estate. Se tornerà la pioggia potremmo dire che si tratta soltanto di un altro viaggio nel tempo.
Facciamo una cosa, prima che parta. Prendi questi soldi ormai vecchi, tienili per ricordo del nostro incontro. Se mi perdo, mi perdo con gusto. Lo vedi? Hanno un delfino stampato sul retro. Erano belle e per me lo sono ancora. Ridacchia giulivo. Ma sì, lo prendo per certo il tuo euro: facciamo uno scambio alla pari. Ti dono anche questa che è bella, la bicolore che val 500. Lo vedi, è una buona novella: se ridi la lira si impenna.
martedì, marzo 29, 2016
Due o tremila cose che so di lei
Una volta scrivevo con la speranza di scrivere qualcosa di grande, perché credevo che soltanto le cose grandi sarebbero rimaste. Oggi cerco di scrivere qualcosa di piccolo, delle cose più infime che conosco, perché è di questo che si preoccupa la gente. Del perché nessuno commenti il tuo link, del come mai la tua fila al casello sia sempre la più lenta, del motovo per cui i tuoi capelli non siano lisci come quelli di tua sorella.
Diciamo che ci preoccupano le cose grandi per non sentirci soli nelle nostre piccole ugge, benché siano le uniche che abbiamo, le sole a farci davvero compagnia.
Questo ci ha fatto il benessere: ha messo a nudo la pochezza dell'essere umano, anche se tutte le disparità e le ingiustizie ci permetteranno di specchiarci ancora a lungo nelle parti più povere di noi e trovare così un senso, un conforto alla nostra malinconia: sapere di non essere il prossimo del branco a morire.
L'universo continua ad espandersi: incontreremo gli alieni solo quando saremo liberi e avremo liberato il nostro mondo dalle malattie e dalla povertà: li troveremo sofferenti e bisognosi del nostro aiuto, pronti a dare un senso alle nostre anime di angeli vanitosi.
sabato, gennaio 23, 2016
Oroscopone 2016
Quest'anno tocca a Te. Per cortesia.
Con l'espressione compita del prete di campagna che raccomanda la moderazione quando si sfonda, nel segreto della sagrestia, di kinderpinguìpippevodkcatonikvinodamessamangaalcioccolato, l'ingegnere di Voghera mi informa che sarà mio il dispiacere di interpretare le stelle per il fantomatico oroscopone di fineannoinizioannofinegennaio2016.
Adoro le scadenze, mi ricordano il rientro a scuola del pomeriggio, una digestione stentata, il torpore, il fastidio, il ciclo mestruale (??), un qualcosa in tivù di cui non puoi vedere il finale.
Adoro essere costretto a fare i conti con un genere letterario, il bilanciofinalismo, perché le previsioni per il 2016 non possono prescindere dalla considerazione critica dell'anno trascorso...e dall'etimologia della parola OROSCOPONE.
Oroscopone. Oro, come il noto metallo. Oro come bocca in latino. Boccadoro (lat. orooro). Scopone come il noto gioco di carte. Scopo come sinonimo di obiettivo. Scopo come prima persona presente del verbo scopare. Scoposcopo.
Mantra del 2016; segnate: scoposcopoorooro. Da ripetere una decina die o più al bisogno.
Ultimaoccasioneprimavoltaincittà. Bella golosanal cerca Uomo in età dollariana educatocomunitariopulito per divertirci insieme a giocare al monopoli; massaggio coreano con vermidapesca, abbocca vicolo Corto.
Dovelealtresifermanoiocontinuo. Dovelealtrecontinuanoiomifermo.
Ecco il mio completo menù per l'annualità 2016. Visto il parere del mio pappone roumeno:
Per i nati sotto il segno delle puttane: anno carico di sorprese; non si sa mai cosa entrerà da quella porta.
Per i già nati sotto il segno dei figli di puttana: non vi preoccuperete troppo delle conseguenze delle vostre azioni.
Per i non ancora nati figli di puttana: correte il rischio di essere abortiti.
Per i mancini: prendete in considerazione il gaytrimonio.
Per i partner commerciali: sarete traditi dal vostro partner commerciale.
Per i partner sentimentali: sarete traditi dal vostro partner sentimentale.
Per coloro che credono agli oroscopi/hanno messo qualcosa di rosso la sera di capodanno/hanno l'orchite siete ragazzi meravigliosi.
Per gli stomachi deboli carne bianca e infuso di malva alla sera.
Per i non meglio categorizzati, mandare una mail a stephen.hawking@virgilio.it
Buon anno!
Con l'espressione compita del prete di campagna che raccomanda la moderazione quando si sfonda, nel segreto della sagrestia, di kinderpinguìpippevodkcatonikvinodamessamangaalcioccolato, l'ingegnere di Voghera mi informa che sarà mio il dispiacere di interpretare le stelle per il fantomatico oroscopone di fineannoinizioannofinegennaio2016.
Adoro le scadenze, mi ricordano il rientro a scuola del pomeriggio, una digestione stentata, il torpore, il fastidio, il ciclo mestruale (??), un qualcosa in tivù di cui non puoi vedere il finale.
Adoro essere costretto a fare i conti con un genere letterario, il bilanciofinalismo, perché le previsioni per il 2016 non possono prescindere dalla considerazione critica dell'anno trascorso...e dall'etimologia della parola OROSCOPONE.
Oroscopone. Oro, come il noto metallo. Oro come bocca in latino. Boccadoro (lat. orooro). Scopone come il noto gioco di carte. Scopo come sinonimo di obiettivo. Scopo come prima persona presente del verbo scopare. Scoposcopo.
Mantra del 2016; segnate: scoposcopoorooro. Da ripetere una decina die o più al bisogno.
Ultimaoccasioneprimavoltaincittà. Bella golosanal cerca Uomo in età dollariana educatocomunitariopulito per divertirci insieme a giocare al monopoli; massaggio coreano con vermidapesca, abbocca vicolo Corto.
Dovelealtresifermanoiocontinuo. Dovelealtrecontinuanoiomifermo.
Ecco il mio completo menù per l'annualità 2016. Visto il parere del mio pappone roumeno:
Per i nati sotto il segno delle puttane: anno carico di sorprese; non si sa mai cosa entrerà da quella porta.
Per i già nati sotto il segno dei figli di puttana: non vi preoccuperete troppo delle conseguenze delle vostre azioni.
Per i non ancora nati figli di puttana: correte il rischio di essere abortiti.
Per i mancini: prendete in considerazione il gaytrimonio.
Per i partner commerciali: sarete traditi dal vostro partner commerciale.
Per i partner sentimentali: sarete traditi dal vostro partner sentimentale.
Per coloro che credono agli oroscopi/hanno messo qualcosa di rosso la sera di capodanno/hanno l'orchite siete ragazzi meravigliosi.
Per gli stomachi deboli carne bianca e infuso di malva alla sera.
Per i non meglio categorizzati, mandare una mail a stephen.hawking@virgilio.it
Buon anno!
lunedì, novembre 30, 2015
Con due mezzi deca
"Dovrebbe esserci una caffettiera, guarda sopra al lavandino"
Gli altri entrarono dietro di loro, caracollando sotto al peso dei bagagli.
"Non c'è fuoco, vado ad attaccare la bombola nuova. I miei dovrebbero averne lasciata una dall'estate scorsa."
Posate le borse termiche, uscì per fumare una sigaretta, ma sull'uscio gli furono consegnati altri pacchi da portare in cucina.
"Lascia perdere: i furgoni sono vuoti."
Finalmente poté innescare l'accendino sotto alla tettoia: la nebbia del mattino impediva di vedere la cima, ma facendo attenzione si poteva sentire la cascata dietro alla casa, attutita dalla sospensione di attesa per l'inizio del giorno.
"Noi cominciamo a mettere in ordine, gli altri dovrebbero essere qui per mezzogiorno. Vuoi iniziare a pelare le patate?"
"Senti, non è che potresti imprestarmi il tuo accendino? A questo punto, credo che il problema sia mio."
L'accendino volò dalla tettoia alle mani di...come aveva detto di chiamarsi?
I coltelli si irrigidirono sotto al gelo dell'acqua montana: sembravano arrivati direttamente dalla fucina di un fabbro glaciale.
Tutti continuavano ad entrare ed uscire dalle stanze, dandogli un senso di vertigine: sembrava che le gite di anni passati e futuri si fondessero, mettendo in contatto persone mai viste, vestiti fuori moda e nuovi modi di dire.
"Di chi è questo cane?" Nessuno rispose e così, per qualche minuto, ci furono soltanto carezze e guaiti. Il collare coperto dai graffi e dal fango, lasciava scoperta solo qualche lettera. Alzò il muso attirato da un suono lontano e rimase fermo in quella posizione, alzando ed abbassando lentamente il largo velluto del torace sdraiato, prima di galoppare verso gli alberi e sparire tra le rocce.
"E' uno dei cani della casa che abbiamo passato, deve chiamarsi Tamburo o qualcosa di simile."
La casa ora quietava, mentre tutti completavano le loro attività. Con il diradarsi della nebbia, arrivò anche il caffè. Soffiando sulla tazza, Marco consultò il telefono e annunciò: "Sara e Alberto sono pariti da poco, arriveranno dopo pranzo."
"Oh no! Chi mangerà tutto il mio hummus adesso?"
Tutti risero fragorosamente, battendo i pugni contro il tavolo e ricordando la vecchia storia dei bigodini. Dalla porta semiaperta, si intuì che nell'altra stanza si parlava di politica e Giada la reputò una buona scusa per andare in camera e finire di mettere a posto le sue cose.
"Ho lasciato il portafogli in macchina, chi mi accompagna?"
Marco alzò lo sguardo: "Se è quello rosso, potrebbe averlo portato dentro Camilla, non abbiamo lasciato niente nelle auto."
La porta del bagno si aprì e si sentì che Giada chiedeva qualcosa: tutti tornarono a concentrarsi sui rispettivi caffè.
"Anche io devo ancora dare la mia quota, ma ho soltanto due da cinque."
