sabato, gennaio 19, 2013

Curatore testamentario

Il mendicante arabo ha un cancro nel cappello, ma è convinto che sia un portafortuna.


                                                      
                                                Elisa Boccedi, Il Cappellaio Matto.



Aveva avuto la diagnosi.
L' ennesima diagnosi; l' ennesima malattia. Che si aggiungeva alla lista.
Ed era arrabbiata. Sapeva che in qualche modo era lei stessa la causa di quella nuova malattia. Che si aggiungeva alle altre dalle quali era affetta.
Anche quel male non le piaceva. E qualcuno potrebbe stupirsi del motivo: non è difficile da capire. Non è neanche il Vangelo. E' una verità: quel male non le piaceva perchè non era male abbastanza, non era come se l' era immaginato, come lo aveva voluto, come lo aveva desiderato.
Era arrabbiata. Nella folle solitudine dell' insicurezza, nel pensiero che si ripete fino a diventare ossessione, era lei che l' aveva desiderato. In quelle notti assurde, passate a inseguire sogni irrealizzabili o incubi, era stata lei a volerlo.
Come si desidera un figlio e al tempo stesso si ha paura: tanta paura. Ma lei era arrabbiata. Quel male era il male sbagliato. Quel male non l' avrebbe uccisa; almeno non direttamente e in tempi brevi. Era arrabbiata perchè non si trattava di un male lieve ma neanche di un male tragico.
Lei voleva solo essere libera. E quel male non l' avrebbe autorizzata a fare tutto cio' che voleva, a dare di matto, a inseguire un' idea malsana o a diventare una santa fottuta. Quel male la lasciava nella palude melmosa della mediocrità: lei che era una sirenetta. Questo male le toglieva qualcosa e non le restituiva niente, come un aborto. Era irreversibile, inguaribile; era lo specchio di qualche ferita. Lei non voleva essere curata: voleva solo diventare libera. Non voleva essere compatita. E così, ora, il problema si poneva di nuovo: non se ne sarebbe andata abbastanza velocemente e doveva trovarsi un uomo.
Un uomo come lo voleva lei, almeno quello. Quell' uomo doveva essere insensibile alla sua malattia. Uno di quegli esseri incredibili dotati di qualche stupido maniacale hobby. Si, ci teneva a salvaguardare il ruolo della martire in faticosa lotta contro forze che si oppongono alla sua realizzazione. Lei voleva che lui la trascurasse: magari per qualche stupido maniacale motor show. Si sarebbe stufata di lui, certo, un giorno. E quel giorno gli avrebbe rinfacciato di essere un maschio egoista. Si sarebbe stufata: si sa, i futuristi sono dinamici e si illudono di poter passare sopra la vita con la mitraglia della loro motocicletta.

Poi avrebbe pianto. E poi tutto sarebbe ricominciato da capo fino all' ultimo male. Quello che l' avrebbe uccisa. Quello che avrebbe fatto di lei una paziente terminale:
in quel momento, forse, desiderò guarire.

Gloria in excelsis Sirenetta.

venerdì, gennaio 18, 2013

L'uomo dietro Holiday Djinn

Il disco che comporrei si chiama Holiday Djinn. La parola Holiday non è un retaggio di sprecata cultura esterofila, anche "vacanza" non è male, ma Holiday in inglese viene dall'unione delle parole sacro e giorno. La vacanza è un giorno sacro, un concetto che mi piace. Djinn è invece un termine arabo che indica esseri soprannaturali capaci di qualsiasi cosa. Sì, Djinn l'ho anche scelto perché è un termine esotico ed inusuale.

Rischio di perdermi nel cercare di esprimere sinceramente e con parole quello che ribolle in questa mente. Io credo si possa, da qualche parte nel profondo, sfuggire alla logica a due che equilibra la chimica del corpo con il libero arbitrio dell'anima. Scegliere di perdere, una volta tanto, una battaglia dolorosa e sofferta a favore del proprio avversario. Deporre le armi, non alla ricerca di una strategica clemenza, ma per il maggior bene del proprio prossimo.

Fate la carità: come abbiamo potuto legare la massima virtù teologica alle nostre conchiglie senza valore se non per bisogno, per mancanza di una vera carità? C'è un punto in cui gli uomini devono cercare di esprimere qualcosa che possono udire soltanto dentro se stessi. Non è la tintinnante campana che definisce la fine della libertà dell'altro, quella stessa campana della divisione che faceva piangere i Pink Floyd, tantomeno il solitario sospirare della propria giustizia.

Ogni giorno è il giorno sacro del potere, in cui ogni scelta è possibile, in cui l'effetto lenitivo del lavoro sulla vita si rimpicciolisce fino a svanire. Come può aiutarci un'intelligenza da cruciverba in questa titanica impresa? Ci si può comportare come santi senza esserlo?
Queste sono reminiscenze di domande più vaste che sono germogliate dentro di me in treno, nel silenzio creato dalla presenza di altri come me. Domande che muoiono come muore il soffione all'abbandono dei semi, perché già mentre vengono formulate per essere scritte decadono in poco meno che lettere.

Infine cercare di sorridere, non per riflesso nervoso, per prassi o per malizia, non per celebrare un successo o l'orgasmo, non per specchiarsi nel rassicurante tendersi dei muscoli facciali: sorridere per sorridere salutando noi stessi nella trascendenza.

lunedì, gennaio 14, 2013

Caino e Adele



Holiday Djinn è il titolo dell'album che comporrei se fossi un musicista. Sarebbe un disco jazz, ovviamente un capolavoro. La ragione per cui lo chiamerei così sarà spiegata più avanti, per uccidere anche l'ultimo barlume di curiosità.

