sabato, gennaio 19, 2013

Malcom xxx


Alcuni cartomanti danno un unico significato alle singole carte. Altri invece hanno riguardo anche al verso nel quale vengono scoperte: dritte o a rovescio. Più correttamente.
A me piace quando l' Appeso esce al rovescio. Provo dei buoni sentimenti per quell' uomo che non riesce a decollare, legato come uno dei palloncini del Luna Park della località balneare dove andavate d' estate. Forse a voi non piaceva; ma non c' era nient' altro da fare, alla sera.



                                                L' Appeso, Pamela Colman Smith



Casa sua era un labirinto.
Di pornografia.
Casse di porno. Vecchi VHS con qualche grande successo vintage.
Giornaletti del tempo del liceo, o forse anche prima.
C' era anche quell' amatoriale che aveva portato nonno, indietro dalla Thailandia; gliel' aveva fottuto la sera in cui aveva tirato le cuoia. Vecchio porco bastardo, era andato là a dar fondo al patrimonio di famiglia. Era tornato con quel sorriso beato e fuori dalla chiesa qualcuno aveva azzardato che era passato da un paradiso terrestre a uno celeste. Il Purgatorio dovevano essere stati quei due giorni intercorsi fra la data del suo ritorno e quello della sua definitiva partenza; questa precisazione risulta necessaria per coloro che si attengono alla dottrina cattolica post tridentina, che riconosce l' esistenza del Purgatorio. Lui sapeva che quei due giorni non potevano essere bastati a nonno. E ripensandoci meglio aveva cominciato proprio con quell' amatoriale la sua collezione, la sua mania, la sua obsessio: forse quella cassetta aveva una macumba o qualche altra diavoleria simile. E forse la ragazza del video non era neanche maggiorenne. Anzi, per dirla tutta, non lo era.
Capite bene, anche se siete dei dogmatici non particolarmente ferrati, che queste considerazioni ostavano alla salvezza di nonno. E Malcom, come si presentava in video-chat, era un dogmatico.
Poi aveva anche Dvd e Blu-ray. Non lo facevano impazzire; troppo definiti, perdevano, secondo lui, la dimensione del sogno.
E poi c' era tutto il porno che non si vedeva: quello storato in vari hard disk mobili; perchè si sa, chi, come Malcom, è nato con un porno fatto in una certa maniera, non voleva rassegnarsi a visionare qualche video in streaming. La cosa lo faceva sentire a disagio, impoverito, era un vulnus alla sua soddisfazione, ai suoi complessi di dominatore: doveva materialmente possedere quei byte. Certo, ogni tanto faceva anche quello, bazzicava, come si dice di quei puttanieri in bicicletta, faceva il pornografo peregrino, per tenersi aggiornato. Era uno che voleva essere dottore, in materia. Scriveva anche qualcosa, sui forum dedicati: aiutava gli utenti più acerbi, meno preparati, a trovare quella starletta che compariva da 31.40 a 33.10, lì sullo sfondo, in secondo piano. Non quella bionda che si sta masturbando, l' altra, quella che sembra lì per caso. Amava quella domanda: come si chiama; e la seconda lo mandava in visibilio: ha fatto altri film. Era il paladino di quei novellini primopelo: un venerabile Beda del porno.
Il più grande porno labirinto era nella sua testa. Era disordinato ma efficiente. Non dimenticava mai un nome o una scena. Andava a dormire con tanti flash pornografici. Si svegliava con tanti flash pornografici; li sognava. E quando se ne andava in giro, girava un porno. Con la fantasia, se vi piace la parola, ma in versione riveduta e corretta, catechizzata da una quarantina di scene tipiche. Nella vita, manco a dirlo, Malcom era un perfetto fallito; e poi non era abbastanza schizzato per non rendersene conto.

Non ci faceva neanche caso a quella valanga di porno disseminati per casa, tanti erano i porno impressi indelebilmente nella sua memoria. Era come Platone: bisogna sapere più di quanto si scrive di sapere; lui uguale, bisogna conoscere più porno di quelli che si possiedono.
E e in verità non ci faceva più caso da molto tempo, a quell' immenso mucchio di porno intorno a lui. Poteva continuare così, come un matrimonio di ferro, fra lui e l' ammasso pornografico. Se le pareti non avessero cominciato a stringersi come nella parodia porno di Indiana Jones. Proprio così, le pareti di casa sembravano aver deciso all' improvviso di stritolarlo. Lui, con le sue collezioni. Avete presente i demolitori di auto, quelli che riducono a un cubo la vostra beniamina, la vostra fedele compagna per un decennio, la vostra Fiesta?

Certo che ce l' avete presente. Ma che patetici quei narratori che si divertono a inventare titoli di film porno. Io sono uno storico e sento il dovere morale, l' imperativo categorico, di raccontarvi che il primo VHS a cadere fu quello di “Carni impazzite”. Fu quello a fargli cambiare idea, a fargli pensare per la prima volta di farla finita. Se siete dei borghesucci mettetevi pure la tuba nera di Freud, fatevi un giro di coca e pensate ad una psicosi.

Aveva acquistato tutto il necessario. Aveva comprato una di quelle corde spesse, chi è cresciuto vicino al porto sa di cosa sto parlando. Prima erano di iuta intrecciata, oggi le fanno sintetiche: durano di più, costano di meno e non fanno più quella porca figura di un tempo. Lui le conosceva per altri motivi: le aveva viste almeno un milione di volte nelle sue proiezioni. Non aveva mai avuto il coraggio di ammettere che gli piaceva quel genere di robette. L, aveva fatto un punto d' onore. Ma quel giorno, il suo ultimo giorno, con rammarico, aveva deciso di essere sincero: aveva sentito che all' inferno c' era un girone apposito per chi dice che il sadomaso no, non fa per lui. Sembrava quel cazzo di Charlie Chaplin nipponico che si inchino' davanti al generale MacArthur, subito dopo aver ammesso alla radio che lui, l' imperatore, era un figlio di putttana come, e probabilmentè più, degli altri; e, in poche parole, che non si trattava di discendenza divina.

Aveva scelto di morire. Era davvero un po' patetico, con quella saponetta in mano; aveva sentito che il sapone rendeva più facile lo scorrere della corda. Su wiki, si, era lì che l' aveva letto; gli piaceva wiki, subito, appena creata, gli piaceva l' idea, e per tanto tempo aveva curato la sezione hard. Poi basta; lui era un innamorato della pornografia: e lì, ecco, non si faceva una buona informazione.

Fa il nodo, lancia la corda, la anndoda alla trave, la sedia, è tutto pronto.
Gli sembrava di essere sul set di “per una pugnetta di troppo”, un porno western. Cazzo una produzione che lo arrapava parecchio, ma troppo limitata e con attrici di seconda categoria.
La morte, la morte, la morte è una cosa seria, non doveva pensare al suo porno. Però aveva anche sentito di uomini che si vantavano di morire come avevano sempre vissuto.

Calcia la sedia. E' appeso. Signore, se mi liberi non ti offenderò più con queste cosacce: lo dice piano. Il nodo si spezza. O meglio, si scioglie. Lui cade a terra. E' quasi incolume: nella caduta la sedia rovesciata e i suoi testicoli sono entrati in rotta di collisione. Un segno?
Qualche giorno resiste, sulla scorta dell' esperienza e del dolore.

Poscia, più che 'l dolor, poté 'l digiuno.
Sorride: ma che Signore degli Eserciti, era il nodo che era fatto male.

Curatore testamentario

Il mendicante arabo ha un cancro nel cappello, ma è convinto che sia un portafortuna.


                                                      
                                                Elisa Boccedi, Il Cappellaio Matto.



Aveva avuto la diagnosi.
L' ennesima diagnosi; l' ennesima malattia. Che si aggiungeva alla lista.
Ed era arrabbiata. Sapeva che in qualche modo era lei stessa la causa di quella nuova malattia. Che si aggiungeva alle altre dalle quali era affetta.
Anche quel male non le piaceva. E qualcuno potrebbe stupirsi del motivo: non è difficile da capire. Non è neanche il Vangelo. E' una verità: quel male non le piaceva perchè non era male abbastanza, non era come se l' era immaginato, come lo aveva voluto, come lo aveva desiderato.
Era arrabbiata. Nella folle solitudine dell' insicurezza, nel pensiero che si ripete fino a diventare ossessione, era lei che l' aveva desiderato. In quelle notti assurde, passate a inseguire sogni irrealizzabili o incubi, era stata lei a volerlo.
Come si desidera un figlio e al tempo stesso si ha paura: tanta paura. Ma lei era arrabbiata. Quel male era il male sbagliato. Quel male non l' avrebbe uccisa; almeno non direttamente e in tempi brevi. Era arrabbiata perchè non si trattava di un male lieve ma neanche di un male tragico.
Lei voleva solo essere libera. E quel male non l' avrebbe autorizzata a fare tutto cio' che voleva, a dare di matto, a inseguire un' idea malsana o a diventare una santa fottuta. Quel male la lasciava nella palude melmosa della mediocrità: lei che era una sirenetta. Questo male le toglieva qualcosa e non le restituiva niente, come un aborto. Era irreversibile, inguaribile; era lo specchio di qualche ferita. Lei non voleva essere curata: voleva solo diventare libera. Non voleva essere compatita. E così, ora, il problema si poneva di nuovo: non se ne sarebbe andata abbastanza velocemente e doveva trovarsi un uomo.
Un uomo come lo voleva lei, almeno quello. Quell' uomo doveva essere insensibile alla sua malattia. Uno di quegli esseri incredibili dotati di qualche stupido maniacale hobby. Si, ci teneva a salvaguardare il ruolo della martire in faticosa lotta contro forze che si oppongono alla sua realizzazione. Lei voleva che lui la trascurasse: magari per qualche stupido maniacale motor show. Si sarebbe stufata di lui, certo, un giorno. E quel giorno gli avrebbe rinfacciato di essere un maschio egoista. Si sarebbe stufata: si sa, i futuristi sono dinamici e si illudono di poter passare sopra la vita con la mitraglia della loro motocicletta.

Poi avrebbe pianto. E poi tutto sarebbe ricominciato da capo fino all' ultimo male. Quello che l' avrebbe uccisa. Quello che avrebbe fatto di lei una paziente terminale:
in quel momento, forse, desiderò guarire.

Gloria in excelsis Sirenetta.

venerdì, gennaio 18, 2013

L'uomo dietro Holiday Djinn

Il disco che comporrei si chiama Holiday Djinn. La parola Holiday non è un retaggio di sprecata cultura esterofila, anche "vacanza" non è male, ma Holiday in inglese viene dall'unione delle parole sacro e giorno. La vacanza è un giorno sacro, un concetto che mi piace. Djinn è invece un termine arabo che indica esseri soprannaturali capaci di qualsiasi cosa. Sì, Djinn l'ho anche scelto perché è un termine esotico ed inusuale.

Rischio di perdermi nel cercare di esprimere sinceramente e con parole quello che ribolle in questa mente. Io credo si possa, da qualche parte nel profondo, sfuggire alla logica a due che equilibra la chimica del corpo con il libero arbitrio dell'anima. Scegliere di perdere, una volta tanto, una battaglia dolorosa e sofferta a favore del proprio avversario. Deporre le armi, non alla ricerca di una strategica clemenza, ma per il maggior bene del proprio prossimo.

