venerdì, aprile 29, 2011

La storia di Flora, gran meretrice, diventata dea per garantire il decoro delle istituzioni

E' appena terminata una cortese e rinfrescante pioggerellina pomeridiana, mi reco col mio caro Ettore a fare una passeggiata nei giardini vicino a casa. Sono diversi gli elementi che mi impediscono di abbandonarmi alla fantasiosa reminescenza della pioggia nel pineto, in particolare due: mai ho immaginato Ermione come cane, anche se lo considero un nome delizioso; alcune siringhe e una cospicua traccia ematica mi fanno percepire come umano troppo umano questo posto.
Come sono ridicole e degradanti le nostre dipendenze.
Dunque dopo avere, mio malgrado, convenuto con quel famoso slogan (paradossale) "i giardini del degrado", una tipica pesantezza saturnina ha deviato il corso dei miei pensieri sulla considerazione dei tempi correnti, del kali yuga e altre amenita' consimili, che ci risparmio.
La divisione del tempo non e' certo un problema da poco, giorni fasti e nefasti, comitialis...
Aprile, nella Roma antica e gloriosa, godevi della protezione di Venere feconda!
Giusto in questi giorni nell' antica Roma si celebravano le Floreali, oggi piu' modestamente ci si accontenta dell' euroflora: fiera, libero mercato, truffa liberalizzata, capitale e, questo solo per farvi ridere, signoraggio; non vedere la progressiva degenerazione verso il solido, la materia, è davvero da ciechi: ma in effetti il motto hanno occhi e non vedono è molto più di una trouve' biblica, direi piuttosto una costante nella storia della modernità e del progresso.
Per alleggerire queste considerazioni pesanti, antipatiche, da Senex, vale la pena di rifugiarsi in quelle deliziose storielle boccaccesche (o boccaciane, che m' importa) con le quali si sollazzano gli eruditi quando per un momento li abbandona la depressione, la smania collezionistica e antiquaria (delle quali poi tali storielle sono in qualche modo figlie naturali; si legga: non legittime).

La nostra Flora, gran meretrice, non si sa bene se per una particolare benevolenza nei confronti di quelli che erano destinati a diventare suoi ex clienti, o per supplire economicamente alla mancanza di piacere di questi, cagionato dalla sua morte (un danno esistenziale ante litteram), o ancora sperando di lavarsi di dosso la lettera scarlatta o chissà per quale altro pruriginoso motivo, nominò suo erede il popolo romano. Si decise di destinare l' enorme eredità a dei giochi da tenersi nel giorno della nascita della testatrice. Il senato, con la spiccata tendenza a sentirsi offeso e perseguitato, sulla base della permeante considerazione che i senatori erano stati i principali utenti finali, decise un insabbiamento. Tale insabbiamento era destinato ad assumere contorni ridicoli agli occhi dei contemporanei, era una beffa al pubblico pudore, una squallida burla; consisteva infatti nel dire una bugia enorme e palese e cioe' nel dire che in realta' Flora non era una troia, ma che era una nipote di Giove, che era la dea dei fiori. Non sappiamo quale sia stata la reazione di Giove. Posso rassicurarvi invece sulla reazione del popolo romano: nel tempio di Castore e Polluce venne sistemato il simulacro di lei, Flora, realizzato da Prassitele; le feste in suo onore continuarono ad essere lascive.
Ancora una volta bisogna dare ragione alle scritture: niente di nuovo sotto il sole.

sabato, aprile 23, 2011

mercoledì, aprile 20, 2011

Considerazioni percorrendo il Milf Boulevard

Il cuore è come il gusto: va educato.

Non è un procedimento né semplice né chiaro, non avanza e non si ritira sempre con la stessa velocità, difficilmente si può dire se stia migliorando o no.
Non è stupido, eppure va educato.
Non è cieco, eppure va guidato.

