martedì, giugno 07, 2011

Contingenze elementari (quinta parte)

Camminarono fino al mare, parlando del più e del meno, mangiando le carote che lei aveva comprato nel pomeriggio.
Lui le chiese notizie di sua figlia, ossia sua nipote, e in cambio poté parlare di lavoro.
Sua sorella non aveva più sognato qualcosa di suo recentemente.

Cercava infatti di sincronizzare al meglio il suo riposo con quello della bambina, utilizzando anche i sogni post-maternità che lui stesso le aveva regalato per festeggiare la nascita. Si fece raccontare il succo delle sensazioni, i centri delle varie esperienze che proponeva. Si perdevano spesso in simili discorsi, scherzando poi sul fatto che avrebbe fatto prima a sognarne uno.

In qualche modo, mentre camminava verso la grande distesa salata, si accorse che una sensazione di fondo reggeva tutto il lavoro del fratello.
Indagando, lo portò a parlare dell'idea che aveva avuto sulle variazioni musicali, facendogli ammettere infine di star lavorando a qualcosa di più che a delle sperimentazioni sparse.

Il progetto delle variazioni aveva in effetti risvegliato alcune membra che col tempo si erano intorpidite. Dopo le soddisfazioni dei primi compensi, ricavati dai lavori che pian piano era riuscito a far apprezzare, le idee avevano continuato a moltiplicarsi; ma senza essere seguite dalle ambizioni. Piano piano aveva raggiunto uno stato compositivo professionale e distaccato, che risultava artisticamente asettico senza ribollire di ideologie, senza trasmettere la volontà di sfruttarlo o di liberarsene. Queste almeno erano le critiche che ritornavano nelle recensioni.

La calma olimpica di alcune delle sensazioni che era arrivato a poter trasmettere con certezza non erano pressate da urgenze maggiori, messe alla prova da impazienza o avidità.
Aggiustandosi i lunghi capelli spettinati dalla tramontana gli chiese se conoscesse Franz Liszt.

giovedì, giugno 02, 2011

Contingenze elementari (quarta parte)

Immaginare di rivolgersi ad un assassino non era abbastanza stimolante, o almeno non lo era con quei limiti.
Masticando il cavo delle cuffie con lo sguardo perso sullo schermo, si sentì come un mimo.
Doveva dire qualcosa senza pronunciarlo, mostrare senza svelare. Un paio di volte cominciò a buttare giù l'architettura del sogno, dicendosi che erano tutte paranoie e che un esterno non avrebbe mai capito l'argomento intorno cui girava disperatamente.

Riguardando quello che aveva fatto, tutti gli elementi gli apparvero come cartelli, biechi sbandieramenti delle proprie svogliate intenzioni. Dove sarebbe andato a parare percorrendo quella strada? Cestinò diverse mezzore di lavoro, a suo giudizio eccessivamente esplicite.

Il sogno andava creato come aveva sempre fatto, questo era un dato solido e basilare. Non poteva farlo scrivere ad un altro, non poteva tentare di cesellare troppo finemente quei sogni il cui marchio distintivo era sempre stata la forma grezza e incompleta. Arrivò ad un compromesso, stimolato dall'odore delle lasagne precotte che aveva infornato durante una pausa: scrisse il sogno tenendo a mente soltanto il fatto che sapeva dove voleva andare a parare, e non l'obiettivo finale.

Ne risultò una sensazione speziata che preannunciava sviluppi futuri, evoluzioni fondamentali che tuttavia avrebbero preso, per nascere debitamente, il tempo che era loro necessario. L'unica cosa a turbarlo fu la coscienza di aver in un certo senso aggirato il problema, cominciando da una matrioska superiore, come quegli scrittori che scrivono dello scrivere.

Con la musica non si può, pensò.
Si può con i testi, ma non gli venne in mente nessun analogo del suono.
Mentre caricava il sogno sul server, placando con dei cracker alla pizza l'ansia di essersi scoperto componendo qualcosa di leggermente diverso dal solito, gli venne in mente il concetto di variazione musicale.

Una lunga fila alle poste fu l'occasione per approfondire il collegamento mentale che l'aveva portato a ripensare alle variazioni. Le uniche che riuscì a rievocare furono le Goldberg, anche se lì per lì le ricordò a se stesso solo come "quelle con cui Bach fece esercitare il suo allievo".

Cosa avrebbe composto il giorno seguente ancora non lo sapeva, era curioso soltanto di tornare a casa per ascoltare il piano di Bach e di sapere come avrebbe dormito il killer di mezzogiorno.

lunedì, maggio 30, 2011

Contingenze elementari (terza parte)

"Come ti dicevo, trattandosi di mia sorella non intendo andare alla polizia....almeno finché non avrò prove certe."

Continuando a giocherellare con il gioiello d'ambra che chiudeva la collana bevve un altro sorso.
Era affetta da alcuni comportamenti che avrebbero fatto immediatamente fatto pensare all'insicurezza, se non avesse avuto una voce tanto strana, così profonda e priva d'accento.

