mercoledì, ottobre 30, 2019

Prussian Blues


Era in corso, ormai da qualche ora, il temporale più lungo e forte dell'anno.
I torrenti si stavano ingolfando rapidamente, avvicinando le loro acque sudice agli argini come mani di affamati al pane.
Curzio accese un'altra sigaretta. Da quando lui lo aveva lasciato aveva ripreso a fumare, ma non riusciva a pentirsene abbastanza per smettere.
- Curzio, andiamo: smettila di fumare.
- Dai Petroni, sono un adulto: fumo quanto cazzo mi pare, giusto?
Petroni si avvicinò alla scrivania di Curzio. Era un uomo alto, con la faccia rossa e asciutta come un mattone. Uno che non sapeva scherzare. Ci provava, ma il più delle volte non ci riusciva. Aveva un bambino piccolo simpaticissimo, che doveva aver preso dalla madre. Alle volte era palese che ne soffrisse. Non di non saper scherzare, ma che il figlio avesse preso dalla madre.
- Curzio: stiamo andando. Devi smetterla di fumare perché in macchina con la sigaretta non ci sali.

Finirono entrambi con le scarpe dentro la gigantesca pozzanghera che separava il palazzo dal parcheggio.
- Dove dobbiamo andare, con questo tempo? C'è l'allerta.
Petroni innestò la prima.
- Sai, una volta avevo una ragazza come te. Insomma: tu me la ricordi molto.
Doveva essere un basso naturale, o qualcosa del genere: ogni tanto le scrosciate di pioggia sulla carrozzeria e sul parabrezza si sovrapponevano alle sue parole, tanto erano simili le loro tonalità.
- Faceva sempre domande. Parlava per domande. L'unica volta che non finì una frase con un punto interrogativo fu per dirmi che mi lasciava.
- Cioè, fu lei a lasciarti?
- Lo vedi? Anche tu parli per domande. E' una cosa su cui dovresti riflettere, Curzio.

La pioggia non accennava a smettere. Un fuoristrada della protezione civile li avvicinò in galleria per capire come mai fossero in giro a quell'ora, con quel tempo. Magari, chiese il tizio della protezione civile, avevano bisogno di aiuto. Fu Curzio a parlare. Con collaudate frasi fatte fu abbastanza convincente da farli desistere e sufficientemente evasivo da non dare loro troppe informazioni.

Arrivarono all'incrocio mentre il palazzo veniva illuminato dall'incessante, epilettico bagliore giallastro di quella tempesta di fulmini di fine estate. Sembrava che da un momento all'altro la trama del cielo dovesse squarciarsi per rivelare milioni di asteroidi infuocati pronti ad incenerire il pianeta. Petroni aprì il bagagliaio per prendere la sacca e si accorse che qualcosa stava tentando, invano, di distrarlo. Era un ricordo di molti anni prima: l'acqua scrosciante sui bordi della tenda, la faccia sferzata dal vento freddo mentre, insieme ai suoi fratelli, guardava un temporale proprio come quello scuotere gli alberi al bordo della radura in cui si erano accampati. Il sapore della camomilla e il calore del corpo avvolto nella mite umidità del sacco a pelo, come in una placenta artificiale, si erano mischiati - allora e ancora nel ricordo stesso - fino a diventare una percezione unica, multisensoriale, che a sua volta richiamava un periodo epico, al tempo della sua stessa gestazione.

Salirono le scale antincendio in silenzio, usando grande circospezione. L'acqua, mal tollerando la loro presenza, scorreva giù dalla facciata come una cascata, costringendoli ad una doccia continua. Le calze di Curzio, ormai totalmente bagnate, lo mettevano a disagio. Non vedeva l'ora di togliersi di dosso la sensazione avere i piedi umidi e grinzosi.
Arrivarono al tetto.
Petroni depositò la sacca a terra e prese una torcia per esaminare un foglio che aveva precedentemente plastificato. Con tutte quelle saette, la torcia praticamente non serviva.
Curzio estrasse le macchine fotografiche dalla sacca. I tappi degli obiettivi, prodotti in qualche angolo remoto del mondo dove probabilmente, in quello stesso momento, stava splendendo un grande sole rosso rubino, vennero subito imperlati da miliardi di minuscole gocce d'acqua.
- E se adesso mi colpisse un fulmine?
La domanda non era rivolta a nessuno. Petroni lo capì e si limitò a sospirare.
Riprese ad esaminare il foglio, leggendo con le labbra.
Curzio impugnò la macchina fotografica, aggiustò il parapioggia, prese la mira e cliccò. Lo scatto, cadendo precisamente tra un tuono e l'altro, venne archiviato dal temporale come cosa di poco conto.
- Ok, qui dice che basta così. Andiamo.
- Tutto qui?
- Curzio, ti prego: basta domande.

Ritornarono lentamente alla macchina. Curzio salì dalla parte del guidatore e si tolse le scarpe mentre Petroni rimetteva la sacca nel bagagliaio.
- Che cosa fai? Guidi scalzo?
Curzio non rispose e la macchina si avviò lentamente per tornare da dove era venuta.

Giorni dopo si fermarono al semaforo di quello stesso incrocio. Splendeva il sole ed i piccioni si rincorrevano sul marciapiede per contendersi la briciola più grande di tutti. Petroni aveva gli occhiali da sole e dalla sua posizione sul sedile del passeggero si sarebbe detto che dormisse.
Qualcosa bussò alla porta dell'attenzione di Curzio, trovandola socchiusa: era un ricordo, anzi, una collana di ricordi. Una lunga catena di frammenti che si erano riconosciuti simili tra loro ed ora chiedevano di essere esaminati. Il Petty Pigment si affacciava proprio su quell'incrocio: era un locale dove non era mai stato, ma lui gliene aveva parlato. Benché non ricordasse precisamente le parole del racconto, riusciva distintamente a ricordare l'immagine che si era fatto di quella serata.

