Il tempo passa in un modo tutto suo nella miniera. Luce artificiale e buio si susseguono secondo parti del tempo canonico che oscillano tra le tre e le otto ore. La durata di questi cicli varia a seconda dell'opinione della persona con cui si trova a dividere la buca, che cambia dopo un numero di cicli puntualmente imprevedibile.
Ad ogni ciclo di luce ne segue sempre uno di buio ed è opinione poco diffusa, ma molto radicata tra coloro che la condividono, che i cicli siano sempre uguali a coppie. Cioè che ad ogni ciclo di luce ne segua uno di buio della stessa durata, indipendentemente dalla durata del ciclo di luce che seguirà.
Non gli è mai successo di tornare in una stanza in cui fosse già stato o di rincontrare qualcuno. Gli uomini che incontra hanno sempre delle idee, delle teorie sul perché della miniera e sui suoi abitanti. La tortura è uno di quegli argomenti di cui si parla solo per esprimerne la paura ed il mistero e nessuno fa mai riferimento a cosa gli sia successo personalmente. Il tabù stesso sembra essere una parte della tortura o un ingrediente del rituale scaramantico ad essa legato.
Di solito nei cicli di luce si scava, con le mani e senza troppa passione, benché non sia chiaro se scavare sia obbligatorio o meno, così che ognuno calcola secondo coscienza se ci sia o meno relazione tra la propria disposizione verso la miniera e la frequenza con cui si viene torturati.
Nei cicli di buio si dorme e ci si riposa. Il cibo viene sempre portato sul finire di un ciclo di luce dentro vassoi coperti in tutto per tutto simili a quelli di una mensa, anche per contenuto: primo secondo e dolce, e si può scegliere tra una bottiglia da mezzo litro d'acqua naturale o un cartoncino di latte intero da 33cl. Il tutto viene lanciato o calato nelle buche da inservienti silenziosi e col volto coperto.
"Il motivo per cui ci torturano, quello almeno lo so." dice il suo sedicesimo ed attualmente ultimo compagno di stanza, o cella o buca, accoccolato in una rientranza scavata ad un mezzo metro di distanza dal fondo di una voragine profonda almeno tre.
"In tutte le culture che sono state visitate dagli alieni c'era la violenza. Ma soprattutto la tortura. E' un dato di fatto. I Maya, gli Aztechi, i Nazisti, le famiglie incestuose e perverse dei grandi campi di grano nordamericani."
Deglutisce sonoramente una sorsata di latte, chiedendosi se questo della teoria degli alieni saprà dargli qualche indizio circa il suo ricordo.
"Gli alieni, che sia per proteggerci da noi stessi o per guardare uno spettacolo semplicemente interessante, si fanno vivi dove qualcuno fa male a qualcun'altro, intenzionalmente e per un tempo sufficiente a che le grida raggiungano le loro antenne aliene."
Non ha ancora assimilato completamente la logica dietro al ragionamento che un inserviente con una maschera da saldatore sbuca dal telaio della porta per indicarlo, intimandogli di seguirlo.
Dopo essere faticosamente uscito dalla buca, viene bendato.
"Pensala come parte di un meccanismo di aggiornamento accelerato. Vogliamo che arrivino a salvarci, questi benedetti alieni. Stiamo piangendo il più forte possibile attaccati alle sbarre del nostro lettino spaziale."
Non gli è mai successo ma sa cosa significhi: ora, per la prima volta, verrà torturato.
giovedì, gennaio 26, 2012
domenica, gennaio 22, 2012
L'autoradio stasera non funziona
Il vento dell'autostrada sembra volermi spazzare via, poderoso.
Sbatto la portiera più forte che posso, e faccio due passi fino al confine della linea gialla tratteggiata : io non ho paura.
Però l'odore di asfalto bagnato mi manda in confusione.
Quando viaggio, rischio sempre di causare incidenti in modo stupido. Per questo motivo, ogni tanto accosto e mi fermo. Al volante, noto particolari intorno a me a cui sicuramente non farei mai caso, se fossi seduto al posto del passeggero.
Del resto, ho intuito che la vita funzioni più o meno così : una condanna a chi ha i denti non ha il pane-chi ha il pane non ha i denti all'ennesima potenza; stai studiando qualcosa che non ti piace, e hai voglia di disegnare, buttarti da una collina con il deltaplano, imparare a suonare la chitarra elettrica. Hai una giornata libera da spendere come meglio credi, e la butti via.
Poi la sera scrivi un post per annegare le reminescenze della coscienza.
Il mio must alla guida è senza dubbio guardare dentro le finestre delle case altrui.
Mi piace vedere le persone minuscole che ci abitano, così lontane da me; scorgere in una stanza illuminata una signora preparare il minestrone per la cena. Sorrido quando immagino i capricci che faranno i figli più piccoli per scamparsela.
Ad ogni modo, mi piacciono di più le persone che, anche ad una prima occhiata fugace, sembrano infelici. E non solo quando faccio lo spione in autostrada.
Tolstoj, in Anna Karenina, dice che "tutte le famiglie felici si assomigliano, ma ogni famiglia infelice è infelice a modo suo".
Per le persone al di là dei pilastri di cemento dell'autostrada, dall'altra parte di quelle finestre, io sono solo uno dei puntini colorati che sfuggono imprendibili nel buio della notte; ed eppure mi piace credere che, in quegli attimi, la mia vita in qualche modo si sfiori con le loro.
Sbatto la portiera più forte che posso, e faccio due passi fino al confine della linea gialla tratteggiata : io non ho paura.
Però l'odore di asfalto bagnato mi manda in confusione.
Quando viaggio, rischio sempre di causare incidenti in modo stupido. Per questo motivo, ogni tanto accosto e mi fermo. Al volante, noto particolari intorno a me a cui sicuramente non farei mai caso, se fossi seduto al posto del passeggero.
Del resto, ho intuito che la vita funzioni più o meno così : una condanna a chi ha i denti non ha il pane-chi ha il pane non ha i denti all'ennesima potenza; stai studiando qualcosa che non ti piace, e hai voglia di disegnare, buttarti da una collina con il deltaplano, imparare a suonare la chitarra elettrica. Hai una giornata libera da spendere come meglio credi, e la butti via.
Poi la sera scrivi un post per annegare le reminescenze della coscienza.
Il mio must alla guida è senza dubbio guardare dentro le finestre delle case altrui.
Mi piace vedere le persone minuscole che ci abitano, così lontane da me; scorgere in una stanza illuminata una signora preparare il minestrone per la cena. Sorrido quando immagino i capricci che faranno i figli più piccoli per scamparsela.
Ad ogni modo, mi piacciono di più le persone che, anche ad una prima occhiata fugace, sembrano infelici. E non solo quando faccio lo spione in autostrada.
Tolstoj, in Anna Karenina, dice che "tutte le famiglie felici si assomigliano, ma ogni famiglia infelice è infelice a modo suo".
Per le persone al di là dei pilastri di cemento dell'autostrada, dall'altra parte di quelle finestre, io sono solo uno dei puntini colorati che sfuggono imprendibili nel buio della notte; ed eppure mi piace credere che, in quegli attimi, la mia vita in qualche modo si sfiori con le loro.
sabato, gennaio 21, 2012
Alteri, IV parte
Si dividono prima che l'edificio diventi visibile. Indicandolo con la mano libera, la donna armata dice: "La miniera".
Non si chiede nemmeno per un istante che cosa ne sia stato della mummia e dell'altra donna, ma non è più la memoria a tradirlo. La sua attenzione ora è interamente concentrata su quel gesto di togliersi qualcosa dalla bocca, qualcosa forse di disgustoso o di velenoso, per darlo ad un uomo sempre più solo e sempre più disperato.
Cerca indizi per ricostruire il senso della visione lungo il resto del tragitto: guarda le vetrate impolverate e censurate dalle assi e sperando di trovarvi, aldilà, un indizio. Cammina, sempre scortato, attraverso lunghi corridoi, lamentandosi con se stesso per la mancanza di appigli su cui costruire un ragionamento.
Sembra quasi, alle facce stanche e senza speranza che lo vedono passare, non il solito nuovo arrivato, ma una sorta di sovrintendente o ispettore, che anticipi camminando sempre più svelto e febbrile la pistola che lo tiene sotto tiro. Pare che lei più che condurlo sotto una posteriore minaccia lo pedini, come un cattivo dei cartoni animati in agguato.
Quando finalmente si accorge dei volti che lo guardano ritrova in essi, con un sussulto, la stessa disperazione debole e muta dell'uomo del suo ricordo. Finalmente viene fatto entrare a spintoni, recalcitrante perché desideroso tornare a rivedere quegli occhi per capire se fossero gli stessi, in una delle poche stanze ancora con la porta. Il pavimento, a parte le prime quattro piastrelle oltre la soglia, manca completamente e lampade a risparmio energetico rivelano una voragine di quattro o cinque metri scavata nelle fondamenta dell'edificio e nella terra.
Sul fondo della buca, cui arriva grazie ad una scala di corda come insanguinata, un vecchio pallido e segnato gratta la terra a mani nude. Quando, dietro minacce, anche il precedentemente smemorato si mette a scavare con le unghie e con le mani e la porta si richiude sopra di loro, il vecchio si gira per dire in un sussurro: "Almeno oggi non ci torturano".
mercoledì, gennaio 11, 2012
Alteri, III parte
La strada è deserta, per non dire desolata, ma due donne scavalcano il guardrail.
Una ha una pistola nella mano, che tiene bassa e vicino al corpo; l'altra ha uno sguardo nervoso che non ammette repliche.
Nessuno parla, mentre la disarmata prende sottobraccio i due, trascinandoli al cospetto dell'altra. Con uno scatto della pistola, indica loro di avanzare verso il sentiero da cui sono venute, oltre il guardrail. Cominciano a camminare, silenziosi e in fila come quattro ladri, attraverso un campo di granoturco.
Ciò che trattiene lo smemorato nella fila è il senso di appartenenza. Per quanto ne può sapere, la vita è sempre stata una camminata scalzo nell'infangato sentiero tra due mura di granoturco.
Però, per la prima volta, si annoia. Qualcosa non funziona. Forse è lo spostarsi senza i discorsi del compagno. Quei discorsi oziosi e involuti, che tuttavia non ricorda, gli mancano. Comincia a pensare qualcosa di diverso dalle sue percezioni. Inventa storie insensate che durano il tempo di dimenticarsi come fossero iniziate.