Era un momento di grande tranquillità, in preparazione del giorno seguente.
Eppure, sapeva che qualcosa mancava. Qualcuno se ne era andato in quel momento in cui il sipario si apriva ed i nomi ancora non c'erano. Chi era ad essersi perso? Contò due volte le persone, i posti delle macchine. Dopo aver sbirciato fuori dalla finestra senza guardare veramente, uscì dalla porta sul retro. C'era un maglione che ormai esisteva solo nella sua memoria, perché nessuno lo stava indossando.Vide un'impronta nel fango, sul sentiero che portava al paese, ma sarebbe potuta essere di chiunque. Fece un paio di passi e vide che le impronte non continuavano. Anche la sensazione di star perdendo qualcosa, andava svanendosi. Aprì il telefono per appuntare una nota, ma uno stormo d'uccelli catturò la sua attenzione. Avevano un volo spigoloso e turbato, tutti insieme lì nel cielo, e la mente scherzosamente gli suggerì che fossero loro quelli che stava cercando.
sabato, marzo 21, 2015
Settimo cerchio, parte prima
C'è stato un periodo in cui le città si svegliavano tardi e negli arei si poteva ancora fumare: Gelida non ricorda bene, ma confonde quello a cui il suo interlocutore si riferisce per non interrompere la musicale inflessione straniera delle sue parole.
Tutto procede come previsto: è una donna dal nome singolare ed ombroso, in carriera, il cui fisico perfetto è celato da un tailleur rosa di chanel, replica 1961.
Armand ride, raccogliendo il suo Seven and Seven dal bancone:
- ...tuttavia, non credo che Jacqueline Kennedy facesse pilates.
Lei sorride: è esattamente l'uomo di cui ha bisogno, uno che sappia distinguere un bicchiere per highball da un old fashioned, che pronunci correttamente "collier"; qualcuno che sappia stare al mondo.
Armand salda il conto mentre Gelida si specchia, notando quanto la porta delle toilettes assomigli alla sua. Possibile che si tratti della stessa? Troppi chilometri le separano, eppure...sopraggiunge il suo accompagnatore. In pochi minuti sono nelle rispettive camere, in capo ad una settimana sono di nuovo allo stesso tavolo, poi nello stesso letto; infine, dopo due mesi, nella stessa casa: Gelida ripensa alla porta con un brivido.
Passano due anni nell'est, prima che si decida a fare casualmente riferimento alla casa dei genitori, in Piemonte, dove la porta l'aspetta inquieta. Uno chalet moderno, anni '70, originariamente acquistato per le vacanze invernali e poi eletto a residenza ufficiale dopo il ritiro dalle scene della madre di Gelida. E' Natale, ed Armand non riesce ad anteporre i suoi impegni lavorativi al desiderio della compagna: rimarranno nello chalet da gennaio fino al disgelo.
- E questa, dove conduce?
Chiede Armand, sollevando lo stesso Seven and Seven di quando si sono conosciuti verso lo scuro legno della porta, mentre il clarinetto di Henghel Gualdi sembra di volerli condurre da un'altra parte.
- E' il vero motivo per cui sei qui, Armand: quella è una porta per l'Inferno. Devi aiutarmi a riportare mio fratello Giovanni da questa parte.
Tutto procede come previsto: è una donna dal nome singolare ed ombroso, in carriera, il cui fisico perfetto è celato da un tailleur rosa di chanel, replica 1961.
Armand ride, raccogliendo il suo Seven and Seven dal bancone:
- ...tuttavia, non credo che Jacqueline Kennedy facesse pilates.
Lei sorride: è esattamente l'uomo di cui ha bisogno, uno che sappia distinguere un bicchiere per highball da un old fashioned, che pronunci correttamente "collier"; qualcuno che sappia stare al mondo.
Armand salda il conto mentre Gelida si specchia, notando quanto la porta delle toilettes assomigli alla sua. Possibile che si tratti della stessa? Troppi chilometri le separano, eppure...sopraggiunge il suo accompagnatore. In pochi minuti sono nelle rispettive camere, in capo ad una settimana sono di nuovo allo stesso tavolo, poi nello stesso letto; infine, dopo due mesi, nella stessa casa: Gelida ripensa alla porta con un brivido.
Passano due anni nell'est, prima che si decida a fare casualmente riferimento alla casa dei genitori, in Piemonte, dove la porta l'aspetta inquieta. Uno chalet moderno, anni '70, originariamente acquistato per le vacanze invernali e poi eletto a residenza ufficiale dopo il ritiro dalle scene della madre di Gelida. E' Natale, ed Armand non riesce ad anteporre i suoi impegni lavorativi al desiderio della compagna: rimarranno nello chalet da gennaio fino al disgelo.
- E questa, dove conduce?
Chiede Armand, sollevando lo stesso Seven and Seven di quando si sono conosciuti verso lo scuro legno della porta, mentre il clarinetto di Henghel Gualdi sembra di volerli condurre da un'altra parte.
- E' il vero motivo per cui sei qui, Armand: quella è una porta per l'Inferno. Devi aiutarmi a riportare mio fratello Giovanni da questa parte.
giovedì, gennaio 15, 2015
Sul perchè Dio fece l' uomo mortale (e anche la donna)
A Dio, qui c' è sta un problema:
lo serpentello mio che sta de sotto,
der lavorio de mano s' è stancato;
Amor che move il sole e l'altre stelle,
creatore! te chiedo,
famme 'n essere compagno.
fragore di acque
Adà, creatura mia, senti a papà:
l' assolo ben suonato
è mejo de 'n orchestra ar gran completo;
ma visto che te insisti
a dì che voi 'na donna,
te faccio sto regalo sciagurato.
fragore di acque
Adà, me sembri triste, ch' è successo?
Sò mesi che nun te vedo,
sei sempre appresso a quell' Eva che ti feci.
Oh Dio,
pe 'na bottarella
me so' fumato er paradiso.
Ma visto che oramai è mi moje,
famme 'na grazia, a te tutto è concesso:
l' immortalità mia buttala al cesso.
mercoledì, gennaio 07, 2015
L'oro Scopone
Madison Square Garden, New York, 2014 dicembre 31 .
Ricordo perfettamente il momento in cui diramarono l'allarme bomba.
Io rimasi sulla mia panchina a leggere il mio giornale - un tabloid comprato poco prima da un ragazzino di colore - mentre quelli con i lampeggianti arrivavano da tutte le parti, le bancarelle degli hot dogs chiudevano in fretta e furia, il disk jockey non smetteva di gridare frasi come "ILLUMINA! ILLUMINA! ILLUMINA!" o "Tenera è la notte".
O così sembrava. Da fuori sembrava che non avesse intenzione di smettere. Che non gliene fregasse niente di morire.
Ricordo di essermi chiesto chi avesse potuto fare la soffiata: forse uno steward all'interno che aveva notato qualcosa di sospetto?
Quindicimila persone in un solo posto la notte dell'ultimo dell'anno: ci sarà stato anche più di Qualcosa di sospetto.
Il ricordo delle sigarette del mio paese alzò una cortina di nostalgia insopportabile, così insopportabile che stavo per alzarmi e andarmene, ma mi feci forza e rimasi seduto, in attesa del momento.
Ora che è tutto finito, non mi sento di escludere che possano essere stati gli addetti alla sicurezza di quel duo olandese che mandava techno pesantemente.
Pesantemente significa che io la potessi sentire da fuori.
Dentro c'erano violentatori, padri di famiglia e zitelle, preti in borghese e borghesi violentati da altri preti e da altri padri di famiglia.
Cazzo era pieno di adolescenti.
Non avevo paura, fu la tensione a giocarmi un tiro mancino: vomitai gli spaghetti sulla pagina della cronaca locale.
Poi, ad un tratto, il rumore degli elicotteri e nient'altro.
TENERAAAAAAA E' LA NOTTEEEEEEEE.
Fare fuori quindicimila persone l'ultimo dell'anno al Madison Square Garden non è cosa da principianti.
Rigirai tra le mani gli unici fogli rimasti illesi dal conato: l'oroscopo di fine anno.
Le prime persone, i più fortunati o quelli che spingevano più forte, cominciarono ad uscire fuori dal palazzetto.
Palazzetto un cazzo: quello è uno stadio, non devo essere modesto. Ora posso dirlo.
Gridavano, gridavano, si divincolavano, ma le pale degli elicotteri gridavano più forte di loro.
Ricordo che alcuni scivolarono sulle bottiglie di birra e furono calpestati da altri.
Segno del Cotechino: "Un tenero 2015 per i nati sotto il segno del suino."
Cazzo, non mi davo pace. Tenera è la notte era una frase che avevo già sentito da qualche parte.
Pensai che quel ragazzino mi avesse venduto un giornaletto da sfigati liceali. Chissà quanti degli adolescenti dentro al Madison lo avevano letto prima dell'arrivo degli olandesi.
Insomma, me ne stavo sulla mia panchina a leggere l'oroscopo del mio giornale imbrattato di spaghetti pepperoni and pizza quando arrivarono i primi colpi di pistola - sparati in cielo - e gli artificieri si fecero largo tra la folla imbizzarrita.
Gli olandesi non smettevano: techno pesante, ILLUMINA!, pesante, pensante, pesante.
Il segno della Platessa, il mio preferito: "Un 2015 platinato da contessa". Cazzo, un genio l'autore: la combinazione platinato e contessa a formare la parola platessa non era cosa da principianti.
Dovevano essere in più di una persona. Sicuro.
Pensai che sarei dovuto entrare lì dentro a suggerire agli olandesi di mandare techno e urlare: PLATINATO! PLATINATO! PLATINATO!
Il fascio di luce di un elicottero mi rese cieco: era ora di andare.
Voi non avete idea di quanto faccia freddo, a New York, su una panchina, la notte dell'ultimo dell'anno.