Le menti non amano capire, amano capire le ragioni. L'età dei perché non finisce, per fortuna. Continua instancabile, finché un pomeriggio cliccando "Una voce a caso" su Wikipedia non vieni a sapere di un pugile ed una cantante. I due dapprima non si amano, ma poi...

Il ritorno alla realtà è brusco, sofferto, come quando certe notti mi sveglio prono, sdraiato sulle due braccia ormai intorpidite. Le tratto con delicatezza, nonostante il sonno, sapendo che se dovessero prendere un colpo non ne sentirei il dolore. Ritorno a dormire.

L'intelligenza è un'illusione, un sottoprodotto del bisogno di mangiare e riprodursi. Forse solo di mangiare, per vivere e vedere cosa? E vedere, e-vadere? Evadere dalla vita attraverso la vita, allora procreare. Quindi mangiare. L'intelligenza è un cruciverba, in cui ogni definizione trovata è il suggerimento per la seguente, fino ad arrivare al minimo comune denominatore di ogni essere umano.

Credi di parlare di dio, di economia, di una commedia in cui recita Clark Gable. Credi di toccare le altre persone con la tua angelica voce britannica, di toccarle con un pugno avvolto nello sport, ma stai sempre girando intorno ad un piatto di pasta ed un marmocchio.

Credi, non mi sbilancio a dire che fai bene o fai male. Perlustra il tuo stesso mistero, ma tieni bene a mente quel "tuo" che indica possesso. E' ancora possibile un'evasione? Che non sia un'evasione da Matrix; o da internet, attraverso la via della seta; o dalla letteratura, attraverso una tromba munita di sordina?

L'intelligenza è come i lavori con cui la nostra società moderna occupa il nostro tempo, non creano cibo o bambini ma in fondo servono ad ottenerli. Che differenza c'è tra un astronauta ed un contadino? Dov'è, se esiste, la scintilla che ci rende più di una macina velocissima, capace soltanto di rompere ogni significato in qualcosa di elementare?

Lo spazio, il jazz. Lo spazio del jazz ed il jazz dello spazio. Se ascolti Sun Ra arrivi a pensare che le due cose in fondo coincidano. Se ti annoi, nell'attesa, gioca con la tua intelligenza: siediti in una stanza, lontano dal mondo, con un dizionario italiano-cinese.

sabato, gennaio 12, 2013

Fuji come la mela, come lo spicchio di realtà che ci vogliamo sbranare


in sogno ho visitato il Fuji, mi era stato accreditato come il Paese degli dèi.

Dove sono finiti
gli esseri divini
che un tempo abitavano sul monte Fuji?
La loro fama, invero,
era grande,
almeno in tutto il Giappone.
Sembra che non ve ne sia più traccia.
Trovo chioschi di bibite,
panini quanti ne vuoi,
osti che ti pregano di rimanere per la notte,
bancarellari di gadget e di ricordini:
forse ogni epoca ha i suoi dèi e questi hanno tolto di mezzo gli altri.

sabato, gennaio 05, 2013

Avanzi

Non sono poche le tracce di focolari rinvenute accanto a scheletri del Paleolitico. Riscaldare ciò che è divenuto freddo, propiziarne la risurrezione: come negare che possano essere ricondotte a tale genesi le pratiche di cremazione dei corpi? E anche il lume accanto alla tomba, o il cero rosso della Presenza in una chiesa, trovano in considerazioni di tale tenore la loro ragione. Una delle cose più evidenti e comuni della morte del corpo è proprio il freddo; Foscolo nei suoi sepolcri liricheggia: urne confortate dal pianto. Urne fredde. Sacrari freddi. Ossa, ceneri: fredde.
 
Portatelo al sole!

Lieve un tempo il suo tocco lo destava,

in patria, sussurrando di campi inseminati.

Sempre lo ridestò, persino in Francia,

fino a questo mattino e a questa neve.

Se ora qualcosa può farlo svegliare

il buon vecchio sole lo saprà.

Pensate un po' a come desta i semi,

a come in quel Giorno destò le argille di una fredda stella.

Le membra, frutto di tanta cura,

i fianchi forti, ancora caldi,

possibile che sia così difficile svegliarli?

Per questo, dunque, s' innalzò l argilla?

Perché i raggi del sole si sprecarono nel rompere il sonno della terra?

Vanità, Wilfred Owen

Il sacro fuoco dell' artiglieria, caso peculiare di fuoco che fa diventare freddi, propone un quesito a quelli che credono nel destino: perché alcuni se ne vanno presto, altri se ne vanno tardi?

giovedì, gennaio 03, 2013

Rocco Pappaleo

La mia ispirazione ha l' andamento metrico delle centurie di Nostradamus: con queste condivide un dato, la cripticità. Nel riportarla fedelmente si contraddistingue per una certa cadenza che si riscontra sia nel testo, sia nel fatto materiale della battitura. Battitura che definirei costante fino al doppio colpo finale, che riproduce una certa visione freudiana dell' orgasmo. Altrimenti si potrebbe parlare dei fumi neri della possessione.

Onde fuggire il rischio di dare un qualche adito a chi mi vorrebbe internato tenterò di diluire, rallentare, la trama della mia ispirazione, consapevole del rischio di portare alla luce difetti e verità; l' aereoplano del futurista non ha bisogno di far figurare le ali, perchè, passando come razzo, non si presta a critiche. E se avesse un elica corta, badate bene, nessuno se ne avvederebbe, ma anzi sarebbe elogiata la velocità della sua performance.