Fate la carità: come abbiamo potuto legare la massima virtù teologica alle nostre conchiglie senza valore se non per bisogno, per mancanza di una vera carità? C'è un punto in cui gli uomini devono cercare di esprimere qualcosa che possono udire soltanto dentro se stessi. Non è la tintinnante campana che definisce la fine della libertà dell'altro, quella stessa campana della divisione che faceva piangere i Pink Floyd, tantomeno il solitario sospirare della propria giustizia.

Ogni giorno è il giorno sacro del potere, in cui ogni scelta è possibile, in cui l'effetto lenitivo del lavoro sulla vita si rimpicciolisce fino a svanire. Come può aiutarci un'intelligenza da cruciverba in questa titanica impresa? Ci si può comportare come santi senza esserlo?
Queste sono reminiscenze di domande più vaste che sono germogliate dentro di me in treno, nel silenzio creato dalla presenza di altri come me. Domande che muoiono come muore il soffione all'abbandono dei semi, perché già mentre vengono formulate per essere scritte decadono in poco meno che lettere.

Infine cercare di sorridere, non per riflesso nervoso, per prassi o per malizia, non per celebrare un successo o l'orgasmo, non per specchiarsi nel rassicurante tendersi dei muscoli facciali: sorridere per sorridere salutando noi stessi nella trascendenza.

lunedì, gennaio 14, 2013

Caino e Adele



Holiday Djinn è il titolo dell'album che comporrei se fossi un musicista. Sarebbe un disco jazz, ovviamente un capolavoro. La ragione per cui lo chiamerei così sarà spiegata più avanti, per uccidere anche l'ultimo barlume di curiosità.

Le menti non amano capire, amano capire le ragioni. L'età dei perché non finisce, per fortuna. Continua instancabile, finché un pomeriggio cliccando "Una voce a caso" su Wikipedia non vieni a sapere di un pugile ed una cantante. I due dapprima non si amano, ma poi...

Il ritorno alla realtà è brusco, sofferto, come quando certe notti mi sveglio prono, sdraiato sulle due braccia ormai intorpidite. Le tratto con delicatezza, nonostante il sonno, sapendo che se dovessero prendere un colpo non ne sentirei il dolore. Ritorno a dormire.

L'intelligenza è un'illusione, un sottoprodotto del bisogno di mangiare e riprodursi. Forse solo di mangiare, per vivere e vedere cosa? E vedere, e-vadere? Evadere dalla vita attraverso la vita, allora procreare. Quindi mangiare. L'intelligenza è un cruciverba, in cui ogni definizione trovata è il suggerimento per la seguente, fino ad arrivare al minimo comune denominatore di ogni essere umano.

Credi di parlare di dio, di economia, di una commedia in cui recita Clark Gable. Credi di toccare le altre persone con la tua angelica voce britannica, di toccarle con un pugno avvolto nello sport, ma stai sempre girando intorno ad un piatto di pasta ed un marmocchio.

Credi, non mi sbilancio a dire che fai bene o fai male. Perlustra il tuo stesso mistero, ma tieni bene a mente quel "tuo" che indica possesso. E' ancora possibile un'evasione? Che non sia un'evasione da Matrix; o da internet, attraverso la via della seta; o dalla letteratura, attraverso una tromba munita di sordina?

L'intelligenza è come i lavori con cui la nostra società moderna occupa il nostro tempo, non creano cibo o bambini ma in fondo servono ad ottenerli. Che differenza c'è tra un astronauta ed un contadino? Dov'è, se esiste, la scintilla che ci rende più di una macina velocissima, capace soltanto di rompere ogni significato in qualcosa di elementare?

Lo spazio, il jazz. Lo spazio del jazz ed il jazz dello spazio. Se ascolti Sun Ra arrivi a pensare che le due cose in fondo coincidano. Se ti annoi, nell'attesa, gioca con la tua intelligenza: siediti in una stanza, lontano dal mondo, con un dizionario italiano-cinese.

sabato, gennaio 12, 2013

Fuji come la mela, come lo spicchio di realtà che ci vogliamo sbranare


in sogno ho visitato il Fuji, mi era stato accreditato come il Paese degli dèi.

Dove sono finiti
gli esseri divini
che un tempo abitavano sul monte Fuji?
La loro fama, invero,
era grande,
almeno in tutto il Giappone.
Sembra che non ve ne sia più traccia.
Trovo chioschi di bibite,
panini quanti ne vuoi,
osti che ti pregano di rimanere per la notte,
bancarellari di gadget e di ricordini:
forse ogni epoca ha i suoi dèi e questi hanno tolto di mezzo gli altri.

sabato, gennaio 05, 2013

Avanzi

Non sono poche le tracce di focolari rinvenute accanto a scheletri del Paleolitico. Riscaldare ciò che è divenuto freddo, propiziarne la risurrezione: come negare che possano essere ricondotte a tale genesi le pratiche di cremazione dei corpi? E anche il lume accanto alla tomba, o il cero rosso della Presenza in una chiesa, trovano in considerazioni di tale tenore la loro ragione. Una delle cose più evidenti e comuni della morte del corpo è proprio il freddo; Foscolo nei suoi sepolcri liricheggia: urne confortate dal pianto. Urne fredde. Sacrari freddi. Ossa, ceneri: fredde.
 
Portatelo al sole!

Lieve un tempo il suo tocco lo destava,

in patria, sussurrando di campi inseminati.

Sempre lo ridestò, persino in Francia,

fino a questo mattino e a questa neve.

Se ora qualcosa può farlo svegliare

il buon vecchio sole lo saprà.

Pensate un po' a come desta i semi,

a come in quel Giorno destò le argille di una fredda stella.

Le membra, frutto di tanta cura,

i fianchi forti, ancora caldi,

possibile che sia così difficile svegliarli?

Per questo, dunque, s' innalzò l argilla?

Perché i raggi del sole si sprecarono nel rompere il sonno della terra?

Vanità, Wilfred Owen

Il sacro fuoco dell' artiglieria, caso peculiare di fuoco che fa diventare freddi, propone un quesito a quelli che credono nel destino: perché alcuni se ne vanno presto, altri se ne vanno tardi?

giovedì, gennaio 03, 2013

Rocco Pappaleo

La mia ispirazione ha l' andamento metrico delle centurie di Nostradamus: con queste condivide un dato, la cripticità. Nel riportarla fedelmente si contraddistingue per una certa cadenza che si riscontra sia nel testo, sia nel fatto materiale della battitura. Battitura che definirei costante fino al doppio colpo finale, che riproduce una certa visione freudiana dell' orgasmo. Altrimenti si potrebbe parlare dei fumi neri della possessione.

Onde fuggire il rischio di dare un qualche adito a chi mi vorrebbe internato tenterò di diluire, rallentare, la trama della mia ispirazione, consapevole del rischio di portare alla luce difetti e verità; l' aereoplano del futurista non ha bisogno di far figurare le ali, perchè, passando come razzo, non si presta a critiche. E se avesse un elica corta, badate bene, nessuno se ne avvederebbe, ma anzi sarebbe elogiata la velocità della sua performance.

Cosa nutre l' illusione di una vita ordinaria? Direi il credere di essere nati e di morire, in entrambi i casi accadimenti che non sono nella nostra disponibilità. Sembra lecito dubitare della spiegazione che Plutarco da' della pratica egizia di far circolare nei sacri banchetti l' immaginetta di un defunto: ritiene infatti che questa usanza trovi la sua ragione nell' invito ai commensali di godere del momento presente. Si tratterebbe dunque di un edonistico e volgare richiamo ai piaceri del corpo, un ' impostazione che può agevolmente riportarsi alla mentalità greca, o al massimo al momento dell' elenizzazione dell' Egitto. Posto che l' usanza non può essere ricondotta a tale giustificazione, tenuto conto della mentalità egizia e del concetto di Mè è, bisogna investigarne il vero significato. Va escluso che si tratti di un memento mori ante litteram. E' invece da ricondurre ai riti iniziatici di intronizzazione del sovrano e alla risurrezione, tematiche ben più consone ad un banchetto sacro. Come un capriolo, ecco lo vedo, si rotola nella neve, saltella, si sdraia prono, rizza la coda, mostra i denti, al richiamo si beffa del padrone, ma quello è un cane: vicino al marmoreo arco ove giacciono le ossa di eroi, nel freddo sacrario, cannoni! Due grazie, sulla ventina, qualche passeggino, un ragazzino sul bob, le nuvole rosse! E il silenzio. Non è una contraddizione continua, l' assenza nell' inseguire un pensiero? Chi può dire di essere nato. Dodici ore di sonno inframezzate da continui risvegli ti mandano in pappa il cervello e ti fanno capire come stanno le cose. Magari impegnato in un putrido sogno temi che sia reale la violenza che stai perpetrando, ti muovi di casa in casa, o forse è lo spettro della tua oscenita', cerchi la vittima prescelta, la mieti: la Patria sfondata! E' la vittima tremante che si immola a scegliere il suo carnefice? Isacco rispondi. O forse vi e' un libro, di rame, le pagine sono pesanti, con i nomi degli eletti; e, se tutto fosse una prova, certamente in conseguenza di una deprivazione di sonno falliresti. Ma non è poi tanto diverso l' abuso di sonno per l' insonne, come la grappa somministrata al poppante merdoso. Se delle spirali di energia tu segui le nere, mettendoti in condizione di cadere dapprima annientando la volontà e poi volendo liberamente il tripudio orgiastico e libidinoso, il delirium di chi ti si assoggetta ti infonde la forza del dominatore. Quando ti svegli e ti accorgi di non essere solo, nell' istante in cui si congiunge la macelleria bulgara del sogno con una qualche forma di primitivo affetto, la vedi tremare, non sei solo, l' amore per la Patria ti riscalda.



Con la presente Vi rendo il favore dei Vostri stucchevoli e pindarici post, i quali mi hanno disgustato, costante tributo alla Vostra vanagloria, veleno per i lettori.

venerdì, dicembre 28, 2012

Mai dire Maya

Mi piacerebbe affermare che la luce soffusa mi fa sentire a mio agio, che questo buio-non buio appena accennato non mi reca alcun fastidio.
Fuori nevica: lo dico non perchè lo vedo, ma perchè ricordo che le cose all'esterno andassero così quando sono entrata.
Gli occhi verdi del tizio che ho di fronte mi ricordano quelli di un mio compagno di classe delle elementari.
Non ha ancora detto una parola da quando si è seduto.
Non ci sono finestre nella sala. Fuori nevicava.

Le regole ci sono state illustrate all'ingresso e sono relativamente semplici: si prosegue solo con segni zodiacali compatibili, massimo tre minuti, divieto di rivelare nome e cognome, possibilità per Lei di interrompere in anticipo l'incontro.
La cera della candela si riversa sul foglio delle mie compatibilità astrali: Capricorno, Scorpione, Toro e Gemelli sì: cinque stelline su cinque; Leone e Pesci ni: soltanto due su cinque.
Quante cose si possono dire in tre minuti?

Mi piacerebbe credere che le decine di candele accese avvolgano me e tutte le altre persone presenti in questa sala in un morbido mantello che ci protegga dall'oscurità.
E dalla solitudine, dalla vecchiaia, dalla noia.
Il volantino di "Fuga dalla Madunina" recita: "Ore 24: brindisi e panettone con crema al mascarpone".
Avevo percepito che il mio ultimo escluso avrebbe potuto anche piacermi; non a vent'anni quando si ha tutto ancora davanti, non in un'altra vita, ma in questa: peccato solo fosse Acquario.