Lui, con una maglietta attillata e fresco di doccia, entrava nel locale fumoso dove un terzetto blues rimaneggiava con mani inesperte i grandi standard del genere. Si sedeva al bancone aspettando qualcuno. Il suo lento respiro dopo l'allenamento intervallato da lunghissime sorsate di birra fresca. Aveva gli occhi arrossati dal fumo e dal neon. Finalmente il tizio, un compagno del liceo magrolino e con la faccia gialla come un limone, gli picchiettava sulla spalla per annunciare il suo arrivo. Baci e abbracci. Si spostavano ad un tavolo più appartato mentre Mannish Boy veniva stuprata sul palco. Lui, durante lo spostamento, veniva inquadrato solo di schiena. Quella gigantesca schiena pelosa, fasciata dalla tela acida della maglietta, invadeva tutto lo schermo.
Altra birra ed occhi sempre più arrossati, convenevoli e qualche battuta.
Ad un certo punto, proprio mentre la band lasciava il palco per far spazio a musica registrata e suonata meglio, l'amico riceveva una telefonata.
Una cosa da niente, che tuttavia gli aveva dato il tempo di vagare con il pensiero, soffermandosi sul discorso del tavolo a fianco. Per via del divano che condividevano e li separava, non poteva vedere la ragazza che stava parlando: solo sentirla. Sembrava che la musica fosse stata cambiata ed abbassata di proposito.
La tizia si esprimeva per domande: aveva un fidanzato fotografo? Che insisteva per portarla a pescare ogni weekend? Mentre lei sarebbe voluta restarsene a casa per guardare E.R, giusto?
Tutti questi dettagli, che lui al tempo gli aveva raccontato solo come pretesto per imitare il buffo accento e l'oratoria interrogativa di quella sconosciuta - per riderne insomma - componevano finalmente un quadro chiarissimo. Petroni era il fidanzato con la fissa della pesca, che presto sarebbe stato lasciato. Di quanti anni prima poteva trattarsi?

Guardò Petroni riflesso contro le plastiche argentate del cruscotto, mentre il semaforo diventava verde per portarli lontano dal Petty Pigment. Avrebbe voluto saperne di più di quella ragazza, del perché il destino o chi per lui avesse così chiaramente deciso di mettere in contatto il suo passato con il suo presente proprio attraverso di lei.
- Cosa fa oggi?
- Dio mio Curzio: non solo mi fai sempre domande, adesso ti perdi perfino i soggetti. Di chi stai parlando?
Si schiarì la voce. Da dove cominciare? Dritto al sodo, improvvisamente.
- La tua ex. Cosa fa oggi?
Anche Petroni si schiarì la voce, come se fosse stato preso in castagna. Forse ci stava ripensando anche lui.
- Ha lasciato la città. Vive in una comune che nega il valore del lavoro. Non so altro.
Aveva finito le domande: avrebbe voluto farne ancora, ma il tono della voce di Petroni non ne ammetteva altre. Dovette ricorrere ad uno stratagemma.
- E il suo nome era...
- ...Violet, si chiamava così.
Curzio ripeté il nome più volte nella sua mente, cercando di assimilarlo.

Violet, ma certo: il viola viene sempre dopo il blues.

venerdì, ottobre 11, 2019

Glory whole

Eravamo ormai delle vecchie baldracche.
Come fossimo diventate baldracche lo sapevamo: qualcosa, al termine della nostra pubertà, era scattato in modo repentino e attento, come qualcuno che apre una porta cigolante di botto, sapendo che così farà meno rumore.
Come fossimo diventate vecchie restava ancora un mistero.
Le cose si erano sicuramente complicate negli interminabili viaggi. Il sonno rubato a spizzichi e bocconi tra un terminal e l'altro, sballottate solo con un po' più di grazia delle nostre valige, su e giù per la grande giostra volante. Il sole sorgeva e se ne andava semplicemente quando ce n'era bisogno, senza essere più collegato ad un orario o a un quadrante. Qualche furbacchione cercava sempre di riportare le cose ad un riferimento certo, con scarso risultato. Il caro vecchio meridiano di Greenwich poteva anche andare a farsi fottere.
Ecco, l'altra cosa furono le parolacce. Fino alle soglie dell'età adulta, prima che tutto cominciasse a ripetersi ritornandoci in gola come un minestrone acido e mai davvero digerito, l'uso delle parolacce era sempre stato misurato e attento. Esse si stagliavano nel percorso dell'innocenza come epiche pietre miliari, fari che permettevano di misurare le distanze e quindi il tempo. Quella volta che la suora era scivolata e lo aveva detto, quella volta che tirammo un petardo tra le gambe di un passante e disse la stessa sei volte di fila, quella volta che l'allenatore ci prese da parte per dirci tutte quelle che aveva dovuto trattenere durante la partita. Da un certo punto in avanti però, era tutto diventato un cazzo, stronzo, fica, bucodiculo, puttana, merda, troia e poi ancora cazzo e cazzo e cazzo, all'infinito.
Forse avevamo fatto male, da giovani, a prendere questi elementi come metri per il passare del tempo, ma cosa potevamo saperne?


Mi accorgo del passare delle stagioni attraverso i piedi. Per questo motivo, a causa delle calze, l'inverno mi sembra interminabilmente lungo. Quando vedo uno schermo altrui ho subito lo stimolo di guardare, sbirciando: capire senza dover sapere. O viceversa, comunque è il vizio di una vita intera.

Ascoltando Dvorak aveva sempre l'impressione che il mondo dovesse finire da un momento all'altro.
In effetti, ascoltava sempre e soltanto la nona sinfonia: "Dal Nuovo Mondo".
Era rimasto estasiato nell'apprendere la nozione, innestata per sempre nella sua memoria anni prima durante la lettura di un qualche numero primo della Settimana Enigmistica, attraverso quel meccanismo perfetto e arcano del "Forse Non Tutti Sanno Che...", che Neil Armstrong portasse con sé proprio quell'opera durante la missione Apollo 11. Benché ascoltasse anche altro, di altri musicisti e di Dvorak stesso, nulla pareva emozionarlo e coinvolgerlo allo stesso modo.
Ascoltando Dvorak aveva sempre l'impressione che il mondo nuovo non fosse semplicemente una manifestazione rinnovata di questo ma proprio un Nuovo Mondo che, sconquassando e distruggendo, irrompesse in una bella giornata di sole per cancellare tutto ed imporre su ogni cosa la propria identità. Un giorno mi disse che facendo attenzione si potevano perfino sentire le colonne del mondo sgretolarsi sotto l'impeto di quel tetro avvicendamento.
A me sembrava solo il suono dello strisciare della puntina sul disco, ma per lui non faceva differenza. Cercavo invano di distrarlo con ogni mezzo: puntualmente, proponevo un nuovo ascolto delle danze slave per dare una prospettiva più rosea, o almeno meno statica, alla sua visione. Inutile. Perfino le teorie complottiste, un classico delle menti geniali tenute troppo a digiuno, non riuscivano a scalfire quel presagio mistico che lo richiamava a sé, ascolto dopo ascolto. Forse non tutti sanno che un certo August Dvorak, lontano parente del celebre compositore che aveva combattuto contro Pancho Villa, viene tutt'oggi ricordato per aver creato una tastiera speciale che...non importa.
Anni dopo, ormai distanti nel tempo e nello spazio, ebbi come un'illuminazione: la gloria era ciò che lo aveva fulminato. La gloria, tutta intera, tutta in una botta unica, lo aveva circondato e annientato.
Gloria, sostantivo femminile: onore universalmente riconosciuto e tributato nei confronti di un valore assolutamente eccezionale.
La nona sinfonia per lui era la quintessenza della gloria o, meglio, la gloria gloriosa. Il trionfo del trionfo, l'orgasmo al quadrato. Non aveva altro modo per spiegarsi questo cortocircuito sensoriale se non descrivendolo come la fine del mondo.