Il sole è ancora alto nel cielo, ma passa il tempo e i racconti si fanno più lunghi e sempre più complessi. I personaggi cominciano a rimanere.
La storia che riesce a tenere più a lungo sospesa nel suo flebile pensiero è per immagini. Uno spettacolo muto di idee che interagiscono tra loro. Una donna si prende qualcosa dalla bocca e lo porge ad un uomo. Lui se ne va disperato e raggiunge altri che sono come lui.
E' una vicenda che lo interessa. Che cosa si sono dati? Perché? In fondo non c'è nulla di male a voler sapere una cosa che non esiste, dice a se stesso.Conoscere una ragione. Ma subito si corregge: sapere quella vera. Già che questa cosa non esiste, almeno che sia vera. Cosa gli avrà dato? Riguarda la storia e la riguarda, perdendosi e tornando ad essere lo smemorato che era. Ma rivede ancora la vicenda, negli occhi della mente.
Non può che essere qualcosa che è già successo. Questo significa che c'è un prima a tutto questo? Un prima a questa schiena davanti a me che brancola nel fango? Cerca di guardare meglio l'idea di quello che i due si scambiano. Sembra essere una pietra. Una pietra che esce dalla bocca di una donna. Sembra non essere mai successo.
sabato, gennaio 07, 2012
Alteri, II parte
La macchina scivola sull'asfalto, dopo uno spuntino di pane e acciughe sotto sale ad una piazzola del soccorso stradale.
Lo smemorato è sui sedili posteriori, rannicchiato in una scomoda parodia di posizione fetale, scalzo. Davanti, continuano gli strani discorsi di viaggio dell'altro. Parla dell'ultimo movimento del concerto per pianoforte e orchestra n.3 di Beethoven, della catena di errori voluti e non che convergono alla proiezione scritta della realtà interpretativa di un ipotetico autore.
Potrebbe non essere l'impressione che lo scrittore ha avuto di un avvenimento reale, oppure l'impressione sincera che ha avuto di un avvenimento non reale. Ogni tanto si gira verso lo smemorato per ripetere ciò che reputa più incisivo: "la differenza tra simulazione e dissimulazione", "il mercato del giorno dopo dell'interpretazione", "contessa paralizzata", "discretizzazione".
Lo smemorato sogna o forse crede di sognare. Immagina un evento, che subito dimentica, tramandato poi da tutti quelli che vi hanno assistito. Ma allora, pensa, l'evento si ripete. Errato, diverso dalla prima di tutte le sue copie, mutato, interpretato, si ripete all'infinito e nessuno è in grado di distinguere la copia dall'originale, il giusto dallo sbagliato.
Il bendato si gira mentre sorpassano un grosso camion rosso, dice: "sesso".
E' una bellissima giornata e nella scomodità della sua posizione lo smemorato si accorge di non ricordare quel primo evento che aveva immaginato.
Quando apre gli occhi la macchina è ferma. Un lontano senso di appartenenza gli suggerisce di non essersi mai spostato dalla piazzola in cui hanno mangiato il pane con le acciughe. In effetti è la stessa.
L'altro guarda accucciato la ruota anteriore sinistra. Impossibile capire cosa stia pensando; ma la gomma è certamente bucata. Quello che vede è solo una mummia in abiti civili.
Lo smemorato è sui sedili posteriori, rannicchiato in una scomoda parodia di posizione fetale, scalzo. Davanti, continuano gli strani discorsi di viaggio dell'altro. Parla dell'ultimo movimento del concerto per pianoforte e orchestra n.3 di Beethoven, della catena di errori voluti e non che convergono alla proiezione scritta della realtà interpretativa di un ipotetico autore.
Potrebbe non essere l'impressione che lo scrittore ha avuto di un avvenimento reale, oppure l'impressione sincera che ha avuto di un avvenimento non reale. Ogni tanto si gira verso lo smemorato per ripetere ciò che reputa più incisivo: "la differenza tra simulazione e dissimulazione", "il mercato del giorno dopo dell'interpretazione", "contessa paralizzata", "discretizzazione".
Lo smemorato sogna o forse crede di sognare. Immagina un evento, che subito dimentica, tramandato poi da tutti quelli che vi hanno assistito. Ma allora, pensa, l'evento si ripete. Errato, diverso dalla prima di tutte le sue copie, mutato, interpretato, si ripete all'infinito e nessuno è in grado di distinguere la copia dall'originale, il giusto dallo sbagliato.
Il bendato si gira mentre sorpassano un grosso camion rosso, dice: "sesso".
E' una bellissima giornata e nella scomodità della sua posizione lo smemorato si accorge di non ricordare quel primo evento che aveva immaginato.
Quando apre gli occhi la macchina è ferma. Un lontano senso di appartenenza gli suggerisce di non essersi mai spostato dalla piazzola in cui hanno mangiato il pane con le acciughe. In effetti è la stessa.
L'altro guarda accucciato la ruota anteriore sinistra. Impossibile capire cosa stia pensando; ma la gomma è certamente bucata. Quello che vede è solo una mummia in abiti civili.
giovedì, dicembre 29, 2011
Alteri, I parte
L'uomo avvolto nelle bende e lo smemorato sono in viaggio da quattro giorni. Viaggio non è una proprio la parola adatta, in quanto più che andare da qualche parte i due gironzolano. La loro è un'attesa attiva, simile a quella della pesca. L'orbita confusa di un asteroide senziente.
Attraversano il territorio in lungo e in largo, sempre in auto, su ogni tipo di strada. Il bendato paga educatamente e silenziosamente ogni spesa e nessuno fa domande. In appena quattro giorni sono passati per certi posti più e più volte ma per lo smemorato è sempre come fosse la prima.
Quando sono in macchina il bendato non fa che parlare: i suoi sono spesso lunghi e complicati discorsi sulla fiducia di cui può godere un narratore e sul tempo atmosferico che finiscono comunque per contraddirsi tra loro e terminare in una serie infinita di punti di sospensione.
Fuori dalla macchina non scambiano nemmeno una parola e l'uomo smemorato, già alla seconda notte, comincia a soffrire fisicamente il modo in cui l'altro entra puntualmente per primo nella camera del motel e accende la televisione. Complessivamente, il continuo spostarsi non lo angoscia e non lo infastidisce.
Ripete senza saperlo le stesse domande sin dal giorno in cui si sono incontrati, perplessi, nella tromba delle scale di un palazzo a Xxxx, senza ricevere mai una risposta che, comunque, non ricorderebbe. Ogni tanto guarda il paesaggio, senza trovarlo più interessante del vetro attraverso cui lo osserva. Mangia tutti i giorni lo stesso panino della stazione di servizio, senza saperlo.
La testa bendata si gira verso di lui all'altezza di Xxxxx Xxxxxx, specchiandolo in grandi occhiali da sole:
"D'altronde, non hai tutti i torti: non è mai lo stesso panino"
martedì, dicembre 20, 2011
Alibi, X parte
Eduardo se ne andò, da solo, senza aver finito di mangiare la sua focaccia.
Quando ebbi finito, misi in ordine e cominciai a lavare le tazze usate per la colazione.
Sentii un enorme senso di scoraggiamento. Di qualunque cosa si trattasse eravamo solo all'inizio, il mio vero ingresso doveva ancora avvenire.
Pensai di aver avuto e sprecato il tempo a mia disposizione prima di entrare in scena e percepii che da quel momento in poi avrei dovuto improvvisare. Ma improvvisare che cosa, in effetti? Una decisione? Una ricerca? Una scissione? Un ritrovamento?
Il mio timore più grande era quello di essere la pedina di un gioco non solo già giocato, ma a cui avevo addirittura già assistito. Mi sentivo sul ciglio di una di quelle storie circolari o spiroidali, che avevo letto nei libri di Murakami ed Auster e che mi avevano al tempo molto affascinato. Sembravo, a volermi guardare con un minimo di obiettività, una sorta di comparsa della mia stessa storia personale. Un personaggio che disperandosi alla ricerca del proprio ruolo finisce per impersonarne un altro ed essere qualcosa che non è oppure, impigliandosi in avvenimenti sempre più distanti dall'ordinario ma che sono tali in un modo sempre più sottile, finisce per mischiare realtà e irrealtà in modo irrecuperabile.
Decisi che ad ogni costo non mi sarei perso, che avrei prestato attenzione, che avrei sempre tenuto d'occhio il punto da cui ero partito: una persona normale di un mondo normale. Mi ripromisi di fare attenzione non soltanto agli avvenimenti che erano fuori dal comune, come quelli che mi erano già accaduti, ma anche a quelli che lo erano troppo poco.
Indossai la giacca ed uscii, chiudendomi la porta alle spalle, dopo aver guardato ancora una volta la mia famiglia, addormentata al completo.
Continuando a riflettere, pensai che il mondo non poteva spaventarmi più del dovuto, anche se non conoscevo nessuno in quella città di cui non sapevo neanche il nome.
Feci un paio di passi in avanti, cercando di fare mente locale su come fossi arrivato in quel pianerottolo sconosciuto. Girai su me stesso e vidi una porta, chiusa, che evidentemente non avevo notato salendo le scale.
Mi rallegrai: pur non sapendo nemmeno il mio nome, una porta chiusa era un'ottimo punto da cui cominciare.
Quando ebbi finito, misi in ordine e cominciai a lavare le tazze usate per la colazione.
Sentii un enorme senso di scoraggiamento. Di qualunque cosa si trattasse eravamo solo all'inizio, il mio vero ingresso doveva ancora avvenire.
Pensai di aver avuto e sprecato il tempo a mia disposizione prima di entrare in scena e percepii che da quel momento in poi avrei dovuto improvvisare. Ma improvvisare che cosa, in effetti? Una decisione? Una ricerca? Una scissione? Un ritrovamento?
Il mio timore più grande era quello di essere la pedina di un gioco non solo già giocato, ma a cui avevo addirittura già assistito. Mi sentivo sul ciglio di una di quelle storie circolari o spiroidali, che avevo letto nei libri di Murakami ed Auster e che mi avevano al tempo molto affascinato. Sembravo, a volermi guardare con un minimo di obiettività, una sorta di comparsa della mia stessa storia personale. Un personaggio che disperandosi alla ricerca del proprio ruolo finisce per impersonarne un altro ed essere qualcosa che non è oppure, impigliandosi in avvenimenti sempre più distanti dall'ordinario ma che sono tali in un modo sempre più sottile, finisce per mischiare realtà e irrealtà in modo irrecuperabile.