Gli occhi verdi bucano l'oscurità che ci separa. Potrei agitare la campanella e farlo alzare, ma esito.
Il rumore dei botti e petardi cresce con il passare dei minuti. Non ci sono finestre nella sala, ma il suono attraversa percorsi che solo lui conosce e crea cunicoli laddove non ci sono entrate.
Il volantino continua così: "Ore 2.00: visione delle costellazioni dal tetto".
Tipo: "Vedi Roberta, quello è il Grande Carro, mentre là c'è il Piccolo". Cose così.
Come è possibile che ci siano così tanti botti anche qui in collina? Perdipiù con questa nevicata.

Mi piacerebbe convincermi che la musica lieve in sottofondo componga un raro senso di intimità.
E invece Occhi Verdi, dopo 2 minuti e 30 secondi di silenzio, mi scruta come se fossi sua nemica. E' possibile avere ancora dei nemici mentre l'anno fugge?
Se non mi fosse stato assegnato questo ruolo passivo e silenzioso, io in tre minuti chiederei tre cose:
Cosa sognavi da bambino?
Se potessi sparire e ricominciare tutto dal principio, lo faresti?
Quando è stata l'ultima volta che hai pianto?

"Tu sei Bilancia, vero?" - mentre mi rivolge questa domanda, i rintocchi della mezzanotte coprono il suo sbattere di palpebre.
La musica di fondo si nasconde all'improvviso: si sentono solo i petardi.
La candela è accesa affianco a me, ma senza i suoi occhi il buio è ormai completo.

domenica, dicembre 23, 2012

Lorem ipsum

Da fuori la stazione di servizio non sembrava possedere una forma precisa, un volume, un pavimento. Affacciata sull'autostrada, circondata da basse colline terrazzate con capannoni industriali immobili ed illuminati nel momento più freddo della notte, sarebbe stata la perfetta cliente del bar contenuto al suo interno: assediata senza nemici, turbato immobile figlio della speculazione.

Pochi metri di tangibile pavimento antimacchia più in la, si stavano riscaldando tre aspiranti sceneggiatori. Uno, nella vita di tutti i giorni maestro d'asilo, ispezionava cupamente -ormai da due caffè ed una coca light- i grigiori della propria vita esprimendosi solo attraverso quelle degli altri due. Curiosamente, finii per scoprire che chi mi rivolgeva le spalle era stato diffidato dal mettere piede in una particolare ambasciata di Vienna, per una ragione che il maestro d'asilo assicurò più volte essere assolutamente ridicola e speciosa.

Gli credevo, decisi di credergli. Nel mio bagagliaio, ormai da tre giorni, stava la conseguenza a persone che non si erano credute. L'incomprensione genera mostri logorroici, inconcludenti sovrastrutture di un'evoluzione che rifugge lo scontro e predica la nonviolenza. La predica; per poi caricarne in lacrime il risultato nel bagagliaio di una station wagon poco appariscente, diretta verso l'Oceano.
Vorrei chiedermi perché proprio nell'Oceano, ma gli occhi sono già fissi sul deodorante incastrato sul bocchettone alettato dell'aria: mi sono ripromesso di non pensare mentre guido. L'ho deciso mentre accettavo l'incarico, mentre accettavo le ore che avrei passato a dimenticare la fatica di infilare quel corpo sanguinante nel sacco, mentre affidavo al materasso metà della cifra ricevuta.

L'altra metà alla fine: non si parla al conducente. Che sia doloroso per tutti, è indubbio. Ma non posso e non devo dimenticare che il maggior dolore sta nel bagagliaio di questa vecchia station wagon color notte. Riposa, in attesa di essere provato di nuovo.

mercoledì, dicembre 12, 2012

Intrigo interdentale


Se li guardi, sembra che tutti i camerieri debbano portare la tua pizza.

- Un racconto di spionaggio, in pratica una storia di spie.

Le birre, invece, te le portano subito. Ghiacciate, si tuffano giù per la gola dei due amici. Senza luppolo non avrebbero lo stesso sapore, ma questo il luppolo è libero di non saperlo. Non sa nemmeno cosa sia un sapore, il luppolo. E' senza sensi, senso e ragione. E' privo di gusto, ma lo conferisce. Il luppolo. Strana pianta, retaggio babilonese, appendice di un consumato volume sulle politiche agricole della mezzaluna fertile. Climi assolati per il luppolo. Le birre; se le vedi sai subito che sono tue.

- Ok, questo si capisce. Puoi dirmi altro?
- La storia è questa. Nel libro ci sono spie, spie che difendono un segreto importantissimo. Ovviamente difendono il segreto da altre spie, che immaginano di sapere quale sia il segreto, ma vogliono comunque impadronirsene. La cosa è complessa.
- Immagino, immagino...vuoi aggiungere qualcosa? Non ci scrivo un paragrafo con quello che mi hai detto. Insomma, conosci la situazione. Dammi un bastone da rosicchiare.
- E va bene, preparati per la bomba. Ti dico l'inizio, giusto l'assaggio. Qualcosa di Dickiano; "mind-bending" come direbbero quelli del marketing: il segreto importantissimo è la coscienza di essere spie di un mondo che esiste soltanto nel libro.
- ...
- Il libro che il lettore sta leggendo!
- Una capricciosa e una diavola con pecorino?

Le birre, quelle te le portano subito. Ghiacciate si tuffano giù, oltre il velo pendulo di ciascuno. Senza luppolo non avrebbero lo stesso sapore, ma senza lingue per gustarlo a cosa servirebbero le proprietà del luppolo che danno quel particolare sapore alla birra? Le stelle non bevono la birra, non ordinano la pizza, non tirano a campare, non si interessano di politica, non ascoltano i Dire Straits. Bruciano, senza supplicare di estinguersi, di bruciare in eterno, di non sapere cosa significhi ardere.

- Tu li conosci i poemi epici? Anzi, meglio: hai letto l'Orlando Curioso?
- Furioso...l'Orlando Furioso.
- Fa lo stesso, perché tanto io non l'ho letto. Ma so che, nel racconto, Orlando va sulla luna per cercare il senno perduto. Lo sai cosa significa?
- ...
- Significa che il senno si può perdere soltanto restando sulla terra.

venerdì, ottobre 26, 2012

Arcobaleno in scala di grigi


Sono anni che sogno di fare un film, si può dire tutta la vita. Per la verità non si può dire che ci abbia mai veramente provato e questo, volendo, può essere interpretato a mio favore.
Tralasciando il perché fare film non essendo dei professionisti sia particolarmente difficile, eccomi scostare la pesante tenda rossa del NuovoFilmstudio.
Sorrido pensando alla faccia disgustata del mio amico Eduardo se gli dicessi che voglio inserire un luogo della nostra città come questo cinema in un racconto.
Prendo posto con calma, ragionando sulla possibilità che qualcuno più alto di me possa sedermisi di fronte.

Uno dei film che mi piacerebbe girare racconta di un tizio che vende case in una dimenticata valle montana, malamente deturpata da una bolla edilizia incoraggiata da una società di trasporti su gomma. Ammetto che questa parte sia piuttosto confusa, mentre cambio sedile a causa dell'arrivo di un inopportuna coppia di spilungoni, ma ho tutto il tempo di rivedere le ragioni della società autotrasporti, che ha un nome spiritoso che comunque capirei soltanto io. Vende una casa e dopo essersi scopato l'acquirente, questo gli racconta la sua vita. Si trova lì per cercare le tracce degli antichi e dimenticati abitanti della valle: un popolo che parlava una lingua studiata apposta per non essere comprensibile o imparabile da nessuno, quindi in continuo mutamento.

Passa il tempo, mentre la gente prende posto nella sala. L'acquirente intanto si svela come il diretto discendente di un monaco benedettino che aveva studiato gli indigeni, persuadendoli a suon di quattrini a rivelare le meccaniche imperiture della loro filosofia, basata sulla chiusura rispetto al mondo esterno.
Lo so che i monaci benedettini non dovrebbero avere figli ma lo scandalo ecclesiastico è di gran moda e poi non è questo il punto, sono tutte cose che si possono cambiare. Quello che conta è la trama.

La storia infatti è l'esemplificazione di come le ragioni più intime e nobili della comunicazione siano in realtà accessibili soltanto tramite la grettezza di un premio materiale come il denaro o il rispetto dei propri simili.
O il sesso, ed è qui che casca l'asino: si scopre, dopo un tormentato percorso interiore ma chiaramente visibile allo spettatore, che il protagonista venditore di case è proprio l'ultimo inconsapevole elemento di quel popolo dimenticato.

La compravendita si è dunque ripetuta proprio mentre il pronipote del monaco benedettino la spiegava per filo e per segno, girovagando allegro tra le valli montane: la terra è stata scambiata con la memoria, così come la memoria del popolo dimenticato era stata scambiata con vile denaro. La catarsi è quindi compiuta per le antiche vicende sommerse, che avevano condannato monaco ed indigeni a distruggersi a vicenda a causa degli estremi opposti di uno stesso bisogno, ma non per i due personaggi principali, insieme a cui lo spettatore ha seguito il dipanarsi della vicenda.

I due, inconsci della suddetta liberazione ma determinati a sancirla, si uccidono a vicenda dopo un ultimo amplesso. La vicenda crolla drammaticamente su se stessa, cercando di seppellire ogni cosa ed ogni vergogna.
Il che, purtroppo o per fortuna, è inutile. La storia, fatta film, è ormai nelle menti di chi l'ha seguita.
Scorrono i titoli di coda nel cinema della mia mente, si spengono le luci nel NuovoFilmstudio: il film di qualcun altro può iniziare.

mercoledì, settembre 19, 2012

L'ultima volta che vidi Parigi ero cieco

Lo squalo toro stridette ancora una volta, costringendolo a restare. Il discorso sarebbe continuato, per vie parallele, dimostrando logicamente di essere nel frattempo accaduto soltanto alla fine: un pensiero parassita avrebbe intrattenuto gli interstizi dell'attenzione con laconiche melodie, assaporando ogni distrazione.

Gorgogliando fuori dalle fauci, la teoria che aveva tanto profetizzato prendeva forma: il tempo avrebbe prima o poi cominciato a scorrere lateralmente, cercando di ritornare indietro attraverso un percorso alternativo. Esponeva la sua logica timidamente, scusandosi per le interruzioni quel tanto che bastava per trasformare le stesse in solchi tangibili di silenzio.

Aveva senso, in quel momento instabile ed insicuro, come acqua improvvisamente senza il suo contenitore. Avrebbe presto piovuto, ed in ogni goccia avrebbero ritrovato lo sguardo misericordioso del predatore.

domenica, luglio 29, 2012

tappeto blu

Dopo le prove, Linda volle a tutti i costi che andassi nel suo camerino. La sera dopo ci sarebbe stata la prima. Una data inusuale, specialmente per quella grande città, inabitata durante il caldo estivo. Mi presentai con le solite dodici rose ed un pacchetto avvolto in fogli di velina rosa.