"Il killer di mezzogiorno potrebbe anche non essere lei, o almeno lo spero. Non lo so, per quanto mi riguarda penso di aver fatto bene a parlartene, altrimenti non sarei proprio venuta in primo luogo. Riconosco però che sbatterti un sospetto simile in faccia chiedendoti di tacerne non sia un comportamento che lascia molto spazio alle reazioni "comuni". Tutto questo giro di parole per spiegarti che sono disposta a pagare, sia per fare quanto ti chiedo che per disinteressartene se decidessi di non accettare. L'amicizia che mi lega a tua sorella non lo rende un favore personale, ecco."

I soldi gli facevano indubbiamente gola, e non c'era bisogno di essere nel suo appartamento per ricordarglielo. Il lavoro che faceva gli garantiva una certa libertà, ma non gli dava propriamente i mezzi con cui goderne. Si domandò quanto avrebbe potuto offrire.

"Capisco, ma mi sfugge il modo in cui pensi di quantificare il mio...compito. Non c'è ragione di credere che se i delitti finissero sarebbe merito mio. Il fatto che tua sorella scelga spesso i miei sogni potrebbe non significare nulla. I delitti potrebbero anche smettere per un altro motivo, a parte il fatto che potrebbe non essere lei. Inoltre credo che la vita non sia propriamente regolata da quello che si sogna, potrei anche non riuscire a trasmettere quello che mi chiedi."

Lei cominciò ad annuire già a metà del suo discorso, un altro sintomo dell'impazienza che invece mancava alla sua voce. Forse era solo un'urgenza fisica, come il bisogno di andare in bagno.

"Sono d'accordo, anche io ho pensato la stessa cosa. Poi però mi sono detta: questa cosa potrebbe essere come sponsorizzare la fine dei delitti. Immaginalo come una pubblicità: chi sceglie cosa fare alla fine è il consumatore, ma se non gli vengono presentati il prodotto e le sue qualità non è nemmeno a conoscenza dell'esistenza di una scelta.

D'altro canto, questo sottile condizionamento attraverso i sogni è solo una delle strade che intendo perseguire. Tutte sono abbastanza discrete, ma immagino che tra tante qualcuna possa schiacciare i tasti giusti e perlomeno chiarire se il sospetto che nutro è legittimo o meno. Inoltre, ci sarò io ad osservare l'evolversi della situazione da vicino, se le cose cambiassero potrei coordinare tutto di conseguenza. Intendo investire tutta me stessa in questa cosa."

Spogliato delle connotazioni inquietanti della cosa come il sospetto d'omicidio era in definitiva un lavoro facile. Il successo o il fallimento della cosa non dipendeva da lui, la sospettata non sospettava nulla, non sapeva nemmeno che lui e la sorella si conoscessero.

Sentendosi abbastanza al sicuro accettò.

venerdì, maggio 27, 2011

Contingenze elementari (seconda parte)

Quando ebbe finito di lavorare accese la televisione. Sullo schermo si scontravano i personaggi di un film d'azione dei primi anni duemila, impeccabili come manichini d' alta moda, abbronzatissimi senza scottature. Benché non riuscisse a ricordarne il titolo sapeva di averlo già visto, una qualche replica la domenica pomeriggio. Era troppo pigro per cercare il titolo, e troppo distratto per accorgersi di non sapere in quale giorno della settimana si trovasse; magari era proprio una domenica pomeriggio.

Il punto era che la natura stessa delle sue routine era sregolata: sveglio quando gli altri dormivano, quindi potenzialmente mai. C'è sempre un cliente per un venditore di sogni, diceva qualche slogan di moda anni prima. La cosa gli ricordò con piacere il sogno che aveva trovato nella scatola dei cereali: il coupon doveva ormai essere perso in uno dei sacchetti che aveva ordinatamente messo in fila davanti alla porta di casa prima di mettersi all'opera.

Aprì il frigo, cercando qualcosa da mangiare. Aveva praticamente finito tutto lavorando.
Decise che il giorno dopo avrebbe comprato qualcosa di croccante e della pasta all'uovo, e poi magari avrebbe fatto scorta di succo, variando il mango con pesca e albicocca.

Era di nuovo seduto sul divano, guardando lo schermo senza vederlo, intento in pensieri oziosi riguardanti un domani che invece, lentamente, già sorgeva al di là delle tapparelle abbassate. Un grosso sole obeso spuntava da qualche parte, per battere i suoi raggi rarefatti dai vapori marini contro il pallido rosa del caseggiato.

Indagò come sempre i commenti a caldo sul sogno che aveva composto, prima di andare a dormire. Era piaciuto, ma sapeva che i primi a recensire erano spesso esaltati, entusiasti cronici più emozionati per essere i primi a parlarne che per il sogno stesso. O almeno era così per i prodotti degli aspiranti artisti come lui, che producevano esperienze oniriche a livello artigianale, lontani dai grandi componimenti delle società dedicate, compagnie che ogni notte raccoglievano milioni di sognatori.

Tra cui lui stesso, che caricato un grande classico decise di andare finalmente a dormire.
Lei suonò il campanello tre volte, quando ormai si trovava nel profondo del riposo.
Spiegò brevemente in un biglietto chi era, aggiungendo che sarebbe tornata, e lo fece scivolare sotto la porta, immaginando che non avrebbe avuto senso lasciare altri messaggi in una segreteria che poi non avrebbe ascoltato.