In un certo senso, il mondo era davvero finito. Tra le porche troie e tutte le altre parolacce sibilate contro un destino molto più ignoto che crudele, il tempo era passato ed il mondo nuovo si era sostituito al vecchio. Si potrebbe dire che era stata una rivoluzione pacifica, quasi desiderata. Come una porta cigolante aperta di scatto per fare meno rumore.
Ogni tanto provavo ancora a riascoltare l'attacco delle danze slave per vedere se riuscivano a farmi rivivere quella sensazione. L'euforia di essere euforici, l'eccitazione dell'eccitamento, la gloria tutta intera. Niente, dovevo averla consumata, proprio come avevo consumato la sorgente di nostalgia che zampillava dalla suite per violoncello di Bach. Avevo come un lontano ricordo di aver già consumato e ricaricato quella sensazione altre volte, ma non riuscivo più a mettere in ordine gli eventi ed il senso con cui si erano svolti. Forse ero ancora un feto la prima volta che la musica aveva perso la possibilità di trasmettermi quella sensazione per la prima volta. Magari iniziavo a strutturare dei ricordi giusto nel momento in cui la vena si era esaurita di nuovo e via così, all'infinito, distillando la sensazione della ricerca della sensazione.
Doveva necessariamente esserci un modo per leggere quelle maree, una rappresentazione cartografica dei modi di vibrare dell'animo quando viene sollecitato da un'aria sulla terza corda. Deve esistere. La rappresentazione cubista delle frequenze che descrivono l'anima attraverso le sensazioni che essa stessa prova, esprime ed è.

mercoledì, settembre 18, 2019

Wider than a mile

La luna, alta nel cielo, sembra un piatto svuotato dopo una grande festa.
Che cosa avrà contenuto?
Inutile domandarselo: non ricordo mai cosa ho mangiato la sera prima.


- Signora, la sua lavastoviglie è pronta: le consiglio di usare il prodotto che ho lasciato sul piano della cucina già dal primo utilizzo. Non se ne pentirà.
- Grazie infinite, lei è stato davvero gentile e discreto.
- Ci mancherebbe altro, è il mio lavoro.
- Certamente; è ovvio.
- Bene, dunque, allora vado.
- Permette, io, forse, lei gradirebbe...un caffè?
- Non bevo caffè signora, per i denti.

Al picchiettare di quell'unghia contro lo smalto, i nostri occhi si aprono improvvisamente. Riacquistiamo subito la percezione della profondità e del colore: innaturalmente, come solo il cinema sa fare. Un attimo prima c'era la luna, adesso: una coppia male assortita.
Lui con la tuta blu e grigia, impreziosita soltanto dal logo della ditta, cucito sul cuore.
Lei rosa e beige, come il viso di un bambino febbricitante. Ciabatte azzurrissime e luccicanti: uno scialle dello stesso colore le riprende, mozzandole simbolicamente la testa.

- Per i denti?
- Certo: ha un'idea?
- Lo immagino...ma quindi, che posso offrirle?
- Signora, mi permette di essere indiscreto?

Silenzio. La sua mente riporta cautamente a galla il concetto di discrezione. Lei lo ha ringraziato per essere stato discreto e adesso lui chiede di non esserlo più? Cosa intende fare?
Il permesso non va mai dato con tanta facilità: spesso, le avventure meno piacevoli cominciano proprio con il consenso.
- Deciderò dopo la sua proposta.
- Molto arguta: questo rafforza la mia convinzione. Signora, io vorrei leggerle i Tarocchi.
La signora esala il respiro trattenuto con un sussulto, emettendo un verso inintelligibile: che sia un latrato, una frase interrotta dal pudore, o un rutto? Non ci è dato saperlo.
- Badi bene che i miei non sono Tarocchi normali, sempre che ne esistano di simili. Diciamo che sono Tarocchi non convenzionali.
- Tutto qui? Vuole solo leggermi le carte? Il futuro?
- Esattamente.
- Ed è una cosa che si fa da vestiti?
L'idraulico sorride.

Il tavolo è posizionato proprio di fronte al camino acceso, così che nessuno dei due abbia troppo freddo. Lei, pudicamente indecisa se tenere il seno sopra o sotto il piano del tavolo, opta per un'innaturale posizione inclinata che svela un capezzolo nascondendo l'altro.
L'idraulico è in brodo di giuggiole ma cerca di mantenere un certo decoro, aiutato dal piano del tavolo.
- Come le spiegavo, il mio mazzo è piuttosto speciale. Capirà tutto man mano che escono le carte, d'accordo?
- D'accordo.
La signora si morde il labbro: eccolo, il consenso! Sente di aver tradito se stessa, come quando si risponde al call center "si" invece della generica risposta affermativa, con il lecito terrore che la registrazione di quell'unico "si" possa essere utilizzata per i fini più loschi.
Ormai però, la signora è troppo nuda e troppo curiosa per preoccuparsi davvero: dietro indicazione dell'idraulico chiude gli occhi e si lascia condurre nella lettura.

