lunedì, novembre 01, 2010

Capitolo 10) California Dreaming

"Io sono uno di quelli che non resta indifferente di fronte alle cose.
Sono uno che agisce, uno che agisce. Uno che nel bene o nel male fa il primo passo, spesso più lungo della gamba. Non sono un ignavo" - ripeto ad alta voce, ticchettando sul volante con la punta del pollice, e alla fine me ne convinco quasi.
"Meglio un ignavo di un bastardo. Oh, la mia testa..."
Deborah si è svegliata, buongiorno.

Ammetto che avrei invertito i ruoli volentieri, per aver potuto essere io ad addormentarmi nelle gelide brughiere friulane, e poi aprire gli occhi sotto il sole caldo della Toscana.
Un po' di mal di testa è sopportabile a fronte di questo piacevole risveglio; come passare all'improvviso dal bianco e nero alla tv a colori.
Da quanto non lasciavo Osoppo? Pur sforzandomi, non riesco a trovare risposta : una volta che mi sarò lasciato alle spalle questa storia, dovrò fermarmi a riflettere sul binario morto su cui è stata dirottata la mia vita. Magari scrivo pure un libro, una bella autobiografia.

"Ferma la macchina, o chiamo la polizia".
"Siamo già fermi Deb..."
"Non mi chiamare in quel modo! Io per te non sono più Deb nè Debby, e dopo ieri sera direi che sono anche meno, se possibile".
Seguono minuti di silenzio interminabili, la Toyota Corolla riposa a bordo strada, sotto l'ombra di quello che credo sia un platano; non lontano da noi scorgo il cartello marrone che annuncia Livorno.
Mi azzardo ad accendere la radio, ma questo la fa imbestialire.
"Ti rendi conto Sebastiano? - bello scandito SE BA STIA NO, è proprio arrabbiata - questo è sequestro di persona, io ti faccio arrestare; spegni quella cosa, mi hai anche colpita TI RENDI CONTO? Entro stasera avrò un bernoccolo così alto che non riuscirò più a stare seduta in questa auto del Pleistocene".
Una manata secca per spegnere l'autoradio.
Ah, il problema allora è il segno della terribile colluttazione di cui siamo stati protagonisti, chissà cosa diranno i clienti a vederti conciata così; magari chiederanno di essere affidati a qualche collega integra fisicamente.
Mi piacerebbe risponderle così a tono, invece che fornire la solita spiegazione razionale con un finto timbro rassicurante, che, a dirla tutta, non mi riesce neanche così bene.
"Stiamo andando a risolvere questa faccenda; intendo...la faccenda di Manuela, e forse anche di Belene. Ho una pista, e, anche se a dir la verità non è niente di più di un'intuizione, ormai devi fidarti di me, fino in fondo".
Accendo di nuovo la radio, riconosco i timbri scoppiettanti dei Beach Boys : bello.

"Non capisco, perchè mi hai portata con te?" mi chiede Deborah, con un insolito tono a metà tra il rassegnato e lo stravolto.
Ma io non so rispondere a questa domanda.
Perchè la realtà è che ieri notte ho agito di istinto, sotto i fumi residui della grappa, sicuro per un qualche oscuro motivo di avere bisogno di lei l'indomani mattina : ma la mattina sta finendo, e io non so che farmene della ragazza di nome Deborah che sta seduta in camicia da notte sui sedili posteriori della mia Toyota.
"Dobbiamo andare in un paese, e una volta lì cercare un posto con un nome particolare, forse si tratta di un locale".
Criptico al punto giusto. Ora mi dirà che non ho riposto alla sua domanda.
Le donne : ormai per me non hanno più segreti.
"Uff, e quale sarebbe questo nome?" - bofonchia mentre si lega i capelli.
E c'è ancora qualcuno che parla di sesso debole.

Strabuzzo gli occhi, ma le rispondo, stavolta senza fare il misterioso : "in realtà non lo so di preciso, però nel nome deve esserci la parola polpo. Ah, se vuoi, nel bagagliaio c'è una mia camicia e un paio di pantaloni, ovviamente da uomo".
Ma se resti in sottoveste va bene lo stesso, Deb.
"E il paese come si chiama? Vorrei almeno una sigaretta, non dirmi che hai smesso te ne prego".
Lei è decisamente più adatta di me al mestiere di investigatore privato, si capisce dallo spirito di adattamento ai cambiamenti repentini.
Mentre sfilo una sigaretta dal pacchetto morbido di Lucky Strike, e noto la sua smorfia di disgusto alla visione della marca, soddisfo la sua curiosità.
Sentito il nome e tirata la prima boccata, Deborah finalmente sorride, e io mi sento sollevato, ma come al solito non siamo sulla stessa lunghezza d'onda.
"Mi viene da ridere sai?" So, il nome è quello che è, ma è lì che dobbiamo andare.
La guardo senza dire nulla, sornione.
"Sono quattro anni che non fumo" - e mentre lo rivela, adesso Deborah ride di gusto.

La pausa è finita, la Corolla morde di nuovo l'asfalto.
Deb è seduta al mio fianco, addosso ha pantaloni e camicia del suo passato (remoto) fidanzato.
Superiamo Livorno, ormai manca poco : direzione Bibbona, località La California.
Sognando.

circumnavigazione della fine del mondo

Si faceva chiamare Doris, come sua madre.
Eppure a parlarci era lei, sepolta in piedi dentro la massa gelatinosa dell'alieno.
Sospesa pronunciava di tanto in tanto parole rassicuranti di spiegazione, esprimendosi come poteva, mentre fianco a fianco procedevamo per il lungo corridoio.
Cercando forse di spiegarci i complicati componenti della nave mentre vi passavamo accanto.

Sembrava molto difficile per l'alieno tradurre attraverso Gilda tutto quanto, come un ospite modesto, straniero e poverissimo. Dai pori sul bordo del suo mantello di peli gelatinosi si susseguivano lenti fischi simili a lamenti d'oboe. Persistenti come un profumo sonoro, sembravano l'espressione di uno sforzo simile all'ansimare di un cane o alla ventola di un calcolatore.
"Puoi smettere di illustrarci la nave, se ti costa fatica."
"Non è doloroso, solo complicato." Fu la risposta.

Ruth mi guardò attraverso la semitrasparente presenza di Doris: non aveva più pronunciato parola. Io e l'alieno avevamo tenuto in piedi la conversazione attraverso la traduzione incosciente di Gilda.
Era uno sguardo penetrante e freddo, che continuava a ricordarmi quello che aveva detto quando l'alieno ci aveva detto di chiamarlo come la madre di Gilda: Doris.
"Io non so come si chiamasse veramente sua madre. In effetti non so niente di lei. Dobbiamo leggere tra le righe. Il modo in cui si esprime nel linguaggio che conosciamo è attraverso ciò che Gilda sa. Ci sono troppi intermediari in una conversazione così. Non sono tranquilla."

Però eravamo saliti sulla nave. Perché Gilda era lì, partita e intrappolata come volontaria. In un alieno che si faceva chiamare come sua madre. La sua presumibilmente morta madre. La donna che l'aveva portata dentro di sé nove mesi terrestri. La sua incoscienza si bilanciava con la primitiva diffidenza di Ruth.
Aveva fatto bene a fidarsi così? A concedersi all'alieno?
Forse era solo una forma di predatore estremamente cortese, che intratteneva le sue vittime prima di divorarle. Un cattivo di serie B che spiega il suo piano prima di infliggere il colpo finale.

"Siamo arrivati"
Tranne il fatto che lievitasse nella gelatina turbinante di quell'essere non c'era niente di strano in Gilda. Teneva gli occhi apertissimi e sempre in movimento come suo solito. Disse:
"Ecco la pedana di comando:"
Fece una pausa, concentrandosi. Cercando con gli occhi verso l'alto le parole più giuste. Un concetto che si sarebbe perso tra corde vocali che non potevano pronunciarlo.
"salga solo chi è giusto."
E se chi fosse salito non fosse stato giusto? Sarebbe stato punito? O si trattava di un'espressione formulare, uno stereotipo, una password, un rito, un avviso altisonante, un "attenti al gradino" spaziale?

La frase evocò in noi il giudizio ed il terrore di essere giudicati. Secondo quale misura?
Il timone della nave era una bilancia?
Le nostre anime non sarebbero mai state pronte a qualunque interrogatorio: travisai ogni possibile significato e presi il comando delle stelle.

sabato, ottobre 23, 2010

non si vive di solo pane, disse il salumiere

La tipa dei tuffi.
Come ho fatto a non parlare mai della tipa dei tuffi?
Tra noi nulla è stato perfetto, ma solo perché nulla è stato: c'è una magica regola che stringe di più il desiderio di un'incontro meno questo ha la possibilità di avvenire, fino a che non ci si accorge che non è avvenuto veramente. Ci si accorge che le probabilità erano effettivamente bassissime e si rivolge la mente ad altre cose.
Poi però un giorno ti ricordi della tipa dei tuffi.

Mai vista tuffare una volta tra l'altro, insegnava soltanto a tuffarsi ai bambini, come quelle zitelle che consigliano tutti sull'amore.

Che poi, ripensandoci, oggi zitella si dice "single". Non per fare sciovinismi, anche perché la parità dei sessi giova della mancanza di sesso, inteso come genere, della lingua inglese, ma l'addio delle zitelle sottintende una sorta di solitudine per scelta, venendo a mancare l'accezione dispregiativa che aveva assunto nella mia mente.
Che poi zitella sarebbe un vezzeggiativo (il che ha ancora di più i tratti di un'offesa) di zita, che altro non vorrebbe dire che bambina, ragazzina, pura, vergine.

Vergine pura?La traduzione di cesso scartato dal costruttore che non diverrà mai e poi mai l'angelo di focolare di nessuno vorrebbe dire vergine? Io se fossi una donna brutta che non ha mai visto un uomo o un cesso che la sparge nel vento a caso mi indignerei, perché in ogni caso il significato sarebbe travisabile e l'una confusa con l'altra.

La troia si incarognirebbe perché vedrebbe in zitella solo la purezza che non ha, pur essendo l'unica compagna di se stessa, e la cozza si troverebbe caricata pesantemente sulla schiena la verginità, il negativo di un piacere mai assaggiato, come se fosse qualcosa di orribile, un punteggio negativo, un autogol della vita.

Insomma, comunque la si guardi la parola "zitella" è orribile, mentre della condizione che indica non c'è nulla di cui sorprendersi, vergognarsi o fare un gran baccano: una donna o un uomo soli, questo indica.
Le parole andrebbero evitate, tanto più quando ci piacciono perché sembrano esprimere bene un concetto che abbiamo in mente. Per non offendere proprio nessuno dovremmo stare zitti, e questo non sarebbe possibile, anche perché altrimenti dire che ci romperemmo i coglioni sarebbe un eufemismo nonché una fonte di offesa per gli eunuchi.

Ora che ho parlato abbastanza di cose noiose e che ho allontanato la maggior parte dei lettori che si erano avventurati in queste pagine, posso tornare alla tipa dei tuffi.
Ahimè, solo con la memoria.
E' andata così, l'avrò vista un paio di volte appena e di sfuggita, battezzandola con quel nome al primo sguardo.
Poi l'ho cercata, ho parlato con altri che l'avevano vista e apprezzata e che le avevano dato altri nomi, ed ecco che già nella sua ipotetica solitudine ella non era più sola, ma circondata dei misteriosi pensieri di cento uomini.

Tempo fa sono andato alle docce, passando davanti alla porta in cui l'avevo scorta, poche volte e da lontano, quasi un anno prima. Non c'era, però l'ho pensata ugualmente.
Era tardi e fuori faceva freddo, qualcuno si stava asciugando i capelli in fondo al corridoio.
Mi sono riflesso male in uno specchio appannato: non siamo che spiriti nella condensa.

sabato, ottobre 16, 2010

tre terzi, quattro quinti

Trecentocinquantotto giorni dopo "la logica della trilogia", due anni e sei giorni dopo "Il fantasma dell'Opera Pia", tre anni ed undici giorni dopo "la fiera del male".
Le date sono importanti almeno tanto quanto la distanza che le separa.
In questa quarta parte le parti sono messe da parte. I ruoli sono assegnati personalmente da ognuno, secondo coscienza.
I misteri, che si erano moltiplicati, non sono stati risolti con delle divisioni.
Chi si aspetta delle risposte dalla fine di un ciclo non potrà che porre ottime domande.