Il nuovo pezzetto di carta trovò scomodamente posto tra i cumuli di spazzatura.

domenica, maggio 22, 2011

Contingenze elementari (prima parte)

Cercò la propria immagine dentro la vetrina, senza trovarla.
L'unica cosa che vide fu il sacchetto con il prosciutto crudo e il succo di mango, il resto erano solo pile di libri, mazze da golf e la chitarra che aveva attirato la sua attenzione.

Rientrato in casa, non riusciva a togliersi dalla mente l'idea di non saper suonare uno strumento. Il suo percorso musicale era stato tortuoso, ma mai veramente impegnativo. Aveva provato qualcosa dopo aver smesso con il piano, da bambino, ma adesso faticava addirittura a ricordare quali fossero gli strumenti precisi con cui si era misurato.

La chitarra era comunque un desiderio nuovo, immediato, una voglia di imparare ad estrarne un suono nata nel momento in cui aveva visto il cartellino del prezzo appeso ad una chiave.
Acceso lo schermo trovò una playlist di virtuosi della chitarra, da ascoltare mentre intanto riordinava l'appartamento.

Era in effetti un pò di tempo che non metteva a posto. Dopo essersi occupato della carta dei quotidiani e degli scontrini che inspiegabilmente faticava a buttare via, cominciò ad interessarsi ai bicchieri e alle altre stoviglie che giorno dopo giorno avevano lasciato la credenza per stabilirsi chissà dove.

Per qualche motivo che non gli riuscì di spiegarsi, fare i lavori di casa ascoltando la chitarra non era opportuno. Il suono sembrava non solo dissociato dai suoi pensieri, ma anche da quello che stava facendo. Immaginò qualcosa a proposito del disordine, ma sapendo che nessuna spiegazione sarebbe stata sufficiente, cambiò semplicemente musica facendo partire Open Sesame di Freddie Hubbard.

Ramazzando la camera da letto, strofinando forchette incrostate da giorni, si accorse che l'atmosfera cominciava ad avvicinarsi ad un'identià compiuta, come se fino a quel momento i suoi gesti non fossero stati sincronizzati con l'effetto che producevano.

Finito il lavoro si versò un bicchiere di succo. La notte si avvicinava a grandi falcate, era tempo di preparasi per andare in onda.

sabato, maggio 14, 2011

Caos Calvo

Se io fossi Nanni Moretti la vita sarebbe indubbiamente più facile.
Anche se voi foste Nanni, ve la spassereste molto di più, non siete d'accordo?
Con calma. Forse potrebbe trarre in inganno, ma questo post NON è una paternale.

Senza aggiungere che, per la naturale predisposizione delle madri a rimbrottare più dei padri, subire una maternale è oggettivamente molto più frequente di una paternale, indi per cui dovremmo rifiutarci di utilizzare nel linguaggio comune un unico sostantivo per indicare due concetti differenti, anche se soltanto per il soggetto agente, finendo così per atteggiarci, volenti o nolenti, in modo qualunquemente sessista; perchè non alternare, a seconda dei generi, i due termini? Ma se tenessimo presente questa degna intuizione, e Baro un giorno mi dicesse "ora ti faccio una maternale lunga così", con il solo intento di dimostrare che come le donne dicono paternale allo stesso modo gli uomini possano dire maternale, nessuno capirebbe nulla ugualmente, proprio come nei suoi post; ed è per questo che sono portato a credere che la collettività abbia scelto paternale per entrambi i sessi, piuttosto che maternale, per la più facile associazione con il concetto di Lunghezza, per una maggiore chiarezza della elementare composizione sostantivo-aggettivo : una lunga paternale suona meglio di una lunga maternale. E' fisiologico, è antropologico : forse è dura da accettare, ma attualmente così stanno le cose; l'ennesimo sbocco del merchandising delle parole, del ragionare per associazione di idee, del diktat televisivo impartito da non so quale esperto di telecomunicazioni operante nell'ombra? "Vuoi usare il termine paternale nel tuo spot? Mettiamoci uno sfondo bianco, con a lato un enorme membro che si genoflette su sè stesso e, a scapito di una parte, peraltro rinunciabile, della propria virilità, impartisce moralità in pillole." Tremendo.
Tuttavia, se noi decidessimo di scendere a questo compromesso linguistico, se accettassimo turandoci il naso questo patto col diavolo, a Baro, a cui difficilmente le masse associano il concetto di lunghezza, converrebbe diversamente utilizzare, per risultare più chiaro su iPiroga, il termine maternale.

Ma dove eravamo rimasti?
Ah sì, io sono Nanni Moretti.
Altrimenti avrei semplicemente detto che Baro ce l'ha corto.

venerdì, maggio 13, 2011

la debacle di Damocle

Se indossate un orologio, un bracciale, un gioiello, un qualcosa e siete intenzionati a continuare a leggere, vi prego di togliere tutto.

Vi parlo come se parlassi a me, ed io non ne porto. L'immedesimazione non sarebbe altrettanto efficace.

Quando è primavera mi sembra assurdo che ci sia stato l'inverno. Mi sembra impossibile che esista e anzi, dubito che sia esistito.