- La prima carta riguarda il passato: si concentri sui suoi piedi, essi sono la parte di noi che più lo rappresenta. Cerchi di ricordare le ore di questa giornata, il mio arrivo in questa casa. Poi, indietro fino al giorno in cui la lavastoviglie si è rotta. Ancora: il giorno in cui l'ha acquistata. Indietro, fino al primo ricordo che ha di una lavastoviglie. Giù, dritta all'anno in cui fu inventata; ora proceda a ritroso fino all'anno in cui qualcuno desiderò, per la prima volta, che esistesse qualcosa di simile. Non importa se non conosce la vera storia: il nostro è un viaggio metaforico.
L'idraulico gira la prima carta e la signora non può fare a meno di sbirciare.
- Il Rolex. Uno degli arcani maggiori dei Tarocchi più simbolici. C'era un uomo nella sua vita, non è vero?
La signora ha un sussulto ed annuisce, mentre i capezzoli si allineano, portandosi entrambi sopra al piano del tavolo.

- Ora è il momento di guardare al presente. Non serve essere pronti: il presente è già presente!
La seconda carta viene girata con uno schiocco: la signora attende trepidante.
- Il CD piratato. Molto interessante: ne ha mai posseduto uno? Questo è il simbolo della ricorrente transitorietà delle cose. Lei sta vivendo un momento di passaggio tra la sua vita e la prossima. Questo è un momento illecito, imprevisto: il simulacro di ciò che le spettava veramente.
- Un'altra vita...
Sussurra la signora annuendo.
- Prima di guardare al futuro, dobbiamo ragionare perpendicolarmente al tempo: da dove viene e dove sta andando, metafisicamente? Per capire il punto di partenza, le chiedo di pensare intensamente al suo letto.

L'idraulico gira la carta e rimane un momento in silenzio.
- Ah, la Finanza.
- Perbacco, è un cattivo segno?!
- Non è certo un segno di semplice lettura, specialmente in questa posizione. Ma non sempre la Finanza è un male nella lettura dei Tarocchi: in questo caso, può significare che lei ha una personalità forte che la costringe in dogmi che non le appartengono. Probabilmente, il suo punto di partenza le è stato imposto da qualcun altro. Se però lo leggiamo in combinazione con il CD piratato di prima, possiamo pensare che la Finanza non sia davvero riuscita in questo obiettivo: dico bene?
La signora versa un'unica lacrima, senza rispondere.
- Vediamo la sua prossima destinazione metafisica: pensi alle ferie.
Un'altra carta viene girata sul tavolo con grande solennità.
- Ecco: sì, molto interessante.
- Che cosa dicono le carte?
- È uscito un Tarocco molto particolare: la scatola dell'iPhone. Di solito rappresenta la truffa e l'inganno, ma in questa posizione può significare anche la possibilità: c'è un iPhone nella scatola, o è solo un mattone? Solo aprendo la scatola potremo scoprirlo.
- Capisco...

- Signora mia, siamo giunti all'ultima carta, è pronta?
La donna annuisce e l'idraulico gira la carta. Che ore si sono fatte? Il tempo sembra essere rimasto a terra, accanto ai loro vestiti, in attesa di tornare sulla scena. Una nuova carta compare accanto alle altre.
- Ah, magnifico!
- Posso vedere?
- Non ancora, mi lasci finire. È uscita la luna.
- La luna?
Chiede sorpresa lei, ripensando alla luna della sera prima vista quello stesso mattino, andando a buttare l'umido.
- La luna è il Tarocco per eccellenza. Il pianetino spento che specchiando una stella diventa suo pari. Cosa sono in fondo, i Tarocchi? Senza gli originali non sarebbero niente, così come ci appaiono niente al loro cospetto: in questa parabola tra uno zero e l'altro c'è tutto il mondo: ogni massimo, ogni assoluto. Il Tarocco è la versione di noi veramente libera, che è senza costrizioni, senza qualità, senza controllo. Deve sapere che la luna viene chiamata anche il Tarocco autentico.
- E in questa posizione, ha un significato buono oppure cattivo?
- Signora, lasci che le dica una cosa: lei ha veramente due occhi fantastici.
- Ma se li ho tenuti chiusi quasi tutto il tempo!
L'idraulico sorride ancora una volta, mettendo sul piatto del giradischi il lato A di "Moon River".
- Appunto.

sabato, settembre 14, 2019

Taurus at nadir


Si chiamava Mariopieromarcello ed abitava in Vico dei Fornai.
Tutti però lo chiamavano il Santo di Vico dei Fornai perché tanti anni prima aveva salvato una bambina da un incendio.
Quando passava per strada le donne, specialmente quelle più anziane, si facevano il segno della croce e chiedevano perdono per peccati che nemmeno avevano commesso. Gli uomini fingevano di non vederlo, perché ne erano invidiosi, eppure nutrivano per il Santo un enorme rispetto. Come di quelli che si riserva per il monarca di un altro paese.
Col tempo, la reazione maschile e quella femminile al passaggio del Santo si erano confuse, scambiandosi e mescolandosi. Questo processo di miscelazione era proseguito ancora, anche dopo che il Santo era morto, nel modo con cui la gente lo ricordava. Gli uomini continuavano a fingere di non vederlo, ma facendosi il segno della croce. Le donne, che ne erano diventate invidiose, continuavano comunque a chiedere perdono; specialmente le più giovani.

Il fatto che si chiamasse Mariopieromarcello era sconosciuto ai più. Eppure, l'impiegato dell'anagrafe che si era occupato della sua registrazione era solito ricordarlo a tutti con grande enfasi. Era un uomo minuto, quell'impiegato, con grandi rughe profondissime dentro cui la storia della penisola aveva seminato i noccioli dei frutti che aveva divorato con maggiore voracità: il seme dell'eleganza, quello della parsimonia, del decoro, del vivere civile. Non erano mai germinati ma forse, un giorno...

Era un mattino di primavera. L'aria tersa faceva capolino dal fondo dei calendari e degli armadi, mettendo in disordine tutte le sciarpe e tutti i berretti. Arrivava da est, come tutte le cose nuove; ed era diretta ad ovest, dove tutte le cose trovavano la loro fine. Appena tornato dal meridione, un marinaio si ritrovò a constatare con serietà i diversi orientamenti, rispetto al mare e rispetto al sole, delle città che aveva visitato negli ultimi mesi. Nessun posto aveva una disposizione logica come la città che gli aveva dato i natali: le montagne alle spalle, il mare di fronte, il sole che arrivava da sinistra e se ne andava da destra. Il suo capitano non poteva sopportare simili considerazioni, per cui il marinaio le teneva per sé: presto sarebbe diventato un vero marinaio e così, facendosi tutt'uno con il mare, avrebbe rapidamente dimenticato il senso di ogni direzione. Si chiamava Mariopieromarcello, nome preso in prestito da un trisavolo vissuto oltre cento anni prima, che a sua volta aveva ricevuto il nome dal nonno, impiegato all'anagrafe. Era un nome altisonante, che il marinaio a volte fingeva di non sentire, perché ne era invidioso.