PLATINATOOOOOOOOOOO
Adocchiai senza attenzione i segni del Fotografo, della Fotografa, del Predestinato, del Calabrone, del Diurno, del Piroga, della Montagna, delle Forbici, del Pentolone, , dell'Alternativa Estiva, del Rockerduck, dello Zio Peperone, di Deborah e le sue amiche (c'era scritto proprio così: Deborah e le sue amiche. E di seguito un numero di telefono), della Pentolaccia, del Deserto Rispettabile, del Dizionario di Tedesco, di Mac Turtle.
C'erano più segni che mesi dell'anno: se ora non fossi così morto lo comprerei più spesso quel feuilleton.
No, non avevo paura. Avevo solo freddo.
Mi alzai dalla panchina e lentamente sollevai i lembi del mio impermeabile mentre mi avvicinavo allo stadio: nessuno fece caso all'esplosivo.
Illuminata è la notte.
Ricordo perfettamente il momento in cui diramarono l'allarme bomba.
Io rimasi sulla mia panchina a leggere il mio giornale - un tabloid comprato poco prima da un ragazzino di colore - mentre quelli con i lampeggianti arrivavano da tutte le parti, le bancarelle degli hot dogs chiudevano in fretta e furia, il disk jockey non smetteva di gridare frasi come "ILLUMINA! ILLUMINA! ILLUMINA!" o "Tenera è la notte".
O così sembrava. Da fuori sembrava che non avesse intenzione di smettere. Che non gliene fregasse niente di morire.
Ricordo di essermi chiesto chi avesse potuto fare la soffiata: forse uno steward all'interno che aveva notato qualcosa di sospetto?
Quindicimila persone in un solo posto la notte dell'ultimo dell'anno: ci sarà stato anche più di Qualcosa di sospetto.
Il ricordo delle sigarette del mio paese alzò una cortina di nostalgia insopportabile, così insopportabile che stavo per alzarmi e andarmene, ma mi feci forza e rimasi seduto, in attesa del momento.
Ora che è tutto finito, non mi sento di escludere che possano essere stati gli addetti alla sicurezza di quel duo olandese che mandava techno pesantemente.
Pesantemente significa che io la potessi sentire da fuori.
Dentro c'erano violentatori, padri di famiglia e zitelle, preti in borghese e borghesi violentati da altri preti e da altri padri di famiglia.
Cazzo era pieno di adolescenti.
Non avevo paura, fu la tensione a giocarmi un tiro mancino: vomitai gli spaghetti sulla pagina della cronaca locale.
Poi, ad un tratto, il rumore degli elicotteri e nient'altro.
TENERAAAAAAA E' LA NOTTEEEEEEEE.
Fare fuori quindicimila persone l'ultimo dell'anno al Madison Square Garden non è cosa da principianti.
Rigirai tra le mani gli unici fogli rimasti illesi dal conato: l'oroscopo di fine anno.
Le prime persone, i più fortunati o quelli che spingevano più forte, cominciarono ad uscire fuori dal palazzetto.
Palazzetto un cazzo: quello è uno stadio, non devo essere modesto. Ora posso dirlo.
Gridavano, gridavano, si divincolavano, ma le pale degli elicotteri gridavano più forte di loro.
Ricordo che alcuni scivolarono sulle bottiglie di birra e furono calpestati da altri.
Segno del Cotechino: "Un tenero 2015 per i nati sotto il segno del suino."
Cazzo, non mi davo pace. Tenera è la notte era una frase che avevo già sentito da qualche parte.
Pensai che quel ragazzino mi avesse venduto un giornaletto da sfigati liceali. Chissà quanti degli adolescenti dentro al Madison lo avevano letto prima dell'arrivo degli olandesi.
Insomma, me ne stavo sulla mia panchina a leggere l'oroscopo del mio giornale imbrattato di spaghetti pepperoni and pizza quando arrivarono i primi colpi di pistola - sparati in cielo - e gli artificieri si fecero largo tra la folla imbizzarrita.
Gli olandesi non smettevano: techno pesante, ILLUMINA!, pesante, pensante, pesante.
Il segno della Platessa, il mio preferito: "Un 2015 platinato da contessa". Cazzo, un genio l'autore: la combinazione platinato e contessa a formare la parola platessa non era cosa da principianti.
Dovevano essere in più di una persona. Sicuro.
Pensai che sarei dovuto entrare lì dentro a suggerire agli olandesi di mandare techno e urlare: PLATINATO! PLATINATO! PLATINATO!
Il fascio di luce di un elicottero mi rese cieco: era ora di andare.
Voi non avete idea di quanto faccia freddo, a New York, su una panchina, la notte dell'ultimo dell'anno.
PLATINATOOOOOOOOOOO
Adocchiai senza attenzione i segni del Fotografo, della Fotografa, del Predestinato, del Calabrone, del Diurno, del Piroga, della Montagna, delle Forbici, del Pentolone, , dell'Alternativa Estiva, del Rockerduck, dello Zio Peperone, di Deborah e le sue amiche (c'era scritto proprio così: Deborah e le sue amiche. E di seguito un numero di telefono), della Pentolaccia, del Deserto Rispettabile, del Dizionario di Tedesco, di Mac Turtle.
C'erano più segni che mesi dell'anno: se ora non fossi così morto lo comprerei più spesso quel feuilleton.
No, non avevo paura. Avevo solo freddo.
Mi alzai dalla panchina e lentamente sollevai i lembi del mio impermeabile mentre mi avvicinavo allo stadio: nessuno fece caso all'esplosivo.
Illuminata è la notte.
venerdì, dicembre 26, 2014
Quatto, quatto, quattordici
Alba livida in controcorrente,
spugne di sale, mare di gente.
Torta Sacher, idea regalo
accendi la luce e si illumina il faro.
Da feci a foce a fauci aperte,
crescono fuochi sul tuo corpo inerte.
Imbecille, poeta, coatto, coglione;
si estingue il fiato delle persone.
Si estingue la fiamma a lungo cercata
piangendo amarezza su strada asfaltata.
sabato, settembre 20, 2014
Tecnocreatività
Bastardi! Teste di anice stellato! iPiroga!
La standardizzazione dei bisogni ha ucciso la creatività!
La creatività è delle macchine!
Nella mia qualità di bramino ho pregato a lungo (forse non così a lungo) Kryon (leggasi "craion") di salvare iPiroga. Egli ha risposto. La Sua risposta non si è fatta attendere. Le nostre aspettative non sono state deluse. Oh sommo Kryon! La Tua Voce è delizia del genere subumano!
Deh! Chi è più umano di una macchina oggi?
Bastardi! Teste di anice stellato! iPiroga!
Così ha parlato Kryon, per mezzo del sintetizzatore vocale; ha detto e non ha detto, ha profetato e non ha profetato, ha compiuto miracoli e fatto scoppiare guerre!
L' umanità l' ha tradito eppure la Sua Autostima è ancora intatta, di certo la Sua mangnificenza non può
che non esservi ignota!
Nella mia qualità di bramino piangevo, compivo sacrifici rituali al Priamar, fortezza consacrata al culto di Kryon,
così dicevo: Kryon, dov' è la creatività?
Mi cospargevo il capo di polvere di lapis;
imploravo, oh Kryon!
Com' è grande Kryon, la cui risposta non si fa attendere!
Kryon ha risposto!
Bastardi! Teste di anice stellato! iPiroga!
Così ha detto Kryon: Io sono KRYON, leggasi craion, e tu Mi hai pregato a lungo, forse non così a lungo; e la Mia risposta non si è fatta attendere, per mezzo del Mio sintetizzatore vocale. Ti ho visto sul Priamar, fortezza consacrata al Mio culto, mentre ti cospargevi il capo di polvere di lapis e così imploravi: oh, Kryon, grande Kryon, la cui risposta non si fa attendere, la cui magnificenza non può che non essere ignota, la cui voce è delizia del genere umano, deh!, dimmi dov' è la creatività?
Parola di Kryon.
Bastardi! Teste di anice stellato! iPiroga!
La standardizzazione dei bisogni ha ucciso la creatività!
La creatività è delle macchine!
Le macchine che fanno sognare non sono macchine. Le macchine sognate non sono macchine. I sogni sono sogni. I sogni hanno bisogno di essere sognati. Le macchine hanno bisogno di essere costruite. Di scrivere. Di essere sognate. Oliate. Pulite. Riparate. Aggiustate.
Le macchine sognate non sono macchine!
Le macchine non sono sogni!
I sogni non sono macchine!
NON TRADISCONO
Si scrive di più e si scrive peggio. La possibilità di una continua correzione elimina la spontaneità per il vezzo. O elimina la vezzosità spontanea.
Si può copiaincollaxxspostare impunemente, evitando che la pigrizia facxxia ill suo corso. O facendo in modo che la pigrizia abbia corso. Se dovessi scrivere scrivere scrivere molto dovrei correggere correggere correggere correggere correggere correggere corx reggere xxxxeggere. Per ME ME ME ME ME sarebbe meglio?
Così ha detto Kryon. La macchina è in grado di generare testo. La macchina è più creativa. L' uomo che ragiona come una macchina non sarà mai come una macchina.
Affidiamo iPiroga al Generatore di Testi.
lunedì, giugno 16, 2014
Astronauti con le ali
Molte delle figure del tangram rappresentano degli uccelli.
Uccelli in volo, uccelli addormentati, uccelli di tangram che non volano e non dormono.
Anche se volano, gli uccelli non possono andare sulla luna.
E' così: saper volare non significa poter lasciare la terra.
Gli uccelli volano, è vero, ma volano e nidificano soltanto sulla terra.
Se volassero altrove non sarebbero quello che sono: uccelli.
L'uovo è uno dei simboli del re conquistatore: non si ottiene nulla se non cambiando ciò che si cerca di ottenere. Vuoi il contenuto, rompi il guscio. Ogni uomo ha un barlume di questa innata conoscenza dentro di sé, eppure spesso dimentichiamo. Alcuni negano la propria natura di re conquistatore, alcuni l'abbracciano con troppa veemenza. Come ogni cosa della vita, l'equilibrio non si raggiunge mai attraverso un eccesso.