Poi mi tolgo le cuffie e mi concentro sul disgelo. Immaginatevi stesi a letto. Non nel silenzio, in un ambiente che non è tranquillo e non invita alla riflessione. Intorno a voi, al di là della finestra chiusa, della porta che dà su scale con luce temporizzata, nel bidone della rumenta e negli interstizi delle piastrelle sta nascendo la vita.

Si sparge affamata, come un ferito che cerca l'acqua, un assetato che smania per il soccorso, và dove non è ben accetta e portando con sé solo se stessa.
Allontanatevene.
Dal letto dove siamo distesi possiamo alzarci, ma non è che con l'immaginazione che vogliamo muoverci. Andiamo fuori in strada.

Come non è difficile immaginare una cosa semplice come essere stesi a letto non vi sarà difficile uscire di casa, come se lo faceste davvero, con la mente. Solo non dovete aprire le porte, o almeno non siete tenuti a farlo. L'immaginazione fa quello che vuole, ed io per esempio cerco di immaginare nel modo più fedele alla realtà. Apro la porta e scendo le scale.

Siamo in strada, presumibilmente sotto i piedi abbiamo delle scarpe, quindi possiamo immaginare tutti quanti di sentire contro le piante la medesima cosa: una suola.
Questo per sottolineare come le catene che ci costringono negli automatismi siano in realtà le stesse per tutti, ma lasciamo perdere le suole.

A questo punto, l'immagine comincia a vacillare. Dove andremo adesso, dovendo immaginare tutto quello che ci circonda? Non lontano. Troppi eventi per calcolare una realtà realistica, troppi ricordi da concordare per formare un'immagine veritiera della via in cui tratto tratto ci troveremo. Un tamarro che passa in motorino, se lo immagino con le scarpe viola poi non gliele potrò cambiare. E se immagino una merda di cane dovrò poi cercare di evitarla.

Facciamo attenzione a quello che immaginiamo, piuttosto non complichiamo le cose. Siamo in strada, c'è un meteo amichevole che non ha bisogno di essere studiato per essere percepito, guardiamo fissi davanti a noi.
Ora, è il momento di immergersi.

Viaggiare sopra la terra, anche volando, non sarebbe possibile per i motivi elencati. Non per arrivare concentrati dove vogliamo. Finiremmo per perdere il filo o per perderci in qualche cesellatura troppo raffinata della realtà che cerchiamo di ricreare.
Immergiamoci.
Nel marciapiede, nell'asfalto, nella terra. Superiamo le varie gettate, la ghiaia, la terra battuta, le tubazioni. Siamo arrivati ormai al collo, al naso, alle ciglia.

Ora siamo al buio. Possiamo viaggiare finalmente all'oscuro del luogo in cui ci troviamo. Se temete di incappare in qualche cantina, in un bunker, scendete ancora: è uguale.
Siamo come animali, come struzzi con la coscienza annegata in un palmo di terra, se non vediamo è perché non abbiamo intenzione di vedere.

Ma ora è il momento di partire, viaggiare verso il luogo della nostra riflessione. Propagate il moto, sentitelo, camminate o fatevi spingere dalle montagne russe, l'importante è il senso di moto, stiamo andando in un luogo piuttosto lontano.

[...]

Siamo arrivati. Intorno a noi tutto è ancora buio, sentiamo soltanto di esserci fermati.
Comincia la risalita, veloce o istantanea non importa, sorgiamo verticalmente come ascensori intangibili. Non aprite gli occhi, per quanto ne sappiamo siamo ancora annegati in kilometri di pietra, oppure potremmo aver già superato la stratosfera. Ma questo non ci interessa, tanto più che non possiamo saperlo: ad occhi chiusi percepiremmo anche la luce del sole, ma non sono i nostri occhi ad essere chiusi. Non è il buio delle palpebre quello che osserviamo.

Anzi, che non osservo più.
Apro gli occhi: sono ad alta quota, con i piedi immersi in qualche particolarissima, percepibile suola, ma il mio sguardo non può volgersi a vedere cosa indosso, non può muoversi affatto.

Guardo la montagna di fronte a me, non posso fare altro.
Un grande sole giallo la illumina, a picco sopra di lei, da qualche parte dove non posso vederlo.
La avvolge come le lampade irradiano i fiori di serra, disperatamente intenzionato a farla sbocciare, prima o poi.

Ma guardando meglio mi accorgo che la roccia non è immobile: il ghiaccio che la ricopre un pò la fa sudare e un pò la ammanta di fumo.

L'inverno non è propriamente finito: arriva il disgelo.

venerdì, maggio 06, 2011

cucinare il cibo per la mente

Il giorno dopo non fu poi traumatico come avevo creduto: senza sveglia, caffè, focaccia, facebook, altro caffè.
Qualcosa non era cambiato.

Oppure qualcosa non era ancora cambiato.
Il non capire che cosa stesse o non stesse accadendo mi infastidiva più del prosciutto cotto e di quei libri in cui alcune parole sono scritte in grassetto ed altre no.

Poi mi guardai il taglio sul dito.
Per quanto stupido era uscito un sacco di sangue.
Era fuggito.
(Su wikipedia scopro che un globulo rosso vive 120 giorni. Cosa si vede del mondo microscopico in 120 giorni?)