Cosa nutre l' illusione di una vita ordinaria? Direi il credere di essere nati e di morire, in entrambi i casi accadimenti che non sono nella nostra disponibilità. Sembra lecito dubitare della spiegazione che Plutarco da' della pratica egizia di far circolare nei sacri banchetti l' immaginetta di un defunto: ritiene infatti che questa usanza trovi la sua ragione nell' invito ai commensali di godere del momento presente. Si tratterebbe dunque di un edonistico e volgare richiamo ai piaceri del corpo, un ' impostazione che può agevolmente riportarsi alla mentalità greca, o al massimo al momento dell' elenizzazione dell' Egitto. Posto che l' usanza non può essere ricondotta a tale giustificazione, tenuto conto della mentalità egizia e del concetto di Mè è, bisogna investigarne il vero significato. Va escluso che si tratti di un memento mori ante litteram. E' invece da ricondurre ai riti iniziatici di intronizzazione del sovrano e alla risurrezione, tematiche ben più consone ad un banchetto sacro. Come un capriolo, ecco lo vedo, si rotola nella neve, saltella, si sdraia prono, rizza la coda, mostra i denti, al richiamo si beffa del padrone, ma quello è un cane: vicino al marmoreo arco ove giacciono le ossa di eroi, nel freddo sacrario, cannoni! Due grazie, sulla ventina, qualche passeggino, un ragazzino sul bob, le nuvole rosse! E il silenzio. Non è una contraddizione continua, l' assenza nell' inseguire un pensiero? Chi può dire di essere nato. Dodici ore di sonno inframezzate da continui risvegli ti mandano in pappa il cervello e ti fanno capire come stanno le cose. Magari impegnato in un putrido sogno temi che sia reale la violenza che stai perpetrando, ti muovi di casa in casa, o forse è lo spettro della tua oscenita', cerchi la vittima prescelta, la mieti: la Patria sfondata! E' la vittima tremante che si immola a scegliere il suo carnefice? Isacco rispondi. O forse vi e' un libro, di rame, le pagine sono pesanti, con i nomi degli eletti; e, se tutto fosse una prova, certamente in conseguenza di una deprivazione di sonno falliresti. Ma non è poi tanto diverso l' abuso di sonno per l' insonne, come la grappa somministrata al poppante merdoso. Se delle spirali di energia tu segui le nere, mettendoti in condizione di cadere dapprima annientando la volontà e poi volendo liberamente il tripudio orgiastico e libidinoso, il delirium di chi ti si assoggetta ti infonde la forza del dominatore. Quando ti svegli e ti accorgi di non essere solo, nell' istante in cui si congiunge la macelleria bulgara del sogno con una qualche forma di primitivo affetto, la vedi tremare, non sei solo, l' amore per la Patria ti riscalda.



Con la presente Vi rendo il favore dei Vostri stucchevoli e pindarici post, i quali mi hanno disgustato, costante tributo alla Vostra vanagloria, veleno per i lettori.

venerdì, dicembre 28, 2012

Mai dire Maya

Mi piacerebbe affermare che la luce soffusa mi fa sentire a mio agio, che questo buio-non buio appena accennato non mi reca alcun fastidio.
Fuori nevica: lo dico non perchè lo vedo, ma perchè ricordo che le cose all'esterno andassero così quando sono entrata.
Gli occhi verdi del tizio che ho di fronte mi ricordano quelli di un mio compagno di classe delle elementari.
Non ha ancora detto una parola da quando si è seduto.
Non ci sono finestre nella sala. Fuori nevicava.

Le regole ci sono state illustrate all'ingresso e sono relativamente semplici: si prosegue solo con segni zodiacali compatibili, massimo tre minuti, divieto di rivelare nome e cognome, possibilità per Lei di interrompere in anticipo l'incontro.
La cera della candela si riversa sul foglio delle mie compatibilità astrali: Capricorno, Scorpione, Toro e Gemelli sì: cinque stelline su cinque; Leone e Pesci ni: soltanto due su cinque.
Quante cose si possono dire in tre minuti?

Mi piacerebbe credere che le decine di candele accese avvolgano me e tutte le altre persone presenti in questa sala in un morbido mantello che ci protegga dall'oscurità.
E dalla solitudine, dalla vecchiaia, dalla noia.
Il volantino di "Fuga dalla Madunina" recita: "Ore 24: brindisi e panettone con crema al mascarpone".
Avevo percepito che il mio ultimo escluso avrebbe potuto anche piacermi; non a vent'anni quando si ha tutto ancora davanti, non in un'altra vita, ma in questa: peccato solo fosse Acquario.

Gli occhi verdi bucano l'oscurità che ci separa. Potrei agitare la campanella e farlo alzare, ma esito.
Il rumore dei botti e petardi cresce con il passare dei minuti. Non ci sono finestre nella sala, ma il suono attraversa percorsi che solo lui conosce e crea cunicoli laddove non ci sono entrate.
Il volantino continua così: "Ore 2.00: visione delle costellazioni dal tetto".
Tipo: "Vedi Roberta, quello è il Grande Carro, mentre là c'è il Piccolo". Cose così.
Come è possibile che ci siano così tanti botti anche qui in collina? Perdipiù con questa nevicata.

Mi piacerebbe convincermi che la musica lieve in sottofondo componga un raro senso di intimità.
E invece Occhi Verdi, dopo 2 minuti e 30 secondi di silenzio, mi scruta come se fossi sua nemica. E' possibile avere ancora dei nemici mentre l'anno fugge?
Se non mi fosse stato assegnato questo ruolo passivo e silenzioso, io in tre minuti chiederei tre cose:
Cosa sognavi da bambino?
Se potessi sparire e ricominciare tutto dal principio, lo faresti?
Quando è stata l'ultima volta che hai pianto?