Le oche del vicino ascoltano il sax a mezzanotte. Verrebbe da chiedersi perché lo facciano, ma la verità è che non lo fanno. Le oche non vogliono ascoltare il sax, nel senso che non intendono farlo. Il campo delle cose che le oche possono voler fare non comprende l'ascolto del sax, tantomeno a mezzanotte, a meno che non si decida di farglielo ascoltare. Siamo noi a mettere la musica nelle loro orecchie, sempre che anche gli organi delle oche dedicati all'udito abbiano questo stesso nome.
Dimenticare di essere, o di poter essere, parti attive di un'azione è tanto frequente quanto potenzialmente pericoloso. Le nostre menti hanno code di volpi, con cui cancellano le proprie tracce con somma vergogna. Negando l'esistenza delle profezie autoavveranti e delle premonizioni autoevitanti, ammiriamo un gruppo di goffi uccelli radunarsi contro la recinzione, fatalmente attratti dalle note blu di uno strumento a fiato, per farsi cullare col massimo della dolcezza tra le mura riscaldate dal sole di Vico dei Frati Stanchi.

Stava ormai scendendo la sera. Ancora due boe della corsia e poi sarebbe stato sempre meno giorno e sempre più notte, senza ulteriori punti di riferimento per scandire il tempo se non l'orizzonte. Dove sarebbero andati tutti quei pensieri, fatti nel buio di una camera d'albergo, ora che non sarebbero più serviti? Il futuro sembrava molto più reale quando doveva ancora realizzarsi: ora, con il futuro ormai prossimo, sentiva di aver impegnato la propria mente soltanto con elucubrazioni senza senso.
La costellazione del toro sarebbe comparsa timidamente, ancora una volta, da qualche parte agli antipodi, cercando di illuminare un mondo capovolto in cui persino la luce scivolava giù, gocciolando senza fine.

lunedì, settembre 02, 2019

Mutandine

Ovvero: le piccole cose da cambiare.
"Vezzeggiativo" è una di quelle parole che si usano soltanto quando le si studia. Allo stesso modo, "spuma" è tra quelle parole che si possono usare soltanto se si hanno dei nipoti o se si possiede un bar in campagna.


Uno dei miei sogni è quello di creare un museo del profumo, nel senso: un museo dei profumi commerciali. Sarebbe insieme banca e museo, centellinando nei secoli l'odore popolare.
Annusate: questo è Chanel n°5.
Da quest'altra parte, potete apprezzare ciò che avreste sentito limonando una femmina di buona famiglia, a Riccione, nel 1999.

Ci sono dei ragazzi di fronte a me che giocano ad un due tre stella da seduti: lui cerca di avvicinarsi per baciarla sul collo. Il profumo di lui non lo sento, ma posso immaginarlo: sa di sudore, sapone neutro e calze di spugna calde. Quello di lei lo posso sentire: è lo stesso che era di moda in Svezia nel 2003, quando ci fu uno scambio culturale con molti scambi e pochissima cultura.

Il nostro entroterra verde, desaturato dall'autunno, doveva apparire loro come una savana. Mi accorsi quindi che anche il mare, per me incantevole e scintillante, appariva tale soltanto conoscendone già il carattere estivo. Le ginestre, senza fiori e contornate da brevi processioni di formiche, non erano che poveri sterpi, lunghi e proiettati verso il cielo come antenne per la telecomunicazione botanica. Gli insetti sono proprio come i profumi: li trovi anche dove non ti aspetti che ce ne siano. Inoltre, per quanto insignificanti essi siano, possiedono sempre un'identità.

I due ragazzi si scattano un selfie anche se mi sembra sempre che stiano inquadrando me, con la telecamera posteriore. Nel 1999 non avrei avuto dubbi: mi avrebbero allungato una usa e getta chiedendo una foto. Non era che un'altra piccola cosa, meritevole soltanto di essere cambiata.

Non ricordo più che odore abbia lo smog. Sono regredito ad una condizione pura, ignorante, indifferente: da qualche parte esistono problemi di cui non riesco a tollerare l'esistenza; così non ci penso e sto subito meglio. La Svezia è un luogo lontano per cui nutro un interesse remoto, come le stelle e gli orsi polari. Nella fattispecie, è di oggi la notizia che la Svezia abbia finito la propria immondizia. Un pensiero assurdo.
Santuario non è propriamente il termine con cui si è soliti descrivere una discarica, eppure per me è così. Il tempio dell'odore, il retro del mondo. Non si riesce a capire come faccia a puzzare perfino la plastica fino a che non la vedi, attonita, prendere il sole e la pioggia anno dopo anno.
Il marcio che non marcisce: sublime sublimare in puzzo.

Capitan Planet si farebbe una sega guardandomi edificare discariche come luoghi di culto. Il dio Rumenta, che la merda addenta. La dea Cloaca, di piscio ubriaca. Il dio Monnezza, di sudicia ebbrezza. Dove andremo a finire? La dea Fogna, che lo schifo agogna. Le mie unghie sono pulite, i miei polpastrelli sono puliti: tocco più spesso il sapone che la mia stessa pelle. Zygmunt Bauman cerca invano di risalire il torrente della mia memoria per dire qualcosa in merito al concetto di scarto: tiro ancora una volta lo sciacquone della mente, senza pietà. Ogni sciacquone sono oltre cinque litri di ricordi, ma io sono di quelli che non piscia facendo la doccia.

Guardo il museo, la mia banca, il caveau con cui passerò il testimone del mondo alle prossime generazioni, perseguendo il sogno labirintico secondo cui sia possibile vivere nel futuro senza mai passare dal presente: qualcuno la chiama ancora discarica.

giovedì, agosto 29, 2019

Full of wonder, braided mouth

Fuoriclasse vero. Vorrei davvero capire come sia finito qui: il reparto reggiseni ha un profumo piccante che non riconosco; che sicuramente non riconosce nemmeno lui.