Trovi una via d'uscita, ti schianti al suolo o su un capo d'abbigliamento preferibilmente chiaro, in un ambiente acido o basico, chissene frega, comunque ostile. Cosa puoi volere che io non ti garantisca? Ingrato.

E mentre mi succhiavo il dito ho capito che non si era liberato, non era fuggito, non c'era nessuna relazione tra la mia vita e la mancanza di quel sangue, di qualsiasi centimetro cubo di sangue nel mio corpo: era solo uscito.

Uscito da un posto scuro, buio, immaginato sempre chiaramente disposto e invece caotico, ostile, diverso da persona a persona, incasinato, marcescente, insieme fabbrica e discarica. Era uscito da me, ma era entrato nell'unico luogo dove potessi vederlo.

In fondo le palpebre, la bocca, le orecchie, cosa sono se non ferite cicatrizzate? Il mio sangue può andarsene quando vuole, forse era questa la logica mancante.

Feuerbach disse che l'uomo è ciò che mangia.
Io dico che è anche ciò che sputa.

venerdì, aprile 29, 2011

La storia di Flora, gran meretrice, diventata dea per garantire il decoro delle istituzioni

E' appena terminata una cortese e rinfrescante pioggerellina pomeridiana, mi reco col mio caro Ettore a fare una passeggiata nei giardini vicino a casa. Sono diversi gli elementi che mi impediscono di abbandonarmi alla fantasiosa reminescenza della pioggia nel pineto, in particolare due: mai ho immaginato Ermione come cane, anche se lo considero un nome delizioso; alcune siringhe e una cospicua traccia ematica mi fanno percepire come umano troppo umano questo posto.
Come sono ridicole e degradanti le nostre dipendenze.
Dunque dopo avere, mio malgrado, convenuto con quel famoso slogan (paradossale) "i giardini del degrado", una tipica pesantezza saturnina ha deviato il corso dei miei pensieri sulla considerazione dei tempi correnti, del kali yuga e altre amenita' consimili, che ci risparmio.
La divisione del tempo non e' certo un problema da poco, giorni fasti e nefasti, comitialis...
Aprile, nella Roma antica e gloriosa, godevi della protezione di Venere feconda!
Giusto in questi giorni nell' antica Roma si celebravano le Floreali, oggi piu' modestamente ci si accontenta dell' euroflora: fiera, libero mercato, truffa liberalizzata, capitale e, questo solo per farvi ridere, signoraggio; non vedere la progressiva degenerazione verso il solido, la materia, è davvero da ciechi: ma in effetti il motto hanno occhi e non vedono è molto più di una trouve' biblica, direi piuttosto una costante nella storia della modernità e del progresso.
Per alleggerire queste considerazioni pesanti, antipatiche, da Senex, vale la pena di rifugiarsi in quelle deliziose storielle boccaccesche (o boccaciane, che m' importa) con le quali si sollazzano gli eruditi quando per un momento li abbandona la depressione, la smania collezionistica e antiquaria (delle quali poi tali storielle sono in qualche modo figlie naturali; si legga: non legittime).

La nostra Flora, gran meretrice, non si sa bene se per una particolare benevolenza nei confronti di quelli che erano destinati a diventare suoi ex clienti, o per supplire economicamente alla mancanza di piacere di questi, cagionato dalla sua morte (un danno esistenziale ante litteram), o ancora sperando di lavarsi di dosso la lettera scarlatta o chissà per quale altro pruriginoso motivo, nominò suo erede il popolo romano. Si decise di destinare l' enorme eredità a dei giochi da tenersi nel giorno della nascita della testatrice. Il senato, con la spiccata tendenza a sentirsi offeso e perseguitato, sulla base della permeante considerazione che i senatori erano stati i principali utenti finali, decise un insabbiamento. Tale insabbiamento era destinato ad assumere contorni ridicoli agli occhi dei contemporanei, era una beffa al pubblico pudore, una squallida burla; consisteva infatti nel dire una bugia enorme e palese e cioe' nel dire che in realta' Flora non era una troia, ma che era una nipote di Giove, che era la dea dei fiori. Non sappiamo quale sia stata la reazione di Giove. Posso rassicurarvi invece sulla reazione del popolo romano: nel tempio di Castore e Polluce venne sistemato il simulacro di lei, Flora, realizzato da Prassitele; le feste in suo onore continuarono ad essere lascive.
Ancora una volta bisogna dare ragione alle scritture: niente di nuovo sotto il sole.

sabato, aprile 23, 2011

mercoledì, aprile 20, 2011

Considerazioni percorrendo il Milf Boulevard

Il cuore è come il gusto: va educato.

Non è un procedimento né semplice né chiaro, non avanza e non si ritira sempre con la stessa velocità, difficilmente si può dire se stia migliorando o no.
Non è stupido, eppure va educato.
Non è cieco, eppure va guidato.

Si evolve secondo se stesso, scegliendo di volta in volta il percorso migliore avendo come ultima meta la morte di cui vuole morire. Il gusto sceglie l'arma con cui spegnersi, la sceglie seguendo i propri consigli.
A volte fidandosi, a volte no.