Decisi che ad ogni costo non mi sarei perso, che avrei prestato attenzione, che avrei sempre tenuto d'occhio il punto da cui ero partito: una persona normale di un mondo normale. Mi ripromisi di fare attenzione non soltanto agli avvenimenti che erano fuori dal comune, come quelli che mi erano già accaduti, ma anche a quelli che lo erano troppo poco.
Indossai la giacca ed uscii, chiudendomi la porta alle spalle, dopo aver guardato ancora una volta la mia famiglia, addormentata al completo.
Continuando a riflettere, pensai che il mondo non poteva spaventarmi più del dovuto, anche se non conoscevo nessuno in quella città di cui non sapevo neanche il nome.
Feci un paio di passi in avanti, cercando di fare mente locale su come fossi arrivato in quel pianerottolo sconosciuto. Girai su me stesso e vidi una porta, chiusa, che evidentemente non avevo notato salendo le scale.
Mi rallegrai: pur non sapendo nemmeno il mio nome, una porta chiusa era un'ottimo punto da cui cominciare.
Fine di Alibi, continua in Alteri
venerdì, dicembre 16, 2011
Alibi, IX parte
Bene - pensai - ci siamo. Nel bene o nel male ora saprò. Questa persona, che mi si presenta così distaccata, così calcolatrice così onniscente così conscia del proprio potere in un modo che indossa perfettamente la mia idea di malvagio è perlomeno una persona capace, una persona informata dei fatti. Vorrà trarne un vantaggio, vorrà magari quello che potrebbe anche, per me, essere il male, ma sapendo mi dirà tutto ciò che serve per capire.
La mia presunzione e la mia speranza cominciavano subdolamente a farmi credere di avere, fino a quel momento, pensato per presunzioni e agito secondo pregiudizio.
Continuai a pensare, tra me e me, mentre Eduardo si concentrava sul caffellatte dopo avermi parlato: sì questa persona è sgradevole, è manipolatrice, ha abbandonato una parte di se stesso senza rimorso e senza dolore ma sarebbe sbagliato, sarei sbagliato, a pensare che non possa conoscere ciò che io voglio sapere e che non possa per questo rendermene partecipe.
Perchè credere che un artista sarebbe una persona gradevole da frequentare solo perchè amiamo quello che ha composto o detestare per parentela le cose fatte da un malvagio? Ora lo capisco, e ne avrò conferma quando mi rivelerà quello che sto per chiedergli: c'è un momento in cui le cose dette e pensate e fatte si staccano da noi, e a parte l'effetto deperibile con cui le abbiamo lanciate e volute far intendere esse vivono di vita propria, perdendo ogni dipendenza.
Allo stesso modo la conoscenza: se spoglierò ciò che mi dirà dalle tracce di influenza che vi avrà inseminato ciò che mi resterà da gustare sarà la verità. Perchè quest'uomo, che è il meglio di ciò che di quest'uomo conoscevo a quanto dice e a quanto sento, conosce la verità e nient'altro che la verità. E pur deformandola dovrà per forza usarla per esprimersi. Allora io carpirò i suoi segreti.
Posò la tazza, squadrandomi con gli occhi socchiusi, e prima che potessi formulare il primo di tutti i miei perchè, parlò per primo:
"No. Non sono il tuo deus ex machina. Da me non avrai di più di quello che ti ho detto, che è già molto. La realtà e la verità dei fatti le troverai da solo, se le cercherai dove sono veramente. Resta da vedere se una volta che le avrai trovate saranno ancora interessanti per te. Io sono solo venuto a mostrarti che esiste una decisione da prendere, perchè alla mia prima visita non ero stato abbastanza chiaro, lo ammetto.
Ma ora per sapere soffrirai; e capendo o no quale sia, farai la tua scelta."
La mia presunzione e la mia speranza cominciavano subdolamente a farmi credere di avere, fino a quel momento, pensato per presunzioni e agito secondo pregiudizio.
Continuai a pensare, tra me e me, mentre Eduardo si concentrava sul caffellatte dopo avermi parlato: sì questa persona è sgradevole, è manipolatrice, ha abbandonato una parte di se stesso senza rimorso e senza dolore ma sarebbe sbagliato, sarei sbagliato, a pensare che non possa conoscere ciò che io voglio sapere e che non possa per questo rendermene partecipe.
Perchè credere che un artista sarebbe una persona gradevole da frequentare solo perchè amiamo quello che ha composto o detestare per parentela le cose fatte da un malvagio? Ora lo capisco, e ne avrò conferma quando mi rivelerà quello che sto per chiedergli: c'è un momento in cui le cose dette e pensate e fatte si staccano da noi, e a parte l'effetto deperibile con cui le abbiamo lanciate e volute far intendere esse vivono di vita propria, perdendo ogni dipendenza.
Allo stesso modo la conoscenza: se spoglierò ciò che mi dirà dalle tracce di influenza che vi avrà inseminato ciò che mi resterà da gustare sarà la verità. Perchè quest'uomo, che è il meglio di ciò che di quest'uomo conoscevo a quanto dice e a quanto sento, conosce la verità e nient'altro che la verità. E pur deformandola dovrà per forza usarla per esprimersi. Allora io carpirò i suoi segreti.
Posò la tazza, squadrandomi con gli occhi socchiusi, e prima che potessi formulare il primo di tutti i miei perchè, parlò per primo:
"No. Non sono il tuo deus ex machina. Da me non avrai di più di quello che ti ho detto, che è già molto. La realtà e la verità dei fatti le troverai da solo, se le cercherai dove sono veramente. Resta da vedere se una volta che le avrai trovate saranno ancora interessanti per te. Io sono solo venuto a mostrarti che esiste una decisione da prendere, perchè alla mia prima visita non ero stato abbastanza chiaro, lo ammetto.
Ma ora per sapere soffrirai; e capendo o no quale sia, farai la tua scelta."
lunedì, dicembre 12, 2011
giovedì, dicembre 08, 2011
Alibi, VIII parte
"Sì, sono sveglio." Scorsi la sua figura seduta dai piedi fino alla testa. Non si era tolto il cappotto.
"Togliti il cappotto Edu dai; hai già fatto colazione?"
Il miei genitori dormivano tranquillamente in camera loro, con la culla di mio fratello accanto. Anche Francesco dormiva. Eduardo mi seguì silenziosamente in cucina, sorridendo.
Chiusi la porta dietro le sue spalle e accesi la radio con il volume al minimo. Senza fare caso alla musica che ne usciva, mi preoccupai di caricare la caffettiera.
"Resta qui un minuto, spegni il caffè quando serve. Torno subito."
Mi infilai la giacca e scesi le scale per andare a comprare la focaccia. La pasticceria era appena aperta e la commessa mi accolse perfettamente sveglia, senza la più piccola parte di sonno negli occhi.
Fu lui a rompere il silenzio che si era creato. Aveva qualcosa di ammorbidito nella voce, mentre sceglieva il pezzo di focaccia che avrebbe intinto nel caffellatte. Nel frattempo, alla radio e a Londra nel 1971, Frank Sinatra intonava Pennies from Heaven.
"Le persone, a questo dovrai credermi sulla fiducia, non sono per niente semplici. Ad una prima occhiata ci si accorge che non sono, solitamente, composte di doppi, cose dualmente divise. Bianco nero, ying e yang e quella roba lì. Anche quando composte di due soli elementi, le persone sono spesso in uno stato di confusione così totale da rendere difficile ricondursi a quei due, singolarmente semplici, elementi. Per non parlare dell'inflazionato buono cattivo. Quello che è vero, storicamente vero, è che il dualismo è un ottimo criterio con cui interpretare la realtà e progredire all'interno di essa.
Quando si mette a posto una libreria, ad esempio, si scelgono i libri che vanno tenuti e quelli che non vanno tenuti, in modo da liberare spazio per libri che abbiano, a loro volta, l'occasione di essere letti e quindi giudicati.Questo esempio era solo per introdurre il concetto e ti dico sin d'ora che non è perfetto per il nostro caso, in quanto un libro può non essere adatto al momento e che qualunque libro può essere riabilitato o scacciato dalla libreria per vie che sono arbitrarie e variano nel tempo.
L'ambito di cui parlo non contempla una simile ambiguità. Esistono le cose che valgono qualcosa e quelle che non valgono niente, come esistono i cibi edibili e quelli che non lo sono. Immagina un setaccio in un fiume del Klondike. Affascinante. Certo, anche le pietre comuni hanno la loro importanza ed il loro utilizzo, ma cosa sono in confronto all'oro, se è l'oro che stai cercando?
Torniamo alle persone. Le persone non sono semplici. Le cose preziose nelle persone sono emulsionate in tutto il resto: distinguibili e separabili ma in un modo che è tutto fuorché comodo, o pratico. Solo il tempo può raccogliere l'olio sopra l'acqua, raggruppare e distinguere. Il tempo ed, in verità, alcuni eccezionali eventi.
Te lo dico, qui ed ora, inequivocabilmente: io sono il chicco che si è liberato della pula."
"Togliti il cappotto Edu dai; hai già fatto colazione?"
Il miei genitori dormivano tranquillamente in camera loro, con la culla di mio fratello accanto. Anche Francesco dormiva. Eduardo mi seguì silenziosamente in cucina, sorridendo.
Chiusi la porta dietro le sue spalle e accesi la radio con il volume al minimo. Senza fare caso alla musica che ne usciva, mi preoccupai di caricare la caffettiera.
"Resta qui un minuto, spegni il caffè quando serve. Torno subito."
Mi infilai la giacca e scesi le scale per andare a comprare la focaccia. La pasticceria era appena aperta e la commessa mi accolse perfettamente sveglia, senza la più piccola parte di sonno negli occhi.
Fu lui a rompere il silenzio che si era creato. Aveva qualcosa di ammorbidito nella voce, mentre sceglieva il pezzo di focaccia che avrebbe intinto nel caffellatte. Nel frattempo, alla radio e a Londra nel 1971, Frank Sinatra intonava Pennies from Heaven.