Prefazione a cura di Vasco da Gama

La vita della mia mente non ha mai partorito nulla di più vicino ad un fiore di quanto non lo sia il nome con cui lo indichiamo. Forse perché la vita della mente non è una serra, ma un luogo spazzato dal vento del pensiero.
Le viole del pensiero ed i non-ti-scordar-di-me non aiutano certamente un'impollinazione ideologica più di quanto la lettura di un menu non sfami un affamato.
Questo per sottolineare quanto le metafore siano oggetti da maneggiare con cura.

Gli uomini pesce mi hanno lasciato. Certo, qualcuno rimane, desideroso ancora di sfide. Famelico, la sua pinna mi insegue in tutti i rifugi della stanchezza. Sono partiti una sera, approfittando del blackout della vasca coperta.
I bambini hanno urlato di gioia e di spavento. Abbiamo tutti urlato, nella bagnata oscurità del pallone. Ho guardato sott'acqua ed ho visto la piscina spalancarsi sulle profondità dell'oceano. L'infinita profonda profondità.
Gli uomini pesce vi si sono inabissati, decisi, affondando come piombini staccati dalle lenze.
Nessuna stella li ha salutati nel loro viaggio, gli unici testimoni dell'addio siamo stati io e la non-luce del blackout.

La piastrelle della piscina si sono richiuse sopra di loro, un sarcofago d'acqua e mistero.
Un luogo in cui li ho seguiti con la vita della mente.

venerdì, ottobre 08, 2010

la dieta dell'allineamento morale

Ero disperato.
Davvero, disperato.
Poi, in realtà non ricordo bene se ad esserlo fossi io o mio fratello. Ci sono momenti di drammaticità così intensa che è difficile distinguere la propria agitazione da quella di un altro, il proprio dolore da quello altrui.
Mi sembra di ricordare che i depressi se la passino bene durante le sciagure, se questo c'entra qualcosa.

Insomma che in casa c'era tensione. Non si trovava più Batman. Scomparso, sparito. Forse addirittura rubato ; ed io tremavo al pensiero, ma in effetti ancora adesso mi spavento con niente.
Che poi in realtà di Batman ne avevamo almeno due, anche se non saprei dire quale fosse il mancante. Il classico in grigio e nero o il fluorescente per le missioni subacquee, ad ogni modo era un mistero oppressivo e carico di terrore.

Il Pinguino dal canto suo sembrava felice, per quanto possa essere felice la plastica.
Anche l'altro Batman sembrava contento, o almeno indifferente.
Anche se è vero il contrario, la vita non è Toy Story. Io da bambino non avrei mai potuto immaginare niente di così innocente e bambinesco come dei giocattoli che vivono mentre io non ci sono. Non che fossi un empirista, l'ipotesi del furto era solo più accattivante.

La regola delle 5 W: chi lo aveva rubato e quando? Perché qualcuno dovrebbe poi rubare un giocattolo ad un bambino anzi, a due?
Dove era successo il fattaccio? In casa, sicuramente in casa, Batman non era mai uscito, su questo sono sicuro che fossimo sicuri.

In casa? Ecco che cosa c'era di agghiacciante. Qualcuno era entrato in casa o forse addirittura era costantemente nella casa.
Che si trattasse di un oggetto di poco conto potevo capirlo anche io, che ero un bambino. Ma allora perché rubarlo?
Il rapimento di Batman era un avvertimento.
La dimostrazione di poterci togliere in qualunque momento qualsiasi cosa. Giocare con i nostri interruttori emotivi, fino a farci tradire la memoria di Batman: da compagno di gioco ad oggetto di poco conto, solo perché non c'era più.

Ma chi poteva avere una simile organizzazione logica della malvagità? Chi si occupava maniacalmente del destino del nostro dolore per il pupazzo perduto? Anche se quindici minuti dopo mi ero dimenticato di tutto ed avevo ripreso le mie avventure con il Pinguino ed ero tornato ad avere paura delle solite cose chi poteva organizzare una parentesi di panico così strutturata?

Un davanzale. Giocando l'avevamo lasciato lì. Nello studio, tra le tende a maglia fine ed una finestra raramente aperta: l'abbiamo trovato lì giorni dopo. Forse addirittura settimane dopo.
Ce l'avevamo messo noi.

Ora arriva il momento in cui non vorrei offendere nessuno. In cui faccio la mia sparata sperando di essere capito, sapendo che sapete che non servono due guardie bigotte per cercarmi l'anima.
Per farla breve: quando poi al catechismo ci hanno spiegato la Pasqua io l'ho capita.
L'ho capita subito.

sabato, ottobre 02, 2010

a meno dell'audio

Un grande incrocio.
Il consueto traffico feriale. Una mattina piovosa. Capoluogo ligure.
Lui va verso Brignole, lei dalla parte opposta.
La guarda, mentre lei non fa altrettanto. Poi si invertono i ruoli, una nuvola di moscerini lo distrae. Fioccano come neve in controluce, dopo le strisce.
A meno dell'audio mentale di entrambi, a meno dei loro pensieri, possiamo intuire che si piacciano.
Verde.

Cento metri dopo stanno litigando.
Lui la rincorre, la costringe a girarsi.
Si ferma, urla di rimando, la cosa si ripete. Una, due, tre volte. Alla fine sale sbattendo la portiera lasciata per tutto il tempo sola con le quattro frecce, in curva.

Curva su cui lei stende la mano per prima, scandendo il suo nome di battesimo. L'amico che li presenta descrive ognuno con poche parole. A meno dell'audio privato possiamo supporre che entrambi, in misura diversa, si sentono o sovra o sottostimati dalle sue parole.
Lui risponde. Sorride, si passa una mano tra i capelli.

A meno dell'audio in presa diretta, a meno delle sfumature della voce, del timbro, dei difetti di pronuncia l'idea è che abbiano fatto buona impressione.
A meno degli attori, le parti sono sempre le stesse.

domenica, settembre 26, 2010

la misura

Tutti i grandi autori si sono misurati con il sesso.
Tutti i grandi autori si sono misurati il sesso, ma questa è un'altra storia.

Sono sei mesi che scrivo come un matto e finalmente mi sono deciso a tirare le somme.
Per la prima volta esplicitamente, sicuramente non per l'ultima.
E' il bilancio di quanto detto finora, il commento a caldo sulle tre etichette principali del mio pensiero: neotenia, estati d'animo e rallentare.

Parlavo del sesso per dire che tutti i grandi autori si misurano con i grandi temi. Impossibile evitarne qualcuno, impossibile parlarne tra le righe, girarci intorno.
Inutile dire come da grandi temi derivino grandi responsabilità.

A grandi linee mi sembra di poter dire che sono sei mesi che parlo di queste cose: della conoscenza, della solitudine e dell'equivoco. Tre parole che possono sicuramente combinarsi tra loro acquisendo nuovi significati.
La solitudine che deriva dalla conoscenza o dall'equivoco, l'equivoco nella percezione della vita di chi non ne partecipa con gli altri a causa della solitudine, la conoscenza cosciente di questa solitudine, l'esperienza di abbandono e infine l'equivoco della conoscenza, la superbia forse.

Sei mesi che parlo delle tre cose che rendono impenetrabile l'animo umano. Sei mesi che indago le radici della singolarità dell'animo umano. Animo che per quanto commoventi e nobili ed evocativi e privi di malizia siano i sentimenti che lo legano ad un altro resta inevitabilmente un elemento non dipendente dalla nostra volontà, come un sesto senso che non abbia niente da sentire.

La frase "l'importante è partecipare" calza perfettamente. Non è una gara tra pari. Non è una gara. Ogni percorso è unico, percorso da un solo corridore, destinato inevitabilmente a vincere e a perdere. L'importante è partecipare a se stessi, per quanto possibile. Immergersi e vestire, calzare adeguatamente, l'unico animo cui possiamo accedere.

Si può condividere qualcosa, si può cercare di rendere tangenti le esperienze, le sensazioni, ma non si può mangiare lo stesso panino. Siamo vivi anche perché possiamo partecipare ad una sola esistenza, la nostra, altrimenti saremmo immortali.

Bisogna adeguarsi ad entrare in contatto con l'altro con metodi più rozzi di quelli che usiamo per parlare con noi stessi. Conosci te stesso, perché anche quando crederai di conoscere al di fuori di te, sarà quello che continuerai a fare.

Siamo tutti re di noi stessi e miserabili del resto del mondo.

lunedì, settembre 20, 2010

Capitolo 9) Dal Tramonto all'Alba

"Non insistere Seb, non ho la minima intenzione di assecondare questo tuo delirio".
Gesù, adoravo quando mi chiamava Seb.
"E' solo una notte Deb, una notte soltanto" - Seb e Deb, eccoci qua in tre semplici parole, come ai vecchi tempi.
"O forse non puoi assentarti sul posto di lavoro? Non mi pare che le mignotte timbrino il cartellino, sono rimaste le uniche al giorno d'oggi" - essere sopravvissuto alla sbronza della notte precedente mi fa sentire un re.
Il mio regno per una notte (in macchina) con Deborah.
Slap!
Schiaffo in pieno volto. Pausa. Rewind.

Ore 04:37 - Casa di Oscar (Osoppo)

Dal mio ultimo autostop sono passati 24 anni. Ma quando ho alzato il dito a bordo strada, mi sono sentito eccitato come allora. Rivoli-Osoppo a bordo della Citroen bianca del signor Bianchi; Elio di nome, banalità di cognome. Il tragitto è brevissimo, ma io sono indubbiamente ubriaco, così mi lascio coinvolgere e troviamo il tempo di parlare di tutto : delle stagioni, del basketcheseavesselostessospaziodelcalciosuigiornalisarebbeilprimosportitaliano, dei cognomi più comuni, della politica - il signor Bianchi ha lasciato scheda bianca alle ultime elezioni, guai a smentirsi - parliamo persino di donne, sparandole grosse entrambi, finchè finalmente è il momento di scendere, e posso smettere di essere spensierato.

Oscar abita in una vera catapecchia; non ho idea se si possa permettere qualcosa di meglio, ma so che a lui piace così. E anche a me piace così, a pensarci bene. Da Oscar mi sento a casa molto più che a casa mia, e quella sensazione di familiarità mi pervade anche stasera, fradicio di grappa. "Quattro passi in avanti a partire dalla cassetta delle lettere, poi uno a sinistra, mezza giravolta : ecco quella maledetta piastrella...vediamo bella, cosa riservi per Zio Sebastian?" - finita la frase da neuropsichiatria, per la scoperta balzo in piedi urlando e gesticolando. Se qualcuno qui intorno mi sentisse, di sicuro chiamerebbe la polizia. E farebbe bene.

Ore 05:52 - Edicola di Ubaldo Brambieri (Rivoli)

"Ho bisogno assolutamente che tu mi dica queste fatidiche parole Ubaldo : la mia edicola vende cartine della Toscana". Ubaldo mi fissa come si guardano i pazzi, quasi roteando la testa di 180 gradi. Come non capirlo? Sono bagnato fradicio e senza scarpe, l'ho importunato prima al Bar, mi ha visto sorseggiare qualche goccetto di troppo, è l'alba e formulo richieste stravaganti ancora prima che l'edicola sia aperta.

Del resto anch'io ho le mie attenuanti : sono tornato a Rivoli a piedi (stavolta nessun signor Bianchi) e a metà strada mi sono ritrovato nel bel mezzo di un odioso temporale settembrino. Per salvare i miei adorati mocassini me li sono tolti al grido di "che la grappa sia maledetta".

"Se io le rispondo di si, senza fare domande e senza chiamare i carabinieri, poi mi promette che, almeno per stanotte, non si fa più vedere davanti alla mia edicola?" Sì sì certamente, almeno per stanotte, almeno per stanotte, grassone dammi quella cartina : sono io che dovrei desiderare di non averti più nel mio campo visivo, non il contrario.