- Magnifica Linda, superba! La gente parlerà di questo spettacolo per settimane.
- Alfredo, mio buon Alfredo - breve pausa dietro i motivi floreali del separé, mentre la immaginai togliersi i costumi di scena - tu esageri sempre.
Dopo aver messo le rose in un vaso, mi diressi verso i liquori. Non c'era molto: sono liquori invernali, da meditazione, messi pigramente a disposizione dal teatro. Comunque Linda non è mai stata una che beve.
- Oggi ho ricevuto ottime notizie cara, non immagini nemmeno chi si siederà in prima fila domani sera.
- Non lo immagino e non vorrei nemmeno farlo. Alfredo, ti secca se ti dico che di questo spettacolo potremmo anche smettere di parlare?
- Questo è il tuo regno, e tu ne sei regina: come desideri. A proposito maestà: un pegno per voi.

Posai il pacco sulla cassettiera, ben sapendo che Linda avrebbe aperto il regalo soltanto arrivata a casa, prima di mettersi a letto.Un messaggio mi avrebbe portato a conoscenza della sua reazione la mattina dopo.

- Preferisco smetterla di esagerare Alfredo caro. Parlarne continuamente fa parte dell'esagerazione. Se questo spettacolo passerà come passano i sogni al risveglio, sarò comunque contenta.
- Sei molto stanca, questi sono pensieri tristi che rischiano soltanto di farti dormire male.
- Non sono tristi. Il mio impegno per lo spettacolo non viene sminuito se ora parliamo del tempo o di qualche altro evento.
- Cos'ha un po di entusiasmo che non va?
- Niente; un po, niente.

Ricordai solo in quel momento che Linda aveva avuto un fratello, arruolato in marina e morto a Capo Matapan. Fu il fatto che non ne parlasse mai a sconvolgermi. Era un dettaglio minore, che aveva avuto un grande impatto su di me nel momento in cui l'avevo recepito e poi nulla più, come una cannonata mancata che tocca il ponte nemico solo attraverso l'acqua che solleva. Un turbinio salmastro di emozioni mi aveva lambito, diluito nel ricordo di un dolcissimo miele greco che alcuni amici lontani mi avevano fatto assaggiare durante la mia permanenza a Roma. Ecco, il nome del fratello di Linda era per me come il nome di una capitale: lontano, popolato da migliaia di anime che il nome, da solo, non avrebbe potuto esprimere. Vedi Parigi e poi muori.

Arrivai a casa ispirato, ma dopo un paio di righe mi fermai. Cercai ristoro nei miei freschi liquori tropicali, ma invano. La visita che Linda aveva voluto a tutti i costi sembrava non essere mai successa ed il mio incontro con lei aveva, a ripensarci, il sapore di qualcosa di completamente opposto ad un incontro. Come se avesse voluto vedermi per separarci. Riflettendo, le mie memorie passeggere erano il giusto compagno per simili incontri disgiuntivi. Non sognai o rifiutai di ricordarmene al risveglio.

martedì, luglio 17, 2012

Come se lontanamente volessi ricordare i titoli lunghissimi dei film di Lina Wertmüller

L'altra notte ho sognato un mare pieno di meduse. Oggi osservavo che sarebbe ben stupido, da parte di una medusa, se con tanto mare andasse a nuotare proprio dov'è sporco.

'Dimenticate una cosa alcalde...' borbotta il sergente Garcia, alzando un dito grasso. Ma cosa dico grasso? Il problema della nostra generazione è che abbiamo dimenticato tutto della modulazione. Non usiamo frazioni: un peso, una misura. Un dito grassoccio. Quello che viene alzato è un dito piuttosto grassocio e unto. Di patatine fritte condite con formaggio giallo e cipolle rosse. Che accostamento.

"...di mondo ce n'è uno solo!"
L'alcalde sogghigna mentre a voce alta mi scappa di dire: 'Cambiate canale?'
Tutti si girano verso di me e solo ora, solamente ora, noto le sbarre.
Che mi separano dall'alcalde, dal sergente Garcia, da tutti, da Bernardo. Buon Bernardo.

Non solo l'alcalde urla, tutti urlano: giustiziatelo. Con un guizzo esco dalla cella e salto giù dalla finestra, ma nella collutazione che precede la mia fuga aerea mi strappano mascherina e guance con pizzicotti infuocati. E' il tramonto oppure è il tramonto, ma ancora quello di ieri. Sono stanco. Corro, ma correre non basta: devo correre al mare. Di mondo ce n'è uno solo, ma questo nessuno se lo ricorda. Per questo tutte le manifestazioni più rarefatte delle emozioni si sono perdute? Perché le diluiamo in più spazio di quanto effettivamente ne esista? L'aria condizionata mi ferisce, ma è pur sempre meglio dei pizzicotti.

La mia mascherina. Dove vado senza mascherina? Stanotte se non trovo un buon hotel dormo sotto quel cactus, se solo fosse un cactus quell'albero di Joshua. Ma invece delle dune vedo delle onde: ecco il mare. E' di un blu amaro e senza riflessi, quasi turchese o viola.
Guardo più attentamente: il mare è viola di meduse.

martedì, luglio 03, 2012

il consenso al fine di riceverne


Il suo ultimo personaggio era partito con solide basi Brechtiane, dopo l'attenta lettura di una tesi di dottorato sulla Vita di Galileo. Un trattato che tirava in ballo addirittura i Queen, teorizzando un collegamento retroattivo tra Bohemian Rhapsody e la versione statunitense dell'opera.

Ma le modifiche, quelle stesse modifiche che avevano portato Brecht alla scrittura di tre versioni, lo avevano condotto lontano dal sentiero principale. Il personaggio era ringiovanito e si era ammutolito, arrivando ad aspettare il primo treno del mattino in una lontana stazione belga di cui era andato a cercare il nome sull'atlante.

L'atlante. Il ragazzo aspettava bovinamente la sua ora, cioè il treno, ascoltando la musica. Ma non era semplice musica da cuffie, dacché la semplicità gli era stata profetizzata come nemica mortale, bensì quella del circo. Posando il bicchiere d'acqua gassata a lato del computer tirai un lungo sospiro. Somatizzavo, e somatizzando nella lettura continuavo a ripensare a quel casinò di Las Vegas, il Cirucs Circus.

I miei stessi pensieri mi ferivano, mentre rispondevo seccamente alla mail che aveva portato sul mio schermo quel povero giovane e la sua stazione: ogni cosa trasudava una dottrina pedissequa e pallosa. Potevo quasi vederlo, sdraiato come un gigantesco bambino coccolato e deforme, sillabare i nomi pieni di consonanti di lontane stazioni del treno indicandole col dito.

Gli risposi elencando pazientemente solo le prime tre cose che secondo me andavano assolutamente cambiate. Spostai lo sguardo e guardai l'ora: le 21 e 53, c'era ancora tempo per una birra?
Decisi di no, ed andai subito a letto. Nella notte lo sognai: eravamo seduti in un bar a sorseggiare Cynar e all'improvviso diceva: ' i suoi film preferiti sono L'attimo fuggente e Arancia Meccanica'.

Quando mi svegliai, le parole mi rimbombavano ancora nelle orecchie. Non c'era più nessuna tesi su Brecht o la scrittura di un indigeribile post notturno che potessero restituirmi il sonno perduto: aspettai l'alba scaricando la lavastoviglie.

sabato, giugno 16, 2012

originariamente sulla potenziale claustrofobia da box doccia se questi non fossero trasparenti


Rinasceremo ragni, dei ragni avremo la forma e la mente. Andremo alle mostre dei ragni, agli aperitivi a buffet dei ragni, intesseremo galassie con le nostre tele e come i ragni le guarderemo con sospetto e poca considerazione.
Balleremo con tutti i ragni del mondo, al chiuso e all'aperto. Ci sarà soltanto un sole, come ce n'è uno soltanto per gli umani.

Qualcuno di noi si innamorerà della letteratura dei ragni, facendone parte e contribuendovi. Le cose avranno una piega non dissimile da quella dei ragni di oggi. Ci saranno momenti duri e momenti meno duri ed il tempo, più che passare, impreziosirà l'ambiente.

Tutti e unitamente, come i ragni, saremo arredatori d'inferni. Forse saranno inferni reali, forse metafisici; la visione non è chiara.
Purtroppo, anche con otto occhi, si fatica a vedere tanto lontano.

venerdì, giugno 01, 2012

originariamente sulla pertinenza delle password

Le persone sono generalmente meglio disposte nei confronti della parola scritta.
La lettura è una cosa che può essere interrotta senza la violenza e questo basta a lavare le coscienze di molti.

La diffidenza verso la parola parlata è di sicuro un limite che non è bastato ad impedire che molte forme dell'arte si esprimessero attraverso di essa.

Ma, pensò dopo un'altra remata, forse esiste da qualche parte un libro che riceve invece di trasmettere.
Erano giorni di pestifera quiete metereologica e l'assenza di vento si manifestava nel progressivo accumularsi dei pollini incendiari sul fondo della canoa.

Forse esiste anche un modo di vivere in cui la gente si preoccupa e strilla soltanto quando reputa che gli eventi abbiano raggiunto una certa soglia. Poi si cheta, come una rana sotto la neve. Quindi reagisce con tutta la sua furia non appena la soglia viene nuovamente oltrepassata. Non un attimo prima.
Un modo di vivere simile non può esistere, decide al volo, ben sapendo di doversi concentrare sui piccoli segni premonitori che lo avvertono della presenza di cervi-squalo sulla riva.

Si aggrappa al bordo della canoa, starnutendo dentro la mascherina. Rinunciare a quel pensiero sembra improvvisamente difficile quanto raggiungere Nuovo Rifugio, sul fondo del mare di Galileo.
Un mondo così non può esistere. E se mai esistesse, sarebbe effimero come il mio pensiero.
Impalpabile, tornerebbe nella mente in un attimo.

Ma potrebbe anche persistere. In effetti sto continuando a pensarlo, in modo laterale e sospetto. Diventare qualcos'altro, sciogliersi. Polverizzarsi e disperdersi, per infiammare nuove coscienze.
Allontanarsi dalla sorgente, farvi ritorno. Ricaricarsi, perdere tempo, riprendere la missione.

Sembra l'unica cosa importante, concepire mondi diversi da questo per poi renderli reali in altre menti. Parlarne come se esistessero, cose così.

martedì, maggio 22, 2012

Pour faire le portrait d' un oiseau

Come fare il ritratto a un uccello; consigli di Jacques Prevert.

Dipingere una gabbietta:
lasciarla aperta;

poi: dipingere qualcosa di grazioso,
senza pretese.
E di bello,
che gli possa servire.

Adagiare la tela ad un albero,
in un giardino, in un bosco o in una foresta;
voi dietro, nascosti,
senza fiatare, immobili.
A volte arriva presto,
altre non si decide.

Non perdere la speranza:
la riuscita del quadro non dipende dal tempo d' attesa;

sperare per anni se occorre.
Se arriva.
Quando arriva:

rimanere in silenzio; quello entra nella gabbietta.
Quando é dentro:

disegnare una porticina.

Poi, una ad una, cancellare le sbarre.
Senza sfiorargli le penne, con cura.

Dipingere per lui le fronde più belle,
la brezza silvana,
un po' di polvere di sole
e l' accordo delle cicale nella calura d' estate.

Se l' uccello non canta,
segno nefasto: è un quadro che non si può vedere.
Ma se canta è un buon segno,
è il segno che è venuto il momento di firmare.

Fregate una penna all' uccello
e scrivete il vostro nome in un angolo della tela.

Tra sei mesi a quest'ora sarà buio

- Buonasera, in cosa posso esserle utile?
- Ho chiamato per avere un'informazione, è possibile?