"Tu sei Bilancia, vero?" - mentre mi rivolge questa domanda, i rintocchi della mezzanotte coprono il suo sbattere di palpebre.
La musica di fondo si nasconde all'improvviso: si sentono solo i petardi.
La candela è accesa affianco a me, ma senza i suoi occhi il buio è ormai completo.

domenica, dicembre 23, 2012

Lorem ipsum

Da fuori la stazione di servizio non sembrava possedere una forma precisa, un volume, un pavimento. Affacciata sull'autostrada, circondata da basse colline terrazzate con capannoni industriali immobili ed illuminati nel momento più freddo della notte, sarebbe stata la perfetta cliente del bar contenuto al suo interno: assediata senza nemici, turbato immobile figlio della speculazione.

Pochi metri di tangibile pavimento antimacchia più in la, si stavano riscaldando tre aspiranti sceneggiatori. Uno, nella vita di tutti i giorni maestro d'asilo, ispezionava cupamente -ormai da due caffè ed una coca light- i grigiori della propria vita esprimendosi solo attraverso quelle degli altri due. Curiosamente, finii per scoprire che chi mi rivolgeva le spalle era stato diffidato dal mettere piede in una particolare ambasciata di Vienna, per una ragione che il maestro d'asilo assicurò più volte essere assolutamente ridicola e speciosa.

Gli credevo, decisi di credergli. Nel mio bagagliaio, ormai da tre giorni, stava la conseguenza a persone che non si erano credute. L'incomprensione genera mostri logorroici, inconcludenti sovrastrutture di un'evoluzione che rifugge lo scontro e predica la nonviolenza. La predica; per poi caricarne in lacrime il risultato nel bagagliaio di una station wagon poco appariscente, diretta verso l'Oceano.
Vorrei chiedermi perché proprio nell'Oceano, ma gli occhi sono già fissi sul deodorante incastrato sul bocchettone alettato dell'aria: mi sono ripromesso di non pensare mentre guido. L'ho deciso mentre accettavo l'incarico, mentre accettavo le ore che avrei passato a dimenticare la fatica di infilare quel corpo sanguinante nel sacco, mentre affidavo al materasso metà della cifra ricevuta.

L'altra metà alla fine: non si parla al conducente. Che sia doloroso per tutti, è indubbio. Ma non posso e non devo dimenticare che il maggior dolore sta nel bagagliaio di questa vecchia station wagon color notte. Riposa, in attesa di essere provato di nuovo.

mercoledì, dicembre 12, 2012

Intrigo interdentale


Se li guardi, sembra che tutti i camerieri debbano portare la tua pizza.

- Un racconto di spionaggio, in pratica una storia di spie.

Le birre, invece, te le portano subito. Ghiacciate, si tuffano giù per la gola dei due amici. Senza luppolo non avrebbero lo stesso sapore, ma questo il luppolo è libero di non saperlo. Non sa nemmeno cosa sia un sapore, il luppolo. E' senza sensi, senso e ragione. E' privo di gusto, ma lo conferisce. Il luppolo. Strana pianta, retaggio babilonese, appendice di un consumato volume sulle politiche agricole della mezzaluna fertile. Climi assolati per il luppolo. Le birre; se le vedi sai subito che sono tue.

- Ok, questo si capisce. Puoi dirmi altro?
- La storia è questa. Nel libro ci sono spie, spie che difendono un segreto importantissimo. Ovviamente difendono il segreto da altre spie, che immaginano di sapere quale sia il segreto, ma vogliono comunque impadronirsene. La cosa è complessa.
- Immagino, immagino...vuoi aggiungere qualcosa? Non ci scrivo un paragrafo con quello che mi hai detto. Insomma, conosci la situazione. Dammi un bastone da rosicchiare.
- E va bene, preparati per la bomba. Ti dico l'inizio, giusto l'assaggio. Qualcosa di Dickiano; "mind-bending" come direbbero quelli del marketing: il segreto importantissimo è la coscienza di essere spie di un mondo che esiste soltanto nel libro.
- ...
- Il libro che il lettore sta leggendo!
- Una capricciosa e una diavola con pecorino?

Le birre, quelle te le portano subito. Ghiacciate si tuffano giù, oltre il velo pendulo di ciascuno. Senza luppolo non avrebbero lo stesso sapore, ma senza lingue per gustarlo a cosa servirebbero le proprietà del luppolo che danno quel particolare sapore alla birra? Le stelle non bevono la birra, non ordinano la pizza, non tirano a campare, non si interessano di politica, non ascoltano i Dire Straits. Bruciano, senza supplicare di estinguersi, di bruciare in eterno, di non sapere cosa significhi ardere.

- Tu li conosci i poemi epici? Anzi, meglio: hai letto l'Orlando Curioso?
- Furioso...l'Orlando Furioso.
- Fa lo stesso, perché tanto io non l'ho letto. Ma so che, nel racconto, Orlando va sulla luna per cercare il senno perduto. Lo sai cosa significa?
- ...
- Significa che il senno si può perdere soltanto restando sulla terra.

venerdì, ottobre 26, 2012

Arcobaleno in scala di grigi


Sono anni che sogno di fare un film, si può dire tutta la vita. Per la verità non si può dire che ci abbia mai veramente provato e questo, volendo, può essere interpretato a mio favore.
Tralasciando il perché fare film non essendo dei professionisti sia particolarmente difficile, eccomi scostare la pesante tenda rossa del NuovoFilmstudio.
Sorrido pensando alla faccia disgustata del mio amico Eduardo se gli dicessi che voglio inserire un luogo della nostra città come questo cinema in un racconto.
Prendo posto con calma, ragionando sulla possibilità che qualcuno più alto di me possa sedermisi di fronte.