"Prometto. Ah, se non fosse ovvio, non posso pagargliela, amico, ma solo per stanotte" - in vita mia, mai ritorno al lei è stato più appropriato.

Ore 6:28 - Casa di Deborah (Osoppo)

"Sei fuori di testa? Nemmeno mia madre mi ha mai colpito in questo modo barbaro!" - e, mentre dico questo, mi sento più immaturo e piagnucolante di un bambino dell'asilo.

"Io non ci vengo con te, è già stato un discreto incubo averti trovato nuovamente davanti alla mia porta di casa, per di più in queste condizioni! E ora, se non ti dispiace, me ne torno a dormire; e vorrei che te ne andassi subito Sebastiano...ma poi cosa diavolo ti è successo? Sembri uno scappato di casa, uno che ha fatto di corsa mezzo Friuli".

Quasi. Ci sei andata vicina. E poi pioveva fino a due secondi fa, se non te ne fossi accorta, stupida oca. Deborah abita sempre nello appartamento, e questo dovrebbe suggerirmi qualcosa, ma i miei sensi sono appannati, per non parlare dell'intuito investigativo. L'unica cosa che mi viene in mente è che sono stato fortunato a trovarla, molto fortunato.

Così fortunato che non posso permettere che lei torni dentro a dormire. Mentre Deborah si volta e sbuffa, ormai certa che io sia stato persuaso a lasciarmi la porta di casa sua alle spalle, la colpisco alla nuca con il primo oggetto che trovo a tiro : una statuetta Peruviana di dubbio gusto. Deborah cade a terra svenuta e velocemente la carico in macchina. Macchina che ora, senza alcun dubbio, mi convinco di poter domare, e al diavolo autostop e scampagnate.

Mentre metto in moto, vedo spuntare i primi raggi di sole : illuminano il mio ghigno da pazzo.

domenica, settembre 19, 2010

Ritratto del blogger da giovane (seconda parte)

Rallentare: 80 km.
Il tizio allenta la pressione sull'acceleratore, scala sicuro sulla quarta, si schiarisce la gola, alza il volume della radio.
Passano i minuti. Il tempo, in questa storia, è fondamentale.

Anzi, lo spazio. Anzi, entrambi: lo spazio diviso il tempo.

Rallentare: 50 km.
Nessun cartello di lavori in corso. E' strano, ma non così strano. Nessun altro in giro. Ai bordi della strada, mille possibili nascondigli per autovelox. Pattuglie che aspettano solo lui, un'assolata domenica di Settembre.

Rallentare: 30 km.
Scala in terza, probabilmente è un uomo rispettoso delle regole. Si deve trattare di un timorato membro della comunità. Il rapporto tra la sua velocità e quella del paesaggio gli ricorda che all'equatore la terra si muove a 460 metri al secondo.

460 metri al secondo. Ossia 1650 chilometri all'ora. Come essere a bordo del Bell X-1. Costantemente. Tutti. La metà della velocità iniziale di un proiettile sparato da un fucile M16, più o meno. Gira che ti rigira, stiamo tutti girando.

Rallentare: 10 km.
E senza pensieri riduce la velocità, restando in seconda a malapena. Si accorge di vivere una situazione assurda, kafkiana. Ma magari semplicemente non può rischiare la patente. In fondo non sappiamo niente di lui. Può darsi che guidi per vivere. Chi siamo per giudicarlo? Per riderne?

Un'ora dopo, un altro cartello: Benvenuti a Rallentare.
Che ridere.
Questo mi ricorda la barzelletta del tizio che cade da un palazzo e cadendo si dice: "Fino a qui tutto bene". L'Odio che non si può provare per l'Equivoco. E' come arrabbiarsi con uno svantaggiato, uno con dei problemi, uno che fa quello che fa senza sapere perché. L'Equivoco vive in se stesso.
Oppure Batman, anzi Joker. In The Killing Joke.
Vedi, ci sono questi due tizi in un manicomio ... e una notte, una notte, decidono che sono stanchi di vivere in un manicomio. Decidono che cercheranno di fuggire! Così, salgono sul tetto e, dall'altra parte, vedono i palazzi della città distendersi alla luce della luna... verso la libertà. Il primo salta sul tetto vicino senza alcun problema. Ma il suo amico non osa compiere il balzo perché... perché ha paura di cadere. Allora il primo ha un idea... e dice: "Ehi, ho preso la torcia elettrica con me! Illuminerò lo spazio tra i due edifici. Così mi raggiungerai camminando sul raggio di luce." M-ma il secondo scuote la testa. E d-dice... dice: "Co-cosa credi? Che sia pazzo? Quando sarò a metà strada la spegnerai!"
AH AH AH AH AH! AH AH AH AH AH AH AH AH AH AAAAH....FNFFF Oh, perdonami... AH AH AH AH AH!
La barzelletta è un faro nel mare dell'equivoco. E' un invito a rallentare quando la presunzione della chiarezza ti porta ad accelerare i modi del tuo metodo di giudizio.
E' un pò come la simpatia greca: patire insieme.

La condivisione, lo stato impossibile da ricavare artificialmente del sentimento comune è l'unica scappatoia alle altre forme di comunicazione, amplificatrici della solitudine.

E poi, se sai raccontare bene le barzellette, sei uno simpatico.

Capitolo 8) Si viene e si va

Rivoli.
Bar Sport.
Neanche due isolati dietro casa.
Vi assicuro che non sto raccontando una frottola, se vi dico che si tratta del posto più sporco che abbia mai visto in vita mia.
E, banalmente, il bagno è il posto più sporco all'interno del posto più sporco.
Eppure sono qui, in questa micro-toilette lurida, con la testa tra le mani; e vorrei tanto vomitare, oppure perdere i sensi, ma stasera non c'è verso.
"Devi bere di più maiale, altrimenti esci di qua che ti ricordi ancora tutto quanto" - e mentre mi riempo la bocca di cotanta saggezza, penso che se qualcuno entrasse ora mi scambierebbe per uno di quegli svitati che parlano con gli oggetti; nel mio personalissimo caso con il wc.
Alzo lo sguardo, e fisso con insistenza lo straccio di uomo che mi offre lo specchio : in otto capitoli è la prima volta che ne ho l'occasione.

Mi accarezzo i capelli che hanno cominciato, ormai da alcuni anni, ad ingrigirsi, certo di aver accelerato il processo dopo la giornata di oggi; non sono un bello spettacolo : il verde degli occhi sembra più spento; le rughe della fronte imponenti, come scolpite; mi sento a pezzi, ma ho la certezza che se tornassi a casa adesso non avrei nessuna possibilità di addormentarmi.
Disprezzo fortemente l'uomo che vedo riflesso : è un impotente, un miserabile, un fallito; un omuncolo che non ha saputo evitare che due donne fossero assassinate sotto i suoi occhi in un solo giorno; un poveretto che per sei lunghissimi mesi ha condiviso un ufficio con uno psicolabile omicida, credendolo un ingenuotto sognatore.

Dopo aver subìto l'interrogatorio dell'Ispettore Manetta, palesemente disturbato dall'avermi incontrato sulla sua strada per due volte in un giorno, Deborah mi ha accompagnato a casa in auto, sostenendo che non era il caso prendessi la bici nelle mie condizioni.
Ah, ovviamente a casa non ci sono andato affatto, nonostante tutte le raccomandazioni della mia ex-fidanzata prostituta.
Soltanto un paio di bicchieri, e poi vedrai come dormi d'incanto Sebastiano.

Vorrei sputare allo specchio, come nei peggiori film, ma non ho gli attributi nemmeno per fare questo : troppo rispetto per chi dovrà pulire la mattina dopo. Ovvero nessuno.
Sbatto forte la porta del bagno, e mi appoggio al banco :
"Sai cosa Ettore? Versami ancora qualcosa, bicchiere grosso però, visto che è l'ultimo".
Mentre cerco di sostenere con dignità lo sguardo perplesso del barista, provo la sensazione che la giornata che sto cercando in tutti i modi di lasciarmi alle spalle sia solo l'inizio, il coperchio di un enorme Vaso di Pandora in salsa friulana.
"Non ti darò più una goccia di un bel niente Scalise, hai una faccia che fa schifo" - in dieci parole vengo trafitto brutalmente dal barman, Ettore Languidi, o Languisi, o qualcosa del genere.
"La serata è finita, siete rimasti solo tu e il vecchio Ubaldo" - mormora infine, porgendomi un rimasuglio di qualcosa che assomiglia molto a grappa.
Bicchiere grosso.
Ahhh, adoro la coerenza dei baristi.
Uomo di buon cuore dopotutto, il vecchio Ettore Vattelappesca.

Afferro con sorprendente sicurezza il mio drink e vado a sedermi dirimpetto ad Ubaldo, l'anziano giornalaio di quartiere, che ancora non si decide a lasciare quella benedetta edicola al figlio, continuando a farsi levatacce tutte le mattine.
Sono le cose che lo fanno sentire vivo, dice.
Non deve essere male quella sensazione, sentirsi vivi intendo.
"Più tardi posso aprire con te l'edicola? Guardo solo cosa dicono i giornali delle due donne morte e me ne vado" - gli chiedo con un tono da bambinone annoiato durante le vacanze estive.
Oltretutto, non ho mai dato del tu ad Ubaldo, nè tantomeno mi sono mai sognato di chiedergli un favore, se non quello di avvertirmi ad ogni nuova uscita della mia rivista preferita : Detective Magazine.

Mai sentita? Roba da disturbati. La leggeva un mio compagno di Università - Università che, tra parentesi, non ho mai terminato - a Lecce : si chiamava Pareo mi pare, un tipo singolare, senza ombra di dubbio.
Era schernito da tutti, ma solo di nascosto, da veri infami : infatti si temeva fosse figlio di Presidente di Tribunale. Ciònonostante era riuscito ad attaccarmi quella piccola mania, anche se a quei tempi compravo di nascosto la rivista : lungi da me diventare come Pareo, senza nemmeno un parente piazzato in Tribunale.

"Se ne vada a casa a dormire Sebastiano, le tengo due copie e domani a mezzogiorno le viene a ritirare; se qualcuno dovesse vederla in questo stato davanti alla mia edicola, che messaggio trasmetterei ai miei clienti?"
Frasi troppo lunghe e banali : quando aveva smesso di parlare, il mio bicchiere era già vuoto sul tavolo. Sul suo tavolo.
E ai clienti della nostra agenzia che messaggio si trasmetterà quando scopriranno tutto? Il pensiero ritorna subito da Oscar : solo uno stupido poteva creare un rapporto di vera amicizia con l'uomo conosciuto come il Matto di Osoppo.
Eppure era l'unica persona che era riuscita a guadagnarsi la mia fiducia.

"Sa, c'è un rapporto basato sulla fiducia anche nelle edicole" - insistendo, e sempre con quell' espressione irritante da giornalaio che ne ha viste di cotte e di crude, pur non muovendosi mai da Piazzale Marini.
Banalità? Forse non erano banalità, forse non erano banalità.
Fiducia.
Tra me e Oscar c'era fiducia, e io l'ho condannato troppo frettolosamente.
In fondo ha provato anche a telefonarmi.
Se è anche solo lontanamente immischiato in quel casino, deve avermi lasciato un messaggio. "Deve averlo fatto" - sorrido e parlo da solo; Ubaldo scuote la testa rivolto verso Ettore.
E, tutto d'un tratto, ho anche un'idea sul Dove possa avermelo lasciato.

Esco affannato e senza impermeabile; con la coda nell'occhio vedo Ettore che segna sul conto di mia pertinenza anche l'ultimo drink, e poi, con un gesto disinvolto e abitudinario, stacca una grossa spina : la scritta intermittente Bar Sport si spegne e mi consegna all'ultimo buio della notte.

venerdì, settembre 17, 2010

Ritratto del blogger da giovane (prima parte)


Nelle classiche 10 regole per rendere popolare il tuo blog non manca mai, nei primi posti, la seguente: "Scrivi post brevi e se devi scrivere molto dividi il tuo articolo in più parti."
Un modo sottile per ricordare che l'attenzione è limitata, quando a parlare è qualcun altro.
Un modo gentile di dire che la gente è paziente solo con se stessa.
Un modo leggero per invitarti ad arrivare al sodo.