La suite non è troppo diversa da come l'ha trovata, giusto le scarpe appaiate vicino alla porta gli danno un senso di possesso. Fuori piove da due giorni e nell'altra stanza ha lasciato la televisione accesa su Caccia a Ottobre Rosso. Il volume è abbastanza alto da trasmettere un lontano senso di compagnia ma ancora troppo basso per essere intelligibile. Aveva anche valutato se spegnerla, prima di chiamare la reception, col timore che la compagnia di una televisione potesse essere intuita e suscitare chissà quale elaborato sentimento di pietà. Come quello che si prova per i bambini quando hanno paura del buio.

- Certamente signore, mi dica.
- Innanzitutto puoi smetterla di chiamarmi 'signore', come dicono nei film. Il mio nome è Luca, chiamami Luca e dammi del tu, se non ti dispiace.
- Va bene, Luca. Cosa volevi chiedermi?
- Avete fiammiferi? Dell'albergo intendo.
- Certamente, dovrebbero essercene due scatole nella cassettiera alla sua destra. Alla tua destra.
- Capisco...e cosa c'è sulla scatola?
- Un pettirosso azzurro.
- Come il nome del...
- Esatto Luca, un pettirosso azzurro su sfondo grigio.
- ...
- Serve altro?
- Si, mi faccia trovare due di queste scatole al tavolo della colazione. Domani mattina intendo. E ritorniamo al 'lei'.
- Certamente signore.
- Meglio così. Non serve altro.

Non serviva altro? In italiano la formula 'so come devi sentirti' sembra sempre usata più con il verbo all'imperativo che al condizionale. E' un vincolo della lingua o una presunzione necessaria perché non ci si senta dissociati e stanchi e furibondi? Effettivamente non serviva altro, all'ultimo piano di quell'hotel. Hotel, l'unica parola italiana che mi viene in mente quando penso a qualcosa che cominci per 'H'.

Parlando di fiammiferi la mente gli era tornata a quelli di Prévert. Ma immaginare la vita come un rimedio all'insonnia, cosa che gli venne spontanea dopo quella associazione di idee, lo infastidì. Comunque erano fiammiferi che non avrebbero acceso niente, tantomeno sigarette; almeno fumate da Luca, che tre giorni prima aveva deciso di smettere. 
Non è per nessuno, spiegherà il mattino seguente al cameriere della colazione, sveglio dalle cinque di quello stesso giorno. Soltanto che domani mattina non pioverà: è come parlare di un altro universo, rispetto a stasera.

sabato, maggio 12, 2012

Incompiuta n.8

Dicono che quando i dinosauri si estinsero, fosse una bella giornata di sole.
Ogni tanto, mentre dormo e sogno di camminare per strada, mi accorgo di avere grande sete di risposte; giusto per fare un esempio, nei sogni vorrei tanto sapere se il detto "Un nichelino per i tuoi pensieri" sia stato introdotto nella società da Topolino, o viceversa.

D'un tratto mi sveglio, nella stanza risuona la voce di Wikipedia:  "Con destino o fato tradizionalmente ci si riferisce all'insieme di tutti gli eventi inevitabili che accadono in una linea temporale soggetta alla necessità."
"Se compri il drum invece delle sigarette, risparmi un bel gruzzolo a fine mese" - penso intrappolato in un pallido stato di veglia.
Linea temporale soggetta alla necessità. 

Ora sono sveglio, e sono fermamente convinto che alle scuole elementari e medie debba essere ripristinata l'ora di educazione civica.
La voce continua: "Nonostante i due termini siano usati in modo intercambiabile, il fato e il destino sono due oggetti distinti. Il fato è una conseguenza determinata da un agente esterno che agisce su una persona o su un'entità; invece col destino l'entità partecipa attivamente alla conseguenza di un progetto che è direttamente correlato a sé stesso. Nella pratica divinatoria il destino non ha alcuna delle connotazioni negative del fato. Il destino non può essere costretto ad agire su qualcuno; se si viene costretti dalle circostanze, allora si tratta di fato."
Il mio cane fa un'enorme cacca gialla in mezzo alla strada; mi guardo intorno: nessuno mi sta osservando.
Si dice che il minimo battito d'ali di una farfalla sia in grado di provocare un uragano dall'altra parte del mondo.
Non la raccolgo.

"...la sua personale opinione è che l'origine del linguaggio vada cercata nel canto, e l'origine del canto nel bisogno di riempire con un suono un'anima umana sovradimensionata e alquanto vuota."
Ci sono mattine in cui non vorresti più tirare fuori la testa da sotto al cuscino, perchè solo da laggiù il mondo sembra meno insensato. L'anima meno vuota.



Edu all'improvviso apre gli occhi, mi guarda ed esclama: "L'importante è compiere il salto della propria ombra."
San Cosimo dorme, San Cosimo è sveglia.
A pensarci bene, il mito della caverna era molto convincente.

"Qualunque destino, per lungo e complicato che sia, consta in realtà di un solo momento: quello in cui l'uomo sa per sempre chi è."
Dicono che quando i dinosauri si estinsero, fosse una bella giornata di sole.
E forse, dopotutto, era giusto così.

domenica, maggio 06, 2012

hotel bazar

Sfreccia nella sua utilitaria verde, fumando accerchiata da finestrini ermeticamente chiusi, una donna genovese. L'utilizzo sconsiderato dei neon nella sua città non l'ha mai preoccupata, sempre che Genova sia sua in qualche modo, non più di quanto il petrolio non fosse di proprietà dei dinosauri.

L'ascolto di Rino Gaetano in una pizzeria della foce, preparato ad arte per sedurre un terzetto di acculturate studentesse egiziane, ha invece forse più effetto su altri avventori, di altre pizzerie, in tempi diversi.

Uno in particolare, qualche sera dopo l'ascolto, ragiona sull'eventualità di aprire un 'compro oro'. Ma la vita imprenditoriale che sogna di rivoluzionare è una vita d'altri, impersonale, ripetibile ed evanescente come gli omini arancioni dei semafori.

La fame e la povertà, ingessate nei vestiti comprati al volo e senza badare troppo alle misure, si guardano imbarazzate, dopo che l'ennesima porta gli è stata sbattuta in faccia. Tuttavia si rincuorano, sapendo di essere la fame e la povertà soltanto metaforicamente e soltanto per qualcuno. La fame perfino sorride, occhieggiando un kebab in via di estinzione.

martedì, aprile 24, 2012

non fa #primavera

Caro #diario,
oggi è successa una cosa #strana #sconvolgente #shock #delirio.
Ero in #treno #cheppalle #noia seduta in senso inverso, che ascoltavo i #coldplay guardando fuori dal #finestrino #viaggioni #svario #sbattimenti #cheppalle.

A un certo punto mi si siede davanti #vergogna #imbarazzo #smarrone un #fico incredibile #gnocco #presa_bene. Il #merluzzo #bono ci mette un po per decidersi ad #attaccare_bottone, ma dopo un paio di stazioni stiamo già parlando.
E come parla! #genio #penetranti_aforismi #cultura

Dice cose che non ho mai sentito #sbigottimento #sbalordita ma che dentro di me ho sempre avuto come inespresse!
Mentre spollicia sul suo #smartphone #facebook #instagram #twitter mi racconta di come trovi triste l'essenziale piattezza della creatività della nostra #generazione e mi descrive #sagacemente i pochi stereotipi di #status e #foto che alla fine tutti usano per esprimersi, soprattutto nei #social_network.

Sono come #geroglifici dice, #smile elaborati nella loro povertà comunicativa.
Comunque ad un certo punto ho smesso di ascoltarlo, l' emozione #farfallenellostomaco #momenti_speciali mi ha tappato le orecchie. Parlava ancora di #realtà_aumentata o chissà cosa #boh #sbatti, un attimo prima di salutarmi e scendere dal treno #tristezza #:'( .

Però ho fatto ancora in tempo a vederlo #limonare con una, nella folla della #stazione #casino #bolgia, ma a me non importa: è già quasi amore, domani ci si vede e magari limoniamo.

#avventure_in_treno #eros #popular #generazioneY #1337 ##

domenica, aprile 08, 2012

lunedì, aprile 02, 2012

sabato, marzo 31, 2012

Sono un chirurgo plastico
faro' del tuo corpo qualcosa di fantastico.
Agli errori della natura
io rimedio con stucco e pittura.
Le tue proporzioni fanno difetto?
Quando avro' finito avrai un corpo perfetto.

Caro chirurgo a maggio mi sposo,
io voglio un corpo favoloso.
Voglio l' imene ricostruito (faccio contento mio marito),
il seno nuovo di silicone,
l' ano sbiancato,
l' orecchio destro ritoccato,
il nasino alla francese.
Poi voglio:
lo zigomo alto, molto signorile,
una bocca di tendenza,
un sederino che dia dipendenza.
Denti nuovi.
Col botulino mi riempa le gote:
ecco terminata la mia bella dote.

Davanti al Creatore oggi mi pento
di non aver fatto fruttare l' investimento:
(la mia ora è giunta prima del tempo, non beneficio dell' ammortamento)
Come vi dicevo la mia ora e' giunta,
una bella cremazione della mia salma defunta.
Dopo una lunga indagine,
il becchino ha sentenziato (che spreco)
rifiuto pericoloso! Come tale va smaltito:
non puo' essere incenerito.
Si consiglia una semplice sepoltura
ma la falda è inquinata dal mio stucco e pittura.

venerdì, marzo 30, 2012

Et cetera, V parte

" La tensione crebbe fino a diventare insopportabile, fino a che un giorno la nonna gli si mise di fronte e senza battere ciglio rigettò la pietra proprio come hai descritto tu.
Da quel giorno, disse consegnandogliela, tra loro non c'era più niente. Né amore, né odio: nessun sentimento."

C'è un attimo di silenzio prima che Madame concluda il suo racconto: " Oltre a mia madre, che era la primogenita, i miei nonni hanno avuto altri quattro figli. Che io sappia, hanno vissuto sempre insieme e si sono amati fino alla fine. Questo è quanto."
Filippo si sfrega le mani, dubbioso. In un battito di ciglia, decide per una volta di stare zitto. Non aggiungerà niente a quanto è stato detto. Certo, in cuor suo si chiede come sia possibile aver raggiunto un simile lieto fine dopo quella rottura, ma sa che qualunque cosa Madame Zixa gli dicesse sarebbero pure speculazioni. Lo sguardo limpido della donna non tradisce le sue supposizioni e Filippo, dopo rapidi convenevoli, si trova di nuovo davanti al portone di Vico delle Pietre Preziose.

Sembra essere scesa la sera in anticipo, ma è soltanto una nuvola sopra ai vicoli. Camminando verso casa, continua a pensare alla pietra. La storia che spiega la sua esistenza, in fondo, poteva essere una storia qualunque. Decide che sia stata la materialità della pietra ad ammaliarlo, l'esistenza in potenza di un concetto solido.
Ma ora che ne ha ascoltata una ha voglia di essere lui a raccontare una storia. Vuole impugnare saldamente il coltello della mente e tagliare una fetta di realtà. Descriverne gli strati, come epoche sovrapposte di oggetti e di pensieri. Immagina le pietre formarsi nello stomaco di ognuno, sin dalla notte dei tempi. Una, spinta da forze misteriose, trova inspiegabilmente l'uscita e si perde nel mondo.