Se potessi o anzi, se il cuore fosse d'acciaio, lo farei crescere lentamente, in un'unico monolitico grano. Lo osserverei luccicare alla luce di tutte le sue debolezze.

sabato, aprile 16, 2011

Neverest

"Assomigliava a Solženicy da giovane. - Sarò di ritorno quando avrà finito, - gli disse la donna, e uscì svelta dal locale."

Questo succede ieri.
Chiudo il libro, intontito.
Solženicy. Solženicy. Solženicy. Io lo so chi era Solženicy.
Chi era Solženicy?

Uno scrittore, è normale non ricordarsi il suo viso, era uno scrittore.
Ho letto Solženicy.
Ho letto Solženicy?

Cosa so di lui, mi posso ricordare piano piano. Era russo, era uno scrittore, è morto. In fondo è solo un viaggio in treno, il libro mi piace, penserò a questa cosa per un pò e intanto che il paesaggio scorre mi verrà in mente.

No, ti confondi con Bulgakov.
No, ti confondi con Turgenev.
No, ti confondi con quell'altro tizio.

Mah, mistero. Mi verrà in mente? E anche se mi venisse in mente, continuerei a non sapere che faccia aveva da giovane. So di sapere chi è, non com'era fatto. Sto pensando solo per me stesso.

Mi aiuto con il nome storpiato, come lo pronunciavo prima di leggerlo veramente, con attenzione. Mi succede con i nomi. Ottengo solo un Aleksandr Qualcosa Solženicy. Ha un nome, gli manca il legame che ha con me.

In quale libro ci siamo conosciuti?
Mi era anche piaciuto, ho il ricordo di me che dico: "Che bel libro Aleksandr Qualcosa Solženicy, era un genio."

Padiglione cancro, ci sono arrivato. Chiudo il pensiero, apro il libro, in un attimo sono di nuovo a Savona. Passa la giornata, vado a dormire senza sapere niente sul ritratto dell'artista da giovane. Mi viene in mente di cercarlo solo quando il computer si spegne.

Questo succede oggi.
Trovo la foto di Solženicy da giovane sulla Wikipedia inglese. Nulla cambia.
Come finiva Padiglione cancro?

"Solo quando il treno sussultò e si mosse, sentì una fitta lì dove c'è il cuore, o l'anima, insomma nel punto centrale del petto, una nostalgia di ciò che si era lasciato dietro. Si rivoltò, si buttò bocconi sul pastrano e affondò la faccia, gli occhi socchiusi, nello zaino, tra i bozzi formati dalle pagnotte.

Il treno correva e gli stivali di Kostoglòtov, come morti, dondolavano sopra il passaggio con le punte in giù."

venerdì, aprile 08, 2011

Coprofagonista

Ho fatto ultimamente molto caso alle peripezie della mente, al modo in cui si associano ad un senso gli effetti di un altro, alle reminiscenze, alle madeline preconfezionate, al consumo di massa, bisognosi di attenzioni mediatiche, polmoni poco caotici, pensieri in divenire.

Figli di estri non nostri, ci limitiamo a contemplare visioni d’altri, necessarie alla mediocratizzazione della nostra piccola vita: esperienze senza passato, viviamo solo per testimoniare a noi stessi di averlo fatto.

L’ascolto di un certo tipo di musica eccessivamente compiacente non può che estremizzare questa visione in terza persona: l’io cinematografico è migliore di me, è più fiero di me, è oltre me, io sono il mio cinema.

Io sono George Clooney, io sono Belen, io sono Morgan, io sono L’Artista precedentemente noto come Me Stesso, io sono la Top Ten del mio avatar, la Top Singels dell’ego, il disco di platino di un piccolo cuore bugiardo.

domenica, aprile 03, 2011

la vicina è fine

Spazza, sputa, spazza ancora: la delicata azione della pulizia dentale volge al termine.

Non si deve - ricorda a se stesso mentre struscia le setole contro un canino - non si deve tralasciare un'azione solo perché viene ripetuta spesso e quindi sembra di per sé poco importante.
E' così che le cose diventano sacre: i rituali.

Sputa ancora una volta, le cose si tirano per le lunghe: colpa dei kiwi.
I semini dei kiwi.
Ora sì che ha finito, si passa la lingua sugli incisivi di sopra, come ha visto fare in tv.
Ripone lo spazzolino, con la sua capsula, nella tazza: ci vediamo domani mattina.

Però non è ancora il momento di dormire, dice senza pensarlo, spalancando gli occhi sotto le luci da camerino dello specchio del bagno.
Ammira le sue occhiaie, come fossero avvallamenti acquitrinosi, parchi naturali morbidamente scolpiti dalla pazienza infinita di giardinieri grandi come granelli di polvere.

Studia la fittezza delle sue ciglia, facendole sbattere piano, incrociandole, guardando con l'occhio aperto quello chiuso; riaffiorano nella memoria le immagini preistoriche di banchi di meduse, un documentario di un'indefinita domenica pomeriggio invernale.
Esamina la sclera, contempla il mistero del rubinetto da cui sgorgano le lacrime, gli angoli che domani mattina ritroverà qui, in bagno, cisposi e carichi di voglia di restarsene a letto.