Ma cos'è la pazienza? Non credo sia una virtù, direi più uno stato d'animo. Come sempre il senso dipende dalla comunicazione che lo disegna e degli equivoci su cui si basa. Abbiamo parlato tanto della comunicazione e della sua interpretazione che ricorderei il 2010 come l'anno dell'equivoco.
L'abbiamo commentato, apprezzato, evocato, espresso con fiumi di parole.

Una ricerca tautologica delle radici della comunicazione e del contatto tra esseri umani.

Attraverso la scrittura. Attraverso un metodo a sensi unici alternati, privato localmente, ritrovo senza trovarsi per autore e lettore.
Tanti piccoli bar della stazione. Stazioni di montagna in bassa stagione o stabilimenti balneari a settembre. Ordinate caotiche sale d'aspetto di grandi aeroporti internazionali.

La portata del messaggio non è necessariamente collegata alla sua importanza. Ci sono concetti che hanno parecchia pazienza.
Raccogliendosi lentamente, gocciolando riempono i vuoti.

lunedì, settembre 13, 2010

Tremarella di fine stagione

Suonano al citofono.
Chiudo il libro, mi soffio il naso, mi alzo dal divano, sbuffo, cammino soffiandomi il naso, sollevo il ricevitore, cade qualcosa, premo il bottone, mi metto la cornetta all'orecchio e dico:
Pronto?

Cade qualcosa.
Ecco - penso - lo sapevo, è finalmente arrivato l'assassino.
Come nei film di paura qualcuno ha messo un avvertimento in un luogo dove sapeva che sarei andato in modo che lo vedessi. Non oso guardare cosa sia caduto. Il dito di una persona cara, magari con un anello, il che giustificherebbe il debole rumore tintinnante che ha provocato.
Oppure la spoletta di una granata. Giovane ucciso da citofono-bomba: la polizia brancola nel buio. E intanto immagino studio aperto inquadrare significativamente il nostro portone verde con un movimento di camera alla Vertigo.

L' immaginazione mi suggerisce continuamente le mie vulnerabilità, un attimo in ritardo. Tutte le occasioni che un serial killer potrebbe sfruttare per stendermi.

Raccolgo tutto il mio coraggio e guardo in basso: è caduto un pezzo della serratura, si era staccato già l'altro giorno e qualcuno deve averlo messo lì per ricordarsene.
Non perdo l'agitazione e mi rincuoro pensando che l'assassino poteva sapere che io sapessi, e quindi l'avrà fatto solo per spaventarmi. Per colpire quando crederò di essermi agitato per niente.

A questo punto, dopo il mio "Pronto?" ci starebbe una bella risata da manicomio criminale. Disturbata dal citofono, come in Scream. Oppure un'accettata contro la porta.
Queste mie inutili, involontarie divagazioni sul tema (dell'omicidio, inteso come il mio) spiegherebbero per lo meno il timore per la doccia della mia infanzia e la paura per Psycho mentre lo vedevo anche conoscendo già la trama in generale.
Profonda e rossa è la paura di essere delle prede, terribile e banale quanto il cattivo di Totò Diabolicus.

Siamo anime suscettibili?
Il sentimento della paura è la chiave dell'evoluzione?
No.
Il punto è che non sappiamo quando e in che modo dobbiamo morire: il mistero è il motore degli eventi.

sabato, settembre 11, 2010

trattenere lo starnuto

Mi sono svegliato negli stessi starnuti con cui ero andato a dormire.
Ho continuato il mio sonno dentro una breve mattina di antistaminici sul divano. Ho sognato.
E se del sogno io stesso ho detto che è difficile rielaborarne una memoria posso almeno tentare di estrarne le riflessioni che ho avuto modo di fare vivendo al suo interno.

Ho parlato della morte, del sogno, della solitudine, del mistero e delle storie. E di macchine rombanti nella notte, ma questo è un collegamento molto meno immediato agli altri temi.
In particolare voglio ritornare sugli ultimi due elementi: le storie ed il mistero.
Ogni storia si basa sul mistero. Vediamo o crediamo di vederle come isole nel cielo, seminascoste dalla nebbia.

Il desiderio di raggiungerle ci spinge a costruire ponti. I più si sentono rincuorati avendo notizia che gli autori di quelle storie, siano esse in forma di canzone o di libro o di concetto, stanno anch'essi costruendo la loro parte di ponte, per venire da noi. Ci incontreremo a metà strada.

Questa metafora mi ha già stufato, inutile dire che alcune isole si raggiungono mentre altre no.
E poi l'isola è un elemento così stupido, si può riferire a così tante cose che non faccio fatica a considerarla la prostituta delle metafore.
A volte comunque alcuni ponti crollano, altri non vengono nemmeno incominciati, addirittura di qualcuno se ne festeggia la fine dei lavori prima ancora di accorgersi che il ponte approdi semplicemente dall'altra parte della propria isola.

Mi piace invece, e trovo una particolare bellezza in questi casi, quando le unioni a metà strada non si compiono, ma di poco. Quei casi in cui si arriva appena a pochi metri dall'altra estremità, guardandosi magari negli occhi con l'altro costruttore, aprendo le braccia con un gesto sconsolato che insieme può dire ho finito il materiale, non ne ho più voglia, oppure più melanconicamente non era a te che credevo di arrivare.

Credo che David Lynch abbia espresso più sinteticamente un concetto simile:
"Le idee sono simili a pesci. Se vuoi prendere un pesce piccolo, puoi restare nell'acqua bassa. Se vuoi prendere il pesce grosso, devi scendere in acque profonde. Laggiù i pesci sono più forti, più puri. Sono enormi e astratti. Davvero stupendi. Più la tua coscienza è dilatata, più scendi in profondità verso questa sorgente e più grosso è il pesce che puoi pescare."
Perdersi nella profondità sottolinea il rischio di trovare pesci incomprensibili al di fuori del loro ambiente d' appartenenza. Come i veri pesci dell'abisso, sgraziati mostri nati per essere felici nel buio.

I ponti quasi finiti sono come questi pesci, allo stesso tempo palesemente appartenenti allo stesso regno delle altre esperienze che abbiamo avuto e incredibilmente inconciliabili con la realtà di tutti i giorni. Cos'è un ponte incompiuto? E' un ponte, anche se non è finito?
Come vedranno gli altri questo pesce, di cui non hanno partecipato alla cattura? Di cui non hanno visto l'habitat? Cosa penseranno gli altri dell'isola che ho issato nel cielo, se mai ci arriveranno? Sarà poi raggiungibile, anche a me stesso, o me ne allontano verso i miei ascoltatori solo perché non oso confrontarmi col fatto di non potervi accedere?

Le storie migliori si approfittano della momentanea incomprensibilità dei nostri stessi gesti, dentro cui ci siamo persi per ottenerne un risultato che ora, in virtù di tutto il tempo che abbiamo passato nel tentativo di raggiungerlo, non ricordiamo più.
Si comincia un libro per finirlo?

I pesci sono una bella metafora, migliore forse dei miei ponti, e poi anche essi iniziano con la pi, che è certamente una lettera molto graziosa e musicale. Per non parlare delle isole, portatrici sane di concetti frivoli.
Mi dispiace soltanto che ad essi si paragonino solo le idee. Mi sembra che storia sia un termine molto più ampio.

Chi non è una storia?
E le storie d'amore, possono amare a loro volta?

venerdì, settembre 10, 2010

le oche del vicino ascoltano il sax a mezzanotte

"Alla fine sei andato a vedere il film?"

Quasi venti minuti per rispondere.
Venti minuti in cui quel pensiero abbandona la sorgente, vive e infine muore negli occhi di chi legge.
O spira nelle orecchie di chi ascolta.
Venti minuti di vita effettiva come elemento di una conversazione, prima che si uccida, trasformando il significato che reca in qualcosa di compreso, di recepito.
Venti minuti di viaggio per poi tornare impulso e rimanere per sempre nelle menti di chi ha pronunciato e di chi a recepito.
E poi vivere ancora...come cosa?

Quanto vive un messaggio?
Quanto tempo serve ad un comunicato per assumere significati diversi da quelli che inizialmente portava?
Chi si deforma col tempo?
L'ambiente.Gli interpreti.La lingua.Le intenzioni.Il significato.Il messaggio stesso.

Messaggio maschile, messaggio come suono.
"...il suono si genera in natura come vibrazioni meccaniche, si propaga in analoga maniera e sempre come vibrazioni viene percepito"
La terra borbotta come una pentola di fagioli nell'universo e l'umanità non fa che tirare altre pietre nello stagno. Le onde si propagano. Tutto resta continuamente da un'altra parte. Spostandosi verso altre orecchie.

Quasi venti minuti per rispondere. Venti minuti in cui la stessa persona che ha scritto il messaggio può rileggerlo e riscoprirvi nuovi significati. Alla luce del semplice fatto che ormai è stato scritto il suo significato cambia.
Il film cambierà ed il messaggio cambierà con esso il suo significato.
"Alla fine"; che tempo indicherà "Alla fine" tra un milione di anni, quando qualcuno si troverà a rileggerlo?

"sei andato" Sei. Io, tu. Noi, chiunque. Con che presunzione puoi pensare che si tratti sempre di te, anche quando non esisterai più?

Forse la realtà è mille volte più solida di quello che pensiamo. Come pietre che pesano su un telo ben teso. Pietre che ne generano altre, continuamente. Propaggini di se stessa che si moltiplicano l'una sull'altra per conquistare, per far vibrare nuove e più distanti parti di telo.

Come un frattale. La realtà potrebbe essere un messaggio di messaggi. Un'allontanamento fatto di distanze infinitesime. E ogni messaggio come un proiettile cerca disperato di fuggire dalla sorgente. Cercando di toccare terra lontano, un punto così distante sul telo da non essere mai stato scosso dalle vibrazioni. Ma l'interesse, la portata del messaggio, sta nella distanza.
Lo spazio vuoto tra il prima e il dopo. Lo spazio che può essere riempito con qualunque traiettoria immaginabile. L'attimo invisibile in cui è avvenuto il mutamento, in cui il tempo è passato perché mancavano degli eventi per misurarlo.

Tanto più puro ed evocativo il messaggio tanto più è reale e tangibile l'esperienza di vita. Allo stesso modo per cui una storia acquista interesse lasciando taciute o velate le connessioni con tutto il resto, le mani che l'hanno lanciata. Lo spazio che ha percorso nella mente prima di toccare terra. E' più facile pensare ad una storia di storie.

Cosa significa "le oche del vicino ascoltano il sax a mezzanotte"?
C'è un fondo di verità: ogni pensiero è come la volpe che cancella le sue impronte con la coda.

mercoledì, settembre 08, 2010

Synecdoche, New York

Otto mesi che non salgo su un aeroplano.
E ancora non mi sento con i piedi per terra.

Ho bruciato tutte le mie foto, su un dvd. Ho ricordato un pomeriggio a Boccadasse.
Da casa nostra ci vogliono circa quaranta minuti, a piedi.
Synecdoche, New York è un film, del 2008, dura circa due ore, a piedi.
Ho ricordato un pomeriggio a Boccadasse ed ho ripensato al film, anche se non l'avevo ancora visto.

Perché? Perché la memoria indaga il passato partendo pur sempre dal presente. E le cose che guardi e fai oggi fanno inevitabilmente parte di quello che hai fatto e visto ieri, se le riguardi con la memoria. E gli attori della memoria, chi sono? Synecdoche mi ha fatto pensare a questo.
La memoria non è, purtroppo, una registrazione e si avvicina di più al concetto di ri-elaborazione o messinscena. Gli interpreti della memoria non siamo noi ma attori che interpretano personaggi di ieri che recitano copioni di oggi.
Impossibile pensare di non sapere una cosa. Impossibile pensare che "ora" sia "prima" solo perché "prima" è il periodo a cui stiamo pensando.