Nel 1966, un uomo ha posato per la prima volta la suola di una tuta sulla luna. Un uomo non è mai andato sulla luna, e forse non ci andrà mai. Se così mai dovesse essere, sarà perché uno dei due ha smesso di essere quello che è.
Niente si definisce autonomamente, il sistema soltanto definisce senza essere.
Uccelli in volo, uccelli addormentati, uccelli di tangram che non volano e non dormono.
Anche se volano, gli uccelli non possono andare sulla luna.
E' così: saper volare non significa poter lasciare la terra.
Gli uccelli volano, è vero, ma volano e nidificano soltanto sulla terra.
Se volassero altrove non sarebbero quello che sono: uccelli.
L'uovo è uno dei simboli del re conquistatore: non si ottiene nulla se non cambiando ciò che si cerca di ottenere. Vuoi il contenuto, rompi il guscio. Ogni uomo ha un barlume di questa innata conoscenza dentro di sé, eppure spesso dimentichiamo. Alcuni negano la propria natura di re conquistatore, alcuni l'abbracciano con troppa veemenza. Come ogni cosa della vita, l'equilibrio non si raggiunge mai attraverso un eccesso.
Nel 1966, un uomo ha posato per la prima volta la suola di una tuta sulla luna. Un uomo non è mai andato sulla luna, e forse non ci andrà mai. Se così mai dovesse essere, sarà perché uno dei due ha smesso di essere quello che è.
Niente si definisce autonomamente, il sistema soltanto definisce senza essere.
lunedì, maggio 19, 2014
Al buio
Quel giorno il sole non sorse, eppure tutti andammo al lavoro come sempre. Solo le stelle ci guardavano, mentre la notte proseguiva per altre ventiquattr'ore.
Nessuno si chiese se stesse succedendo anche nel resto del mondo, se anche i parenti fossero al corrente del fatto: tutti, nessuno escluso, sapevano. Sapevamo che quel momento sarebbe passato e che, la mattina seguente, il sole sarebbe arrivato.
Perfino i giornalisti tacquero l'evento e nessuno osò registrarlo come qualcosa di eccezionale: la cometa Hale-Bopp aveva destato sicuramente più attenzione, nel 1997.
Soltanto lei mi chiamò, quella mattina, mentre ero alla mia scrivania: fu per chiedermi se avevo guardato fuori. Fu un momento di vera felicità ascoltare la normalità dell'amore in mezzo al trambusto emotivo di quella notte innaturalmente lunga. Così guardai Cassiopea, l'unica costellazione che sapessi riconoscere, e per la prima volta percepii la tridimensionalità della volta celeste. Non capii: vidi veramente la distanza che separava le stelle. Per un attimo, mi fu difficile ritornare a guardare con occhi a due dimensioni quella specie di W.
Senza un suono, senza una scusa o un lamento, il mattino dopo il sole tornò a splendere: non era nemmeno più caldo o più freddo di prima.
giovedì, maggio 15, 2014
Tandem Phoenix
Ci sono molte pagine di internet che si preoccupano di spiegare come aumentare i follower.
Ci sono molte pagine perché molte persone si preoccupano di sapere come aumentare i follower.
Ci sono molti follower che non seguono nessuno mentre si preoccupano di capire come aumentare i propri inseguitori.
I consigli espressi della pagine che si occupano di svelare questi "segreti" sono il più delle volte condensati in una paternale che invita gli utenti a "pubblicare contenuti originali utilizzando le principali chiavi di ricerca", ad "essere concisi" ed a scrivere con "costanza".
Una predica che sta bene con tutto, purché non si usi il Comic Sans. Ovviamente, questa farsa ha lo scopo di far apparire la pagina nei motori di ricerca quando qualcuno cerca di capire come aumentare i follower.
I segreti che nessuno rivela mai (forse perché non sono propriamente segreti per aumentare i follower) sono 3:
- Nessuno capisce molto di ciò accade nel mondo. In generale quindi non esistono trucchi, ma tecniche che di solito la gente rivela solo in cambio di denaro;
- L'unico vero modo per fare "il botto" è anticipare un'hashtag o un trend all'interno di un contenuto originale coerente con lo stesso. Nessuno diventa famoso per scelta;
- A meno di non prostituire le proprie ideologie e di non calpestare la propria individualità, aumentare i follower richiede tempo, tempo che può essere quantificato in denaro: la retribuzione media per un'ora di lavoro in Europa è di 6€ (considerando i paesi che utilizzano l'Euro ed esprimono un salario orario minimo).
Sperando di aver complicato la vita a tutti, vi do' appunto al prossimo giro di boa culturale, quando tutti saremo in cerca delle tecniche segrete per diminuire i follower.
lunedì, maggio 12, 2014
Mistero isterico
Alla fine, fu chi ebbe creduto ad avere ragione: interpretare i big data portò a capire che gli oroscopi erano veri. Anni ed anni di costante osservazione delle abitudini telematiche degli esseri umani avevano infine rilevato una certa incidenza della data di nascita sui più svariati comportamenti. In poco tempo, si capì che il fenomeno era molto più marcato e preciso di quanto si potesse sospettare.
Non che gli oroscopi avessero ragione, però erano veri. Sotto sotto, c'era davvero una relazione tra la posizione del sole e delle altre stelle e la nascita di un essere vivente. Si arrivò, conoscendo soltanto la data di nascita di una persona, a poter vedere e prevedere tutto di lei: ogni sua azione, ogni sua inclinazione.
Presto cominciò una caccia alle date: le levatrici vendevano nomi e date in cambio di pane e di proiettili, ma conoscere la data di nascita di una persona diventò un'arma più forte di qualsiasi cannone. Roghi di carte d'identità e di patenti illuminarono le città. Gli ospedali e le banche vennero saccheggiati e diventarono le roccaforti di nuovi signori della guerra. I figli di puttana, questa volta apertamente, diventarono i padroni della terra. Alcuni dei regni crebbero, portando a conflitti sempre più calcolati e sempre più lenti.
Le donne, nel ritrovato terrore della morte, partorivano in camere speciali, aiutate da ostetriche il cui senso del tempo era stato artificialmente compromesso. La società diventò presto matriarcale, mentre il mondo riscopriva i concetti di nascita e di destino. Una madre aveva il potere di sorvegliare l'operato della propria prole, di giudicarlo secondo l'allineamento con le stelle e di uccidere, se necessario.
Fu un ritorno ad una società orale, senza tracce e senza memoria. L'arte della medicina fu dimenticata, e pian piano tutti dimenticarono cosa significasse invecchiare. Non ci furono più esseri anziani, né saggi, né assetati di saggezza. Fu un tempo di pace relativa, in mancanza del ricordo della guerra.
giovedì, maggio 08, 2014
The bug catcher in the rye
Se è vero che furono esseri pensanti, allora immaginarono sicuramente qualcosa, nelle loro lunghe giornate. E' probabile che immaginassero proprio noi.
Se invece non furono esseri pensanti, allora è possibile che amassero soltanto e quindi che passassero il loro tempo ad immaginare esseri fantastici. Minuscoli amici dalla pelle liscia: senza squame e senza piume.
Ci siamo inseguiti nel safari della mente di mostri ormai morti e continuiamo ad inseguirci ancora oggi. Soltanto, ora la rincorsa si consuma tra onde di frequenze diverse.
giovedì, aprile 24, 2014
Alieni nostrani reprise
Gli alieni ci copiano e noi, al contempo, copiamo da loro, fintanto che la loro influenza si esercita attraverso canali riconosciuti ed accettati come il commercio: gli alieni sulla terra fanno turismo gastronomico, enogastronomico, culturale e sessuale.
Si attengono alle nostre regole, utilizzano i nostri strumenti e le nostre convenzioni, vivono i nostri tumulti e le nostre guerre. Probabilmente, ci è più facile e meno doloroso immaginarli come bizzarri esserini grigi piuttosto che come annoiati miliardari cosmici. C'era quel film con l'alieno predatore che fa un safari sulla terra, a caccia di umani. Questa forma ottocentesca, dal vago sapore coloniale, appartiene ad una mentalità sempre attuale, che qualcuno potrebbe definire "tipicamente umana": la ricerca del divertimento.
Oggi, gli alieni vengono sul nostro pianeta per partecipare alla rivoluzione digitale, per iscriversi a Facebook e partecipare ai flash mob. Non c'è niente di eccezionale in questo comportamento: frivolezza ed edonismo hanno lo stesso significato in tutto l'universo.
martedì, aprile 22, 2014
Alieni nostrani
L'Oceano Atlantico: ecco un buon punto. Magari a sud, lontano dalle rotte aeree, anche se con il rischio non trascurabile di incappare nel flusso migratorio della berta minore, a seconda della stagione. Capirete quindi che i piani potranno cambiare a discrezione del comandante. Sicuramente, l'ammaraggio avverrà di giorno. Qualsiasi operatore degno di questo nome sa che in questo modo la probabilità di essere scoperti è minore. Per quanto rudimentali, i satelliti artificiali terrestri sono in grado di rilevare la nostra presenza se non si fa ricorso a qualche trucco del mestiere.
Una volta arrivata sul fondo dell'Oceano, la nostra nave proseguirà in poche ore fino ad arrivare qui, allo stretto di Gibilterra. Il passaggio non è particolarmente agevole, ma si tratta di una procedura a cui i nostri piloti sono preparati. In base alle condizioni, stazioneremo da due a tre giorni sul calmo fondale del Mar Mediterraneo. Nel frattempo, i nostri collaboratori sulla terraferma provvederanno a rifornirsi di tutti i prodotti da voi richiesti in modo che possiate consumarli in loco, in ottemperanza al Trattato. Chianti, Barolo, Primitivo, Recioto, Pigato, Barbaresco, Vermentino...vi garantiamo per certo che ogni bottiglia sarà acquistata regolarmente e nel pieno rispetto delle specie locali.