La pietra continua il suo viaggio, si inerpica in sentieri scoscesi, montani. Si sporca, cambia forma, si rompe. Un frammento, seguendo le correnti del caso, arriva tra le mani di un ciarlatano, un miserabile. La scheggia viene messa sotto spirito e venduta, poi si perde nell'incendio di un granaio, un mattino di nebbia.
Viene ritrovata, persa, ancora ritrovata. Infine, con le sue ultime tracce su questa terra, un alchimista cieco ne ricava il veleno di Giulietta e Romeo.

Fine

giovedì, marzo 22, 2012

Et cetera, IV parte

" Capisco. " dice Madame Zixa, aprendo gli occhi.
Apre anche la scatola e prende la pietra tra le mani, per porgergliela.
E' tale e quale a quella che ricorda: lunghe striature rossastre attraversano il lato più lungo, poco più corto del suo palmo. Soppesando la pietra, Filippo stima che possa pesare tra i due e i tre etti. La rigira più e più volte tra le mani, scrutandola attentamente da vicino. Ogni dettaglio, anche quelli rimasti inespressi, combacia perfettamente.

" La storia della pietra comincia invece alla fine del diciannovesimo secolo, in Olanda. So che i miei nonni materni, entrambi di origine turca, si conobbero in circostanze poco chiare a Rotterdam, dove mio nonno si era fermato con la nave su cui era imbarcato per una riparazione allo scafo piuttosto complessa. Mia nonna, quando ero bambina, raccontava la storia sostenendo di trovarsi a Rotterdam come impiegata di un certo signor Klupper, di origine polacca, che commerciava in tappeti. Solo in seguito seppi dai miei genitori che più probabilmente la nonna, nella sua tarda adolescenza a Rotterdam, si barcamenava tra i ruoli di prostituta e sensitiva.

Inutile dire che questo renderebbe molto più chiaro il modo in cui i due giovani si conobbero, ma non è ai tempi di Rotterdam che la storia della pietra risale. Sposati in tutta fretta secondo il rito ortodosso, i due riuscirono infatti a convincere col denaro il comandante ad imbarcare clandestinamente la nonna per il viaggio di ritorno a Smirne. I nonni però non avevano considerato la grave gotta del capitano, che lo costrinse a scendere e a cedere il comando ad un'altra persona quando fecero scalo al porto di Genova. Continuare il viaggio avrebbe significato la corruzione del nuovo capitano ed al tempo i due non avevano certo soldi da buttare: fu così che si ritrovarono a Genova.

E' qui che la storia della nonna si faceva più intricata, ed è per questo che cercherò di raccontartela il più possibile fedele a come la ascoltai tante volte da bambina.
Le cose a Genova andavano male ed il nonno era costretto a stare tutto il tempo in giro a cercare lavoro. Inoltre, per quanto innamorato, non era ancora abituato ad una vita simile e si concedeva spesso e volentieri libertà da scapolo che mia nonna, già incinta, non poteva tollerare.
Bisogna anche dire che anche la giovane, di carattere intrattabile e balzano, non era certo una persona equilibrata con cui confrontarsi. I due vivevano in una continua alternanza d'amore e d'odio. "

martedì, marzo 13, 2012

Et cetera, III parte

Senza interromperlo e senza offrirne, Madame estrae dalla vestaglia un pacchetto di Alpenliebe Espresso. Mentre rigira silenziosamente una caramella nella bocca, il racconto prosegue.

" La storia procedeva piuttosto velocemente e in un paio di settimane avevo già pubblicato cinque delle quindici parti che mi ero proposto di scrivere. Tuttavia, rileggendo volta per volta la mia stessa storia, avevo la strana sensazione di dover ancora incominciare. Più andavo avanti, più mi sembrava di scrivere un preambolo al tema che realmente mi interessava e di cui avevo intenzione di parlare. Cercai quindi di forzarmi e di tirare in ballo le cose precise che volevo. L'unico effetto fu quello di allontanarmi ulteriormente. Riflettendo, giunsi alla conclusione che l'oggetto del mio desiderio narrativo non potesse che essere cambiato.

Rileggendo infatti con maggiore attenzione quello che avevo scritto, ebbi l'impressione di essermi riferito sempre ad una cosa diversa da quella verso cui avrei voluto indirizzarmi. Provai l'orribile, dissociante sensazione di aver perseguito fini diversi continuando a credere, per tutto il tempo, che si trattasse sempre dello stesso. "

Finita un'Alpenliebe, la donna ne ingoia un'altra.
" Cercando di mettere insieme gli indizi del racconto, smisi di scriverlo. Ero determinato a scoprire intorno a che cosa avesse orbitato il mio pensiero. Dovevo inevitabilmente essere arrivato in prossimità di qualcosa di gigantesco ed intoccabile, la cui gravità tratteneva a debita distanza, impedendogli di avvicinarsi o di allontanarsi, tutti i pensieri che passavano da quelle parti.

Decisi quindi di inoltrarmi al centro della questione non più attraverso la mia debole scrittura, ma di persona. Come sia riuscito effettivamente a fare quanto mi proponevo e cosa sia successo resta in realtà un mistero anche per me, che sono l'unico protagonista della vicenda. Tuttavia, posso dire con certezza che quando ritornai al punto da cui ero partito l'unica cosa in più che avessi con me era questo pensiero: una donna che estrae una pietra dalla propria bocca per darla ad un uomo. Concentrandomi sui pochi elementi a disposizione, ricostruii infine la forma della pietra. A questo punto la storia che segue, ossia la pubblicazione dell'annuncio e la sua risposta, dovrebbero esserle cosa nota. "

giovedì, marzo 08, 2012

Et cetera, II parte

La porta si apre e Madame Zixa scivola silenziosa sulla sedia di fronte a lui, posando sul tavolo una scatola da scarpe. Il suo sguardo si solleva lentamente e finalmente Filippo si accorge di quanto sia intenso il suo rossetto; è di un turchese carico e senza compromessi, spesso come un olio su tela.
Madame Zixa ha, più o meno, settant'anni. Dopo aver dato alcuni colpetti aritmici sulla scatola, la donna dice:
" Qui, c'è quello che cerchi. Però, prima che tu veda la pietra e conosca la sua storia, vorrei tanto sapere il perché di questo tuo interesse. "

C'è una pausa, ma appena Filippo apre bocca per rispondere lei lo zittisce con un cenno, riprendendo a parlare e dondolandosi intanto sulla sedia con gli occhi chiusi.
" Tu sei molto, molto giovane. Un interesse tale da spingere ad una ricerca è un sentimento decisamente forte e non va sottovalutato. Nondimeno, la tua ricerca è particolare. Il mio timore è che tu sia un entusiasta. Gli entusiasti sono le persone che io, durante la mia vita, sono sempre stata costretta a temere. Purtroppo anche a frequentare. Quindi raccontami. "

Segue un' altra pausa e infine, con un rapido gesto della mano, Madame lo incoraggia a parlare.
" Tutto è iniziato mesi fa. Avevo cominciato, per mio interesse, a scrivere una storia riguardante me e i miei amici. La storia parlava soprattutto dei concetti di migliore e peggiore, ed era strettamente collegata al modo in cui la scrivevo. "

La donna tossisce, Filippo fa altrettanto e continua.
" Scrivevo infatti la storia in parti, pubblicate una dopo l'altra su un blog che ho con degli amici da molti anni e a cui sono molto legato. I miei amici facevano parte della storia stessa, che a sua volta aveva come tema secondario il modo in cui la storia era pubblicata. In pratica la mia intenzione era quella di parlare dell'intrecciarsi di tre creatività basate su diversi modi di considerare ciò che è migliore. "

Sempre tenendo gli occhi chiusi e dondolandosi, le labbra turchesi scandiscono: " E ha un nome, questo blog?"
Filippo annuisce: " Sì, si chiama I Tre Caballeros. "
" E' un bellissimo nome. " sentenzia Madame Zixa.

" L'ottica narrativa era la mia, ma rappresentava una visione centrista, permissiva, dubitativa. Nel racconto, venivo attaccato da un modo di vedere più intransigente, volto a vedere il meglio come liberazione di tutto ciò che non fosse considerato tale. Una terza parte, più portata alla passività e quindi meno esplicita, restava invece in disparte, considerando migliore l' accettazione acritica di ogni cosa. "

venerdì, marzo 02, 2012

CIAO LUCIO

Et cetera, I parte

Fillippo si guarda intorno alla ricerca di qualcosa a cui pensare. E' la mattina del 2 Marzo 2012, anche se sospetta che la giornata si sia già inoltrata nel pomeriggio. Nella cucina dell'appartamento in cui si trova, in Vico delle Pietre Preziose, sembrano esserci tutte le condizioni per restare in attesa con una certa calma, ma Filippo ha già aspettato troppo o forse è troppo impaziente.

La luce indebolita dalle nuvole, alte nel cielo, rimbalza nel cavedio fino a riflettere la finestra sullo schermo di un televisore moderno e posizionato male. In televisione, la replica di un programma di cucina prosegue muta e senza esitazioni. Intorno alla tavola ci sono altre quattro sedie, nonostante le dimensioni ridotte. La credenza, insieme allo schermo piatto, ospita una serie indefinita di mollette gialle e verdi, stinte dal sole. Ci sono anche un dizionario di greco, un casco di banane, delle bollette tenute ferme da un grande posacenere vuoto, una copia dell'elenco telefonico di Monza anno 1990 ed un libretto intitolato Atlantis. Quando lo apre, scopre con disappunto che sia scritto in tedesco e lo rimette a posto.

Il telecomando in giro non si vede e sul televisore non c'è segno di pulsanti alternativi. La vecchia, Madame Zixa, non si è più fatta vedere da quando lo ha fatto accomodare per poi andare a cercare la pietra.
La pietra è il motivo per cui si trova qui, in seguito ad un annuncio speranzoso su internet. E' ancora piuttosto scettico sul fatto che la ex chiromante possa in effetti avere quello che cerca, ma riconosce che il suo malumore sia aumentato dalla lunga attesa che il cellulare, completamente scarico, non gli permette di misurare. A quanto pare Madame Zixa non ha orologi, almeno in cucina.

La mancanza di riferimenti temporali gli riporta in mente le risonanze magnetiche fatte al ginocchio, anni prima.
Si domanda se pioverà, guardando la caffettiera sui fornelli.

domenica, febbraio 19, 2012

Alteri, X parte

L'acqua è salata, tiepida e melmosa. Quando riemerge respirando forte alza lo sguardo verso l'inserviente, ancora sulla soglia.

Questo fa un cenno con la mano e dice: " Ancora, ancora."
Si immerge di nuovo, chiudendo gli occhi. Il silenzio sott'acqua è completo. Una strana sensazione di vuoto gli sfiora le punte dei piedi. Alla riemersione, l'altro è ancora in piedi nello stesso punto: la scena si ripete.

La terza volta invece di abbandonarsi nel liquido, invece di affondare, si immerge testa avanti cercando con le mani il risucchio che prima lo aveva accarezzato. Viene ammanettato dalla corrente e trascinato con una grande accelerazione nelle tiepide profondità.
Qui il liquido è molto più denso, tanto da fargli perdere l'orientamento. La gravità sembra essersi invertita mentre, cieco, scava in apnea nella melma più che nuotare.