Pausa: ritorniamo a Boccadasse.
C'è una poesia, in ligure. Io non so leggerla. Ne intuisco vagamente un senso, comunque sbagliato.
Arrivano due signore anziane, senza guardarmi nemmeno la leggono ad alta voce. In dialetto, in italiano, la commentano, si accordano sulla musicalità delle parole, ne ammirano il senso generale, si allontanano.
Sembrava fatta per me. Non la poesia, la situazione. Perché in quell'ora, in quel luogo, il bisogno di dire ad alta voce parole nascoste?
Cos'ho? La faccia da terrorista? La faccia di quello bisognoso di capire una cosa che non sta guardando?
Tutte le volte che ripenso a The Truman Show provo una specie di gioia interiore, e poi mi raccomando di non pensarci.

Torniamo a Synecdoche. Non serve averlo visto per capire che è un film triste e che quindi parla anche delle morte. Chi era quel tizio che paragonava la morte ad un sonno, magari pieno di sogni?
Difficile ricordarsi dei sogni, difficile operare la solita operazione di ricostruzione su una cosa differente dall'esperienza reale di vita.
E la morte allora? Restare solo come ricordi, nelle menti degli altri. Interpretati da attori nemmeno tanto bravi, anche nei teatri interiori di chi non ci ha conosciuto. Di chi conosce tutto di noi, a posteriori. Forte soltanto del tempo che è passato e che ha riportato a galla, inutili, le nostre lettere d'amore, le nostre confidenze e le nostre passioni.

Otto mesi che non salgo su un aeroplano. Quasi nove anni dall'undici settembre 2001.
Nel film Synecdoche il protagonista ricrea la sua vita a New York all'interno di New York stessa.
Muore seguendo le istruzioni di un'attrice, una guida, un dogma, se stesso.
Da Boccadasse si vedono passare gli aerei, bassi, diretti al Cristoforo Colombo.
Lo scopritore dell'America.
New York è un pò l'emblema dell'America: la parte per il tutto.
Una sineddoche.

Nell'auricolare dico a me stesso di non fare caso alle coincidenze, ma posso?

lunedì, settembre 06, 2010

venerdì, settembre 03, 2010

bel tempo si spera

Il libro era rosso la valigia era rossa la scritta sulla mano era, inutile dirlo, rossa.
C'era scritto "comprare biglietti".
Dalla valigia e dal "comprare biglietti" si deduce che sono in viaggio, più probabilmente in treno, oppure al cinema.
Osservo un uomo con una valigia, un libro, una misteriosa scritta sulla mano.
Ma al cinema nessuno si porta una valigia, tranne i serial killer.
Da che se ne deduce che il nostro uomo dal libro rosso è con una certa probabilità un attore, al cinema in quanto sullo schermo.
Ma torniamo ai serial killer.

Si organizzano di solito in piccoli gruppi, diciamo di una persona. Avvisando poche persone, diciamo nessuno, circa il loro desiderio di andare al cinema vi si avviano poi da soli, lamentandosi della mancanza di compagnia. Mancanza a cui comunque rimedieranno con un bell'omicidio, una volta usciti. I loro bersagli sono di solito persone sole, che imprudentemente percorrono vie secondarie, individui vulnerabili che tornano a casa tardi la sera dopo aver visto un film al cinema, da soli.

Da ciò se ne deduce che i serial killer sono una razza in via d'estinzione, siccome spiacevolmente finiscono sempre con l'ammazzarsi l'un l'altro, rendendosi conto dell'errore solo giorni dopo, quando qualche affezionato utente del forum dei serial killer smette improvvisamente di farsi vivo. Infatti è morto, ucciso dalla solitudine sua e dei suoi simili.

Da questo se ne deduce che ogni uomo solo è un assassino e quindi non dobbiamo stupirci se ci guardiamo così di sottecchi, in treno, per cercare di capire quali pericoli nasconde chi abbiamo vicino.

"Comprare biglietti"?
Per cosa?
Devono essere per forza i biglietti del treno solo perché siamo in treno?
Magari sono i biglietti per uno spettacolo di mimi, o i biglietti della lotteria, o dell'aereo. Per fuggire, visto che con una valigia così ...rossa di sicuro hai fatto qualcosa di sospetto.

Da ciò se ne deduce che un corno. Sono stufo di essere un investigatore privato, sempre con le mani nelle mutande delle mie elucubrazioni, sempre a scoparmi quella bambola gonfiabile della Deduzione.

La Verità l'avrei potuta ottenere solo chiedendogli per cosa fossero, i biglietti.

mercoledì, settembre 01, 2010

Excusatio non petita...

Le cronache: fin dai Commentari di Giulio Cesare sono di parte. Si sa.
Se poi vogliamo richiamare brevemente Luciano di Samostata con la sua "Storia vera", ci accorgiamo che storia vera e' un titolo che ben si adatta ad un' incredibile accozzaglia di fandonie; e non sarebbe difficile andare avanti ancora molto con questo tono un po' sostenuto da vecchio professore omosessuale (di liceo). Ma sarebbe inutile, noioso e, cosa a me insopportabile, dozzinale. In fin dei conti quello che mi preme di piu' in questo momento e' scendere in campo e raccontare la mia verita' (fuggendo il rischio di premesse autoconfutanti).

Era una notte buia, non troppo buia in verita'.

Era una di quelle notti che non fanno paura, nelle quali la luna si mostra nuda nella sua straordinaria bellezza, senza indossare bikini, minigonne vertiginose, abiti firmati, mantelli, k-way e via dicendo. Nuda insomma, coi suoi bei crateri al vento, come la preferisco (inoltre, cosa assolutamente da notare, e' incredibile come la k coesista in due capi così differenti e antinomici).

Che tipo di notte fosse non fa nessuna differenza.

Era notte quando il mio telefono squillo'! Chi doveva funestare il mio riposo?
Ovviamente lui, Rodrizio! Il maniaco di Villettopolis, l' Iscariota dei fantacalcio. In compagnia di Baro, uno della sua cricca, che si era portato dietro come cronista. Erano in vena di introdursi nella mia culla di benessere allo scopo di scroccare qualche merendina o, ancora peggio, scoprire qualche mio segreto, o ancora peggio (il peggio del peggio, non c' e' limite al peggio), sbeffeggiarmi.
Certo! Rodrizio voleva evidentemente sbeffeggiarmi! Questo spiega perche' si e' portato un cronista.

Sono entrati, con la foga di chi vuole, privi di invito. Ma io prima li ho storditi, con il mio comportamento ambiguo, poi li ho incantati, con il didgeridoo.

Sicuramente la cosa ha funzionato su Baro, che per il resto della serata si e' limitato ad alzare la radio e a cantare, come lobotomizzato.
Meno su Rodrizio, il quale dopo un primo stato di accondiscendenza, incoraggiato anche dalla vista del mio pugnale che splendeva sotto il chiarore della luna, in un secondo momento si e' rivelato tornoacasista, come sua abitudine. Precisamente quando Baro, risvegliato per un momento da una brezza spirituale ha esclamato: andiamo ai boschi.

Cosi' non e' neanche cominciato un percorso.
Che non si e' concluso con il ritorno a casa

RISPETTIVAMENTE

dell' inconsapevole Baro che, da promotore di un' esperienza mistica, sotto la perfida influenza di Rodrizio e' andato a far parte del fronte del no,

di Irreprensibile, deluso dalla serata peggiore della sua vita,

di Rodrizio, che tornato nel suo antro, e' felice di aver scampato un altro pericolo: la cosa che più conta e' essere a casa, al caldo.

giovedì, agosto 26, 2010

Benvenuti a Rallentare

Benvenuti a Rallentare, una rubrica di storie vere.
Intendo storie veramente vere, non storie ispirate ad altre probabilmente vere.
Cose che sono successe a me.
Potremmo chiamarla una cronaca.

Comincio.

Abbiamo smesso di suonare il didgeridoo, ma l'Irreprensibile non voleva saperne di mangiare il gelato.
Così ci siamo alzati, io e Rodrizio, pronti ad andarcene per quella porta finestra dove un gatto magro (una volta grasso) aveva atteso curioso il nostro arrivo.
Una voglia di succo di frutta stava arrivando velocemente, la potevo indistintamente percepire come una nuvola bluastra che si strusciasse struccata e sorniona contro i container e gli automezzi del porto.
Ho chiuso la portiera e Rodrizio ha messo la sicura sapendo che comunque, vedendo che andavamo via veramente, sarebbe voluto venire.

Dieci minuti dopo siamo all'autogrill. Dietro di me Irreprensibile sfoglia ridendo "come diventare avvocato di se stesso". Ha una maglietta bianca che lo fa somigliare a James Dean, anche se prima di entrare si è sistemato la cintura. Secondo me così slacciata gli dava un' aria da tossicodipendente poeta.

Rodrizio ha guidato piano verso le nostre case, abbassando la radio ogni volta che io l'alzavo.
Sono stato depositato all'angolo e poi sono andato a dormire.

Il giorno dopo ho letto:
"Mi ricordavo di mio padre che diceva sempre che la ragione per cui si viveva era per prepararsi a restare morti tanto tempo."

venerdì, agosto 20, 2010

todos caballeros

Guardati, sei presso l'oracolo di Dodona. Il tuo ruolo è quello di sacerdote. Niente male davvero, hai faticato parecchio per raggiungere questa posizione. Sei anche un sacerdote discreto e un bell'uomo.
Non puoi lavarti i piedi, ma queste sono le regole dell'oracolo: stattene.

L'invasione degli Etoli, che bruceranno il tempio fino alle fondamenta, è lontana.
Gli alberi sono alti e forti; spargono con angelica munificenza la loro ombra su di te.
E su un pellegrino.

Osservi il suo avvicinarsi con l'attenzione un pò magica dei sacerdoti di un oracolo degno di tale nome.
Le foglie nelle tue mani cominciano a frusciare.
Ha un nome greco, sussurrano le dita della quercia.
Cammina fra noi, ma non è uno di noi, rispondono le lingue del faggio.

Porta una tunica che non è una tunica ma una giacca gialla, e ti sorprendi a sapere che è di nylon.
Tu non sai cos'è il nylon: cerca di rimanere nella parte.
"Mi scusi, con chi ho parlato di orecchini?"

Todos caballeros: qui anche le comparse sono protagonisti.
Che eri parte di un sogno avrei dovuto dirtelo prima, amico dell'oracolo.

martedì, agosto 17, 2010

risoluzioni standard

Nelle foto si vede male, oppure semplicemente non si capisce: abbiamo trovato una tartaruga morta sulla strada.
Sinceramente non credevo che lì dentro ci fosse tanta carne, ho continuato a camminare.

Dopo, mi è venuto da pensare che se la tartaruga non fosse stata così proverbialmente lenta non sarebbe morta, almeno non lì. Purtroppo è un pensiero che non ha senso, magari sarebbe sopravvissuta anche se fosse stata ancora più lenta.
Nessuno li investe, gli alberi, al massimo andiamo a sbatterci contro.

Sul momento invece mi sono venuti in mente Franklin, le tartarughe ninja e le avventure di bosco piccolo. Tutto il mio snobismo non è bastato a impedirmi di capire che sono cresciuto con la televisione, con lo spettacolo e la spettacolarizzazione.
La morte è una cosa da niente, dal vivo manca soprattutto la colonna sonora.

lunedì, agosto 09, 2010

io sto con gli astronauti

Sono in orbita: io sono la tuta, il casco è il mio nuovo cielo.
Stacco la radio e accendo le voci di Mina e Alberto Lupo. Sono la più grande crisi gravitazionale nella storia della conquista spaziale. L'unico cosmonauta più irresponsabile di Laika.
Ogni secondo del mio volo sprecato ballando col mondo è una cascata di denaro, terroso e terrestre denaro dei contribuenti. Ho superato test attitudinali durissimi, prove fisiche e mentali. Il mio non è un lucido delirio, sto solo esaudendo il sogno di una vita.
Che cosa stupida elogiarsi tra mortali, celebrare con parole parole questo lento a tu per tu con la terra. E' una compagna magnifica, mi accompagna e mi respinge lentamente col suo peso: il nostro è un gioco di seduzione.
Chiamami passione, dai.
Spero cadendo di farlo anche io, un buco nell'acqua.

sabato, luglio 24, 2010

condizioni di tangenza

Da molto tempo non ripensavo al paradiso dei piloti.
Trattasi di luogo appena sopra le nuvole, in cui non serve volontà per volare.
Si incolonnano in una scia luminosa gli aerei, che volano ancora proprio perché sono caduti.
Sciamano nella mia immaginazione l'F22 che avevo ricevuto in regalo, il Fokker del Barone Rosso, gli aerei dell'11 settembre, l' Enola Gay, l' F14 di Maverick e Goose e poi lo shuttle, gli aeroplani di carta.