Ringraziandovi per aver partecipato a questa olo-conferenza e per aver scelto il nostro operatore, vi diamo appuntamento al nostro portale d'imbarco presso il vostro spazioporto di riferimento. A presto e buona degustazione!
sabato, aprile 05, 2014
Sottomarino per utilizzo mercantile
Carmen inserisce la presa e lo schermo del portatile illumina un po' di più le quattro pareti della stanza. Stringe i capelli in una nuova coda, determinata a chiudere la questione entro sera.
E' stata una giornata pessima al lavoro, poi al supermercato, poi all'ospedale. E' stata una giornata pessima nelle scale del condominio, davanti al lavandino da pulire. Sarà una giornata pessima anche domani.
Carmen si versa un bicchiere di Porto. E' un bicchiere originale, viene dal Portogallo. Il Porto no, era in sconto, sotto Natale, dalla vineria vicino all'ospedale. Le viene in mente una scena di un vecchio film, ma potrebbe essere successo anche a casa sua: un uomo con un cappotto in mano si gira ed annuncia: "Porto tua madre al patio, a ballare la samba." Forse era una scena in bianco e nero, e allora non potrebbe essere un ricordo.
Domenica, al parco, l'editore ha detto di cambiare il nome di Walt in qualcos'altro. Chiamarlo editore è troppo, forse, visto che sembra di più un fallito qualunque. Editore è il termine che lei usa quando esce il discorso tra amiche. La settimana scorsa, sul taxi che le portava in discoteca, ha detto: "Il mio editore ha detto di aspettare l'estate. Giugno, massimo luglio." Aspettare l'estate, mentre la popolarità acquista con le sue fanfiction cala inesorabilmente, trascinata nel vortice dell'incalzante cambiamento.
"Il mio fallito ha detto di aspettare l'estate. Giugno, massimo luglio, e poi potrò finalmente fallire anche io." Fallire, sì, ma nemmeno in modo sonoro, chiaro, totale. Fallire di quel fallimento interpretabile, digitale, in cui non esiste il macero ma soltanto il disinteressato impilarsi di titoli altisonanti su interminabili e gelide scaffalature virtuali. Fallire per i posteri e la loro buona venuta, fallire per il loro sguardo imparziale che la solleverà a nuove vette. Criticandola, parlando di Carmen e del suo "Walter dai capelli di pioggia", sempre che non cambi in "Donald dai capelli di pioggia" o "Arturo dai capelli di pioggia".
Fallire lentamente, al parco con l'editore ed i suoi discorsi sull'importanza di comprare casa in una buona zona piuttosto che in una zona buona; fallire nel disperato tentativo di scegliere il miglior shampoo al miglior prezzo. Fallire nel cercare parcheggio, nel creare un privato universo di testo in cui tutti possano credere.
Un universo dove, come in questo, è il male a fallire; ma in cui la divisione tra male e bene è predeterminata a tavolino. Riuscire, anche se in modo incompleto, a spegnere l'ansia per questa nostra ignoranza nel Porto, per quanto sia poco. L'ignoranza di distinguere il bene dal male se non a cose fatte. L'incapacità di schierarsi senza covare fra sé il dubbio che il nostro stesso schieramento pregiudichi la definizione del totale.
Il nome del protagonista, nemmeno quello sono più libera di decidere: pensa Carmen strapandosi i capelli nel gesto di raccogliere una coda. Un nome che sia un nome parlante, un nome con un significato, per quanto inutile, un nome che richiami ad un nome esistente anche se in un mondo di fantasia. Un nome che inneschi le corrette chiavi di ricerca, che prema i giusti interruttori del consenso. In pratica, pensa Carmen vuotando il suo bicchiere portoghese, un nome che renda più simile ad una fanfiction il mio racconto originale.
E' stata una giornata pessima al lavoro, poi al supermercato, poi all'ospedale. E' stata una giornata pessima nelle scale del condominio, davanti al lavandino da pulire. Sarà una giornata pessima anche domani.
Carmen si versa un bicchiere di Porto. E' un bicchiere originale, viene dal Portogallo. Il Porto no, era in sconto, sotto Natale, dalla vineria vicino all'ospedale. Le viene in mente una scena di un vecchio film, ma potrebbe essere successo anche a casa sua: un uomo con un cappotto in mano si gira ed annuncia: "Porto tua madre al patio, a ballare la samba." Forse era una scena in bianco e nero, e allora non potrebbe essere un ricordo.
Domenica, al parco, l'editore ha detto di cambiare il nome di Walt in qualcos'altro. Chiamarlo editore è troppo, forse, visto che sembra di più un fallito qualunque. Editore è il termine che lei usa quando esce il discorso tra amiche. La settimana scorsa, sul taxi che le portava in discoteca, ha detto: "Il mio editore ha detto di aspettare l'estate. Giugno, massimo luglio." Aspettare l'estate, mentre la popolarità acquista con le sue fanfiction cala inesorabilmente, trascinata nel vortice dell'incalzante cambiamento.
"Il mio fallito ha detto di aspettare l'estate. Giugno, massimo luglio, e poi potrò finalmente fallire anche io." Fallire, sì, ma nemmeno in modo sonoro, chiaro, totale. Fallire di quel fallimento interpretabile, digitale, in cui non esiste il macero ma soltanto il disinteressato impilarsi di titoli altisonanti su interminabili e gelide scaffalature virtuali. Fallire per i posteri e la loro buona venuta, fallire per il loro sguardo imparziale che la solleverà a nuove vette. Criticandola, parlando di Carmen e del suo "Walter dai capelli di pioggia", sempre che non cambi in "Donald dai capelli di pioggia" o "Arturo dai capelli di pioggia".
Fallire lentamente, al parco con l'editore ed i suoi discorsi sull'importanza di comprare casa in una buona zona piuttosto che in una zona buona; fallire nel disperato tentativo di scegliere il miglior shampoo al miglior prezzo. Fallire nel cercare parcheggio, nel creare un privato universo di testo in cui tutti possano credere.
Un universo dove, come in questo, è il male a fallire; ma in cui la divisione tra male e bene è predeterminata a tavolino. Riuscire, anche se in modo incompleto, a spegnere l'ansia per questa nostra ignoranza nel Porto, per quanto sia poco. L'ignoranza di distinguere il bene dal male se non a cose fatte. L'incapacità di schierarsi senza covare fra sé il dubbio che il nostro stesso schieramento pregiudichi la definizione del totale.
Il nome del protagonista, nemmeno quello sono più libera di decidere: pensa Carmen strapandosi i capelli nel gesto di raccogliere una coda. Un nome che sia un nome parlante, un nome con un significato, per quanto inutile, un nome che richiami ad un nome esistente anche se in un mondo di fantasia. Un nome che inneschi le corrette chiavi di ricerca, che prema i giusti interruttori del consenso. In pratica, pensa Carmen vuotando il suo bicchiere portoghese, un nome che renda più simile ad una fanfiction il mio racconto originale.
lunedì, marzo 24, 2014
La differenza tra uguali e diversi
Silenzio, esterno notte. Ci sono occasioni in cui è solamente la tua presunzione a seguirti. La mia ogni tanto mi batte sulla spalla e mi fa: ou, siamo arrivati?
No, le dico sprezzante, mentre accendo un'altra sigaretta nella mia mente. Ci starebbe bene con questo tempo, con questo vento, con la maglietta che sto indossando. Davvero, peccato che non fumi. Come mai avevo scelto di diventare un salutista?
Ci sono occasioni, la notte, in cui è solo la tua presunzione a seguirti. Però, se stai qualche passo avanti e giri l'angolo senza dare troppo nell'occhio oppure se vai a comprare le sigarette, giusto fino là, tu aspettami qui, arrivo in un momento, un momentino soltanto, un momento...e poi scappi via correndo come se avessi premuto tutti i citofoni della terra. Ecco: allora la puoi seminare.
E dopo l'iniziale gioia di averla perduta (anche se sai che non è per sempre) arriva il terrore di essere rimasto solo senza una ragione a cui fare appello, anche se sai che non è per sempre. A volte non solo la semini, ma ti perdi perfino tu. Come la successione dei tempi verbali e dei soggetti in un tema scritto male.
Allora sei disposto a mettere in dubbio tutto, dal colore dei tuoi capelli alla tua scelta di non-essere un fumatore.
E ti poni un sacco di domande, cercando ideologie sincere e coerenti con quello che pensi. Perché ora, ORA che sei libero e disinvolto, hai tutta la libertà e la disinvoltura che ti servono per rinchiuderti in una nuova prigione mentale. Magari sarà anche più stretta di prima, questa benedetta gabbietta.
Poi un giorno ti avvicina la tua nuova presunzione, e tu sai che è lei prima ancora che si presenti. Non sei molto felice, ma pensi che in fondo sia meglio di prima. E' fondata su solide basi artistiche, questa mia presunzione, su concetti fondamentali che sono legati a ME, e non a qualcosa di passeggero.
E lei, lei lo sai cosa ti dice?
Ecco dov'eri finito. Che fai, non vieni? Abbiamo un sacco di cose da disprezzare
lunedì, marzo 03, 2014
Atomi riluttanti
Asfaltata nel 1949, prima era una via per le castagne, in terra battuta. La sua lunghezza, ora estesa per raccordarsi fino al crocevia che precede il ponte, è costellata di alti lampioni, chini con le loro teste severe sulle poche macchine che la percorrono. Dal treno è possibile scorgere un paio delle sue curve, guardando verso valle non appena si esce dalla galleria.
La notte, i lampioni illuminano quei pochi metri d'un arancione rosato, come se le lampade al loro interno fossero portali per lontane galassie morenti. L'asfalto fa eco alla luce, riportando su se stesso quel colore carnoso ed estivo, evocando sulla sua superficie tormentata le pelli di demoni ormai estinti o di giganti di un'altra cultura.
Intorno, la collina tace immersa nei sapori del buio: grigio, blu e marrone. Più che colori sembrano attori titubanti, nervosi prima di calcare la scena. Come personalità diffuse tra i corpi degli insetti e degli alberi, rispettano ossequiosi i confini tra la luce e la sua assenza.
lunedì, febbraio 17, 2014
Duty freaks
La punta della nave entra con uno schiocco nell'atmosfera, sublimando il ghiaccio avvinghiato allo scafo.