Una nuova spinta lo proietta ancora più in profondità, verso l'alto. Quando raggiunge l'uscita, respira profondamente prima di aprire gli occhi. L'atmosfera è fredda e leggermente speziata.
Non gli è tanto difficile capirlo, quanto accettarlo: si trova sulla Luna.
Mentre striscia fuori dalla melma la sua attenzione è catturata dal grande pianeta azzurro appeso nel buio, proprio sopra di lui.

Si accorge solo ora, guardandola interamente, di quanto la Terra gli sia mancata. Indugia con lo sguardo anche sul resto dello spazio che sovrasta il polveroso profilo lunare. Considera la possibilità di allontanarsi ancora, di pianeta in pianeta, verso il centro dell'universo. Guarda un'ultima volta il cratere da cui è appena uscito prima di flettersi e spiccare un grande balzo.

Si stacca con un silenzioso sbuffo di polvere e in un'attimo è già cominciata la sua bruciante discesa: precipita sulla Terra con la naturalezza di una moneta che cade di tasca.

Fine di Alteri, continua e finisce in Et cetera

giovedì, febbraio 16, 2012

Alteri, IX parte

Durante il tragitto passa, per l'ennesima volta, davanti alla macchina del caffè. E' un ciclo di luce come tanti altri, una giornata artificiale che non ha niente da invidiare al sole del mondo esterno. Per come la vede ora, l'intera miniera non ha proprio niente da invidiare al mondo esterno.

Guarda le sue scarpe coprire la superficie piastrellata del corridoio: quando è arrivato non le aveva. Chi ha freddo viene vestito, chi è malato curato. Gli inservienti sono imparziali e granitici. Agiscono senza rivolgersi ad un superiore e all'unisono. Ricorrono alla forza soltanto nei casi più estremi.

Dopo ogni tortura l'intimo dolore che soffre lo costringe a svuotarsi completamente, rigettando anche tutte le necessità che lentamente e umanamente cominciava a maturare. Scompare il bisogno di sesso, di affetto, di variare dieta, di fare qualcosa di diverso dal discorrere soltanto sulla base delle proprie idee con altri che sono nella stessa condizione. Si ritorna dalla sala della tortura rasati, puliti se sporchi e curati quando feriti.

Annusa l'aria, percependo un timido odore di caffè tostato. Non gli ispira niente, nemmeno la più vaga curiosità. E' un profumo del tempo prima che perdesse la memoria: un sapore semplicemente mai provato. L'unica pietra che la macina delle consuetudini della miniera non è riuscita a frantumare è quella della sua visione.
Dopo tanto tempo, ancora non riesce a capire che cosa lo interessi tanto da tenerlo attaccato a quello scoglio, impedendogli di abbandonarsi completamente all'alternarsi incoerente dei cicli.

Non si tratta dello sguardo addolorato dell'uomo, quel suo mostrarsi contemporaneamente, con una sola fuggevole smorfia di terrore, sia innocente che colpevole e pentito.
Non è nemmeno per via della glaciale imperturbabilità della donna prima e dopo che, come con un colpo di tosse al rallentatore, partorisca dalla bocca quella pietra misteriosa.
Non è nemmeno la pietra, o la curiosità che gli ispira, a impedirgli di dimenticare la scena. Non sono gli uomini che il primo, spaventato, raggiunge correndo.

E' l'insieme ad affascinarlo. Percepisce che l'abbandono alle logiche della miniera degli altri occupanti è di natura leggermente diversa e che la ragione sta proprio in quel pensiero inspiegabile. La rassegnazione compiacente e piena di gratitudine che ora prova per la miniera è la stessa di tutti, ma è come se addentrandosi nelle sue profondità avesse portato con sé qualcosa di alieno e inatteso.

La porta si apre su una stanza allagata mai vista prima. Il liquido arriva torbido e molle fino a pochi centimetri dalla soglia: l'inserviente dal volto coperto lo invita ad immergersi.

martedì, febbraio 14, 2012

Storia del latte che non scadde a San Valentino


Si alzò dall'amaca con uno scatto innaturale, e, pur consapevole non servisse proprio a niente, aprì le persiane, come se fosse giorno; svuotò distrattamente nella scodella la scatola di una sottomarca latina dei cheerios, accese lo stereo sulla sua stazione radio preferita. Forse non lo sapeva nemmeno più se quella fosse davvero la sua preferita: la forza dell'abitudine. Sopra il frigo, l'orologio digitale rifletteva sulla parete un orario così inverosimile per svegliarsi che, se non si fosse trattato della sua vita, avrebbe stentato a credere ad una storia del genere.
"Ci vorrebbe più poesia nei piccoli gesti quotidiani" - pensò ad alta voce, pentendosi delle sue parole nel medesimo istante in cui le proferiva: per lui quelle azioni non erano assolutamente piccolezze.

Prese il pennarello rosso e, come di consueto, affrontò vis à vis l'asettico calendario appeso al muro; ed ecco una grossa X sulla data del 14: un altro giorno che non aveva vissuto.
La postazione computer era accesa, era sempre accesa. Nel portacenere si notava un solo mozzicone raggrinzito, probabilmente spentosi di solitudine il giorno precedente. Immaginò l'incendio di casa sua propagarsi a partire dalle lunghe tende bianche della camera, e al pensiero del mancato rogo provò una sensazione indefinibile e proibita, a metà tra il sollievo e la noia.
La vita è troppo breve per preoccuparsi di ogni cosa.

Sicuramente c'era chi, nella sua stessa condizione, da qualche parte nel mondo, se la passava peggio: era questo che lo teneva aggrappato alla vita, ne era certo. Prima di accedere ai sei tavoli verdi che aveva in programma di grindare fino alle prime luci del giorno, accese la webcam e scorse la sua rubrica di Skype fino al contatto desiderato. Fuori dalla finestra, come sospesa, in bilico sul davanzale, lo aspettava silenziosa una di quelle notti in cui il cielo scuro tende leggermente al colore della terra bruciata.

Per problemi in Italia, la comunicazione spesso era difettosa, e quella sera non ne voleva proprio sapere di concedere ai due amanti di guardarsi negli occhi; non restava che un'impersonale e fredda chat: a Genova in quel momento era pieno giorno, mentre laggiù, stavolta, sembrava che il sole fosse tramontato per non sorgere più. Decise di essere stringato ma sincero.
"Auguri, so che non puoi capire quanto io mi odi per non essere lì con te."

L'aveva abbandonata senza dare spiegazioni in un'altra notte complicata come questa: era fuggito in Venezuela sei mesi prima, in seguito all'accusa di essersi macchiato di un grave reato in Europa. Era colpevole.
Le autorità venezuelane avevano subito disposto gli arresti domiciliari come misura cautelare, ma poi, in un sadico gioco di rimbalzi di competenze, non avevano concesso l'estradizione all'Italia. Nei corridoi delle aule di giustizia di Caracas, si mormorava si fosse messo di traverso il Presidente Chavez in persona.
Per pagarsi da vivere, tutte le notti giocava a poker online con tutto il mondo; invece i giorni li passava tutti a dormire, un po' nel letto, un po' sull'amaca legata alle due palme nel cortile interno della sua abitazione.
Ad essere sinceri, era bravo e il giro fruttava piuttosto bene: in quel limbo, che solo lontanamente assomigliava ancora ad una vita, aveva cominciato a mettere da parte un discreto gruzzoletto.
Che non poteva andare in banca a riscuotere.

Non ricordava l'ultima volta che avesse messo piede fuori di casa.
Nell'attesa di una risposta, versò l'intera bottiglia di latte nella scodella, affogando rapidamente gli indio-cheerios e sporcando in modo vistoso il pavimento.
La chat non suonò nè si illuminò più quella notte.
Rimase così, prigioniero, a fissare il monitor, preda indifesa dell'incertezza circa la sua sentenza di rimpatrio, ma con la convinzione interiore di essere già stato condannato a sentirsi per sempre solo al mondo.

domenica, febbraio 12, 2012

Alteri, VIII parte

In alcune stanze i cicli di buio sono di un nero impenetrabile, cui gli occhi non si abituano mai.
Per una volta, è lui che apre bocca per primo. Sono immersi nell'indifferenza tra tenere le palpebre chiuse o spalancate, forti dell'unica sensazione di poggiare la parte posteriore del corpo sul freddo pavimento irregolare.

"Hai mai giocato ad un gioco di ruolo?"
"Sì, mi è successo. Fantasy soprattutto: orchi, maghi, elfi. Cose così. Perché me lo chiedi?"
"Mi sono ricordato di un compagno di stanza. Avevamo avuto una discussione sul Signore degli Anelli, o qualcosa del genere. Poi adesso mi è tornato in mente."
"Sono una cosa strana i giochi di ruolo. Io mi sono sempre divertito, ma riconosco che il merito fosse dello spirito di gruppo. Eravamo tutti pessimi giocatori, ripensandoci."
 Lo sente muoversi, dall'altra parte della buca. L'impressione, a giudicare dalla nuova posizione della voce, è che si sia messo a sedere.

Continua: "Come tutti i giochi, si presta a diverse profondità di interpretazione. Gli scacchi sono un ottimo esempio, possono essere qualsiasi cosa, da passatempo a lavoro a sport."
"Questo sembrerebbe in contrasto con quello che hai detto prima: perché pessimi giocatori? Negli scacchi c'è chi vince e c'è chi perde. Nei giochi di ruolo la vittoria è un concetto molto meno definito."
"Volevo dire che il nostro approccio era limitante: abbiamo giocato abbastanza da provare un po' tutte le combinazioni di razza, allineamento e classe dei personaggi. Ti assicuro, era divertente. Però, ripensandoci, le nostre scelte sono sempre state elaborazioni di uno schema incredibilmente semplice. Finivamo per creare ogni volta personaggi aventi aspetti che ci permettessero di collegarli a noi stessi e a parti del nostro carattere, al massimo in modo antitetico."
"Credo di capire, ma secondo te che male c'è? Insomma, dove sta la limitazione?"

La voce dell'altro si fa sempre più fioca e distante, ma intuisce che non si sta veramente allontanando.
"Erano le possibilità ad essere limitate. Anche quando ci scambiavamo i personaggi, per metterci alla prova, questi finivano sempre per essere come posseduti. Era come se cambiando il guidatore cambiasse anche l'auto."
"Quello che dici però mi sembra un po' senza senso, e sfiora il concetto di libero arbitrio. Tu stesso parlavi di possibilità illimitate, dov'è questo aspetto se neghi la possibilità che un nuovo giocatore veda opzioni prima invisibili ma comunque reali? In un gioco di ruolo ha senso che la macchina cambi."
"Ma le possibilità hanno un solo grado di libertà per essere infinite in modo coerente: essere infinite all'interno di un campo finito. Wallace aveva detto qualcosa di simile riguardo ad un campo da tennis."

Le parole ora sono come strascicate, distanti tra loro con intervalli sempre diversi. "Recitazione ed immaginazione sono cose molto simili. Noi non avevamo abbastanza immaginazione o modestia da pensare di poter essere un'altra persona o di farla agire senza vedere le nostre mani all'interno delle sue."

Si solleva a sedere anche lui, per rispondere.
"Capisco quello che vuoi dire, anche se ho giocato troppo poco e quelle poche volte non ho mai visto il problema. Forse perchè l'ho intravisto nel cinema. Credo sia il motivo per cui molto dello spettacolo ha bisogno di avere gli attori truccati per poter credere a quello che stanno recitando. Comunque è una cosa che riguarda più lo spettatore che gli attori, un problema di percezione piuttosto che di recitazione.