"Le persone, a questo dovrai credermi sulla fiducia, non sono per niente semplici. Ad una prima occhiata ci si accorge che non sono, solitamente, composte di doppi, cose dualmente divise. Bianco nero, ying e yang e quella roba lì. Anche quando composte di due soli elementi, le persone sono spesso in uno stato di confusione così totale da rendere difficile ricondursi a quei due, singolarmente semplici, elementi. Per non parlare dell'inflazionato buono cattivo. Quello che è vero, storicamente vero, è che il dualismo è un ottimo criterio con cui interpretare la realtà e progredire all'interno di essa.
Quando si mette a posto una libreria, ad esempio, si scelgono i libri che vanno tenuti e quelli che non vanno tenuti, in modo da liberare spazio per libri che abbiano, a loro volta, l'occasione di essere letti e quindi giudicati.Questo esempio era solo per introdurre il concetto e ti dico sin d'ora che non è perfetto per il nostro caso, in quanto un libro può non essere adatto al momento e che qualunque libro può essere riabilitato o scacciato dalla libreria per vie che sono arbitrarie e variano nel tempo.
L'ambito di cui parlo non contempla una simile ambiguità. Esistono le cose che valgono qualcosa e quelle che non valgono niente, come esistono i cibi edibili e quelli che non lo sono. Immagina un setaccio in un fiume del Klondike. Affascinante. Certo, anche le pietre comuni hanno la loro importanza ed il loro utilizzo, ma cosa sono in confronto all'oro, se è l'oro che stai cercando?
Torniamo alle persone. Le persone non sono semplici. Le cose preziose nelle persone sono emulsionate in tutto il resto: distinguibili e separabili ma in un modo che è tutto fuorché comodo, o pratico. Solo il tempo può raccogliere l'olio sopra l'acqua, raggruppare e distinguere. Il tempo ed, in verità, alcuni eccezionali eventi.
Te lo dico, qui ed ora, inequivocabilmente: io sono il chicco che si è liberato della pula."
sabato, dicembre 03, 2011
Alibi, VII parte
Mi svegliai prono, proprio come mi ero addormentato. Non mi alzai, non mi mossi nemmeno. Cercai immediatamente, con tutto me stesso, di concentrarmi sulla voce che sentivo provenire alla mia destra.
Impossibile non riconoscere Eduardo o stimare da quanto tempo stesse parlando.
"...questo certo spiega il motivo per cui ho voluto che ci incontrassimo qui, ora e non altrove. Ricordi di quella volta in cui ti dissi che nella vita piove una volta sola ma dopo si deve indossare sempre vestiti bagnati?
Ma forse ti sarà più facile capire che cosa mi sia successo se ti mostro degli esempi famosi. Ti ricordi del film Highlander? E' buffo, perché adesso ricordo tutto quello che voglio e non riesco quasi ad immaginare come si faccia a non ricordare qualcosa. Davvero, com'è possibile? Ad ogni modo, Highlander: sin dalla notte dei tempi spadaccini immortali si cercano per tagliarsi la testa l'un l'altro e rimanere l'ultimo esemplare di questo strano gruppo.
Anche se la storia può in qualche modo essere collegata a quello che ci è successo, voglio parlarti dell'attore protagonista, Christopher Lambert. Il primo film è un successo, i seguiti un fiasco dopo l'altro. Che sia così difficile vedere la vera ragione, mi chiedo? Il punto è che a Chris successe ciò che è successo anche a me. Un bel giorno si sveglia due volte e non è più lo stesso. I film, lasciati in mano al debole tra i due, non poterono che peggiorare.
Un altro esempio celebre è quello di Philip Dick, che misconobbe addirittura i suoi primi scritti. Altro che droghe. Ma anche l'evoluzione di Céline, se ripensi alla parte finale di Viaggio al termine della notte è lampante. Poeti, scrittori, lo so che sei sveglio, pittori ad esempio Gauguin, ma anche persone per così dire comuni...ricordi il nostro professore del liceo: Xxxxxxx?"
Lo so che sei sveglio?
Mi sollevai sulle mani e stropicciai gli occhi mettendomi seduto. Era ancora notte, la luce veniva infatti dal lampadario. Davanti a me, seduto su una sedia, riconobbi l'Eduardo della mattina prima, questa volta a grandezza naturale.
Non senza presunzione, fu in quel momento che cominciai a sospettare che tutto fosse vero ed avesse un senso.
Impossibile non riconoscere Eduardo o stimare da quanto tempo stesse parlando.
"...questo certo spiega il motivo per cui ho voluto che ci incontrassimo qui, ora e non altrove. Ricordi di quella volta in cui ti dissi che nella vita piove una volta sola ma dopo si deve indossare sempre vestiti bagnati?
Ma forse ti sarà più facile capire che cosa mi sia successo se ti mostro degli esempi famosi. Ti ricordi del film Highlander? E' buffo, perché adesso ricordo tutto quello che voglio e non riesco quasi ad immaginare come si faccia a non ricordare qualcosa. Davvero, com'è possibile? Ad ogni modo, Highlander: sin dalla notte dei tempi spadaccini immortali si cercano per tagliarsi la testa l'un l'altro e rimanere l'ultimo esemplare di questo strano gruppo.
Anche se la storia può in qualche modo essere collegata a quello che ci è successo, voglio parlarti dell'attore protagonista, Christopher Lambert. Il primo film è un successo, i seguiti un fiasco dopo l'altro. Che sia così difficile vedere la vera ragione, mi chiedo? Il punto è che a Chris successe ciò che è successo anche a me. Un bel giorno si sveglia due volte e non è più lo stesso. I film, lasciati in mano al debole tra i due, non poterono che peggiorare.
Un altro esempio celebre è quello di Philip Dick, che misconobbe addirittura i suoi primi scritti. Altro che droghe. Ma anche l'evoluzione di Céline, se ripensi alla parte finale di Viaggio al termine della notte è lampante. Poeti, scrittori, lo so che sei sveglio, pittori ad esempio Gauguin, ma anche persone per così dire comuni...ricordi il nostro professore del liceo: Xxxxxxx?"
Lo so che sei sveglio?
Mi sollevai sulle mani e stropicciai gli occhi mettendomi seduto. Era ancora notte, la luce veniva infatti dal lampadario. Davanti a me, seduto su una sedia, riconobbi l'Eduardo della mattina prima, questa volta a grandezza naturale.
Non senza presunzione, fu in quel momento che cominciai a sospettare che tutto fosse vero ed avesse un senso.
martedì, novembre 29, 2011
Ora e allora
Questo post è la storia di un pensiero.
E' la storia di un pensiero che racconta di un pensiero, e che, se non ricordo male, fa più o meno così...
In un giorno uguale a tanti altri, ormai passato come tanti altri, mi trovavo in casa; era sera, e io dovevo ancora cucinare la cena, e fare i compiti, e lavare i piatti che avevo fatto finta di non vedere per un'intera settimana, e fare l'albero di Natale - perchè sì, era Natale - e diciamo che non avevo molto tempo a disposizione per fermarmi a pensare; eppure l'avevo fatto.
Ho pensato a quella sera d'estate; quella sera d'estate in cui mi ero fermato sull'uscio di casa a guardare un cielo desolantemente senza stelle; non che per me rappresentasse un problema, un cielo senza stelle; perchè, come diceva qualcuno, un conto è volere, vedere le stelle e farsi guidare; un conto è saperle là in alto e lasciarle un po' fare.
Quella sera d'estate senza luna e dal cielo invernale, in cui avevo pensato per la prima volta a come sarebbe stato tornare trent'anni dopo nei luoghi dove ero cresciuto.
Di passaggio nel posto dove ero stato tutto tranne che di passaggio.
Se ci sarebbe stata ancora quella palma, proprio lì, afflosciata e stanca; se avrei sentito ancora nelle narici l'odore umido del portone quando è estate e tu stai uscendo con il pallone sotto braccio; se sarei stato capace di ricordare quanto era bello guardare dal terrazzo il sole che lentamente si addormentava dietro la collina.
Avrei avuto un sussulto leggendo un nome diverso sulla cassetta delle lettere?
Era Natale, nevicava, e io all'improvviso spostai una lampada da un angolo all'altro della stanza.
O meglio, spostai La lampada : l'unico oggetto che avevo trovato ad aspettarmi quando avevo comprato quella casa. Era lì da sempre; avevo confermato la sua posizione originaria in occasione della prima storica notte, e non l'avevo mai cambiata, non facendovi più caso, come del resto ci si deve comportare con un elettrodomestico, seppur fedele.
E invece, ora che l'avevo spostata, beh non era più lei : era diversa.
Così, ho pensato che forse potrebbe funzionare in questo modo anche con i pensieri, con i ricordi, con le emozioni, con i giudizi; con tutto. Niente è eterno, neanche le cose più elevate; non la tua scala di valori, non la convinzione più ferrea. Qualcuno diceva che una decisione che reputiamo definitiva è sempre presa in preda ad uno stato d'animo destinato a mutare.
L'anima muta, le decisioni restano.
Forse il trucco è non fare mai pulizia : nascondere la polvere sotto il tappeto e non spostare mai niente.
E' la storia di un pensiero che racconta di un pensiero, e che, se non ricordo male, fa più o meno così...
In un giorno uguale a tanti altri, ormai passato come tanti altri, mi trovavo in casa; era sera, e io dovevo ancora cucinare la cena, e fare i compiti, e lavare i piatti che avevo fatto finta di non vedere per un'intera settimana, e fare l'albero di Natale - perchè sì, era Natale - e diciamo che non avevo molto tempo a disposizione per fermarmi a pensare; eppure l'avevo fatto.
Ho pensato a quella sera d'estate; quella sera d'estate in cui mi ero fermato sull'uscio di casa a guardare un cielo desolantemente senza stelle; non che per me rappresentasse un problema, un cielo senza stelle; perchè, come diceva qualcuno, un conto è volere, vedere le stelle e farsi guidare; un conto è saperle là in alto e lasciarle un po' fare.
Quella sera d'estate senza luna e dal cielo invernale, in cui avevo pensato per la prima volta a come sarebbe stato tornare trent'anni dopo nei luoghi dove ero cresciuto.
Di passaggio nel posto dove ero stato tutto tranne che di passaggio.