Quest'immagine brulicante di figure mi riporta alla terra, in particolare alle formiche.
Il loro metodo di scambiare informazioni ed operare è stato chiamato stigmergia.
La definiscono così J. Kennedy ed R.C. Eberhart:
"...è una forma di comunicazione che avviene alterando lo stato dell'ambiente in un modo che influenzerà il comportamento degli altri individui per i quali l'ambiente stesso è uno stimolo."
Mi domando quale sia l'ambiente che la mia generazione vuole colonizzare.

Non il denaro non l'amore né il cielo. Forse siamo il popolo dell'amicizia: generazione <3.
Per troppo tempo l'unico intrattenimento di lunghi viaggi in treno è stato il pensiero (rassicurante) che gli sconosciuti con cui avremmo incontrato lo sguardo sarebbero rimasti tali.
Io credo che ora non si stia tanto cercando di approfondire la conoscenza di coloro in cui siamo incappati, per caso o per destino, quanto di aumentare il numero delle incidenze con le vite altrui.

Per concludere il suo Sandman, Neil Gaiman ha pensato bene di ri-chiamare in scena William Shakespeare, cui mette in bocca queste parole:
"Bene, per quante parole sublimi possa aver usato,la vita non è una commedia. Incontriamo le persone una volta sola per poi non rivederle mai più. Non c'è una logica nelle cose che succedono, non c'è il momento in cui ci voltiamo verso il pubblico per ricevere gli applausi. Non c'è possibilità di infilarci dietro al palco per vedere gli attori mentre si cambiano parrucca e si dipingono il viso mormorando le rispettive battute."
Non ho purtroppo più tempo di pensare all'amicizia, alla difficoltà di conoscere l'altro di entità progettate a malapena per conoscere sé stesse. Sono a Parigi, è il 1916: sopra di me si librano gli Zeppelin. Che siano amici o nemici non importa: noi siamo le formiche degli eventi.

martedì, luglio 20, 2010

Capitolo 7) Tra le nuvole

"Ora devi dirmi tutto quello che sai sulla tua amica e su chi l'ha minacciata".
Quando pronuncio la parola amica provo come una specie di sussulto, e provo a immaginarmi Deborah al posto di Belene.
"Se vuoi che io ti aiuti, devi raccontarmi tutto".

Mentre le parlo, con una scarpa cerco di pulire l'altra dai residui di brioches alla marmellata 2.0, e con la mano rivolgo un gesto di commiato all'ispettore, come se davvero lo meritasse, con tutto il tempo che mi ha fatto perdere in inutili domande.
Poi guardo Deborah, è tutta accaldata, come se avesse corso; le gote sono rosse, ha l'affanno, e ha addosso qualcosa di diverso da prima. Il mio intuito investigativo mi fa addirittuta accorgere come la macchina non sia posteggiata dove si trovava prima.
Sono stato là dentro a vomitare così a lungo?
Sul volto mi si formula un punto interrogativo così grande che le è impossibile ignorarlo.
"Avevo caldo, avevo sudato molto, credo si tratti della tensione, e visto che porto sempre abiti di ricambio in macchina..."
Abiti di ricambio.
Ecco perchè l'ho mollata, ora ricordo : Deborah è maniacale, ha bisogno di cure.
Ha tutto un senso finalmente, compresa questa terribile giornata con la mia ex-fidanzata prostituta.
Peccato che sia stata lei a scaricare me, e non il contrario, così decido di fare finta di niente.
"Ora andiamo in studio e mi racconti tutto, d'accordo?"

Dannazione a Oscar, arriva tardi in ufficio, mi telefona mentre sono in riunione con il mio primo cadavere, e poi sparisce : l'utente da lei chiamato non è al momento raggiungibile.
Guido io, Deborah non dice una parola : meglio così, odio conversare quando sono al volante.
Mentre parcheggio mi ricordo di Manuela : chissà se è ancora lì che mi aspetta speranzosa.
Speriamo; il pensiero di una donna in mia attesa mi allieta le rampe di scale, che perciò faccio di corsa, anche troppo, e a metà mi ritrovo col fiato corto; Deborah mi segue a ruota.
Quando entro in studio, però, mi accorgo che forse l'ho fatta aspettare troppo.
Il corpo di Manuela è prono, la ragazza è nuda, distesa tra la scrivania e il muro, intenta in un ultimo penosissimo gesto : impugna un foglietto di carta.
Un orecchio è mozzato, e l'immagine di Manuela nella mia mente affaticata sfuma in quella di Belene.

La vista si annebbia, mi sento mancare le gambe : due cadaveri di donna in un solo giorno sono troppi, soprattutto per un ex-impiegato delle poste che gioca a fare l'investigatore.
Mi lascio cadere a terra, e in un angolo del pavimento scorgo Cesare, il padre di Manuela, seduto, la testa tra le mani, gli occhi bassi : non si è neanche accorto della mia presenza, il pancione gli si gonfia e sgonfia regolare, triste e regolare.

Deborah è dietro di me, è stata forte, ed è rimasta in piedi; in un'altra vita era una ragazza che sveniva al cinema alle prese con un film horror, e invece ora, al massimo, si cambierà un'altra camicia una volta usciti.
Mi porge il foglio dalle mani di Manuela.
Non ho la forza di dirle che non dovrebbe toccare nulla, leggo solamente il post-it giallo : "E' STATO IL MATTO DI OSOPPO".
Ecco il colpo di grazia. Oscar è il responsabile di questo incubo.

La testa mi vola via, leggera : non sono più nel mio studio, i problemi, le ragazze, il Friuli, l'Ispettore Manetta; tutto è lontano, opaco.
Attraverso una nuvola filtra un raggio di sole. Sorrido.
Mi risveglio tra le braccia di Deborah, china su di me; mi stringe forte mentre sento le sirene delle volanti : è stata lei a chiamare la polizia. Ben fatto.
Potrebbe essere un'ottima assistente, devo ricordarmi di proporglielo, una volta finito tutto questo.
Ho voglia di piangere, ma devo alzarmi in piedi.

lunedì, luglio 19, 2010

Capitolo 6) Pulp Paul Fiction

Ha anche l'odore da battona, a pensarci bene.
Ma non da battona da strada, sporca e lurida; Deborah profuma : profuma di incontri di lusso.
La sua amica Belene - e quando sento il nome, comincio a non essere più così tanto sicuro che Deborah sia un nomignolo da marciapiede - è stata minacciata, e non dal suo pappone : questa, nel magico mondo della prostituzione, è una novità che mi incuriosisce.
Si prospetta un caso interessante Sebastiano.

Mentre ci dirigiamo a casa della cara Belene, Deborah mi parla un po' del mestiere più antico del mondo, o meglio, della personalissima interpretazione sua e delle sue colleghe.
Mi spiega che alcune di loro lavorano in appartamento, e altre, le meno graziose, stanno in strada, e che alla direzione di tutti i traffici, a godersi lo spettacolo, c'è una vecchia megera veneta, nota a tutti con il nome di Gòto.
Questa è proprio bella.

Ma cosa diavolo ti ha fatto cadere così in basso? - glielo vorrei tanto chiedere, ma il mio pensiero successivo è che sia stata proprio la relazione avuta con me la causa scatenante, così mi tappo la bocca.
Per fortuna non ho avuto tante fidanzate, altrimenti sai che ressa sui marciapiedi.
Tutto d'un tratto ecco che il silenzio assume un suo perchè. Capisco che siamo arrivati sul posto, e altrettanto velocemente noto che non siamo i soli : le luci delle volanti della polizia, la folla di curiosi, un fotografo del Fatto di Osoppo.
Belene è morta, è così lampante che nè io nè Deborah abbiamo bisogno di dirlo ad alta voce.

Con fare spadroneggiante scendo dall'auto - la sua auto - mentre lei rimane a bordo. Con la coda dell'occhio, le rivolgo ancora uno sguardo mentre mi allontano : gelida, ha l'espressione di chi aveva capito in anticipo come sarebbe andata a finire, ma è arrivata troppo tardi.
"Sono un detective privato, lasciatemi passare"
Funziona solo nei film, nella vita vera i poliziotti ridono in faccia a chi fa il nostro mestiere.
E non hanno del tutto torto, Scalise tu vo' fa' l'americano?
Oggi sono fortunato, conosco l'Ispettore.
L'Ispettore Manetta.

Si, avete capito bene, come quello di Topolino, ma senza i caratteristici baffoni.
Però il sigaro lo fuma eccome.
Non ridete, è un vero duro, e se è stato scomodato un Ispettore, il caso deve essere uno di quelli che scottano davvero.
"Oh Scalise, non occorre che ti avvicini, in questo buco malfamato ci sono già abbastanza topi di fogna".
Cinebrivido. Questa la doveva proprio dire, non poteva esimersi.
Lo conosco, ma io e il vecchio Manetta non siamo esattamente buoni amici.
"E poi c'è anche il cadavere di una signorina, ovviamente".
Ovviamente.
"Ispettore, questo caso mi riguarda da vicino, se mi lasciasse..."
Manetta sbuffa di fronte al mio patetico tentativo, ed eppure svariati se e ma successivi riesco ad entrare nella casa, se così può essere chiamata.

E poi la vedo lì, stesa sul pavimento, nuda, le braccia larghe a Uomo di Vitruvio, il sangue dappertutto.
Ha un orecchio mozzato di netto.
Tutto questo mi ricorda Van Gogh, poi lascio definitivamente spazio al romanticismo : il primo cadavere non si scorda mai.

L'idillio è rovinato dalla suoneria del mio telefono cellulare : Maracaibo.
E' Oscar.
Non posso rispondere però : sono troppo impegnato a vomitarmi sui piedi nella stanza acccanto.
Riconosco con piacere il cornetto mangiato al bar poche ore prima.

domenica, luglio 18, 2010

il vasino di pandora

Ristorante con grandi speranze e personale educato.
Si deduce che siamo in Europa; lontani dal Mediterraneo, a giudicare dall'ora di cena.

Due coniugi siedono nel soppalco, sorbiscono un passato che manca di sale perché lo chef, in testa, ha solo la figa. Pasteggiano con vino rosso, allungato dal figlio del proprietario che spera, facendo la cresta sulle bevande, di comperarsi una moto. Sogna passeggiate notturne.

Il ristorante è stato consigliato alla coppia da un comune amico e ne sono, per ora, soddisfatti. Di lui si può dire che sia un puttaniere; di lei che sia stata una baldracca, da giovane.
Ci sono stati tempi difficili, ma la pazienza e la vergogna hanno cancellato le incomprensioni che in passato avevano rischiato di rendere la loro una casa desolata.

Ad esempio nessuno dei due ricorda del giorno in cui lui rincasando le aveva teso una pistola, chiedendole di sparare. Non ricordano più il fatto, tanto meno il motivo per cui si fosse giunti a quel punto. Il ricordo più vicino a quell'evento è di proprietà di un antiquario e della sua bottega, dove la pistola giocattolo era stata comprata.

Sentono le campane: è il cellulare di lei.
Inforca gli occhiali e risponde al figlio maggiore, che vive in un altra città.
La conversazione si avvolge intorno a tutto il dolce, così cattivo da far cambiare idea al marito circa il ristorante: si ripromette di ricordarsene e di non venirci mai più.

Quando escono, le luci dei lampioni tremano nel tramonto come patti con i fantasmi della memoria.

venerdì, luglio 16, 2010

Il viale alberato

Le foreste e le cattedrali.

Esiste un' attrazione fatale che da quaranta gradi Celsius porta alla dannunziana pioggia nel pineto: o per lo meno ad invocarla.
Dall' invocazione scaturisce sempre qualcosa: la fortuna di ricordare un sogno fatto in un pomeriggio d' estate, un angelo caduto.

Gli alberi, gli alberi sono angeli caduti.