Truffaut lo aveva capito, ma non era l'unico. La nostra immaginazione è vittima di un mondo pittorico, fossilizzato, attaccato alle radici che la ragione, mentendo, ci chiede di non recidere per mantenere un contatto con la realtà. Un contatto forse non necessario. Non credi sia così?"
Ma l'altro già dorme.

domenica, febbraio 05, 2012

Alteri, VII parte

Ha perso il numero dei cambi di stanza. La miniera non è tanto grande quanto intricata. Nei trasferimenti si finisce sempre per passare per tre ambienti principali: l'ingresso, la sala con la macchina del caffè ed una grande stanza con una parete murata di fresco e due porte. Su una delle porte c'è una targa con scritto SALA PESI.

Il suo compagno di fossa parla infaticabilmente per ore.
"Sai perché non dobbiamo preoccuparci? Io sono già stato in un'associazione, proprio come questa. Siamo come membri di un club."

Cerca di concentrarsi sul pensiero di quella donna e della pietra che estrae dalla bocca per non ascoltare quello che dice anche se è costretto a sentirlo. Il suo compagno gli ricorda dell'esistenza della miniera, la miniera gli ricorda l'esistenza della tortura.
Si illumina al pensiero che concentrarsi sul suo ricordo non sia che un'alternativa a scavare. Una forma di occupazione suggerita, inutile ma attiva. Passeggiate per l'animo.

"Io sono stato in un club, in numerosi club. Di sicuro le associazioni non uccidono i propri membri. Sono proprio come gli uomini che la compongono, queste organizzazioni: vogliono solo sopravvivere. Per sopravvivere hanno bisogno di noi. Come farebbe un ospedale senza malati?"
Lo sguardo dell'uomo che riceve la pietra si fa più contrito e doloroso man mano che si immerge nel pensiero.
"...le associazioni intendono spesso la filantropia in modo distorto e preferenziale cosicché la struttura che permette il raggiungimento delle virtù finisce per superare per importanza la virtù stessa."

Più ci pensa, più riesce a vedere la pietra. E' lontanamente di forma ovale, grigio scuro, con striature ramate sul lato che striscia contro il labbro superiore nell'uscita. Magari si tratta di rossetto, pensa.

"Non correremo alcun rischio, perché non ci faranno portare personalmente quello che è successo qui dentro nel resto del mondo. Faranno entrare il mondo nella miniera, piuttosto. Le associazioni in genere non vogliono che il mondo sia cambiato in generale. Vogliono che sia cambiato attraverso di esse. Di qui, il proselitismo.

Questa miniera, vista con un certo fatalismo, non è niente di cui preoccuparsi. Ti spiego meglio: se resistiamo abbastanza, potremo assistere ad una delle due cose che sto per dirti.
In un caso la miniera ha successo e si propaga. Con l'arrivo di nuovi ospiti chi più adatto di noi per fare da inservienti? Saremmo eletti come migliori per prassi: per il semplice fatto di essere arrivati qui per primi. Nell'altro caso la miniera fallisce: smettono prima di darci da mangiare, poi gli inservienti cominciano a non farsi più vedere. Un bel giorno prendiamo il coraggio a due mani e usciamo. Qualunque fosse il processo di trasformazione che subiamo qui dentro, si interrompe e torniamo a vivere nel mondo esterno. In un certo senso l'opzione due è una desolante, gigantesca perdita di tempo.

Ma entrambe le opzioni ci vedono vivi. Fidati: qualsiasi sia il pensiero che vogliono farci arrivare a pensare, l'unico modo in cui vogliono che tu arrivi a formularlo è attraverso la miniera. Questo significa che quello che ci succede ora, di per se, è innocuo.
Visto che non intervieni, continuerò ancora per un pò.
Te lo dico sinceramente, se non mi fermi posso andare avanti ancora e ancora.

Tutto qui, tutto quello che ci circonda, non è tautologico per caso. - fa una pausa come rispettando, nonostante il riferimento che intuiamo essere quasi esplicito, la legge non scritta che impedisce di parlare in qualsiasi modo della tortura. Ma l'accenno all'idea di tautologia è abbastanza a far scattare qualche molla nella sua attenzione deviata. Con questo ha finalmente la certezza che la tortura sia la stessa per tutti. Quale sia la logica del ragionamento che lo porta a dire tutto questo ci sfugge, essendo appunto collegato ad una tortura di cui non sappiamo niente. - Una volta che c'è il libro o che è stata scritta la canzone, il contenuto stesso di quel libro o di quella canzone non è più importante, purché sia presente. Allora ecco lo scrivere sulla scrittura, il cantare dell'ascolto della canzone che si sta cantando."

Fa una pausa, finalmente, ma è solo per farsi più vicino.

"Lo sapevi che l'universo di Tolkien nasce da una canzone? Un universo in cui le creature stesse che lo vivono cantano. Ti dice niente? Un mondo in cui la magia spesso si esprime come canzone. Nei suoi libri compaiono tantissime canzoni e i personaggi cantando creano una strana risonanza che coinvolge anche il lettore: un'eco frattale di creazione."

Prova una strana empatia superficiale per quest'uomo, nonostante il ribollire profondo di sentimenti contrastanti. Tanto da potersi immedesimare in lui e non sapere più quale dei due abbia cominciato ad immaginare di essere l'altro.
"E va bene, cambiamo discorso Signor Silenzioso. Cambiamo ma non troppo: ti ho mai detto che ho un blog con due amici? Si chiama I tre caballeros."

giovedì, febbraio 02, 2012

Alteri, VI parte

Quando si rannicchia sul fondo della nuova buca cerca di non pensare più alla tortura. L'altro occupante trema in un angolo del ciclo di luce con le mani nere di terra. Fissa la parete con le mani dietro la schiena e non si volta mai per guardarlo.
Sta cercando di immaginarsi come potrà raccontarla una cosa così. Una cosa chiara come quella che gli è successa.

Gli riappaiono come più veri del vero ricordi ormai non più suoi, diapositive mentali evocate da libri di fantascienza, paesaggi alieni fisicamente impossibili, le tavole di Lopez dell'Eternauta, una sorta di cartolina animata di una piovosa mattina al chiuso passata a spiegare perché mai Manzoni millantasse di non aver scritto lui il suo romanzo.
Con uno spasmo si contrae per poi sdraiarsi.

Quello che ha vissuto gli dà le vertigini solo a ripensare che sia successo. Come fa uno a spiegare qualcosa di impossibile che gli è accaduto veramente, senza avvalersi di un contatto verbale o scritto per cui, quando uno sostiene di essere sincero, ha comunque la possibilità di non essere creduto?

A cosa servono parole come verità se uno in cuor suo sa che l'altro, per scelta o per errore, potrà non intendere lo stesso significato con cui le dice? Non poter essere sicuro che gli altri abbiano la certezza che hai tu delle cose che hai vissuto o ti è sembrato di vivere.

Ha sempre reputato difficile giudicare la veridicità o l'irrealtà di un'evento, ma ora l'esistenza stessa di un fatto personale gli sembra qualcosa di indimostrabile ed incondivisibile. Si sente come richiamato da un elastico lontano da qualunque orecchio diverso dal suo.

Immagina di raccontare la tortura ad un ascoltatore impersonale, ideale e sconosciuto. Mentre riepiloga la vicenda gli sembra di essere lui, quell'ascoltatore. Qualcuno che non ha assistito ad un evento così radicale da appartenere ad una realtà non tanto diversa quanto precedente a quella in cui ora sa di trovarsi, ma in cui ancora non si sente. Come uno che, distratto, si fosse perso un passaggio.

Gli tornano in mente i due gemelli usati da Einstein per spiegare la relatività: non sa quale sentirsi dei due. Il silenzio tombale della miniera è rotto soltanto dai singhiozzi del suo compagno di voragine. Che cosa sia successo nella sala delle torture, per ora, non ci è dato nemmeno immaginare.

giovedì, gennaio 26, 2012

Alteri, V parte

Il tempo passa in un modo tutto suo nella miniera. Luce artificiale e buio si susseguono secondo parti del tempo canonico che oscillano tra le tre e le otto ore. La durata di questi cicli varia a seconda dell'opinione della persona con cui si trova a dividere la buca, che cambia dopo un numero di cicli puntualmente imprevedibile.

Ad ogni ciclo di luce ne segue sempre uno di buio ed è opinione poco diffusa, ma molto radicata tra coloro che la condividono, che i cicli siano sempre uguali a coppie. Cioè che ad ogni ciclo di luce ne segua uno di buio della stessa durata, indipendentemente dalla durata del ciclo di luce che seguirà.

Non gli è mai successo di tornare in una stanza in cui fosse già stato o di rincontrare qualcuno. Gli uomini che incontra hanno sempre delle idee, delle teorie sul perché della miniera e sui suoi abitanti. La tortura è uno di quegli argomenti di cui si parla solo per esprimerne la paura ed il mistero e nessuno fa mai riferimento a cosa gli sia successo personalmente. Il tabù stesso sembra essere una parte della tortura o un ingrediente del rituale scaramantico ad essa legato.

Di solito nei cicli di luce si scava, con le mani e senza troppa passione, benché non sia chiaro se scavare sia obbligatorio o meno, così che ognuno calcola secondo coscienza se ci sia o meno relazione tra la propria disposizione verso la miniera e la frequenza con cui si viene torturati.

Nei cicli di buio si dorme e ci si riposa. Il cibo viene sempre portato sul finire di un ciclo di luce dentro vassoi coperti in tutto per tutto simili a quelli di una mensa, anche per contenuto: primo secondo e dolce, e si può scegliere tra una bottiglia da mezzo litro d'acqua naturale o un cartoncino di latte intero da 33cl. Il tutto viene lanciato o calato nelle buche da inservienti silenziosi e col volto coperto.

"Il motivo per cui ci torturano, quello almeno lo so." dice il suo sedicesimo ed attualmente ultimo compagno di stanza, o cella o buca, accoccolato in una rientranza scavata ad un mezzo metro di distanza dal fondo di una voragine profonda almeno tre.
"In tutte le culture che sono state visitate dagli alieni c'era la violenza. Ma soprattutto la tortura. E' un dato di fatto. I Maya, gli Aztechi, i Nazisti, le famiglie incestuose e perverse dei grandi campi di grano nordamericani."

Deglutisce sonoramente una sorsata di latte, chiedendosi se questo della teoria degli alieni saprà dargli qualche indizio circa il suo ricordo.

"Gli alieni, che sia per proteggerci da noi stessi o per guardare uno spettacolo semplicemente interessante, si fanno vivi dove qualcuno fa male a qualcun'altro, intenzionalmente e per un tempo sufficiente a che le grida raggiungano le loro antenne aliene."

Non ha ancora assimilato completamente la logica dietro al ragionamento che un inserviente con una maschera da saldatore sbuca dal telaio della porta per indicarlo, intimandogli di seguirlo.
Dopo essere faticosamente uscito dalla buca, viene bendato.

"Pensala come parte di un meccanismo di aggiornamento accelerato. Vogliamo che arrivino a salvarci, questi benedetti alieni. Stiamo piangendo il più forte possibile attaccati alle sbarre del nostro lettino spaziale."

Non gli è mai successo ma sa cosa significhi: ora, per la prima volta, verrà torturato.