Se ci sarebbe stata ancora quella palma, proprio lì, afflosciata e stanca; se avrei sentito ancora nelle narici l'odore umido del portone quando è estate e tu stai uscendo con il pallone sotto braccio; se sarei stato capace di ricordare quanto era bello guardare dal terrazzo il sole che lentamente si addormentava dietro la collina.
Avrei avuto un sussulto leggendo un nome diverso sulla cassetta delle lettere?
Era Natale, nevicava, e io all'improvviso spostai una lampada da un angolo all'altro della stanza.
O meglio, spostai La lampada : l'unico oggetto che avevo trovato ad aspettarmi quando avevo comprato quella casa. Era lì da sempre; avevo confermato la sua posizione originaria in occasione della prima storica notte, e non l'avevo mai cambiata, non facendovi più caso, come del resto ci si deve comportare con un elettrodomestico, seppur fedele.
E invece, ora che l'avevo spostata, beh non era più lei : era diversa.
Così, ho pensato che forse potrebbe funzionare in questo modo anche con i pensieri, con i ricordi, con le emozioni, con i giudizi; con tutto. Niente è eterno, neanche le cose più elevate; non la tua scala di valori, non la convinzione più ferrea. Qualcuno diceva che una decisione che reputiamo definitiva è sempre presa in preda ad uno stato d'animo destinato a mutare.
L'anima muta, le decisioni restano.
Forse il trucco è non fare mai pulizia : nascondere la polvere sotto il tappeto e non spostare mai niente.
domenica, novembre 27, 2011
Alibi, VI parte
Quando entrai, andai per prima cosa al computer, per leggere il post di Matteo. Si trattava dell'ennesima parte del suo racconto a puntate, che ricordavo vagamente nella sua interezza. Mi colpì in particolare la parte in cui parlava dell'improvvisa scomparsa di un personaggio accattivante dalla storia.
Di come ci si senta traditi nelle proprie aspettative, dell'amarezza di dover abbandonare prematuramente qualcosa. Della decisione forse folle di un autore di tirarsi la zappa sui piedi, lasciandoti in compagnia di personaggi noiosi. Un retaggio del consumismo - pensai - la smania di provare, di assaggiare, sia dello scrittore che del lettore.
Mi recai a letto, avvolto in torbidi pensieri. Come collegare al post gli avvenimenti del mattino e le mie supposizioni al post stesso. In ogni caso, i dubbi se considerare o meno reali e soprattutto realmente avvenuti i fatti della prima metà della giornata restavano. Prima che potessi scendere ulteriormente nelle mie elucubrazioni arrivai in camera mia. Là, sul buio del copriletto, mi aspettava una lettera. La lettera di cui parlava mio padre, pensai.
La aprii. Dentro, un foglio A4 ripiegato in tre scritto al computer su una sola facciata. In fondo, un nome: Caterina. Senza firma. Lessi con mani tremanti d'interesse.
" Il dramma Le tre sorelle di Cechov è diviso in quattro atti. Gli atti separano episodi rappresentativi distanti tra loro nella vita delle tre, del fratello maschio e della loro cerchia di amici e conoscenti. Il dramma; perché di dramma si tratta, nonostante la manifesta volontà dell'autore di scrivere qualcosa che, invece, dramma non fosse, mi ha fatto pensare al blog I tre caballeros. Il blog che hai con Eduardo e Matteo.
Nella storia, la critica ha soprattutto evidenziato il desiderio manifestato e mai attuato delle tre di ritornare a Mosca, città originaria, visto anche come una sorta di volontà suicida inconcludente, indicando la città come quella risoluzione invocata ma, segretamente, perfino temuta.
Il pensiero che le sorelle siano donne è stato il punto di partenza per riflettere circa il collegamento che mi ispiravano. Evidentemente la somiglianza non era in senso metaforico o allegorico: inutile quindi cercare una sorella per ognuno, cercando di tradurre segni della vita reale nella dimensione dell'opera che giustificassero questo mio sentore. Mosca doveva restare la Mosca delle tre sorelle.
La mia supposizione è quindi che si tratti di una parabola, o meglio di un senso parabolico: non viene richiesta nessuna connessione, quanto una reazione. Vengono sollevate implicitamente delle domande cui si deve rispondere. Il più delle domande sono: "cosa farei se fossi in lui/lei?". La conferma di questa interpretazione sta nel fatto che, essendo personaggi di fantasia, le tre non possono certo essere consigliate e rimediare alla loro condizione disperata, distanti da Mosca e dalle loro aspettative.
La cosa più interessante è che nella mia ottica, la fine della parabola non si posava nè su di me, nè su un altro ipotetico ascoltatore, quanto su voi tre, su I Tre Caballeros. Le domande fatte dal dramma e che sentivo non erano rivolte a me o a qualcun altro, ma a voi. Andrete a Mosca prima o poi? Quando scrivi, o scrivete, ti allontani o ti avvicini a Mosca? E abbandonato dalla guarnigione con la cui compagnia lenivi i tuoi dolori, sarà sempre il desiderio di tornare a Mosca a sorreggerti? "
Di come ci si senta traditi nelle proprie aspettative, dell'amarezza di dover abbandonare prematuramente qualcosa. Della decisione forse folle di un autore di tirarsi la zappa sui piedi, lasciandoti in compagnia di personaggi noiosi. Un retaggio del consumismo - pensai - la smania di provare, di assaggiare, sia dello scrittore che del lettore.
Mi recai a letto, avvolto in torbidi pensieri. Come collegare al post gli avvenimenti del mattino e le mie supposizioni al post stesso. In ogni caso, i dubbi se considerare o meno reali e soprattutto realmente avvenuti i fatti della prima metà della giornata restavano. Prima che potessi scendere ulteriormente nelle mie elucubrazioni arrivai in camera mia. Là, sul buio del copriletto, mi aspettava una lettera. La lettera di cui parlava mio padre, pensai.
La aprii. Dentro, un foglio A4 ripiegato in tre scritto al computer su una sola facciata. In fondo, un nome: Caterina. Senza firma. Lessi con mani tremanti d'interesse.
" Il dramma Le tre sorelle di Cechov è diviso in quattro atti. Gli atti separano episodi rappresentativi distanti tra loro nella vita delle tre, del fratello maschio e della loro cerchia di amici e conoscenti. Il dramma; perché di dramma si tratta, nonostante la manifesta volontà dell'autore di scrivere qualcosa che, invece, dramma non fosse, mi ha fatto pensare al blog I tre caballeros. Il blog che hai con Eduardo e Matteo.
Nella storia, la critica ha soprattutto evidenziato il desiderio manifestato e mai attuato delle tre di ritornare a Mosca, città originaria, visto anche come una sorta di volontà suicida inconcludente, indicando la città come quella risoluzione invocata ma, segretamente, perfino temuta.
Il pensiero che le sorelle siano donne è stato il punto di partenza per riflettere circa il collegamento che mi ispiravano. Evidentemente la somiglianza non era in senso metaforico o allegorico: inutile quindi cercare una sorella per ognuno, cercando di tradurre segni della vita reale nella dimensione dell'opera che giustificassero questo mio sentore. Mosca doveva restare la Mosca delle tre sorelle.
La mia supposizione è quindi che si tratti di una parabola, o meglio di un senso parabolico: non viene richiesta nessuna connessione, quanto una reazione. Vengono sollevate implicitamente delle domande cui si deve rispondere. Il più delle domande sono: "cosa farei se fossi in lui/lei?". La conferma di questa interpretazione sta nel fatto che, essendo personaggi di fantasia, le tre non possono certo essere consigliate e rimediare alla loro condizione disperata, distanti da Mosca e dalle loro aspettative.
La cosa più interessante è che nella mia ottica, la fine della parabola non si posava nè su di me, nè su un altro ipotetico ascoltatore, quanto su voi tre, su I Tre Caballeros. Le domande fatte dal dramma e che sentivo non erano rivolte a me o a qualcun altro, ma a voi. Andrete a Mosca prima o poi? Quando scrivi, o scrivete, ti allontani o ti avvicini a Mosca? E abbandonato dalla guarnigione con la cui compagnia lenivi i tuoi dolori, sarà sempre il desiderio di tornare a Mosca a sorreggerti? "
sabato, novembre 26, 2011
Karma Piatta
Non c'è niente di meglio del lunedì mattina.
La gente torna a lavorare dopo aver trascorso un piacevole fine settimana; al lago con i bambini magari. Tutta la gente, la gente cosiddetta normale; tutti tranne me, insomma.
Persino Fred, il mio collega coi capelli color carota, al sabato sera combina qualcosa. Freme tutta la settimana - lo vedo, lo controllo, dietro a quella scrivania di polistirolo - nell'attesa del Sabato-Al-Cinema-Con-La-Sua-Jenny.
Io li odio i fine settimana. Dovete credermi, non li sopporto.
Il week end è il trionfo dell'emarginazione sociale, rappresenta il fallimento dello Stato.
Lower Manhattan : qui c'è il più grande attraversamento pedonale del mondo.
Se non ci siete mai stati, per rendere l'idea, posso dirvi che è come una battaglia : ogni settimana, alle sette e cinquantacinque del lunedì, due enormi eserciti solcano le strisce pedonali e si fronteggiano qui.
E' come una partita di football con tantissimi giocatori; o una gara di Nascar affollata, e a piedi.
E io, il lunedì mattina - ogni lunedì mattina - io vengo qui a partecipare a questa battaglia.
Anche se partecipare non è proprio il termine adatto; mi definirei più un cronista, un osservatore. Ecco sì, io agli attraversamenti pedonali guardo le persone che mi circondano. E vi assicuro che non ho mai trovato qualcosa di più interessante.
Dovete sapere che io ascolto tanta musica; a volte, nel mio microappartamento al 32esimo piano, addirittura suono la chitarra; però soltanto a orari incivili e improponibili, per disturbare una delle mie vicine di casa, che fa partire lavatrici a tutte le ore.
Fin ora non si è mai lamentata, purtroppo.
Tempo fa, mentre parlavo con Fred - ma in realtà parlavo da solo, usufruendo solamente della persona fisica di Fred, per non sembrare troppo strano agli occhi dei colleghi - avevo sostenuto che mi sarebbe tanto piaciuto sapere cosa frullasse nella testa dei cantanti, nel momento in cui avevano deciso di scrivere una canzone che parlasse di Vita, della Vita; e pensare che c'è chi addirittura ha usato la parola Vita proprio nel titolo della canzone.