Si perde nell'iride: non viene mai l'ora di andare a dormire.

domenica, marzo 27, 2011

La Morbistenza

"Padre, ho peccato. Oggi scrivo per coprire un altro post"

Abitazione borghese, profondità lombarda, atmosfera da Basso Impero.
Sfavillanti water close troneggiano nelle stanza, casuali, indecenti e sublimi; dimenticati, caduti dal taschino di un architetto distratto e pasticcione.
Tutte le cose importanti che riguardano i culi accadono in Lombardia.

Bergamo. B Alta e B Bassa come il Principe e il Povero.
Il principe è dedito alla Seduta mattiniera : sfoglia disinvolto il suo mensile "Armi costose che non ti puoi permettere", ma è evidente che la sua attenzione è rivolta altrove.
Il Rotolo sta per terminare.
Lo strumento di purificazione è come il prosciutto : all'inizio e alla fine non piace ai più. Tutti lo vogliono già iniziato, ma il culetto è quello che ripugna di più.

Ahh, carta Regina, la sua preferita. Un vero peccato che stia finendo.
Nelle dispense c'è grande scorta, ma il disappunto esplode all'avvilente constatazione della marca: rotoli Scottex. Ruvidi come i muri degli asili, come i culi dei preti, come il pane integrale.
Dannazione alle offerte del Mercadone.

Pulirsi il sedere passando da carta Regina a carta Scottex rappresenta il paradigma della vita : come la convivenza e il matrimonio, come le scuole elementari e le medie, come le mozzarelle a Napoli e altrove, come la giovinezza e la vecchiaia, come il Sesso della prima volta e il sesso successivo.

Avete mai provato a guardare il mondo attraverso la filigrana della carta igienica?

"Dieci Ave Maria prima di coricarti, figliolo".

sabato, marzo 26, 2011

Cilicioccolata

Disperati distici distopici distocazzo sarebbero poco opportuni in un momento come questo.

Quale momento, quale ora?
L'ora Legale, il momento delle decisioni revocabili.

Non mi reputo un uomo inteJerrymo, eppure la mia non è la vita di Galileo a Flatlandia.
Le chiamiamo freevolezze ma i nostri sono peccati, i nostri sono reati.
Confesso: di non avere timbrato il biglietto, di non essermi lavato i denti dopo mangiato, di essere stato in possesso di merce contraffatta, di film e musica rubati, di schiavi, di ideali scabrosi, di critiche senza fondamento, di indiscriminato odio verso il prossimo.

Per natura non siamo che calamite per calamità naturali eppure facciamo di tutto per essere disgregatori sociali: criticoni dell'ultimo momento, pisciatori nei portoni altrui poi indignati di trovare del liquido giallo nei nostri.

Indigniamoci per i rifiuti mentre spegniamo la cicca sotto la suola: la nostra è una valle incartata sporca di collusione e pressapochismo.
Irreprensibile, controlla tu stesso: la parola "pentirsi" la uso solo per dimostrarti di non averla usata.

Ci vorrebbe un chiodo nella carne ogni volta che si mente a sé stessi e una manna dal cielo ogni volta che si mente ad un altro.
Degli altri almeno, si può sempre dubitare.

giovedì, marzo 17, 2011

La precedanza

"Pioverà, ma non basta dire così, bisogna dire quanto."

Questo era il pensiero che impegnava un merlo, seduto sul ramo di un pruno, un mercoledì pomeriggio.

"Anzi, perché dire quanto? La misura, anche quando corretta, può non rappresentare ciò che inizialmente intendevo misurare. Però credo sia sbagliato pensare che l'incapacità di effettuare una misura ne neghi la validità, come è sbagliato il contrario."

Un soffio d'aria fredda lo involò, un pò per istinto e un pò per noia: dense le nubi coronavano le colline circostanti.

"Guarda quell'uomo, che legge uno spartito seduto sul treno. La sua vita è così diversa dalla mia che immagino che se per magia diventassi uomo come lui resteremmo diversi come lo siamo ora."

Delle bacche attirarono la sua attenzione, un pò per istinto e un pò per gola. Atterrando, continuava malinconico:

"Oh, a volte vorrei non essere merlo ma un buco nella terra. Si può dire se un buco è vuoto oppure è stato riempito. Mentre che io sia un buon merlo non si può dire da niente. Il caso è ovunque e questo inquina la misura: non si può dire che io sappia meno cose di un altro merlo, o che i miei figli abbiano più diritto di queste bacche dei suoi."

Dopo averne mangiate un paio, ne recava infatti altrettante nel becco.

"Il futuro deve dare un senso a tutto questo, forse ci verrà dato un metro da morti, o una bilancia. Ma questo che cosa vuole dire? Che faremo di conto, fino all'apocalisse?"

Dei tuoni rotolarono nell'imboccatura della vallata.

"E poi, vorrei poter non volare. Si gela, nel vento del cambio di stagione"

domenica, marzo 06, 2011

Gazzettino b anale e lampioni. Morandi mangia la merda: iPiroga, una degna colazione?

iPiroga: sei tutta una perversione! Sei autocelebrativa, autoreferenziale, narcisa e boccadoro; sei specchio dei tuoi fondatori, sei una troia senza successo, una babele di incomprensioni, di doppi sensi non intesi, di humor di bassa lega. E quando scrivo ciò ti sento fremere di piacere.