È una promessa, una promessa di cosa?
Guarda i prezzi come se volesse comprarne uno, ne saggia la morbidezza benché non sappia di cosa si tratti. La promessa ritorna ancora una volta: parla dell'estate, sussurrando sbiaditi ricordi futuri del periodo successivo all'accoppiamento, indulgendo nella zona alta del naso; un punto caldo e tranquillo che grida "indipendenza". 
La solitudine con gli altri: l'elezione tra i pari. 
Ecco: profumo di adulazione? 
No: sono solo reggiseni, indumenti come tanti altri.


Mi siedo tre camerini dopo il suo, in attesa del momento giusto. Povero coniglio, fino a sei giorni fa non avevi nemmeno idea di come fosse fatto un reggiseno o a cosa servisse. Mi ricordo di quando prendevo tra le mani i tuoi fratelli e le tue sorelle per accarezzarli con le mie mani di metallo.
Outfit di oggi: guanti neri made in Japan, comprati in questo stesso centro commerciale. 
Non ti ho mai accarezzato: forse, anche per questo, il professore scelse proprio te per l'esperimento. Così avrei potuto cacciarti senza pietà quando saresti scappato.

Quale natura ti guida alla fuga? Quella di uomo, o quella di coniglio?
Ti immagino tastare i reggiseni di fronte allo specchio: incantato dai loro colori pastello, tenui e trasognati; sbalordito dal pizzo fresco e regolare come un mandala di schiuma di mare; intimorito dalla severa struttura dei ferretti, nascosti come lame nel fodero.
Sto per fare la mia mossa, ma uno dei camerini tra noi viene improvvisamente occupato da due ragazze straniere. Rinuncio: troppi testimoni. 

Fino a pochi giorni fa sgranocchiavi carote ed io dovevo solo preoccuparmi che fossero abbastanza. Come vola il tempo: prima che potessi rendermene conto sei diventato un fuoriclasse. Il professore sa vederci lungo, anche quando sembra soltanto fissare il vuoto. Devo riportarti da lui, sull'isola, prima che tu faccia qualche casino. Esaminare dei reggiseni non è un casino, se ti limiti a questo, ma non posso rischiare.

Si apre la porta.
È occupato?
No, no, certamente, prego: esco.
Fingo di valutare l'acquisto di una maglietta prima di tornare al tuo camerino per aprirlo: sparito. Mi sono distratto ancora una volta.

Deve essere colpa di questo profumo: dice così tante cose che quasi non mi sento pensare.

lunedì, agosto 26, 2019

Welcome back

Un caffè per i tuoi pensieri, purché siano impuri. Throwback thursday: nuovo palco per una vecchia malinconia irrisolta. La tara tramandata da genitore a generato del compiacersi per le scelte non fatte.


Mio nonno avrebbe potuto comprare una casa a Varigotti, in tempo di guerra. Qualsiasi cosa fosse la guerra. Ho un ricordo non mio a cui tornare: una mano tasta il cratere di un camminamento in calcestruzzo, dipinto di rosso come a simboleggiare una ferita sulla pietra. Un murales con scritto "sfarzo" e una riga di lattine di Sprite sbiancate dal sole.

Throwback ad oggi: fallito. Sono bloccato nel 1943, durante il bombardamento del porto di Ancona. Che palle la guerra, penso: ma la mia opinione non conta. Forse è proprio questa, la guerra: la tua opinione non conta.

Allora perché non sperare in una guerra nuova, se ci siamo stufati di questa?
Previsioni del tempo per domani: non pervenute. Se gli americani lo volessero, qualsiasi cosa siano questi "americani", non avremmo più il GPS nel giro di venti secondi.
Pegaso, ti vedo ferito e stanco. Già quando eri un feto avevo dubitato che le tue ali potessero portarti nel cielo. Eppure, hai volato: eccoti sfrecciare tra le nubi in fiamme. Ricordi di bombardamenti vissuti in prima persona: non pervenuti.

Throwback alla storia di mio nonno: dall'altro ramo della famiglia, una bomba era atterrata sul letto lasciato malvolentieri dopo innumerevoli falsi allarmi. Donnie Darko ma senza il patema psicologico. Anzi, chi può dirlo?

They made me do it. C'era quella storia del filosofo che aveva intervistato il pilota dell'Enola Gay.
They made me do it. Mentre Saddam sorride sotto i baffi tra le pagine di qualche sussidiario bocciato dalla commissione per essersi addentrato oltre due capoversi negli anni di piombo.
They made me do it. Mentre le forze dell'ordine indicano un kalashnikov rinvenuto in un bidone dell'immondizia, prima che Brokeback Mountain stimolasse una nuova linea di vacanze in campeggio, per la gioia dei tour operator.
They made me do it. I tour operator: l'unica categoria in questo mondo di solitudine che si rifiuti di ammettere di essersi estinta, tanto tempo fa, prima ancora della propria invenzione.
They made me do it. Odio questa narrativa di elenchi, come se si facesse la spesa delle emozioni tra i pannolini e i croissant.
They made me do it, con le pubblicità progresso che cercano di farti credere che la peer pressure non sia più forte del libero arbitrio.
They made me do it: quando Greta geme di piacere mentre ricondividiamo le foto dei giaguari in fiamme.
They made me do it: mentre il disastro della British Petroleum viene dimenticato perfino dai pellicani che lo hanno vissuto.
They made me do it: con le serpentiniti di Cogoleto tinte dal greggio.
They made me do it: mentre cerco di rincorrere invano un pensiero su questo touchscreen prodotto in Cina, reso torbido dall'alcol e dal cibo da strada (io, non lo schermo), dalla noia e dai social network (il telefono, non io).

Intravedo Gerri Scotti tutto sudato che mi chiede chi incolpare per un milione di euro: me stesso o gli altri? Just do it.
Me stesso, rispondo, mentre la pira di banconote euroconformi vagamente ispirate al monopoli si incendia.
Me stesso, imploro, mentre le pagine dei fumetti orientali che non ho mai pagato si riducono in cenere e lapilli.
Me stesso, grido, mentre i fumi delle VHS dei film est europei che ho piratato mi strangolano senza pietà.

La guerra, dubito possa esistere qualcosa di tanto assurdo: qui non ci siamo che noi.

Post scriptum: La settimana prossima andremo al mare a Varigotti: save the date, che in russo si traduce più o meno con "sokhranit' datu".