Ok, Vita è una parola che si presta abbastanza ad ogni evenienza, lo ammetto; ma non si può usarla a cuor leggero.
Ecco, questo lunedì mattina sono qui nel mio attraversamento pedonale preferito, cuffie color verdeacido nelle orecchie, e ascolto Frank Sinatra, e l'ho capito!
Ho capito perfettamente a cosa pensasse il vecchio Frank mentre scriveva That's Life, e, ragazzi, è stata veramente una goduria indescrivibile.
E' la vita, è quello che dicono le persone.
Vai alla grande in Aprile,
Muori a Maggio.
Ma io so che cambierò questo ritornello,
Quando sarò tornato indietro all'inizio di Giugno.
E' la vita, pazza come sembra.
Certe persone si prendono i loro calci,
Camminando sui sogni;
Ma non lascerò che questo mi butti giù,
Perchè questa vecchia parola continua a raggirare le persone.
Sono stato un burattino, un povero, un pirata,
Un poeta, un pedone e un re.
Sono stato su e giù e al di sopra e al di fuori
E so una cosa:
Ogni volta che ritrovo me stesso spiaccicato contro la mia faccia,
Mi tiro su e torno in gara.
Questa è la vita, non posso negarlo,
Penso di piantarla,
Ma il mio cuore non vuole questo.
Se non pensassi che sia stata come una prova,
Mi arrotolerei su una grossa palla e morirei.
La gente torna a lavorare dopo aver trascorso un piacevole fine settimana; al lago con i bambini magari. Tutta la gente, la gente cosiddetta normale; tutti tranne me, insomma.
Persino Fred, il mio collega coi capelli color carota, al sabato sera combina qualcosa. Freme tutta la settimana - lo vedo, lo controllo, dietro a quella scrivania di polistirolo - nell'attesa del Sabato-Al-Cinema-Con-La-Sua-Jenny.
Io li odio i fine settimana. Dovete credermi, non li sopporto.
Il week end è il trionfo dell'emarginazione sociale, rappresenta il fallimento dello Stato.
Lower Manhattan : qui c'è il più grande attraversamento pedonale del mondo.
Se non ci siete mai stati, per rendere l'idea, posso dirvi che è come una battaglia : ogni settimana, alle sette e cinquantacinque del lunedì, due enormi eserciti solcano le strisce pedonali e si fronteggiano qui.
E' come una partita di football con tantissimi giocatori; o una gara di Nascar affollata, e a piedi.
E io, il lunedì mattina - ogni lunedì mattina - io vengo qui a partecipare a questa battaglia.
Anche se partecipare non è proprio il termine adatto; mi definirei più un cronista, un osservatore. Ecco sì, io agli attraversamenti pedonali guardo le persone che mi circondano. E vi assicuro che non ho mai trovato qualcosa di più interessante.
Dovete sapere che io ascolto tanta musica; a volte, nel mio microappartamento al 32esimo piano, addirittura suono la chitarra; però soltanto a orari incivili e improponibili, per disturbare una delle mie vicine di casa, che fa partire lavatrici a tutte le ore.
Fin ora non si è mai lamentata, purtroppo.
Tempo fa, mentre parlavo con Fred - ma in realtà parlavo da solo, usufruendo solamente della persona fisica di Fred, per non sembrare troppo strano agli occhi dei colleghi - avevo sostenuto che mi sarebbe tanto piaciuto sapere cosa frullasse nella testa dei cantanti, nel momento in cui avevano deciso di scrivere una canzone che parlasse di Vita, della Vita; e pensare che c'è chi addirittura ha usato la parola Vita proprio nel titolo della canzone.
Ok, Vita è una parola che si presta abbastanza ad ogni evenienza, lo ammetto; ma non si può usarla a cuor leggero.
Ecco, questo lunedì mattina sono qui nel mio attraversamento pedonale preferito, cuffie color verdeacido nelle orecchie, e ascolto Frank Sinatra, e l'ho capito!
Ho capito perfettamente a cosa pensasse il vecchio Frank mentre scriveva That's Life, e, ragazzi, è stata veramente una goduria indescrivibile.
E' la vita, è quello che dicono le persone.
Vai alla grande in Aprile,
Muori a Maggio.
Ma io so che cambierò questo ritornello,
Quando sarò tornato indietro all'inizio di Giugno.
E' la vita, pazza come sembra.
Certe persone si prendono i loro calci,
Camminando sui sogni;
Ma non lascerò che questo mi butti giù,
Perchè questa vecchia parola continua a raggirare le persone.
Sono stato un burattino, un povero, un pirata,
Un poeta, un pedone e un re.
Sono stato su e giù e al di sopra e al di fuori
E so una cosa:
Ogni volta che ritrovo me stesso spiaccicato contro la mia faccia,
Mi tiro su e torno in gara.
Questa è la vita, non posso negarlo,
Penso di piantarla,
Ma il mio cuore non vuole questo.
Se non pensassi che sia stata come una prova,
Mi arrotolerei su una grossa palla e morirei.
martedì, novembre 22, 2011
Alibi, V parte
A fine serata Eduardo mi accompagnò verso casa.
Dopo tutto quel tempo passato a ridere con gli amici, sembrava tornato serio in un solo momento, istantaneamente. Forse avevamo semplicemente scherzato abbastanza per quel giorno. Fu lui a rompere il silenzio.
"Ho sentito che Matteo ti ha parlato di qualcosa oggi, si trattava del blog?"
"Sì - sospirai - mi ha detto che ha postato. Qualcosa a cui pensava da molto tempo."
Eduardo tirò un calcio a una lattina sdraiata, stancamente, facendola rotolare su se stessa mentre ci precedeva.
"Il blog...il blog...tu ci pensi mai al blog?"
"Se ci penso Edu? Insomma..." Mi ritornò in mente l'Eduardo che avevo visto quella mattina, minuscolo ed aggrappato alla 'a' finale di Salvia. Niente sembrava essere più assurdo di quella visione ripensandoci allora.
"...sì, ci penso ancora al blog. Allo scrivere in generale veramente. Anzi, direi che pensò di più allo scrivere proprio quando non scrivo." Il suo silenzio meditabondo mi invitò a continuare. "Ad esempio, ora ho in mente un paio di cose. Un racconto ambientato in una società in cui non esiste una parola per indicare le donne e a cui quindi ci si riferisce solo come non-uomini. Questo genera una serie di dubbi sull'effettiva esistenza delle donne, che per tutta risposta indicono uno sciopero del sesso...tipo Lisistrata."
Non sembrò molto entusiasta della risposta. La cosa mi ricordò quel personaggio de La ricerca del tempo perduto che prova vari argomenti come altrettante chiavi, per penetrare nell'interesse del suo interlocutore. Leggermente, saggiando appena se la porta è stata aperta di volta in volta, smettendo subito di forzare la mano non appena si accorge che è ancora chiusa.
Provai ancora:
"Avevo anche in mente una storia in un futuro prossimo. Le automobili invece di rotolare strisciano su una specie di gomma vischiosa e la gente smette di avere paura dei serpenti."
Rimase in silenzio, come incredibilmente amareggiato. Arrivai persino a temere di averlo, in qualche modo, offeso. Quando arrivammo sotto casa mia un filo di vento accompagnò la sua ultima frase:
"Leggi il post di Matteo, non leggerlo, fai come vuoi. Non importa ormai, non importa più. Ognuno per sé. Anzi, peggio di ognuno per sé. Se esiste qualcosa di più solitario della solitudine lo scopriremo. Purtroppo, per noi non c'è nessun addio, stasera come per i giorni a venire: ognuno a casa propria."
Lo seguii con lo sguardo fino a che non svoltò l'angolo. Mi sembrò addirittura che ridesse. Una risata che metteva i brividi.
Dopo tutto quel tempo passato a ridere con gli amici, sembrava tornato serio in un solo momento, istantaneamente. Forse avevamo semplicemente scherzato abbastanza per quel giorno. Fu lui a rompere il silenzio.
"Ho sentito che Matteo ti ha parlato di qualcosa oggi, si trattava del blog?"
"Sì - sospirai - mi ha detto che ha postato. Qualcosa a cui pensava da molto tempo."
Eduardo tirò un calcio a una lattina sdraiata, stancamente, facendola rotolare su se stessa mentre ci precedeva.
"Il blog...il blog...tu ci pensi mai al blog?"
"Se ci penso Edu? Insomma..." Mi ritornò in mente l'Eduardo che avevo visto quella mattina, minuscolo ed aggrappato alla 'a' finale di Salvia. Niente sembrava essere più assurdo di quella visione ripensandoci allora.
"...sì, ci penso ancora al blog. Allo scrivere in generale veramente. Anzi, direi che pensò di più allo scrivere proprio quando non scrivo." Il suo silenzio meditabondo mi invitò a continuare. "Ad esempio, ora ho in mente un paio di cose. Un racconto ambientato in una società in cui non esiste una parola per indicare le donne e a cui quindi ci si riferisce solo come non-uomini. Questo genera una serie di dubbi sull'effettiva esistenza delle donne, che per tutta risposta indicono uno sciopero del sesso...tipo Lisistrata."
Non sembrò molto entusiasta della risposta. La cosa mi ricordò quel personaggio de La ricerca del tempo perduto che prova vari argomenti come altrettante chiavi, per penetrare nell'interesse del suo interlocutore. Leggermente, saggiando appena se la porta è stata aperta di volta in volta, smettendo subito di forzare la mano non appena si accorge che è ancora chiusa.
Provai ancora:
"Avevo anche in mente una storia in un futuro prossimo. Le automobili invece di rotolare strisciano su una specie di gomma vischiosa e la gente smette di avere paura dei serpenti."
Rimase in silenzio, come incredibilmente amareggiato. Arrivai persino a temere di averlo, in qualche modo, offeso. Quando arrivammo sotto casa mia un filo di vento accompagnò la sua ultima frase:
"Leggi il post di Matteo, non leggerlo, fai come vuoi. Non importa ormai, non importa più. Ognuno per sé. Anzi, peggio di ognuno per sé. Se esiste qualcosa di più solitario della solitudine lo scopriremo. Purtroppo, per noi non c'è nessun addio, stasera come per i giorni a venire: ognuno a casa propria."