Idrocolonpulizia?
Paradossi scontati, prezzi modici.
Stile omogeneo: sembri un meccano iPiroga. Sei decadente senza essere chic. Hai i peli sotto i piedi e i calli sotto le ascelle.

Quanto vorrei che iPiroga assomigliasse a Audrey Hepburn.

Come se non bastesse qui a Sodoma tante cose non vanno. Alcune più di altre mi irritano e mi fanno venire l' eczema sulle mani. Di queste vi parlerò, col vostro permesso e vi prego, vi scongiuro, vi imploro, perdonate il mio malumore e il mio fastidio. Perchè oltre al tacollo di iPiroga certe cose io non accetto.
Perchè, ogni giorno mi chiedo perchè, perchè distinguere fra "città", Sodoma, e "altre destinazioni"; io sono sicuro che le lettere una volta imbucate finiscono nello stesso sacco. Si nello stesso sacco, avete inteso bene, il sacco di Sodoma. Se non vi è ancora chiaro sto parlando di quelle schifose cassette della posta rosse, oltraggio al buon gusto, disseminate qua e là nei centri urbani (Sodoma, Gomorra etchì), a ricordarci l' oscena eredità degli anni settanta. Che schifo la posta; che schifo che venga rivalutata, elogiata, commemorata (del resto dei morti si può solo parlar bene). La posta! Non ha mai portato niente di buono: le lettere, che ribrezzo! Per tacere di quella carta trasparente, turpe al tatto, che lascia intravedere l' indirizzo:
bollette! Siete più inopportune della richiesta di pagamento anticipato in un albergo, in Austria. Volete i soldi? Una confidenza: io molesto i soldi. Si proprio così. Li tagliuzzo. Ci scrivo sopra il numero di Rodrizio: mutandina '92 raffreddatissima sola in casa, kiama!
Soldi, denaro, denaro, soldi e lotterie, che tema deprimente. Una cosa dei soldi però in particolare mi indispettisce più delle altre: non puoi distruggere le banconote, non sono tue.
Invece puoi prostituirti, perchè il corpo è tuo.
Se ti prostituisci e ti danno dei soldi hai fatto un cattivo affare. Il regno della quantità è un cattivo affare. Fatti regalare un vulcano.

sabato, marzo 05, 2011

C'eravamo tanto armati

La guardo meglio: in effetti, scritta con un altro font potrebbe anche non apparirmi così.
Una gi maiuscola: G
Non sembra una freccia che ruota in senso antiorario? A seconda di come viene scritta non serve avere troppa immaginazione.

Un punto particolare dell'alfabeto, il settimo. Sembra quasi che inviti a tornare indietro; ritornare sulla F oppure a ripetere la causa della ripetizione G G G G G G G G G G G.
Un simbolo di involuzione, un ouroboros maledetto, un segno infausto, un viaggio nel tempo, nel linguaggio, innaturale, perverso. Una G.

Si può pensare quello che si vuole della gi. In effetti si può pensare ciò che si vuole in generale.
Quello che ad esempio adesso sto pensando è che se la seconda Guerra mondiale fosse finita diversamente su questo computer ci sarebbe un tasto per la svastica.

giovedì, marzo 03, 2011

Taglia 40 Modello 44

Modello 46 : notizie di reato anonime, o firmate con nome di fantasia.
Fantasia.
Di recente, ogni volta che cammino per strada, sono posseduto dalla sensazione che tutti gli avventori che incontro se la passino meglio di me; che se, irrealisticamente, ci dovessimo trovare tutti in una stanza chiusa, loro avrebbero più cose da raccontare di me, o comunque cose molto più interessanti.
Oggi in piazzetta una signora confortava il suo cane per il mancato pranzo in trattoria, un marocchino ha sputato dal balcone, ma mi ha mancato, due bambini facevano roteare un bastone inventandosi una storia di cavalieri.

Modello 45 : pseudo notizie di reato.
Pseudonimo?
Ieri ho comprato un bel pezzo di focaccia, caldo, vicino al bordo : proprio come piace a me.
Un balordo ne ha preso uno più grosso del mio, ma pagando ha rovesciato sul bancone tutta la Bud che teneva in bilico tra mano e mento.
Avreste dovuto vedere come se lo gustava, dopo.
Niente solita sensazione, però.
Oggi l'ho incontrato in un'altra strada, senza nè birra nè focaccia, ma con un cartello in mano : non siamo miraggi.

Modello 21 : nome di possibile autore della notizia di reato.
Signor 11.
Anche questa notte il signore del numero 11 ha prodotto il rumore.
Quale rumore? A metà tra una gara di tosaerba, il ricordo delle mini4wd di quando ero piccolo, e uno sciame di mosconi arrapati.
Non l'ho immaginato, all'inizio l'ho pensato, ma poi ho cambiato idea.
Lui crede di poterla fare franca a lungo, neanche fossimo nel 44 : notizia non abbinabile ad alcun soggetto.