Uno dei film che mi piacerebbe girare racconta di un tizio che vende case in una dimenticata valle montana, malamente deturpata da una bolla edilizia incoraggiata da una società di trasporti su gomma. Ammetto che questa parte sia piuttosto confusa, mentre cambio sedile a causa dell'arrivo di un inopportuna coppia di spilungoni, ma ho tutto il tempo di rivedere le ragioni della società autotrasporti, che ha un nome spiritoso che comunque capirei soltanto io. Vende una casa e dopo essersi scopato l'acquirente, questo gli racconta la sua vita. Si trova lì per cercare le tracce degli antichi e dimenticati abitanti della valle: un popolo che parlava una lingua studiata apposta per non essere comprensibile o imparabile da nessuno, quindi in continuo mutamento.

Passa il tempo, mentre la gente prende posto nella sala. L'acquirente intanto si svela come il diretto discendente di un monaco benedettino che aveva studiato gli indigeni, persuadendoli a suon di quattrini a rivelare le meccaniche imperiture della loro filosofia, basata sulla chiusura rispetto al mondo esterno.
Lo so che i monaci benedettini non dovrebbero avere figli ma lo scandalo ecclesiastico è di gran moda e poi non è questo il punto, sono tutte cose che si possono cambiare. Quello che conta è la trama.

La storia infatti è l'esemplificazione di come le ragioni più intime e nobili della comunicazione siano in realtà accessibili soltanto tramite la grettezza di un premio materiale come il denaro o il rispetto dei propri simili.
O il sesso, ed è qui che casca l'asino: si scopre, dopo un tormentato percorso interiore ma chiaramente visibile allo spettatore, che il protagonista venditore di case è proprio l'ultimo inconsapevole elemento di quel popolo dimenticato.

La compravendita si è dunque ripetuta proprio mentre il pronipote del monaco benedettino la spiegava per filo e per segno, girovagando allegro tra le valli montane: la terra è stata scambiata con la memoria, così come la memoria del popolo dimenticato era stata scambiata con vile denaro. La catarsi è quindi compiuta per le antiche vicende sommerse, che avevano condannato monaco ed indigeni a distruggersi a vicenda a causa degli estremi opposti di uno stesso bisogno, ma non per i due personaggi principali, insieme a cui lo spettatore ha seguito il dipanarsi della vicenda.

I due, inconsci della suddetta liberazione ma determinati a sancirla, si uccidono a vicenda dopo un ultimo amplesso. La vicenda crolla drammaticamente su se stessa, cercando di seppellire ogni cosa ed ogni vergogna.
Il che, purtroppo o per fortuna, è inutile. La storia, fatta film, è ormai nelle menti di chi l'ha seguita.
Scorrono i titoli di coda nel cinema della mia mente, si spengono le luci nel NuovoFilmstudio: il film di qualcun altro può iniziare.

mercoledì, settembre 19, 2012

L'ultima volta che vidi Parigi ero cieco

Lo squalo toro stridette ancora una volta, costringendolo a restare. Il discorso sarebbe continuato, per vie parallele, dimostrando logicamente di essere nel frattempo accaduto soltanto alla fine: un pensiero parassita avrebbe intrattenuto gli interstizi dell'attenzione con laconiche melodie, assaporando ogni distrazione.

Gorgogliando fuori dalle fauci, la teoria che aveva tanto profetizzato prendeva forma: il tempo avrebbe prima o poi cominciato a scorrere lateralmente, cercando di ritornare indietro attraverso un percorso alternativo. Esponeva la sua logica timidamente, scusandosi per le interruzioni quel tanto che bastava per trasformare le stesse in solchi tangibili di silenzio.

Aveva senso, in quel momento instabile ed insicuro, come acqua improvvisamente senza il suo contenitore. Avrebbe presto piovuto, ed in ogni goccia avrebbero ritrovato lo sguardo misericordioso del predatore.

domenica, luglio 29, 2012

tappeto blu

Dopo le prove, Linda volle a tutti i costi che andassi nel suo camerino. La sera dopo ci sarebbe stata la prima. Una data inusuale, specialmente per quella grande città, inabitata durante il caldo estivo. Mi presentai con le solite dodici rose ed un pacchetto avvolto in fogli di velina rosa.

- Magnifica Linda, superba! La gente parlerà di questo spettacolo per settimane.
- Alfredo, mio buon Alfredo - breve pausa dietro i motivi floreali del separé, mentre la immaginai togliersi i costumi di scena - tu esageri sempre.
Dopo aver messo le rose in un vaso, mi diressi verso i liquori. Non c'era molto: sono liquori invernali, da meditazione, messi pigramente a disposizione dal teatro. Comunque Linda non è mai stata una che beve.
- Oggi ho ricevuto ottime notizie cara, non immagini nemmeno chi si siederà in prima fila domani sera.
- Non lo immagino e non vorrei nemmeno farlo. Alfredo, ti secca se ti dico che di questo spettacolo potremmo anche smettere di parlare?
- Questo è il tuo regno, e tu ne sei regina: come desideri. A proposito maestà: un pegno per voi.

Posai il pacco sulla cassettiera, ben sapendo che Linda avrebbe aperto il regalo soltanto arrivata a casa, prima di mettersi a letto.Un messaggio mi avrebbe portato a conoscenza della sua reazione la mattina dopo.

- Preferisco smetterla di esagerare Alfredo caro. Parlarne continuamente fa parte dell'esagerazione. Se questo spettacolo passerà come passano i sogni al risveglio, sarò comunque contenta.
- Sei molto stanca, questi sono pensieri tristi che rischiano soltanto di farti dormire male.
- Non sono tristi. Il mio impegno per lo spettacolo non viene sminuito se ora parliamo del tempo o di qualche altro evento.
- Cos'ha un po di entusiasmo che non va?
- Niente; un po, niente.