Lo seguii con lo sguardo fino a che non svoltò l'angolo. Mi sembrò addirittura che ridesse. Una risata che metteva i brividi.
domenica, novembre 20, 2011
Alibi, IV parte
Risposi, era Eduardo:
"Dove sei? Vieni qui, non c'è tempo!"
"Non c'è tempo? Per cosa? Cosa?!"
Avevo urlato e Francesco e mio padre mi guardarono sbigottiti, mentre Eduardo rispondeva alla mia domanda.
Buttai giù.
"Il compleanno di Michele - dissi - non ci sono a cena"
Arrivai al bar di piazza Xxxxxx con dieci minuti di ritardo, c'erano proprio tutti.
Notai subito Matteo ed Eduardo, quelli che sarebbero dovuti essere rispettivamente avvolto nelle bende ed alto pochi centimetri. Erano invece perfettamente normali, o almeno tanto normali quanto gli altri.
Ci conoscevamo, noi tre, ormai da molti anni. Nel lontano 2xxx avevamo anche aperto un blog insieme: "I tre caballeros". Sul blog scrivevamo i nostri scherzi, saggi, racconti, a volte perfino poesie. Vedendoli, più che pensare alle loro misteriose apparizioni, essendomi ormai convinto che l'uomo all'ospedale dovesse essere proprio Matteo, ripensai al blog e al fatto che ormai non scrivevo da mesi.
La serata fu molto divertente: come al solito finimmo per ri-raccontarci le solite cose, che tutti conoscevamo già, eppure la cosa ebbe, almeno per me, una magica proprietà distensiva. C'era qualcosa di atavico nella nostra tradizione orale, nella nostra epica di provincia capace di arricchirsi in modi misteriosi, selezionando con criteri incomprensibili gli eventi e i personaggi degni di essere salvati per poi riproporli a quelle stesse persone che li avevano vissuti direttamente.
Circa a metà serata, Matteo mi prelevò per parlare in disparte. Mi ero talmente astratto dagli avvenimenti della giornata che non pensai nemmeno che potesse parlarmi a riguardo di quella stanza 313 dell'ospedale Xxxx. Infatti non parlammo della stanza e del suo occupante.
"Ho postato, ci ho messo un sacco ma alla fine ho postato."
Annuii, addentando un pezzo di pizza.
"Solo che era una bozza, per cui lo ha pubblicato con la data della bozza. In pratica è venuto fuori prima del tuo ultimo."
"Ho capito, ho capito...- risposi con la bocca piena - lo leggerò, non sarà un gran problema trovarlo!"
Tornammo ai festeggiamenti del nostro amico.
"Dove sei? Vieni qui, non c'è tempo!"
"Non c'è tempo? Per cosa? Cosa?!"
Avevo urlato e Francesco e mio padre mi guardarono sbigottiti, mentre Eduardo rispondeva alla mia domanda.
Buttai giù.
"Il compleanno di Michele - dissi - non ci sono a cena"
Arrivai al bar di piazza Xxxxxx con dieci minuti di ritardo, c'erano proprio tutti.
Notai subito Matteo ed Eduardo, quelli che sarebbero dovuti essere rispettivamente avvolto nelle bende ed alto pochi centimetri. Erano invece perfettamente normali, o almeno tanto normali quanto gli altri.
Ci conoscevamo, noi tre, ormai da molti anni. Nel lontano 2xxx avevamo anche aperto un blog insieme: "I tre caballeros". Sul blog scrivevamo i nostri scherzi, saggi, racconti, a volte perfino poesie. Vedendoli, più che pensare alle loro misteriose apparizioni, essendomi ormai convinto che l'uomo all'ospedale dovesse essere proprio Matteo, ripensai al blog e al fatto che ormai non scrivevo da mesi.
La serata fu molto divertente: come al solito finimmo per ri-raccontarci le solite cose, che tutti conoscevamo già, eppure la cosa ebbe, almeno per me, una magica proprietà distensiva. C'era qualcosa di atavico nella nostra tradizione orale, nella nostra epica di provincia capace di arricchirsi in modi misteriosi, selezionando con criteri incomprensibili gli eventi e i personaggi degni di essere salvati per poi riproporli a quelle stesse persone che li avevano vissuti direttamente.
Circa a metà serata, Matteo mi prelevò per parlare in disparte. Mi ero talmente astratto dagli avvenimenti della giornata che non pensai nemmeno che potesse parlarmi a riguardo di quella stanza 313 dell'ospedale Xxxx. Infatti non parlammo della stanza e del suo occupante.
"Ho postato, ci ho messo un sacco ma alla fine ho postato."
Annuii, addentando un pezzo di pizza.
"Solo che era una bozza, per cui lo ha pubblicato con la data della bozza. In pratica è venuto fuori prima del tuo ultimo."
"Ho capito, ho capito...- risposi con la bocca piena - lo leggerò, non sarà un gran problema trovarlo!"
Tornammo ai festeggiamenti del nostro amico.
martedì, novembre 15, 2011
Alibi, III parte
Quando me ne andai, finito l'orario delle visite, dovetti concludere di non aver capito niente.
Come mi era successo parlando del tempo con Eduardo, ebbi la chiarissima sensazione di conoscere perfettamente qualcosa. La certezza che sentivo era che le due persone fossero collegate tra loro. Era come, pensandoci bene, avevo sempre saputo: Eduardo e Matteo, non uno dei tanti Matteo ma uno in particolare, si conoscevano in effetti da ben prima del mio arrivo.
Un uomo minuscolo ed uno muto e avvolto dalle bende andavano comunque collegati, per trovare un senso nella faccenda.
Il punto, tuttavia, era proprio questo: ritornando in macchina a casa portai al massimo la traccia estiva suggerita dalla radio e pensai che io di quella storia potevo anche non volerne sapere di più.
In più, il mio timore era quello di poter trovare soluzioni più vicine alla verità che alla realtà. I miei amici sfidavano le leggi della fisica e se avessi seguito queste logiche tanto valeva rifarsi alla fantascienza de L'uomo invisibile e Tre millimetri al giorno. Di questo passo, pensai, presto avrò paura di imbattermi nel mostro della laguna Nera o nell' uomo-mosca.
Fermo ad un semaforo, riuscii finalmente a perdere il filo dei miei pensieri nella musica e a tranquillizzarmi. Rientrai a casa in questo stato d'animo di precaria serenità.
Una voce mi raggiunse appena varcata la soglia: "Filippo? E' arrivata una lettera per te, l'ho messa in camera tua."
Seguii la voce per trovare mio padre in salotto. Stava seduto sul divano e teneva in braccio un bambino piccolo, di un anno al massimo.
Prima di qualunque altra cosa, gli chiesi chi fosse il bambino.
"Ma come," rispose "è tuo fratello Francesco!" E contemporaneamente fece sobbalzare il bambino sulle ginocchia. Francesco rideva.
Mi fratello Francesco, di due anni più grande di me, si presentava ora come un bamino di pochi mesi. E tutto sotto lo sguardo di mio padre, che trovava la cosa come la più naturale del mondo. Fu per me la fatidica ultima goccia: sentii la collera per questi inspiegabili avvenimenti risalire dentro di me come lava in un vulcano.
Stavo per esplodere quando, improvvisamente, il mio cellulare si mise a squillare.
Strano, pensai in un baleno, non era silenzioso?
Come mi era successo parlando del tempo con Eduardo, ebbi la chiarissima sensazione di conoscere perfettamente qualcosa. La certezza che sentivo era che le due persone fossero collegate tra loro. Era come, pensandoci bene, avevo sempre saputo: Eduardo e Matteo, non uno dei tanti Matteo ma uno in particolare, si conoscevano in effetti da ben prima del mio arrivo.
Un uomo minuscolo ed uno muto e avvolto dalle bende andavano comunque collegati, per trovare un senso nella faccenda.
Il punto, tuttavia, era proprio questo: ritornando in macchina a casa portai al massimo la traccia estiva suggerita dalla radio e pensai che io di quella storia potevo anche non volerne sapere di più.
In più, il mio timore era quello di poter trovare soluzioni più vicine alla verità che alla realtà. I miei amici sfidavano le leggi della fisica e se avessi seguito queste logiche tanto valeva rifarsi alla fantascienza de L'uomo invisibile e Tre millimetri al giorno. Di questo passo, pensai, presto avrò paura di imbattermi nel mostro della laguna Nera o nell' uomo-mosca.
Fermo ad un semaforo, riuscii finalmente a perdere il filo dei miei pensieri nella musica e a tranquillizzarmi. Rientrai a casa in questo stato d'animo di precaria serenità.
Una voce mi raggiunse appena varcata la soglia: "Filippo? E' arrivata una lettera per te, l'ho messa in camera tua."
Seguii la voce per trovare mio padre in salotto. Stava seduto sul divano e teneva in braccio un bambino piccolo, di un anno al massimo.
Prima di qualunque altra cosa, gli chiesi chi fosse il bambino.
"Ma come," rispose "è tuo fratello Francesco!" E contemporaneamente fece sobbalzare il bambino sulle ginocchia. Francesco rideva.
Mi fratello Francesco, di due anni più grande di me, si presentava ora come un bamino di pochi mesi. E tutto sotto lo sguardo di mio padre, che trovava la cosa come la più naturale del mondo. Fu per me la fatidica ultima goccia: sentii la collera per questi inspiegabili avvenimenti risalire dentro di me come lava in un vulcano.
Stavo per esplodere quando, improvvisamente, il mio cellulare si mise a squillare.
Strano, pensai in un baleno, non era silenzioso?
sabato, novembre 12, 2011
Capitolo 18) Apnea
La scia luminosa di Udine si allontana sempre più.
E' una notte fredda e piena di stelle, il che non suona bene come una notte buia e tempestosa, ma va bene lo stesso.
Mentre sono a penzoloni nel vuoto, nel retro del Pick Up di Merlo, il mio pensiero vaga in ogni direzione, probabilmente per gettarmi alle spalle quanto appena accaduto.
Ammetto che avrei tanto voluto avere un quaderno come quello di mia madre, in cui annotare le frasi dei romanzi che mi colpivano in modo particolare. Certo, piano piano i quaderni diventavano due, tre, trenta : un'impresa per cui era necessaria una certa costanza.