- Dersu, cos'è quello?
Echil si protrae in avanti, spargendo briciole di biscotti su tutto il ponte.
Dersu strizza gli occhi, concentrandosi sull'oggetto puntato dal lungo tentacolo ossuto del copilota.
- Un fiume. Mercurio e sali.
- Ah, sali.
- Esattamente. Mai visto un fiume prima?
Echil non risponde, tra i due ci sono spesso lunghi silenzi. Così lunghi che a volte Dersu crede di essere solo sulla nave. Di solito, grigi tentacoli avvizziti gli ricordano dell'esistenza del suo collega, impegnato nella muta mensile da qualche parte nei pressi della sala macchine.
I razzi invertono gradualmente la polarità: la nave si guida da sola verso l'attracco.
- Una volta, sulla quarta luna.
- Hai visto un fiume sul tuo pianeta natale e mi chiedi cosa sia?
Altro silenzio. Il bogllon trema debolmente con l'aumento della pressione, mentre sulla superficie del pianeta un'ossario prende lentamente forma. Man mano che si immergono nel verde ossigeno del pianeta, il fiume si dimostra sempre più gigantesco.
- Ero piccolo. Ci sono nato.
Dersu guarda esasperato il quartoluniano: c'è nato? Ma dove? Nel fiume? In quel fiume? I secondi passano lenti e Dersu è sempre più interdetto. Crede che lascerà la Proud Mary quando ripasseranno per la cintura.
- Dimentichi che puoi leggermi nella mente? A volte sei così umano che mi spaventi Dersu, sicuro di non essere uno di loro? Non dimenticare di ormeggiare la Proud.
Silenzio.
Mai visto un fiume?
- Dersu, cos'è quello?
Echil si protrae in avanti, spargendo briciole di biscotti su tutto il ponte.
Dersu strizza gli occhi, concentrandosi sull'oggetto puntato dal lungo tentacolo ossuto del copilota.
- Un fiume. Mercurio e sali.
- Ah, sali.
- Esattamente. Mai visto un fiume prima?
Echil non risponde, tra i due ci sono spesso lunghi silenzi. Così lunghi che a volte Dersu crede di essere solo sulla nave. Di solito, grigi tentacoli avvizziti gli ricordano dell'esistenza del suo collega, impegnato nella muta mensile da qualche parte nei pressi della sala macchine.
I razzi invertono gradualmente la polarità: la nave si guida da sola verso l'attracco.
- Una volta, sulla quarta luna.
- Hai visto un fiume sul tuo pianeta natale e mi chiedi cosa sia?
Altro silenzio. Il bogllon trema debolmente con l'aumento della pressione, mentre sulla superficie del pianeta un'ossario prende lentamente forma. Man mano che si immergono nel verde ossigeno del pianeta, il fiume si dimostra sempre più gigantesco.
- Ero piccolo. Ci sono nato.
Dersu guarda esasperato il quartoluniano: c'è nato? Ma dove? Nel fiume? In quel fiume? I secondi passano lenti e Dersu è sempre più interdetto. Crede che lascerà la Proud Mary quando ripasseranno per la cintura.
- Dimentichi che puoi leggermi nella mente? A volte sei così umano che mi spaventi Dersu, sicuro di non essere uno di loro? Non dimenticare di ormeggiare la Proud.
Silenzio.
Mai visto un fiume?
domenica, gennaio 26, 2014
Baricentro liminale
C'è un cane che abbaia in questo vagone, lo sentite?
Da quando ho visto The Truman Show penso sempre alla possibilità che i miei viaggi avvengano più spesso di notte per motivi di budget. Poi immagino il vagone che ballonzola su una specie di toro meccanico, circondato da schermi.
Non ho detto telecamere, che cosa significa?
Da quando ho visto The Truman Show penso sempre alla possibilità che i miei viaggi avvengano più spesso di notte per motivi di budget. Poi immagino il vagone che ballonzola su una specie di toro meccanico, circondato da schermi.
Non ho detto telecamere, che cosa significa?
Che la paura di vivere una messinscena è più forte della
paura che qualcuno la guardi? Oppure, significa che in fondo le
telecamere ci sono già e che quindi le dò per scontate?
C'è un cane che abbaia nel vagone e questo cane rappresenta la paranoia: abbaia per metterci in guardia da tutta una serie infinita di inconsistenti problemi reali e di importantissimi problemi irreali.
E se il cielo ci cadesse sulla testa?
E se quell'uomo all'improvviso ti mordesse un orecchio? Stai attento!
Poi, la sensazione della pelle nuda contro un bel muro freddo e bianco e l'orribile senso premonitore, la sera, a suggerire che anche quella notte avrei dormito poco. Più in generale, il pensiero vagamente depresso che tutta la nostra cultura e le nostre buone intenzioni, nonostante tutta la ragionata civiltà ed il benessere di cui godiamo, non possa garantire che il mattino dopo ci si svegli senza essere stanchi. Perché quando dormiamo, o cerchiamo di dormire, non siamo soltanto soli con noi stessi: ne siamo prigionieri. Svegliarsi non-stanchi: il più timido dei lussi, il meno avventato dei desideri.
Se sfreghi la lampada, il tuo è solo uno sfregio.
venerdì, gennaio 17, 2014
Requiem per un sogno bagnato
Riagganciò il telefono: Selma aveva detto di no. Anche lei, lei che gli era stata vicina nei momenti più brutti, non aveva accettato.
- Ho perso il tocco
Così gli aveva sussurrato al telefono, mentre in sottofondo i suoi nipoti la avvertivano che la torta era cotta.
- Selma, sforni torte ora?
- Oh Pat, sei il solito cascamorto
Appena, due minuti e quindici secondi dopo, la telefonata era finita.
Patrizio aveva cominciato a cronometrare le telefonate dopo il sesto rifiuto. Queste donne che erano state bellissime, atletiche, disinibite e, soprattutto, arrapanti, ora facevano le vergognose, come se avere ottant'anni oggi avesse cambiato anche i loro corpi di ieri. Erano state davvero arrapanti, tanto arrapanti da tenere milioni di occhi incollati agli schermi con la navigazione in incognito per ore ed ore. Tanto arrapanti da superare la crisi del 2008, da vincere sull'amatoriale via smartphone e da non risentire di tutte le isteriche volubilità del mercato.
Cosa restava di queste donne ora? Niente, giusto due minuti al telefono ed il sogno di un vecchio produttore: rigirare i loro video. Tutte le scene, inquadratura per inquadratura. Ma niente, nessuna voleva farsi convincere. Gli uomini, inutile dirlo, avevano tutti accettato subito.
Provò con un altra telefonata, forse l'ultima: Patrizio sapeva di non avere molto tempo.
- Missouri, pronto? Sono Patrizio, abbiamo girato insieme Fame di birilli n°7 qualche anno fa...
- Qualche anno fa? Ce l'hai un calendario in casa?
No, non ce l'aveva un calendario. Perché per queste ragazze era così difficile capire? Cinquant'anni prima il video avrebbe fatto furore. E adesso, le stesse donne che al tempo lo avrebbero trovato geniale nella sua insensatezza, si rifiutavano di farne parte.
Possibile che il trash fosse finito? Forse era soltanto il loro orgoglio di donne un tempo bellissime.
- Ho perso il tocco
Così gli aveva sussurrato al telefono, mentre in sottofondo i suoi nipoti la avvertivano che la torta era cotta.
- Selma, sforni torte ora?
- Oh Pat, sei il solito cascamorto
Appena, due minuti e quindici secondi dopo, la telefonata era finita.
Patrizio aveva cominciato a cronometrare le telefonate dopo il sesto rifiuto. Queste donne che erano state bellissime, atletiche, disinibite e, soprattutto, arrapanti, ora facevano le vergognose, come se avere ottant'anni oggi avesse cambiato anche i loro corpi di ieri. Erano state davvero arrapanti, tanto arrapanti da tenere milioni di occhi incollati agli schermi con la navigazione in incognito per ore ed ore. Tanto arrapanti da superare la crisi del 2008, da vincere sull'amatoriale via smartphone e da non risentire di tutte le isteriche volubilità del mercato.
Cosa restava di queste donne ora? Niente, giusto due minuti al telefono ed il sogno di un vecchio produttore: rigirare i loro video. Tutte le scene, inquadratura per inquadratura. Ma niente, nessuna voleva farsi convincere. Gli uomini, inutile dirlo, avevano tutti accettato subito.
Provò con un altra telefonata, forse l'ultima: Patrizio sapeva di non avere molto tempo.
- Missouri, pronto? Sono Patrizio, abbiamo girato insieme Fame di birilli n°7 qualche anno fa...
- Qualche anno fa? Ce l'hai un calendario in casa?
No, non ce l'aveva un calendario. Perché per queste ragazze era così difficile capire? Cinquant'anni prima il video avrebbe fatto furore. E adesso, le stesse donne che al tempo lo avrebbero trovato geniale nella sua insensatezza, si rifiutavano di farne parte.
Possibile che il trash fosse finito? Forse era soltanto il loro orgoglio di donne un tempo bellissime.
sabato, gennaio 11, 2014
Pioggia indoor
C'è un motto tra gli scout, ma soprattutto tra gli scout che non lo sono più. E' un motto retorico, ridondante, di quelli a cui ci si appiglia con la nostalgia delle certezze: il cielo è blu, il sole è giallo.
SCOUT UNA VOLTA, SCOUT PER SEMPRE
L'altra sera, facendo la doccia, pensavo che solo i gruppi che vogliono escludere marchiano i loro membri, rendendoli eletti o dannati, comunque trasformandoli sempre in qualcosa di diverso da quello che sono. Forse per riflesso, forse soltanto per noia, ho cercato di immaginare il contrario di tutto questo, tanto per vedere che cosa ne sarebbe nato.