Ricordai solo in quel momento che Linda aveva avuto un fratello, arruolato in marina e morto a Capo Matapan. Fu il fatto che non ne parlasse mai a sconvolgermi. Era un dettaglio minore, che aveva avuto un grande impatto su di me nel momento in cui l'avevo recepito e poi nulla più, come una cannonata mancata che tocca il ponte nemico solo attraverso l'acqua che solleva. Un turbinio salmastro di emozioni mi aveva lambito, diluito nel ricordo di un dolcissimo miele greco che alcuni amici lontani mi avevano fatto assaggiare durante la mia permanenza a Roma. Ecco, il nome del fratello di Linda era per me come il nome di una capitale: lontano, popolato da migliaia di anime che il nome, da solo, non avrebbe potuto esprimere. Vedi Parigi e poi muori.

Arrivai a casa ispirato, ma dopo un paio di righe mi fermai. Cercai ristoro nei miei freschi liquori tropicali, ma invano. La visita che Linda aveva voluto a tutti i costi sembrava non essere mai successa ed il mio incontro con lei aveva, a ripensarci, il sapore di qualcosa di completamente opposto ad un incontro. Come se avesse voluto vedermi per separarci. Riflettendo, le mie memorie passeggere erano il giusto compagno per simili incontri disgiuntivi. Non sognai o rifiutai di ricordarmene al risveglio.

martedì, luglio 17, 2012

Come se lontanamente volessi ricordare i titoli lunghissimi dei film di Lina Wertmüller

L'altra notte ho sognato un mare pieno di meduse. Oggi osservavo che sarebbe ben stupido, da parte di una medusa, se con tanto mare andasse a nuotare proprio dov'è sporco.

'Dimenticate una cosa alcalde...' borbotta il sergente Garcia, alzando un dito grasso. Ma cosa dico grasso? Il problema della nostra generazione è che abbiamo dimenticato tutto della modulazione. Non usiamo frazioni: un peso, una misura. Un dito grassoccio. Quello che viene alzato è un dito piuttosto grassocio e unto. Di patatine fritte condite con formaggio giallo e cipolle rosse. Che accostamento.

"...di mondo ce n'è uno solo!"
L'alcalde sogghigna mentre a voce alta mi scappa di dire: 'Cambiate canale?'
Tutti si girano verso di me e solo ora, solamente ora, noto le sbarre.
Che mi separano dall'alcalde, dal sergente Garcia, da tutti, da Bernardo. Buon Bernardo.

Non solo l'alcalde urla, tutti urlano: giustiziatelo. Con un guizzo esco dalla cella e salto giù dalla finestra, ma nella collutazione che precede la mia fuga aerea mi strappano mascherina e guance con pizzicotti infuocati. E' il tramonto oppure è il tramonto, ma ancora quello di ieri. Sono stanco. Corro, ma correre non basta: devo correre al mare. Di mondo ce n'è uno solo, ma questo nessuno se lo ricorda. Per questo tutte le manifestazioni più rarefatte delle emozioni si sono perdute? Perché le diluiamo in più spazio di quanto effettivamente ne esista? L'aria condizionata mi ferisce, ma è pur sempre meglio dei pizzicotti.

La mia mascherina. Dove vado senza mascherina? Stanotte se non trovo un buon hotel dormo sotto quel cactus, se solo fosse un cactus quell'albero di Joshua. Ma invece delle dune vedo delle onde: ecco il mare. E' di un blu amaro e senza riflessi, quasi turchese o viola.
Guardo più attentamente: il mare è viola di meduse.

martedì, luglio 03, 2012

il consenso al fine di riceverne


Il suo ultimo personaggio era partito con solide basi Brechtiane, dopo l'attenta lettura di una tesi di dottorato sulla Vita di Galileo. Un trattato che tirava in ballo addirittura i Queen, teorizzando un collegamento retroattivo tra Bohemian Rhapsody e la versione statunitense dell'opera.

Ma le modifiche, quelle stesse modifiche che avevano portato Brecht alla scrittura di tre versioni, lo avevano condotto lontano dal sentiero principale. Il personaggio era ringiovanito e si era ammutolito, arrivando ad aspettare il primo treno del mattino in una lontana stazione belga di cui era andato a cercare il nome sull'atlante.

L'atlante. Il ragazzo aspettava bovinamente la sua ora, cioè il treno, ascoltando la musica. Ma non era semplice musica da cuffie, dacché la semplicità gli era stata profetizzata come nemica mortale, bensì quella del circo. Posando il bicchiere d'acqua gassata a lato del computer tirai un lungo sospiro. Somatizzavo, e somatizzando nella lettura continuavo a ripensare a quel casinò di Las Vegas, il Cirucs Circus.

I miei stessi pensieri mi ferivano, mentre rispondevo seccamente alla mail che aveva portato sul mio schermo quel povero giovane e la sua stazione: ogni cosa trasudava una dottrina pedissequa e pallosa. Potevo quasi vederlo, sdraiato come un gigantesco bambino coccolato e deforme, sillabare i nomi pieni di consonanti di lontane stazioni del treno indicandole col dito.

Gli risposi elencando pazientemente solo le prime tre cose che secondo me andavano assolutamente cambiate. Spostai lo sguardo e guardai l'ora: le 21 e 53, c'era ancora tempo per una birra?
Decisi di no, ed andai subito a letto. Nella notte lo sognai: eravamo seduti in un bar a sorseggiare Cynar e all'improvviso diceva: ' i suoi film preferiti sono L'attimo fuggente e Arancia Meccanica'.