Saremo imprigionati in una realtà alternativa in cui la guerra fredda è stata vinta appunto dai russi. Sarà un sogno con grandi statue dai visi severi. Tutti guarderemo Marte chiamandolo solo "il pianeta rosso" e berremo caffè da grandi samovar fumanti, mentre il telegiornale mostrerà le foto della sonda Soyuz X.

Guardami negli occhi: sicuramente starò facendo pensieri impuri. Finalmente ci sarà l'energia nucleare anche in Italia, qualsiasi cosa sia questa "Italia". Le auto ad idrogeno caldamente consigliate dal partito avranno nomi come Velocità ed Ardore, ma sembrerà davvero una cosa normale: tanto a Varigotti parcheggiare prima di settembre è impossibile anche in questo sogno a metà tra lo scherzo e la preghiera.

Non so quale sia la casa, non ricordo oppure non voglio ricordarlo. Mi verso un'ultima vodka prima di prendere ancora il largo da fermo: è bello essere tornati.

venerdì, maggio 10, 2019

E' non è permanente impermanenza

giovedì, marzo 15, 2018

Touchdown


We woke up and reached for the porch. No yawning, no eye-rubbing, no breakfast: we went outside to taste a different air promised by the new lights. In fact, air was not the only thing being different: sky itself was. The next year, on the same day, we toasted with Moet remembering the day it had been. The paramount of stupor we've experienced, carved in our raised eyebrows and painted over our open mouths was not intended to be ever lived by anyone. Yet, we did see the sky that morning and we have dreamed of it even long time after it was passed before our kinky eyes.

Suspance and thrill coated our bodies with the gloomy heat of inevitability. I remember breathing, but I am unsure to have breathen; I recall watching, but I am unsure to have seen.
The longest heartbeat in geological history, and the most crucial experience in our lives: the day the sky presented himself in a momentary, yet inedited, coat of arms.

All its chemical ingredients were layered by density, as if they were never intended to live mixed together to form "air". Nitrogen, Oxygen, Argon and the rest of the bunch were there: as in a weird classroom photo they all were laying next to each other, in unnatural order.

Time passes and control volume fades away, in the dusk of untold days.

venerdì, febbraio 16, 2018

Pipeline


Red lanterns raised by the night's wind: adding stars to a sky that has billions.
Soft songs coming from the next bungalow: anodyne bass riffs and steel guitars. I am bungalow #100, it must be #99. Numbers get higher the closer you get to the ocean.

Light on one side, surf on the other. Water is never just on one side: if you travel enough, you'll eventually find it again. The sea it's always on both sides, it's just a matter of distance.
Maps can really help you visualize this, for maps are the first form of cubism.
To see better by wiping out a dimension.

A strange group parades in front of my bungalow: a dog and a cock.
Catwalk with no cats.
I have distant memories of a similar bunch: the cock should climb on the dog's back, to play a flute or something. They don't.
I've seen an octopus during my last diving session: it doesn't fit with the story I recall but it may be part of a new story I should create for them.

The lanterns are quickly loosing altitude: I should go fishing before their lights fade out.

mercoledì, febbraio 14, 2018

Baby bloomers


"Life's not that different" said the toad "you perceive yourself as an isolated event until you realize not only you're not unique, but that the very same structures you take part to are clones, replicated as far as the eye can see with slow gradients and timid shades. Interlacing threads making plots which, combined together, tell tales."

It takes a deep breath into its cigarette. They wonder how can it close its wide mouth over such a small diameter. Physics of a smoking frog. The gas station was shut down years ago: no risk in smoking here.

"You probably don't taste it as you should" says someone.
The toad squints the audience, refusing to comment.
"I doubt you can really suck smoke in your lungs."
"Yeah, do toads have lungs?"
"You should probably smoke the cigar, frogman".
"That's true!"
"I've heard it's healthier, you know?"

It drops the cigarette and waves its hands to calm everyone down. It leans over an empty chair and waits for silence before going on, its hands tightly holding the chair's backrest.

"Do you know what medieval tapestries are? I fell in love with the Bayeux tapestry a long time ago. I've always thought that, if I would have followed that cloth, I would have found myself."
Its eyes are now calmly scanning their faces, looking for something they won't find.

"Tell us more about the trapestry!"

The toad smirks: "there's a section where Halley's comet is illustrated. See, to me a metamorphosys is not a sophistication of life: metamorphosys is life."

"And you believe your opinion counts?"
"It has to, dude: it used to be a tadpole!"

lunedì, febbraio 05, 2018

Exuviae pluviae


Look inside your guts. Shapes are hidden in their meanderings: faces of people yet to meet and long gone friends. Our internal horoscope speaks in its sleep: the bull, the bear, Versailles, the little farewell, the stone in the mouth, the sensation that gives a name to any other sensation.

Excursus: the stone in the mouth. Perseverance furthers. The eager lover spoils what keeps him alive. Affection must follow unruled diets: to keep without holding, to hold without keeping. Image: a fat chick crossing a spring creek.

We zoom out to sync vision with perception. Boiling feelings and chilling omens. Life as rich puddles connected by our efforts. Some like it hot, some feel the current, others spend their life in an ice block. Analyzing life is easier when you expect others to consider yours. Puddles are connected by vanishing lines, crawling lifes to build life.

I am beginning to enjoy rap. Some people never age, they keep liking what the youngs like. Slipping from puddle to puddle into the same one, wasting time in a soul hydromassage. I enjoy it more when it's bad, and I mean the rap. Can't really believe when rappers insult third parties: blame is first a warning to ourselves. What not to do in capital letters. The worst the rap, the cleaner the links, the more geometrical the pattern, the more I can empathize with this people. I see them failing my very same way: we're partner in lameness.

sabato, gennaio 27, 2018

Soothing star


I have clear memories of Hale-Bopp, the comet.
It was 1997, we also had a commemorating t-shirt. Can't remember if we had bought it, or if it came free with something.

We are on our way; on two ways: the two tails of a comet. The gas tail and the dust tail, canceling our footsteps into the night.

It clicks and it sighs, coughing in the arduous task of starting itself. Engines can't start themselves: neither could a comet start burning without passing close to a star. A story makes no difference: it has to overcome that starting torque to start running.
To roll down a slope, to loose potential. To descend from the Olyimpus of ideas into the gutter of life.