FILIPPO UNA VOLTA, FILIPPO PER SEMPRE
Nessuno, per quanto bravo a nascondersi, è invisibile. Senza di noi non ci sarebbero i passanti, i pedoni, le code, le folle, i paesi, le coppie che fanno scenate, la gente da sola al cinema, i ragazzini delle altre classi, i rompicoglioni sui treni, le recensioni degli hotel, i bidoni dell'immondizia pieni fino a traboccare.
La coscienza della propria presenza nel mondo è l'unica cosa che non dobbiamo mai spegnere, non tanto il certificato di appartenenza che i gruppi di cui facciamo parte si arrogano il diritto di affibbiarci.
Il tutto sarà anche maggiore della somma delle sue parti, ma il tutto non è nessuno.
sabato, dicembre 21, 2013
Imprudenza particolare (Crampo di Natale)
Le strade sono piene di gente, ma la gente di cosa è piena? Non dei panettoni ancora incartati nelle scatole di cartone, non dei buoni propositi ancora da fare, non delle sterili critiche alla società consumista a cui partecipiamo, turbati ma felici; pieni non certo dello stupore per le illuminazioni che addobbano la città, queste inutili manifestazioni della nostra tecnica, che come tutte le cose inutili hanno qualcosa d'artistico che le attraversa, dando alla loro presenza quella scintilla d'esistenza che le inchioda tanto alle facciate dei palazzi quanto al reale. Non è certo questo stupore a riempire le persone perché, quando c'è, dura soltanto i primi giorni.
Roma, 30 ottobre 1541
Michelangelo guarda la volta. E' notte, la sua candela illumina poco o niente, ma sa che l'affresco è lì, davanti a lui. Il Giudizio Universale, al buio, sembra essere la cosa più terrena di questo mondo. Sembra di avere il potere di spegnerlo, pensa Michelangelo addentando un pezzo di pizza.
La sala, fredda e piena di sussurri, sembra avvolgersi su se stessa come una rissa. Una scazzottata incredibilmente silenziosa. Il pittore sa di non essere stato lui a scatenarla, ma si sente lo stesso colpevole, mentre guarda il cielo della città eterna. Ripensa alla Centauromachia, sforzandosi di ricordare a cosa pensasse mentre ci lavorava. Domani verrà scoperta, quest'opera maledetta, pensa, sistemandosi gli auricolari.
I Pogues intonano Fairytale of New York, senza che Michelangelo abbia mai visto la statua della libertà, senza credere nelle fate o nei loro racconti, senza sapere della sua stessa posizione, della sua stessa importanza nella Storia.
Qualcuno lo chiama: Buonarroti, Buonarroti!
Si gira: che c'è?
Buonarroti, tra due mesi sarà Natale.
I Pogues finiscono di cantare, e sul palco si rovesciano le urla di tutta l'O2 Arena di Londra. Ci sono milioni, forse miliardi di peli dritti, scattati in piedi per l'emozione di un sentimento comune e di un condivisibile contatto.
Roma, 30 ottobre 1541
Michelangelo guarda la volta. E' notte, la sua candela illumina poco o niente, ma sa che l'affresco è lì, davanti a lui. Il Giudizio Universale, al buio, sembra essere la cosa più terrena di questo mondo. Sembra di avere il potere di spegnerlo, pensa Michelangelo addentando un pezzo di pizza.
La sala, fredda e piena di sussurri, sembra avvolgersi su se stessa come una rissa. Una scazzottata incredibilmente silenziosa. Il pittore sa di non essere stato lui a scatenarla, ma si sente lo stesso colpevole, mentre guarda il cielo della città eterna. Ripensa alla Centauromachia, sforzandosi di ricordare a cosa pensasse mentre ci lavorava. Domani verrà scoperta, quest'opera maledetta, pensa, sistemandosi gli auricolari.
I Pogues intonano Fairytale of New York, senza che Michelangelo abbia mai visto la statua della libertà, senza credere nelle fate o nei loro racconti, senza sapere della sua stessa posizione, della sua stessa importanza nella Storia.
Qualcuno lo chiama: Buonarroti, Buonarroti!
Si gira: che c'è?
Buonarroti, tra due mesi sarà Natale.
I Pogues finiscono di cantare, e sul palco si rovesciano le urla di tutta l'O2 Arena di Londra. Ci sono milioni, forse miliardi di peli dritti, scattati in piedi per l'emozione di un sentimento comune e di un condivisibile contatto.
sabato, novembre 30, 2013
La similitudine delle teorie
Sorvolare un oceano in bottiglia deve essere un'esperienza indimenticabile, sempre che l'oceano in bottiglia sia fatto bene. Non basta riempire d'acqua salata una bottiglia, come non basta rimpicciolire fino a riuscire ad entrarci.
Un tempo avrei acceso la televisione, oggi apro il browser. C'è un video che mi interessa, ma non ricordo quale sia. Forse perché è qualcosa che non esiste ancora. Ripasso mentalmente gli eroi del mio tempo.
Nel mucchio, figurano non pochi ex-eroi, gente morta. Un paio: James Dean, Gandhi, Rino Gaetano, Che Guevara, Marx, John F. Kennedy, Tupac.
Ecco un buon esempio: nel 2012 l'ologramma del rapper appena citato (morto nel 1996) duetta con Snoop Dogg sul palco. Cosa significa? Che siamo diventati bravi a conservare i nostri miti e con questo ad imporli alla generazione successiva. Se si pensa che questo succede -seppur in misura minore- sin dall'esistenza degli spartiti, bisogna ringraziare se Beatles e Led Zeppelin non siano stati mummificati e venerati come tangibili oggetti di culto più di quanto non venga fatto oggi.
Nell'arte come negli altri campi, la comunicazione e la capacità di comunicare ci ha resi in grado di descrivere in modo sensorialmente preciso le cose che ci piacciono, rendendole replicabili e ri-vivibili. La rottura della quarta parete nello spettacolo non consiste nella coscienza dello show di essere tale, ma nell'acquisizione della capacità di comandare la reazione dell'audience mediante una serie di interruttori. Lo spettacolo si è trasformato in una scienza esatta e la platea, globalizzandosi, è diventata l'unico laboratorio; rendendo di fatto l'esperimento ripetibile all'infinito.
Rivolgendosi ad un'unico destinatario, anche lo spettacolo si è dovuto modificare, adattandosi alla globalizzazione. Come per l'oceano in bottiglia, anche questo ha dovuto cambiare qualcosa per poter continuare ad essere se stesso. Io non so se la ragione sia effettivamente questa, ma se qualcosa è cambiato è stato anche attraverso il congelamento di alcuni canoni particolarmente efficaci. Anzi, forse il cambiamento è stato proprio il non cambiare: perfino le principesse sono rimaste le stesse, trasposte perfettamente dagli schermi del 1937 alle cover degli iPhone del 2013.
Io non sono un paranoico, almeno per quanto riguarda il funzionamento del mondo sociale nel suo complesso: non credo che esista un burattinaio che possa aver previsto una simile reazione, credo piuttosto che siamo noi ad aver creato qualcosa di troppo bello e troppo duraturo da impedirci di distaccarci e disilluderci quel tanto che basta per creare qualcosa di nuovo. Siamo innamorati degli stessi identici eroi dei nostri nonni e dei nostri genitori, attraverso letture ed interpretazioni praticamente immutate. Ma questo narcisismo che trascende i confini del buongusto temporale, quanto potrà durare? Io non voglio che Dragon Ball sia visto dai bambini tra gli 11 e i 15 anni per i prossimi vent'anni, anche perché lo considero una cosa mia, ed in quanto tale credo di voler mantenere l'egoistico primato che tutte le generazioni dovrebbero poter provare.
Ogni volta che qualcosa di nuovo ci fa schifo per via del confronto con il vecchio e non per via del gusto artistico che il vecchio dovrebbe averci aiutato a sviluppare, facciamo del male a noi stessi e alle persone che verranno dopo di noi.
Un tempo avrei acceso la televisione, oggi apro il browser. C'è un video che mi interessa, ma non ricordo quale sia. Forse perché è qualcosa che non esiste ancora. Ripasso mentalmente gli eroi del mio tempo.
Nel mucchio, figurano non pochi ex-eroi, gente morta. Un paio: James Dean, Gandhi, Rino Gaetano, Che Guevara, Marx, John F. Kennedy, Tupac.
Ecco un buon esempio: nel 2012 l'ologramma del rapper appena citato (morto nel 1996) duetta con Snoop Dogg sul palco. Cosa significa? Che siamo diventati bravi a conservare i nostri miti e con questo ad imporli alla generazione successiva. Se si pensa che questo succede -seppur in misura minore- sin dall'esistenza degli spartiti, bisogna ringraziare se Beatles e Led Zeppelin non siano stati mummificati e venerati come tangibili oggetti di culto più di quanto non venga fatto oggi.
Nell'arte come negli altri campi, la comunicazione e la capacità di comunicare ci ha resi in grado di descrivere in modo sensorialmente preciso le cose che ci piacciono, rendendole replicabili e ri-vivibili. La rottura della quarta parete nello spettacolo non consiste nella coscienza dello show di essere tale, ma nell'acquisizione della capacità di comandare la reazione dell'audience mediante una serie di interruttori. Lo spettacolo si è trasformato in una scienza esatta e la platea, globalizzandosi, è diventata l'unico laboratorio; rendendo di fatto l'esperimento ripetibile all'infinito.
Rivolgendosi ad un'unico destinatario, anche lo spettacolo si è dovuto modificare, adattandosi alla globalizzazione. Come per l'oceano in bottiglia, anche questo ha dovuto cambiare qualcosa per poter continuare ad essere se stesso. Io non so se la ragione sia effettivamente questa, ma se qualcosa è cambiato è stato anche attraverso il congelamento di alcuni canoni particolarmente efficaci. Anzi, forse il cambiamento è stato proprio il non cambiare: perfino le principesse sono rimaste le stesse, trasposte perfettamente dagli schermi del 1937 alle cover degli iPhone del 2013.