Forse avrei desiderato possedere la costanza di mia madre, e non il quaderno.
Merlo guida silenziosamente, quasi dolcemente; e questo mi stupisce molto, considerando chi ha di fianco sul sedile-passeggeri. O meglio, chi non ha; chi non avrà mai più al suo fianco.
Sento la radio gracchiare un pezzo vagamente country, flebile come se fosse molto lontana da me, e non nell'abitacolo.
Mi lascio andare, in fondo il peggio è passato; sono con mia sorella in un bel campo di fragole, rossissimo; la sto rincorrendo, sembra proprio che lei si diverta, almeno fino a quando non mi perde di vista. Sono già lontano, percorro a piedi nudi un lungo trampolino : quanto sarebbe stato bello tuffarsi in quel mare di tempera e olio.
E improvvisamente mi torna in mente Deb.
"Ehi Signor Merlo, ferma subito quest'auto!" - grido sbattendo i pugni contro la griglia di ferro che ci separa.
Merlo non mi fa attendere, arrestando senza scossoni il furgone nel mezzo della strada deserta; dopodichè si volta a guardarmi, più incuriosito che intimorito.
Merlo ha il volto di chi è al crocevia della vita : un ingombrante passato appena chiuso in valigia, un futuro che non avrà propriamente la forma di una valigia.
"Dobbiamo tornare a prenderla".
Pensate a un Personaggio grandioso, di un film o di un libro; un Personaggio che è stato appena inserito nella Storia, ma che veramente fin dall'entrata in scena, fin dalla sua prima battuta, vi ha fatto esaltare; un Personaggio a cui avreste voluto stringere la mano e dire : "finalmente sei arrivato tu a dare un senso a questa pellicola!" o "piacere di aver letto di te, Personaggio!".
Fatto? Bene. Ora pensate ai rari casi in cui un Autore toglie dalla circolazione anzitempo quel Personaggio; non è rilevante in che modo: soltanto lo porta via da voi. Pensate alle sue potenzialità inespresse, alle speranze brutalmente disattese, al senso di frustazione, all'amarezza, alla rabbia animalesca, ignorante e cieca che monta in voi.
Ecco.
Ora potrete ben capire il mio stato d'animo nel momento in cui Merlo è entrato nella stanza e ha ucciso Gòto.
E' una notte fredda e piena di stelle, il che non suona bene come una notte buia e tempestosa, ma va bene lo stesso.
Mentre sono a penzoloni nel vuoto, nel retro del Pick Up di Merlo, il mio pensiero vaga in ogni direzione, probabilmente per gettarmi alle spalle quanto appena accaduto.
Ammetto che avrei tanto voluto avere un quaderno come quello di mia madre, in cui annotare le frasi dei romanzi che mi colpivano in modo particolare. Certo, piano piano i quaderni diventavano due, tre, trenta : un'impresa per cui era necessaria una certa costanza.
Forse avrei desiderato possedere la costanza di mia madre, e non il quaderno.
Merlo guida silenziosamente, quasi dolcemente; e questo mi stupisce molto, considerando chi ha di fianco sul sedile-passeggeri. O meglio, chi non ha; chi non avrà mai più al suo fianco.
Sento la radio gracchiare un pezzo vagamente country, flebile come se fosse molto lontana da me, e non nell'abitacolo.
Mi lascio andare, in fondo il peggio è passato; sono con mia sorella in un bel campo di fragole, rossissimo; la sto rincorrendo, sembra proprio che lei si diverta, almeno fino a quando non mi perde di vista. Sono già lontano, percorro a piedi nudi un lungo trampolino : quanto sarebbe stato bello tuffarsi in quel mare di tempera e olio.
E improvvisamente mi torna in mente Deb.
"Ehi Signor Merlo, ferma subito quest'auto!" - grido sbattendo i pugni contro la griglia di ferro che ci separa.
Merlo non mi fa attendere, arrestando senza scossoni il furgone nel mezzo della strada deserta; dopodichè si volta a guardarmi, più incuriosito che intimorito.
Merlo ha il volto di chi è al crocevia della vita : un ingombrante passato appena chiuso in valigia, un futuro che non avrà propriamente la forma di una valigia.
"Dobbiamo tornare a prenderla".
Pensate a un Personaggio grandioso, di un film o di un libro; un Personaggio che è stato appena inserito nella Storia, ma che veramente fin dall'entrata in scena, fin dalla sua prima battuta, vi ha fatto esaltare; un Personaggio a cui avreste voluto stringere la mano e dire : "finalmente sei arrivato tu a dare un senso a questa pellicola!" o "piacere di aver letto di te, Personaggio!".
Fatto? Bene. Ora pensate ai rari casi in cui un Autore toglie dalla circolazione anzitempo quel Personaggio; non è rilevante in che modo: soltanto lo porta via da voi. Pensate alle sue potenzialità inespresse, alle speranze brutalmente disattese, al senso di frustazione, all'amarezza, alla rabbia animalesca, ignorante e cieca che monta in voi.
Ecco.
Ora potrete ben capire il mio stato d'animo nel momento in cui Merlo è entrato nella stanza e ha ucciso Gòto.
martedì, novembre 08, 2011
Alibi, II parte
Stavo per replicare quando il suono del coltello contro il tagliere mi costrinse a tornare con lo sguardo alla mia mansione. Dopo aver constatato che non mi fossi tagliato un dito, ritornai a cercare il mio amico, solo per constatare che non c'era più.
In quel preciso istante, prima che potessi chiamarlo, rientrò mia madre.
"E' per te, ma non so chi sia"
Mi stava in effetti porgendo il telefono, schermando con le mani il microfono. Non mi ero assolutamente accorto che avesse squillato, ma lo misi ugualmente all'orecchio.
Una voce di donna parlò prima ancora che potessi dire "Pronto?":
"Venga all'ospedale Xxxx, stanza 313. Se parte ora, può ancora farcela. Con l'orario delle visite intendo. E' molto importante."
Buttò giù, senza che avessi la possibilità di rispondere.
Mia madre era di nuovo intenta nelle sue occupazioni, immersa. Quando mi alzai, fui sorpreso che non chiedesse chi avesse chiamato, o che cosa avessero da dirmi.
Senza fiatare presi l'auto e andai all'ospedale Xxxx. Dave Brubeck uscì dagli altoparlanti non appena girai la chiave e non mi abbandonò fino a quando non ebbi parcheggiato e spento. Come sapessi che fosse proprio lui a suonare, non me lo seppi spiegare. Sembrava non esserci nessuno in radio a commentare, a riempire gli spazi tra un brano e l'altro.
Raggiunsi la stanza 313 senza troppe difficoltà, chiedendo informazioni solo un paio di volte. Dentro c'erano un'infermiera e un uomo, seduto a letto, completamente avvolto dalle bende. Nemmeno la bocca era scoperta.
L'infermiera mi si avvicinò, parlando piano e molto lentamente.
"Lei deve essere Filippo, è nel posto giusto: la stanza 313 è questa. La ringrazio per essere venuto. L'ho chiamata per sua esplicita richiesta - indicò il bendato - so soltanto che il suo nome è Matteo e da quando è qui questa è stata l'unica cosa che ha chiesto. Ora dorme, ma può restare qui aspettando che si svegli. La saluto."
Ancora una volta l'infermiera non mi lasciò il tempo di rispondere, nemmeno di ringraziare. Sgattaiolò via attaccando subito a parlare con delle persone che passavano davanti alla 313 in quel momento. Sembravo destinato a non dire mai la mia battuta.
Mi sedetti sull'altro letto e rimasi in silenzio accanto all' addormentato.
Poteva anche essere colpa delle bende, ma non mi sembrava corrispondesse a qualcuno dei Matteo che conoscevo.
sabato, novembre 05, 2011
Alibi, I parte
Quando non sto tanto bene trasformo sempre la mia stanza in un piccolo zoo di carta.
Gli origami del raffreddore del sono molti, ma il più frequente è senza dubbio quello che io chiamo Cigno Sgraziato, o Cigno Scoordinato, che consiste nel soffiarsi sonoramente il naso un'unica volta in un fazzoletto ben dispiegato per poi appallottolarlo senza criterio e gettarlo lontano.
Era proprio in questa condizione di artista involontario che mi trovavo, il mattino del xx novembre xxxx, nella casa dei miei genitori a Xxxx.
Diversamente dal consueto stavo dando una mano in cucina, tagliando con malagrazia alcune patate.
Fu quando mia madre si allontanò per andare in qualche altra stanza a fare qualche cos'altro, che accadde l'imponderabile.
Infatti, mentre ero per così dire intento nel mio lavoro, mi sentii chiamare più volte da una vocina minuta. Alzato lo sguardo vidi Eduardo, ritto in piedi sul bordo interno dell'etichetta scritta a mano di un arbanella in vetro, piena di foglie. Stava lì, in equilibrio sul bordino dell'etichetta, reggendosi con una mano alla a di "Salvia" e facendo con l'altra dei cenni verso di me.
La sua grandezza non superava quella del mio pollice.
"Ehi! Ou! Dico a te!"
"Eduardo?"
Sentendo che lo avevo riconosciuto e che ormai avevo la sua attenzione, si fece più spavaldo:
"Eduardooh? Ooohooo e chi sennò, non essere cretino. Avanti, che è importante. Ascoltami, e ascoltami bene, perché non ho assolutamente tempo da perdere"
In qualche modo seppi, dentro di me, che stava blandamente mentendo. Il tempo era qualcosa di sommariamente definito, che manteneva mia madre nell'altra stanza, lontana dalla conversazione con la miniatura del mio amico.
"Ma...cosa ci fai qui? Ci siamo visti ancora ieri, perché sei così piccolo?"
"Domande, sempre domande. Non ti accorgi quanto sia privo di senso fare domande in un caso come questo, in cui ci sono talmente tante cosa da chiedere da renderle tutte minimamente interessanti? Ad esempio perché non mi chiedi perché mi trovo proprio presso un barattolo di salvia? Salvia divinorum certamente, senza alcun dubbio, viste le foglie..."
Così dicendo rivolse lo sguardo indietro, verso l'interno del barattolo, dove io potevo vedere solo lo sfondo di carta dell'etichetta.
La sua risposta confermava quanto il tempo, in realtà, non fosse un problema.
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