La testa,
le radici: intelligenza potente. Non una spasmodica ricerca del nutrimento: la conoscenza dei punti cardinali, la consapevolezza del vero movimento.

Le foglie,
cio' che è visibile, l' ancestrale respiro della terra.

Il fiore, lo sposalizio delle linfe che scaturiscono dal suolo con il sole. Il farsi incontro, la prosecuzione delle specie, l' unione nel senso comune.

E soprattutto la tensione verso l' alto; la congiunzione fra la terra e il cielo.

Sta scritto nella tavola Smeraldina:
Egli sale dalla Terra al Cielo e nuovamente discende in Terra e riceve la forza delle cose superiori e inferiori.

Gli uomini sono alberi caduti.

Capitolo 5) Non esiste saggezza

Prima le signore.
Sembra incredibile, ma Deborah mi ha riferito molte cose interessanti, e senza nemmeno scocciarsi per averle dovute ripetere tre o quattro volte, a causa della mia scarsa concentrazione mattiniera.
E' ancora molto carina - penso mentre le apro la porta dello studio per farla uscire - chissà cosa aveva trovato in uno come me.

"Sei sempre il solito, fai parlare solo me, e non racconti niente! Di' un po', ti vedi con qualcuna?"
Domanda a bruciapelo. Dal panico dimentico che Deborah mi ha appena assegnato un caso, e quasi mi convinco del fatto che sia venuta a trovarmi in veste di mia ex-fidanzata.
"Beh, diciamo che vedersi proprio non è il termine giusto, però qualcuna, anzi più di una, c'è".
Fai schifo Sebastiano.
A mentire e nella scelta delle menzogne.
"Addirittura? Dai se sono tante allora non c'è termine migliore di vedersi, no?"
Sorride, io divento rosso paonazzo. Non ho nessuno che me lo confermerà mai, ma ne sono certo.
L'ho sparata grossa e male, per fortuna mi salva la campanella, come ai tempi della scuola : sulle scale incontriamo Manuela, e dallo stupore per il numero crescente di donne intorno a me, divento ancora più rosso.

Deborah e la figlia del barista si salutano, suppongo per educazione, e poi lei si rivolge a me :
"Stai fuori a lungo?"
Un Tu mai usato
"Perchè avrei bisogno di parlarti, ti aspetto in ufficio se stai via poco"
"Potrebbe trattarsi di una cosa un po' lunga, comunque dovrebbe arrivare Oscar a momenti, puoi parlarne con lui".
Mi allineo al suo bel Tu.
"Mhh..d'accordo, ma forse preferisco parlarne con te, valuterò, credo mi troverai ancora qua".

Le donne sono così : ci sono lunghi, lunghissimi, infiniti periodi in cui non vedi manco per sbaglio l'ombra di una di loro, e altri in cui ti piombano in ufficio tutte insieme.
Finisco di scendere le scale con Deborah, e mi sembra di essere tornato indietro nel tempo.
"Allora, dove mi hai detto che abita questa tua amica prostituta?" - le domando sorridendo.
Anche la vita di Deborah è cambiata parecchio in questi anni : adesso, oltre al nome, la puttana la fa per davvero.
E la cosa sconvolgente è che non sono affatto sorpreso.

lunedì, luglio 12, 2010

e il futuro?

L'ermetismo e la cripticità sono interessanti solo per chi ne conosce un significato, uno qualsiasi, purché non sia uno di quelli proposti da noi stessi. A questo, credo, serve la critica.


"Il morso che spezza" è il ventunesimo esagramma dell' I Ching, ottenuto in risposta alla domanda del titolo.
La conoscenza del futuro è una pratica tanto inutile quanto il chiedersi come mai il tempo non sia stato inventato "dopo" tutto il resto.
La preveggenza non è una forma di conoscenza, quanto di intrattenimento. La visione di una vita futura non può arricchire la vita odierna di quel tanto che basta per arrivare a vivere la vita che è stata l'oggetto della visione.

Comincio a temere che l'unico viaggio nel tempo possibile sia la partecipazione stessa all'esistenza e che la comprensione dei passati futuri non interessi nemmeno a chi si è interrogato a riguardo.
L'interruzione della misura del tempo appartiene a questo modo di pensare: pentola guardata non bolle mai.
Non ho tempo di pensare alle analogie con le barche contro la corrente di Fitzgerald adesso.

Cosa succederà quando il saggio, volendo indicare il dito, non riuscirà a distogliere lo stolto dalla luna?
La foto precedente l'abbiamo scattata io ed E. , in qualche prato sopra Mioglia.
La bellezza delle imperfezioni di forma attraverso cui deve passare la luna per raggiungere la sua pienezza è solamente meno chiara perchè la scala di grigi perde valore davanti alla singolarità del bianco e del nero, seppure ognuno degli infiniti colori che le compone sia altrettanto precisamente definito.

Il desiderio di essere eccitati o sensibilizzati da un'unica condizione, come da una precisa distinzione tra giorno e notte o la perfetta percezione dello scorrere del tempo sono desideri pericolosi, che finiscono col farci fissare sempre l'altra cosa, insicuri di quello che il saggio ci stia indicando.

Le leggi dell'universo si soffermano sui transitori e sul loro continuo ritorno.
Il sole sorge, compie la sua parabola nel cielo e tramonta.
Primavera estate autunno inverno e ancora primavera.
La neotenia sottolinea negli adulti di oggi caratteristiche morfologiche e fisiologiche tipiche delle forme giovanili degli antenati.
Il linguaggio tenta con i bianchi e con i neri di descrivere i grigi, di collegare le anime senza toccarle.

Si vive insieme e si muore soli, si vive insieme e si muore soli, si vive e si muore, insieme e soli.

domenica, luglio 11, 2010

il morso che spezza

sorrido, mi ammalo di luna piena

mercoledì, luglio 07, 2010

Estati d'animo (settima ed ultima parte)

Non so se sono viva o morta.
Per la verità credo ci sarebbero dei modi per capirlo come cercare di muovermi magari, per vedere se mi sono rotta qualcosa.
In realtà non mi interessa tanto.

Vedo solo una specie di disco davanti a me, illuminato da una luce debolissima, lontana.
Potrebbe essere qualsiasi cosa.
Forse è la terra vista dallo spazio, il lato di notte con l'alba che non arriva mai, immobile.
Oppure il rivelatore di fumo sul soffitto di quella camera d'albergo in cui ero il giorno in cui il sole si fermò.
Magari mi sono immaginata tutto, giustificando con un sogno particolarmente complesso quei cinque minuti di sonno in più prima di andare a lavorare.
Che cosa non si farebbe per un pò di riposo.

Più probabilmente si tratta del volante della mia auto, sommersa da tonnellate di terra, illuminato dall'unico spiraglio che mi collega alla superficie. Un faro al contrario, che guidi i soccorsi verso di me. L'occhio del sole è indiscreto, ti osserva anche nella tragedia.

Forse sono vere tutte le ipotesi: sto per morire, sepolta viva nel ventre della terra, ed intontita dal dolore sono rimbalzata dentro e fuori dalla coscienza, inventandomi una storia che giustificasse quella piccola luce che rimane sempre accesa, là in cima.
Forse sono i riflettori che usano i soccorritori, per poter scavare anche di notte.

Immagino che mi trovino, dopo essere stata all'ombra della luce tutto questo tempo e forse, forse succede davvero. Tutto avrebbe senso solo se servisse a far succedere qualcosa, a farmi trovare me stessa, o un tesoro.
Penso all' incontro con gli occhi di un mio soccorritore, di capire che tutto questo sole, il terremoto, questi anni intermittenti come sentieri nella foresta sono serviti a trovare un qualcosa o qualcuno che altrimenti, nella versione precedente del mondo, non avrei trovato mai. Esiste altro, oltre all'amore?

No, ecco che torna il dolore, fortissimo, al ventre. Crollo su me stessa, trattenuta solo dalla cintura di sicurezza. Tutto questo mi ricorda il dolore del parto. Venire alla luce: mi sembra un termine improprio.



Fine

domenica, luglio 04, 2010

Estati d'animo (sesta parte)

Era in ritardo, la verifica dell'impianto d'irrigazione sarebbe dovuta cominciare venti minuti prima.
Guidava ancora vestita come aveva dormito, sapendo che tanto metà del suo armadio si trovava già nella macchina.

Sarebbe stato un problema fare brutta figura alla serra, dopo appena due giorni che era lì. Cose del genere sarebbero venute fuori nella valutazione di fine mese e il rischio era di non essere più assegnata in un posto tranquillo come quello.

Schiacciò a fondo il piede nudo sull' acceleratore, sorpassando la polvere incandescente del deserto.
La sera prima si era accorta che l'impianto di condizionamento era difettoso, ma aveva pensato di poter trovare il tempo di andare a sostituire la macchina prima di andare al lavoro.

L'aria gelata andava e veniva irritandola, istigandola a correre sempre più veloce lungo l'asfalto della superstrada deserta.

Improvvisamente l'orizzonte tremò, scrollando alta la polvere tutto intorno a lei.
La macchina si buttò nella voragine appena creata dal terremoto come in un parcheggio, dritta e sicura di sé, in velocità.

Mentre veniva inghiottita, tutto quello che poteva pensare era che improvvisamente l'arrivare in ritardo non era più un problema.
Era scusata.

lunedì, giugno 28, 2010

stacco


I sogni sono generalmente ricordati insieme ai desideri, anche se non è detto che tutti i sogni possano (o meritino di) essere ricordati. Mi viene quindi naturale pensare che anche alcuni desideri non meritino tanto di essere espressi quanto di essere esauditi.

Il desiderio è considerabile un atto di fede, in quanto si esprime generalmente nella solitudine del proprio pensiero, nella speranza che qualcosa di più potente e più attento di noi sia al momento in ascolto. L'unica ottica laica del desiderio mi sembra essere quella della formulazione (magica?) di un obiettivo, definendolo in modo preciso a sé stessi, in modo da renderselo personalmente più chiaro e conseguentemente più realizzabile.

La consultazione dell'oracolo di sé stessi non è altro che masturbazione e l'ipotesi di un desiderio con radici religiose mi sembra perlomeno un rapporto impari e meglio delineato.
Desideri espressi senza professionalità finiscono con l'avere caratteri più romantici e meno efficaci, che sfumano in un tempo tanto impreciso quanto lo era la loro formulazione.

Il tempo del desiderio non è tuttavia vincolato dalla natura di chi lo esprime o dalla sua volontà. Vive di vita propria, intervenendo là dove è richiesto se e quando lo desidera, rendendo tutto più complicato.

Tutti gli eventi, una volta avvenuti, modificano quelli futuri e la visione che se ne ha di essi. Esistono tuttavia avvenimenti che proiettano la loro influenza non solo nel futuro, ma anche nel passato. Episodi cosi' importanti da modificare la realtà che li porta a compimento, come preparando tutta l'esistenza al loro arrivo e alle modifiche che seguiranno.

I desideri, quelli più esaudibili almeno (pertanto i più rari), sono appunto eventi di questo tipo che possono arrivare a fermare il sole là dove c'è bisogno di più luce.

giovedì, giugno 17, 2010

Estati d'animo (quinta parte)

Si allontanò dalla festa per sedersi sulla spiaggia e valutare meglio l'idea di un bagno.
Un cane le venne incontro, seguito da una ragazza abbronzatissima che si sedette accanto a lei mentre il cane si lasciava accarezzare.

Sulla targhetta del collare c'era scritto "Tattva".
Questo restò a fissare il mare, ansimando con la lingua penzoloni mentre le due si presentavano.
La ragazza era una delle organizzatrici della festa. Dalla sua abbronzatura profonda ed uniforme e da alcune parole particolari che disse, si fece l'idea che si trattasse di una donna del Sole, una persona che aveva scelto di non viaggiare come tutti gli altri ma di rimanere sempre in un unico luogo della terra.

Indicando l'anello le disse:
"E' stupendo. Come vorrei averlo!"
Si guardò la mano, aperta davanti a sè. Era il regalo di suo padre per il diploma. Un anello costoso che aveva comprato a Mosca, quando viaggiare lontano aveva tutto un altro significato.
Scherzando rispose: "Cosa offri in cambio?"