Io non sono un paranoico, almeno per quanto riguarda il funzionamento del mondo sociale nel suo complesso: non credo che esista un burattinaio che possa aver previsto una simile reazione, credo piuttosto che siamo noi ad aver creato qualcosa di troppo bello e troppo duraturo da impedirci di distaccarci e disilluderci quel tanto che basta per creare qualcosa di nuovo. Siamo innamorati degli stessi identici eroi dei nostri nonni e dei nostri genitori, attraverso letture ed interpretazioni praticamente immutate. Ma questo narcisismo che trascende i confini del buongusto temporale, quanto potrà durare? Io non voglio che Dragon Ball sia visto dai bambini tra gli 11 e i 15 anni per i prossimi vent'anni, anche perché lo considero una cosa mia, ed in quanto tale credo di voler mantenere l'egoistico primato che tutte le generazioni dovrebbero poter provare.
Ogni volta che qualcosa di nuovo ci fa schifo per via del confronto con il vecchio e non per via del gusto artistico che il vecchio dovrebbe averci aiutato a sviluppare, facciamo del male a noi stessi e alle persone che verranno dopo di noi.
giovedì, novembre 21, 2013
la danza dei caval-ieri
Il Tiepido guarda fuori dalla finestra, c'è un tempo bigio che renderebbe isterico chiunque.
Quando il personale ha convocato il Tiepido per il colloquio annuale, gli sono state fatte tre domande:
1) A quale personaggio reale o fantastico ti ispiri?
2) Come descriveresti la giornata di oggi?
3) Cosa cambieresti?
Il Tiepido dà un colpo di tosse, grassa e sofferta. Le ore passano lente, mentre i minuti scappano da tutte le parti. Ieri, quando tornava a casa da lavoro, aveva appena smesso di piovere. Tre gocce gli sono cadute davanti mentre guardava la luna attraverso le nuvole. Illuminate dalle lampade del palazzo, sembrano tre gocce di fuoco. Il Tiepido si scansa, ma le gocce cadono senza rumore in una pozzanghera pochi passi più in là. La mente del Tiepido cerca di mettere ordine: possibile che il tetto sia in fiamme? Guarda verso l'alto: vedendo le calde luci arancioni chiarisce l'equivoco. La stanchezza, è la stanchezza che gli ha fatto vedere tre gocce di fuoco. Arrivato a casa, mette il dvd di "Trappola di cristallo" nel lettore per l'ennesima volta.
Tutti lo chiamano il Tiepido, ma nessuno ricorda perché. L'unica cosa certa è che la notte, prima di andare a dormire, il Tiepido ripensa a tutte le persone che ha conosciuto. Una per una le rivede per un attimo, anche se non ricorda i nomi. E' come se avesse una rubrica di sensazioni collegate ai fragili corpi snodati di tanti altri esseri umani. Quando finisce, il Tiepido si addormenta. Il giorno che avrà dimenticato qualcuno, si dice che il Tiepido morirà. Questa è la leggenda che circola per gli uffici, ma nessuno la racconta molto volentieri.
3) Cambierei la leggenda che circola sul Tiepido, se fosse possibile. Ogni sera il Tiepido ripensa alle persone che ha conosciuto, senza dimenticarne nessuna. Il giorno che avrà dimenticato qualcuno, si dice che il mondo finirà. Eppure, so che non può essere così. Cosa diventerebbe la vita se esistesse una persona del genere? Il Tiepido può soltanto continuare a ricordare, fino alla fine dei tempi, sperando di non dimenticare nessuno.
2) Una giornata bigia che renderebbe isterico chiunque.
1) Luke Skywalker.
Quando il personale ha convocato il Tiepido per il colloquio annuale, gli sono state fatte tre domande:
1) A quale personaggio reale o fantastico ti ispiri?
2) Come descriveresti la giornata di oggi?
3) Cosa cambieresti?
Il Tiepido dà un colpo di tosse, grassa e sofferta. Le ore passano lente, mentre i minuti scappano da tutte le parti. Ieri, quando tornava a casa da lavoro, aveva appena smesso di piovere. Tre gocce gli sono cadute davanti mentre guardava la luna attraverso le nuvole. Illuminate dalle lampade del palazzo, sembrano tre gocce di fuoco. Il Tiepido si scansa, ma le gocce cadono senza rumore in una pozzanghera pochi passi più in là. La mente del Tiepido cerca di mettere ordine: possibile che il tetto sia in fiamme? Guarda verso l'alto: vedendo le calde luci arancioni chiarisce l'equivoco. La stanchezza, è la stanchezza che gli ha fatto vedere tre gocce di fuoco. Arrivato a casa, mette il dvd di "Trappola di cristallo" nel lettore per l'ennesima volta.
Tutti lo chiamano il Tiepido, ma nessuno ricorda perché. L'unica cosa certa è che la notte, prima di andare a dormire, il Tiepido ripensa a tutte le persone che ha conosciuto. Una per una le rivede per un attimo, anche se non ricorda i nomi. E' come se avesse una rubrica di sensazioni collegate ai fragili corpi snodati di tanti altri esseri umani. Quando finisce, il Tiepido si addormenta. Il giorno che avrà dimenticato qualcuno, si dice che il Tiepido morirà. Questa è la leggenda che circola per gli uffici, ma nessuno la racconta molto volentieri.
3) Cambierei la leggenda che circola sul Tiepido, se fosse possibile. Ogni sera il Tiepido ripensa alle persone che ha conosciuto, senza dimenticarne nessuna. Il giorno che avrà dimenticato qualcuno, si dice che il mondo finirà. Eppure, so che non può essere così. Cosa diventerebbe la vita se esistesse una persona del genere? Il Tiepido può soltanto continuare a ricordare, fino alla fine dei tempi, sperando di non dimenticare nessuno.
2) Una giornata bigia che renderebbe isterico chiunque.
1) Luke Skywalker.
sabato, ottobre 26, 2013
Ifigenia in idraulica
Tra le porte delle nostre foreste
scorrono azzurri manti di fiume
che osservati dal centro del mondo
mostrano volti indimenticati
giovedì, ottobre 10, 2013
Il tempo delle chele (tit for tat)
In mancanza di vere mancanze, aveva scelto di mancare del senso dell'umorismo.
Aspirando a vere aspirazioni, aspirava a non averne e ad essere pertanto una persona libera.
L'uso della lingua italiana lo affliggeva, lo tormentava. Una volta, la professoressa di lettere del suo secondo anno alle scuole medie parificate Salvo Montalbano, gli aveva chiesto di spiegare il significato del suo tema.
Lui lo aveva preso e lo aveva letto a voce alta, a tutta la classe. Era stata una grande umiliazione. Il tema parlava di un ragazzo della sua età, iscritto al secondo anno delle scuole medie all'istituto Indro Montanelli, un nome di fantasia la cui musicalità aveva già suscitato qualche sussulto nell'uditorio. Mai sentito nome inventato più sciocco.
Andando avanti, il tema si perdeva in una lunga digressione per spiegare come mai e per quali ragioni storico-sociali le scuole medie dovessero durare tre anni, quando nella realtà tutti sapevano che gli anni erano sempre stati cinque. Lo avevano anche studiato la settimana precedente, il perché di quei cinque anni: lo aveva voluto Garibaldi stesso, consigliato dal suo amico Ulysses S. Grant, con cui aveva combattuto nelle Prime Guerre Mercuriane.
Era tutto così, quel tema: farcito di inutili differenze. A volte anche macroscopiche, ma mai stravolgenti. Un tema che sapeva di niente.
Questo gli disse la sua compagna di banco, quando tornò a posto: non era scritto male, ma quel tema sapeva di niente.
Lui sospirò, tutto sommato meno imbarazzato del previsto, pensando che se avesse scritto tutto quello che aveva in mente, allora sì che avrebbe detto qualcosa che non sarebbe stato niente. Aveva immaginato un popolo con arti superiori che terminavano in cinque dita prensili, invece che con il classico, scontato e poco fantascientifico, paio di chele.
Ritornando a casa con il vecchio traslatore sferragliante, ragionò ancora sulle modifiche che il mondo avrebbe dovuto subire per diventare quello del suo racconto. Piccoli mutamenti sarebbero dovuti avvicendarsi nel tempo, contrapponendo il vecchio al nuovo. Il nuovo sarebbe stato giustificato soltanto dalla sua esistenza, che l'esistenza stessa del vecchio avrebbe provocato.
Ogni cosa, pensò, avrebbe dovuto avere una ripercussione, un'effetto sul mondo, per poter mutare. Eppure, il cambiamento era una cosa molto rara. Che cosa castrava quelle ripercussioni? Esse non si infrangevano contro aridi ed alteri scogli: nemmeno avevano modo di nascere. Forse, perché esistessero e quindi fossero visibili, bisognava prima conoscere le cose. Descriverle, definirle, fotografarle nell'attimo in cui erano, per accorgersi del cambiamento. Arrivato alla fermata fece scattare le chele, nell'alzarsi: un pensiero lo aveva folgorato.
Nessuno aveva mai saputo spiegare l'amore, nemmeno i poeti più capaci di tutte le terre conglomerate. L'amore, quello che faceva tremare le chele, che faceva volare nello stomaco i lepidotteri enzimatici e che dilatava le cinque pupille persino durante gli oscuramenti ferrosi, era stato soltanto descritto come indescrivibile.
E allora sarebbe stato quello, l'unico cambiamento possibile dell'Amore, quello con la A maiuscola: un giorno, forse non troppo lontano, qualcuno si sarebbe accorto della descrivibilità dell'amore, e ne avrebbe modificato la natura. Fino a quel giorno, tutto sarebbe continuato, modificandosi in modi invisibili mentre le coscienze guardavano altrove, per poi ritornare al suo posto, appena osservato.
Guardò la statua di carne del Napoleone Alato e sentì come un tuffo al cuore: gli eroi del mondo avrebbero potuto guidare le coscienze anche nella pubblica realtà, o solamente nelle strade private dell'animo?
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