Quando mi svegliai, le parole mi rimbombavano ancora nelle orecchie. Non c'era più nessuna tesi su Brecht o la scrittura di un indigeribile post notturno che potessero restituirmi il sonno perduto: aspettai l'alba scaricando la lavastoviglie.

sabato, giugno 16, 2012

originariamente sulla potenziale claustrofobia da box doccia se questi non fossero trasparenti


Rinasceremo ragni, dei ragni avremo la forma e la mente. Andremo alle mostre dei ragni, agli aperitivi a buffet dei ragni, intesseremo galassie con le nostre tele e come i ragni le guarderemo con sospetto e poca considerazione.
Balleremo con tutti i ragni del mondo, al chiuso e all'aperto. Ci sarà soltanto un sole, come ce n'è uno soltanto per gli umani.

Qualcuno di noi si innamorerà della letteratura dei ragni, facendone parte e contribuendovi. Le cose avranno una piega non dissimile da quella dei ragni di oggi. Ci saranno momenti duri e momenti meno duri ed il tempo, più che passare, impreziosirà l'ambiente.

Tutti e unitamente, come i ragni, saremo arredatori d'inferni. Forse saranno inferni reali, forse metafisici; la visione non è chiara.
Purtroppo, anche con otto occhi, si fatica a vedere tanto lontano.

venerdì, giugno 01, 2012

originariamente sulla pertinenza delle password

Le persone sono generalmente meglio disposte nei confronti della parola scritta.
La lettura è una cosa che può essere interrotta senza la violenza e questo basta a lavare le coscienze di molti.

La diffidenza verso la parola parlata è di sicuro un limite che non è bastato ad impedire che molte forme dell'arte si esprimessero attraverso di essa.

Ma, pensò dopo un'altra remata, forse esiste da qualche parte un libro che riceve invece di trasmettere.
Erano giorni di pestifera quiete metereologica e l'assenza di vento si manifestava nel progressivo accumularsi dei pollini incendiari sul fondo della canoa.

Forse esiste anche un modo di vivere in cui la gente si preoccupa e strilla soltanto quando reputa che gli eventi abbiano raggiunto una certa soglia. Poi si cheta, come una rana sotto la neve. Quindi reagisce con tutta la sua furia non appena la soglia viene nuovamente oltrepassata. Non un attimo prima.
Un modo di vivere simile non può esistere, decide al volo, ben sapendo di doversi concentrare sui piccoli segni premonitori che lo avvertono della presenza di cervi-squalo sulla riva.

Si aggrappa al bordo della canoa, starnutendo dentro la mascherina. Rinunciare a quel pensiero sembra improvvisamente difficile quanto raggiungere Nuovo Rifugio, sul fondo del mare di Galileo.
Un mondo così non può esistere. E se mai esistesse, sarebbe effimero come il mio pensiero.
Impalpabile, tornerebbe nella mente in un attimo.

Ma potrebbe anche persistere. In effetti sto continuando a pensarlo, in modo laterale e sospetto. Diventare qualcos'altro, sciogliersi. Polverizzarsi e disperdersi, per infiammare nuove coscienze.
Allontanarsi dalla sorgente, farvi ritorno. Ricaricarsi, perdere tempo, riprendere la missione.

Sembra l'unica cosa importante, concepire mondi diversi da questo per poi renderli reali in altre menti. Parlarne come se esistessero, cose così.

martedì, maggio 22, 2012

Pour faire le portrait d' un oiseau

Come fare il ritratto a un uccello; consigli di Jacques Prevert.

Dipingere una gabbietta:
lasciarla aperta;

poi: dipingere qualcosa di grazioso,
senza pretese.
E di bello,
che gli possa servire.

Adagiare la tela ad un albero,
in un giardino, in un bosco o in una foresta;
voi dietro, nascosti,
senza fiatare, immobili.
A volte arriva presto,
altre non si decide.

Non perdere la speranza:
la riuscita del quadro non dipende dal tempo d' attesa;

sperare per anni se occorre.
Se arriva.
Quando arriva:

rimanere in silenzio; quello entra nella gabbietta.
Quando é dentro:

disegnare una porticina.

Poi, una ad una, cancellare le sbarre.
Senza sfiorargli le penne, con cura.

Dipingere per lui le fronde più belle,
la brezza silvana,
un po' di polvere di sole
e l' accordo delle cicale nella calura d' estate.

Se l' uccello non canta,
segno nefasto: è un quadro che non si può vedere.
Ma se canta è un buon segno,
è il segno che è venuto il momento di firmare.

Fregate una penna all' uccello
e scrivete il vostro nome in un angolo della tela.

Tra sei mesi a quest'ora sarà buio

- Buonasera, in cosa posso esserle utile?
- Ho chiamato per avere un'informazione, è possibile?

La suite non è troppo diversa da come l'ha trovata, giusto le scarpe appaiate vicino alla porta gli danno un senso di possesso. Fuori piove da due giorni e nell'altra stanza ha lasciato la televisione accesa su Caccia a Ottobre Rosso. Il volume è abbastanza alto da trasmettere un lontano senso di compagnia ma ancora troppo basso per essere intelligibile. Aveva anche valutato se spegnerla, prima di chiamare la reception, col timore che la compagnia di una televisione potesse essere intuita e suscitare chissà quale elaborato sentimento di pietà. Come quello che si prova per i bambini quando hanno paura del buio.