Non poteva credere che l'avesse presa in parola eppure la ragazza cavò dalla borsa una tazzina da caffè, una conchiglia, un pacchetto di sigarette ed una pinzatrice, disponendoli sulla sabbia ai suoi piedi, accanto al cane. La guardò stupita, decidendo comunque di stare al gioco.
Era improbabile che non riconoscesse come il valore di quell'anello superasse sicuramente qualunque altro oggetto diverso dal denaro che potesse portare dentro quella borsa, eppure la sua proposta era sincera.

Si senti' spaventata al pensiero che se anche uno scambio come quello poteva essere giustificato nell'assurdo di un mondo immobile se per caso, il giorno dopo, tutto fosse ritornato alla normalità lei avrebbe perduto non solo un oggetto nuovamente di valore ma anche uno dei pochi elementi di contatto con quello che era il mondo "prima" e che comunque, anche al riprendere della rotazione della terra, non sarebbe mai ritornato ad essere tale.

Pensò che avrebbe potuto o forse dovuto, per rendere almeno lontanamente equo lo scambio, chiedere il cane, ma non se la senti' di esporlo alla vita sempre in movimento in cui l'avrebbe dovuta seguire. Inoltre le dispiaceva proporre di separarsi ad un cane ed al suo padrone per cui, sull'onda di un riconosciuto colpo di testa, decise di prendere la pinzatrice.

Pochi minuti dopo la ragazza se ne andò, senza intimare al cane di seguirla, senza degnarlo di un cenno o di un saluto. Restò li' sulla sabbia, contemplando con lei l'illogicità di quel baratto.
Arrivarono dei bambini, chiamandolo per nome: il cane era loro.

sabato, giugno 12, 2010

Sulle Vie

La teoria ha il pregio di spiegarci bene le cose, di cominciare dall' inizio, ma nasce dall' intuizione.
L' intuizione e' qualcosa di magico, un mostro che si alza (grondante) dal lago della mente. Quando iniziamo ad interrogarci sul luogo metafisico dal quale proviene l' intuizione possiamo incominciare senza macchia un percorso che si chiama: la via.

La via del Fandango, la Via della Seta, la route de Genes. Che da Nizza ci porta a Genova. Via Nizza.
La via dello Zen. La via di Pre'. Le vie della conoscenza. La ricerca del senso. L' esperienza, i sensi.
Infine le risposte.

La moltepricita' delle destinazioni e delle partenze e' spesso sconfortante; se si fa riferimento a luoghi non fisici la trama si infittisce. Si, era una notte buia e tempestosa, ma la Luce splende nelle tenebre e le tenebre non l' hanno vinta.

Confrontare le vie che ci sono proposte, per selezionare la piu' breve, la piu' tranquilla, la piu' ricca, la piu' adatta, richiederebbe di averle percorse tutte. Si deve cominciare con una scelta. E in questa scelta siamo aiutati da un bodhisattva: il piu' santo, colui che aiuta gli altri a raggiungere l' illuminazione, sacrificandosi. Se questo vi ricorda qualcosa o Qualcuno non penso che sia un caso.
Non parliamo soltanto di figure tipizzate: ma di veri santoni, profeti, di indicazioni stradali sbagliate.



Bust of an Attendant Bodhisattva (Mural fragment from south wall of Mogao Cave 320, Dunhuang, Gansu province), early 8th century
Mural painting
Chinese, 8th century
Tang dynasty, 618-907
Fragment of a wall painting mounted as panel; pigments on gesso ground over plastered clay walls. From the south wall of Mogao Cave 320 at Dunhuang, Gansu province.
painting proper (irregular): 37.8 x 29.2 cm (14 7/8 x 11 1/2 in.)
framed: 73.66 x 58.42 cm (29 x 23 in.)
Creation Place: Dunhuang, Gansu province, China
Harvard Art Museum/Arthur M. Sackler Museum, First Fogg Expedition to China (1923-1924), 1924.43



Una felice indicazione culturale: la figura di bodhisattva che strappo' dal muro qualche barbaro deficiente nelle grotte di Mogao ora è in Inghilterra. E' andato la' ad indicare la via.

Il ladro, storico dell' arte, ispirò il personaggio di indiana Jones, che a sua volta ispiro' indiana Pipps, che a sua volta ispiro' le pippets. Mangiava negritas. Ma come si suol dire, questa e' un' altra via.

giovedì, giugno 10, 2010

Estati d'animo (quarta parte)

Ancora una volta, la sua casa cambiava.
I ragazzi con cui condivideva lo scompartimento dovevano essere più giovani di lei, parlavano tra loro facendo dell'altro nel frattempo, annoiati dalle lunghe ore di viaggio.
"Ehi, non sembra il tramonto doppio di Tatooine?"

L'immensa palude nebbiosa su cui sfrecciavano levava dense nubi di vapore che in una sorta di miraggio facevano raddoppiare il sole, alto nel cielo.
"Senti che cosa ha scritto quel tizio che abbiamo incontrato ad Alexanderplatz il mese scorso: destinazione Samoa, i ragazzi fortunati si tatuano. Pensa te che culo, un tatuaggio samoano originale. Ho fatto bene ad aspettare, prima o poi ci manderanno là anche a noi."

"Pare ci sia un sacco da fare, però mi sembra difficile arrivarci da qui. Quasi sicuramente sarà per il prossimo giro."
Le palafitte su cui il treno si ergeva erano state una delle prime grandi opere costruite nel centro Europa da quando il giorno perenne aveva trasformato buona parte del Mediterraneo in un acquitrino fumoso.

Da ragazza o forse da bambina, comunque molti anni prima, aveva sognato altre catastrofi, alimentate dalla pubblicità e dalla narrativa. Erano sempre situazioni limite in cui i protagonisti del disastro erano pochi e ben definiti eletti, soli in un mondo dove tutto l'irraggiungibile diventava insieme accessibile ed inutile, come la macchina sportiva di Charlton Heston.

Nessuno, nè lei nè quei ragazzi erano diventati eroi, Adami, Eve o ultimi araldi dell'etica umana il giorno in cui il sole aveva deciso di non baciare più l'altra metà della Terra. Si erano tutti coscienziosamente dati da fare, organizzandosi nel modo più logico possibile, sostituendo i bisogni e le offerte ormai assurdi nel nuovo ordine delle cose.
Avevano agito come un sol uomo: adattandosi.

Era la fine del mondo ed il mondo non era finito.

domenica, giugno 06, 2010

Estati d'animo (terza parte)

L'ombrello l'avrebbe riparata ancora una volta dal sole e dalla cenere.
Era un lungo ombrello nero, appartenuto forse a sua nonna, un ricordo di quando la terra era ancora capace di girare su sè stessa.
I grandi incendi del nord avevano rialimentato le nuvole di polvere, che adesso comparivano alte sull'orizzonte.

La tempesta sarebbe cominciata e finita presto, senza danno.
Intanto la sala del consiglio cominciava a riempirsi e vicino a lei si vennero a sedere i suoi vicini, con cui aveva cenato la sera prima.
Erano slavi, genitori di due bambini, diretti verso il nord Africa entro la settimana seguente.

Le avevano fornito importanti dettagli sulla zona, elencato le cose da fare e da vedere. Erano per lei la logica incarnata della famiglia e dell'amicizia: la testimonianza continuamente ripetuta della propria esistenza, la vita riflessa in sè stessa, nel partner e nel frutto del reciproco amore.

Erano ridondanti, eccessivi richiami alla propria presenza nel mondo. Erano talmente vivi ed uniti e noiosi e sicuri di sè nell'incertezza solitaria dell'umanità in marcia da sembrare a sè stessi per primi incredibili. Ma erano anche brave persone, che amando sè stesse amavano anche gli altri, e che le avevano tenuto compagnia quando l' autostima e la cultura non avevano saputo rispondere della sua solitudine.

Li ascoltò esporre alla comunità le migliorie che stimavano necessarie, le loro proposte per la gestione delle risorse del campo. Li ascoltò con rispetto, ma senza interesse. Erano, forse, già partiti.

mercoledì, giugno 02, 2010

Estati d'animo (seconda parte)

Il bungalow aveva conosciuto tempi migliori ma almeno si trovava vicino al campo di pannelli solari che le era stato assegnato.
Trovò solo un flacone di shampoo vuoto in mezzo al bagno, forse caduto nella fretta del trasloco dell' inquilino precedente. Controllando il libro dell'appartamento realizzò che chiunque fosse non aveva trovato il tempo di scrivere una riga nell'arco di un mese.

In bagno ed in cucina, caratteri cubitali neri invitavano ad idratarsi ed a proteggersi dal sole in tre lingue. Indossò il costume da bagno che aveva preso aspettando l'aereo, quando l'idea che dopo quindici mesi sarebbe ritornata al sole era diventata tangibile nella sua mente.

Uscì dal bungalow sistemando la sdraio in piena luce ed una certa malinconia la attraversò prima che il sole cominciasse a scaldarla veramente. Le lunghe ore in palestra, le sedute di sole artificiale, i giorni passati aspettando quel momento nella notte dall'altra parte della terra assumevano ora toni di tristezza. Cominciò a sfogliare il libro della casa, cercando qualche proposta divertente per passare il tempo anche se il mare era troppo distante per sperare in feste sulla spiaggia o in sport acquatici.

Preferiva sicuramente quell'arida campagna all' opprimenza di una metropoli semi-deserta ma quell'atmosfera paesana senza un' ombra dove far riposare la sua solitudine la angustiava. I suoi vicini non sarebbero stati misteriosi festaioli come nella Notte, ma esseri dai contorni definiti. Illuminati da una luce monotona, tutti i suoi possibili vicini sembravano insipidi come amori passati, conosciuti troppo bene e troppo correttamente.

Per quanto le discoteche locali riuscissero a ricreare al loro interno una notte fittizia, all'uscita il sole avrebbe sempre ripulito dai visi le forme che le luci intermittenti e multicolore avevano fatto emergere. A cuor leggero invidiò persino coloro che erano nati fuori dalle città cento o duecento anni prima. Coloro che pur abitandone al di fuori, in piccoli ambienti rurali, potevano conoscere abbastanza la città da sperare un giorno di andarvi ma non ne avevano un 'idea sufficientemente chiara da capire che là nulla sarebbe cambiato.

Adesso che per necessità l'umanità intera, spostandosi mese dopo mese verso est, era un social network reale dove quasi ogni giorno si avevano nuovi vicini e si conoscevano nuovi luoghi, la sua mancanza d'euforia per il sole ritrovato era per lei stessa il segno che la sua voglia di scoprire qualcosa di nuovo nasceva da quanto le veniva celato.

Pensò quindi ai suoi amori passati, ai suoi peccati notturni, al suo sesso orgiastico nella parte spenta del mondo. Pensò a lungo, abbronzandosi.

domenica, maggio 30, 2010

sabato, maggio 29, 2010

Estati d'animo (prima parte)

Era una notte buia e tempestosa, o almeno lo era stata.
Si girò per osservare meglio i suoi compagni di sedile, fingendo di guardare qualcosa nel finestrino opposto.
Erano entrambi uomini: assonnati, rasati, imbarazzati. Nella macchina dominava una certa sensazione di inqietudine sin da quando erano entrati nel Giorno. L'instancabile illuminazione prometteva contemporaneamente un'abbronzatura perfetta ed allucinazioni da insonnia.

Il passeggero davanti portava ancora la mascherina ma doveva essere sveglio già da un pò, l'aveva sentito rovistare alla cieca nel portaoggetti della portiera. Si erano a malapena intravisti quando era salita in macchina, la sera prima. Difficile ricordarsi chi fosse, i viaggi erano diventati tanti da confondersi tra loro.

Il guidatore si rivolse a lei in un inglese stentato: sarebbe stata la prima a scendere.
Guardò fuori dal finestrino, questa volta il suo. Le cose apparivano finalmente nel loro colore, anche se la stessa luce che li rivelava aveva stinto ed arso i toni. La macchina rallentò, incuneandosi in quelli che prima dovevano essere stati pregiati vigneti.

Sorrise: sarebbe tornata ad indossare gli occhiali da sole.