Multiple stories must happen at the same time to make one, and every story is the sum of more. At least, there are two: the dust tail and the gas tail. Plasma bursts and sand cocktail propelled into the night to form a single comet, to be it. Unfolding our blankets over a dewy meadow and squeezing our eyes at the sky we sense the cubism of information.

The car was proceeding at a steady pace on the highway. Its occupants, wearily contemplating raindrop patterns on the windscreen, were more bugged by the lack of signal rather than by the wipers malfunction. They've been talking for a while, searching for a topic to deepen: it looks like it won't happen anymore now, but silence brings new ideas.
"How can the car drive itself if there's no signal?"
Their puzzled looks lay on a deaf dashboard.

domenica, gennaio 21, 2018

Un calmante

Imbonitori TV in vecchi alberghi di regime farneticavano di sensazionali rialzi in borsa e di nuovi modelli di business imitando la voce del vecchio doppiatore di Ridge Forrester quando Ridge Forrester era ancora interpretato da Ridge Forrester.
I conigli riempivano bianchi vuoti affettivi.
La grande onda della coscienza si abbatteva sulle terre emerse: un vero uomo si buttava nell'oceano in tempesta ma si svegliava in un caldo letto per non essere creduto.
La cosa più difficile era decidere se volessi un'iguana.

sabato, gennaio 20, 2018

Intertwingularity


Stormy weather, deep into the night. A lightning crosses the sky, illuminating a man on a horse. A horse with no name. The scene is flashed by cubism: in a glimpse, we see the front and the back of the dark knight at the same time.

Something's printed on his cape: a stylized locust. We now consider his destination: a tower. We know the tower's inner walls to be covered by mirrors: a physical metaphor for self-knowledge.

The knight's name is Famine, we sense it via a number of floating media enriching our vision without overcoming it. Our thoughts and considerations encompass the sum of these stimuli, providing new data to provide new data, to provide new data.

Famine raises his left hand: it holds the head of the bear. It was slayed in the future, before we could search for it. It is painful, now that we already know what's carrying, to stare at Famine's raised right hand: the head of the bull.

The search of the bull: an emblem of devotion to the events we are forced to face. The search for the bull as bowing to reality, suppressed by its righteous need to be real.

Famine dismounts from the horse, moments before a lightning cubically lightens up the scene once again, or doesn't it? It looks like spatial and temporal cubism are indeed the same thing. We fear the knight could reach the tower of mirrors, but now we know he's always been there.

Look at the sky: choosing what to see won't neglect the existence of the rest. Focus on one thing, perceive everything: those who get on the same pirogue, have the same aspirations.

What Women Want - film

Pubblicitario umiliato da società sessista va all'inferno: la sua pena è ascoltare i pensieri delle donne. Muore ancora e viene graziato.

mercoledì, gennaio 17, 2018

Il vangelo - Luca

Un patriota viene trucidato dai collaborazionisti.

martedì, gennaio 16, 2018

Chitin Republic

The stones are killing it. Flashing lights cut your eyes, squeezing tears out. You move your body ritmically, joyful since he's pleased to meet you. The stones go up and land down surrounded by screaming cheers.


Schools will be closed tomorrow: it's always like that after a lapidation. They let you stay home with the family to think about it, talk about it, freeze it in your mind.
You're a locust, Harry! Behave like one and stop whining. I am your older brother: I will teach you. You're a locust, and a damn good one if you ask me about it: third of your name, promising quarterback and phenomenal latin lover.
See, I made you laugh.
Now rise your antennas 'cause I'll say it only once: mirrors should be shattered. I know it sounds crazy to destroy the core symbols of the locust-human pact, but...how can I explain; I should start from the beginning. I've found books, depicting our people in a distant era: we used to be small and we used to be billions. Billions and billions and billions. How small, you ask? Not enough to throw a stone: must 've been a cruel world, but it was a world without stones.

Locusts were putting mankind in a corner. Flaying earth itself with insopportable noise, they dried every green inch of blessed, carefully engineered, robot-enhanced crops. Poison was now useless. Desperately trying to find a genetic flaw in thier countless enemies, human scientists made contact with a breed of exceptionally intelligent locusts. It turned out these unexpected, domestic aliens were well upset with the current situation.
Politicians of the two species met and made harsh deals. Caeliferis and human scientists worked together on parallel programs: in two years, four-fifths of the locust population had been genetically purged, while a restricted part of them was gigantized to the size of humans.

Refusing to build their own nation, the megalocusts demanded gold and rare metals. A new caste was born: less rich than the richest men but way wealthier than the rest. Season after season, the locusts merged with mankind, slowly forgetting their roots.

lunedì, gennaio 15, 2018

profaNation


It stings.
It stings or it itches: rarely we can tell the difference.
Such, is the feeling for a time now gone, that we had no chance to live.
That, is the feeling we have when we would have done something, something that we didn't do because we couldn't, but that we wouldn't have done in any case, if we've had the opportunity.

Some thoughts sparkle, others just reflect. Writing can be visualized as the activity of building a house of mirrors, then looking into the only open window. Trapping light, catching our own ideas.

Understanding yourself is more than a necessity: it is an art, unteachable yet fundamental.
Our recurring themes watch us from the ceiling of blogosphere, like guiding constelations.
They are interlaced videos, partialized and mixed both to be understandable and to find new themes.

The bull and the bear, the long shower and the little farewell: lost rays, dispatched to lo lit up a rock in the sky just to be pinned to a canvass of darkness, forever. Moon is such an overrated term: we like to call it the lone satellite, as if satellites were not alone enough.

Her eyliner is fading: crying, she prepares to shower. Water to clean water, water thicker than blood, blood mixed to itself again and again and again, blood renewed by pain.
It stings; it stings or it itches: once again it's difficult to tell the difference.
The title she had in mind was "Life of Ivanka"; now, searching herself in the mirror, she thinks of "Life of Angela", or "Life of Hilary" or "Life or Elizabeth".

A last lady, creeping from darkness into light: being born from her offsprings by rewinding the big bang. The little bang and the big mermaid. She waves a reddish salmon tail to lure the bull and the bear in the middle of the creek: a sacrifice for the sake of sacrificies. To endure reality, everlasting the experience of life.
A last look to our last necessity giveaway: a last aid kit to mend wounds after a first supper.

sabato, gennaio 13, 2018

MacGyver - serie televisiva

Uno scaltro agente governativo cerca sempre la soluzione più complicata per rendersi indispensabile agli occhi dello stato.