- Certamente signore, mi dica.
- Innanzitutto puoi smetterla di chiamarmi 'signore', come dicono nei film. Il mio nome è Luca, chiamami Luca e dammi del tu, se non ti dispiace.
- Va bene, Luca. Cosa volevi chiedermi?
- Avete fiammiferi? Dell'albergo intendo.
- Certamente, dovrebbero essercene due scatole nella cassettiera alla sua destra. Alla tua destra.
- Capisco...e cosa c'è sulla scatola?
- Un pettirosso azzurro.
- Come il nome del...
- Esatto Luca, un pettirosso azzurro su sfondo grigio.
- ...
- Serve altro?
- Si, mi faccia trovare due di queste scatole al tavolo della colazione. Domani mattina intendo. E ritorniamo al 'lei'.
- Certamente signore.
- Meglio così. Non serve altro.

Non serviva altro? In italiano la formula 'so come devi sentirti' sembra sempre usata più con il verbo all'imperativo che al condizionale. E' un vincolo della lingua o una presunzione necessaria perché non ci si senta dissociati e stanchi e furibondi? Effettivamente non serviva altro, all'ultimo piano di quell'hotel. Hotel, l'unica parola italiana che mi viene in mente quando penso a qualcosa che cominci per 'H'.

Parlando di fiammiferi la mente gli era tornata a quelli di Prévert. Ma immaginare la vita come un rimedio all'insonnia, cosa che gli venne spontanea dopo quella associazione di idee, lo infastidì. Comunque erano fiammiferi che non avrebbero acceso niente, tantomeno sigarette; almeno fumate da Luca, che tre giorni prima aveva deciso di smettere. 
Non è per nessuno, spiegherà il mattino seguente al cameriere della colazione, sveglio dalle cinque di quello stesso giorno. Soltanto che domani mattina non pioverà: è come parlare di un altro universo, rispetto a stasera.

sabato, maggio 12, 2012

Incompiuta n.8

Dicono che quando i dinosauri si estinsero, fosse una bella giornata di sole.
Ogni tanto, mentre dormo e sogno di camminare per strada, mi accorgo di avere grande sete di risposte; giusto per fare un esempio, nei sogni vorrei tanto sapere se il detto "Un nichelino per i tuoi pensieri" sia stato introdotto nella società da Topolino, o viceversa.

D'un tratto mi sveglio, nella stanza risuona la voce di Wikipedia:  "Con destino o fato tradizionalmente ci si riferisce all'insieme di tutti gli eventi inevitabili che accadono in una linea temporale soggetta alla necessità."
"Se compri il drum invece delle sigarette, risparmi un bel gruzzolo a fine mese" - penso intrappolato in un pallido stato di veglia.
Linea temporale soggetta alla necessità. 

Ora sono sveglio, e sono fermamente convinto che alle scuole elementari e medie debba essere ripristinata l'ora di educazione civica.
La voce continua: "Nonostante i due termini siano usati in modo intercambiabile, il fato e il destino sono due oggetti distinti. Il fato è una conseguenza determinata da un agente esterno che agisce su una persona o su un'entità; invece col destino l'entità partecipa attivamente alla conseguenza di un progetto che è direttamente correlato a sé stesso. Nella pratica divinatoria il destino non ha alcuna delle connotazioni negative del fato. Il destino non può essere costretto ad agire su qualcuno; se si viene costretti dalle circostanze, allora si tratta di fato."
Il mio cane fa un'enorme cacca gialla in mezzo alla strada; mi guardo intorno: nessuno mi sta osservando.
Si dice che il minimo battito d'ali di una farfalla sia in grado di provocare un uragano dall'altra parte del mondo.
Non la raccolgo.

"...la sua personale opinione è che l'origine del linguaggio vada cercata nel canto, e l'origine del canto nel bisogno di riempire con un suono un'anima umana sovradimensionata e alquanto vuota."
Ci sono mattine in cui non vorresti più tirare fuori la testa da sotto al cuscino, perchè solo da laggiù il mondo sembra meno insensato. L'anima meno vuota.



Edu all'improvviso apre gli occhi, mi guarda ed esclama: "L'importante è compiere il salto della propria ombra."
San Cosimo dorme, San Cosimo è sveglia.
A pensarci bene, il mito della caverna era molto convincente.

"Qualunque destino, per lungo e complicato che sia, consta in realtà di un solo momento: quello in cui l'uomo sa per sempre chi è."
Dicono che quando i dinosauri si estinsero, fosse una bella giornata di sole.
E forse, dopotutto, era giusto così.

domenica, maggio 06, 2012

hotel bazar

Sfreccia nella sua utilitaria verde, fumando accerchiata da finestrini ermeticamente chiusi, una donna genovese. L'utilizzo sconsiderato dei neon nella sua città non l'ha mai preoccupata, sempre che Genova sia sua in qualche modo, non più di quanto il petrolio non fosse di proprietà dei dinosauri.

L'ascolto di Rino Gaetano in una pizzeria della foce, preparato ad arte per sedurre un terzetto di acculturate studentesse egiziane, ha invece forse più effetto su altri avventori, di altre pizzerie, in tempi diversi.

Uno in particolare, qualche sera dopo l'ascolto, ragiona sull'eventualità di aprire un 'compro oro'. Ma la vita imprenditoriale che sogna di rivoluzionare è una vita d'altri, impersonale, ripetibile ed evanescente come gli omini arancioni dei semafori.

La fame e la povertà, ingessate nei vestiti comprati al volo e senza badare troppo alle misure, si guardano imbarazzate, dopo che l'ennesima porta gli è stata sbattuta in faccia. Tuttavia si rincuorano, sapendo di essere la fame e la povertà soltanto metaforicamente e soltanto per qualcuno. La fame perfino sorride, occhieggiando un kebab in via di estinzione.