Si evolve secondo se stesso, scegliendo di volta in volta il percorso migliore avendo come ultima meta la morte di cui vuole morire. Il gusto sceglie l'arma con cui spegnersi, la sceglie seguendo i propri consigli.
A volte fidandosi, a volte no.

Se potessi o anzi, se il cuore fosse d'acciaio, lo farei crescere lentamente, in un'unico monolitico grano. Lo osserverei luccicare alla luce di tutte le sue debolezze.

sabato, aprile 16, 2011

Neverest

"Assomigliava a Solženicy da giovane. - Sarò di ritorno quando avrà finito, - gli disse la donna, e uscì svelta dal locale."

Questo succede ieri.
Chiudo il libro, intontito.
Solženicy. Solženicy. Solženicy. Io lo so chi era Solženicy.
Chi era Solženicy?

Uno scrittore, è normale non ricordarsi il suo viso, era uno scrittore.
Ho letto Solženicy.
Ho letto Solženicy?

Cosa so di lui, mi posso ricordare piano piano. Era russo, era uno scrittore, è morto. In fondo è solo un viaggio in treno, il libro mi piace, penserò a questa cosa per un pò e intanto che il paesaggio scorre mi verrà in mente.

No, ti confondi con Bulgakov.
No, ti confondi con Turgenev.
No, ti confondi con quell'altro tizio.

Mah, mistero. Mi verrà in mente? E anche se mi venisse in mente, continuerei a non sapere che faccia aveva da giovane. So di sapere chi è, non com'era fatto. Sto pensando solo per me stesso.

Mi aiuto con il nome storpiato, come lo pronunciavo prima di leggerlo veramente, con attenzione. Mi succede con i nomi. Ottengo solo un Aleksandr Qualcosa Solženicy. Ha un nome, gli manca il legame che ha con me.

In quale libro ci siamo conosciuti?
Mi era anche piaciuto, ho il ricordo di me che dico: "Che bel libro Aleksandr Qualcosa Solženicy, era un genio."

Padiglione cancro, ci sono arrivato. Chiudo il pensiero, apro il libro, in un attimo sono di nuovo a Savona. Passa la giornata, vado a dormire senza sapere niente sul ritratto dell'artista da giovane. Mi viene in mente di cercarlo solo quando il computer si spegne.

Questo succede oggi.
Trovo la foto di Solženicy da giovane sulla Wikipedia inglese. Nulla cambia.
Come finiva Padiglione cancro?

"Solo quando il treno sussultò e si mosse, sentì una fitta lì dove c'è il cuore, o l'anima, insomma nel punto centrale del petto, una nostalgia di ciò che si era lasciato dietro. Si rivoltò, si buttò bocconi sul pastrano e affondò la faccia, gli occhi socchiusi, nello zaino, tra i bozzi formati dalle pagnotte.

Il treno correva e gli stivali di Kostoglòtov, come morti, dondolavano sopra il passaggio con le punte in giù."

venerdì, aprile 08, 2011

Coprofagonista

Ho fatto ultimamente molto caso alle peripezie della mente, al modo in cui si associano ad un senso gli effetti di un altro, alle reminiscenze, alle madeline preconfezionate, al consumo di massa, bisognosi di attenzioni mediatiche, polmoni poco caotici, pensieri in divenire.

Figli di estri non nostri, ci limitiamo a contemplare visioni d’altri, necessarie alla mediocratizzazione della nostra piccola vita: esperienze senza passato, viviamo solo per testimoniare a noi stessi di averlo fatto.

L’ascolto di un certo tipo di musica eccessivamente compiacente non può che estremizzare questa visione in terza persona: l’io cinematografico è migliore di me, è più fiero di me, è oltre me, io sono il mio cinema.

Io sono George Clooney, io sono Belen, io sono Morgan, io sono L’Artista precedentemente noto come Me Stesso, io sono la Top Ten del mio avatar, la Top Singels dell’ego, il disco di platino di un piccolo cuore bugiardo.

domenica, aprile 03, 2011

la vicina è fine

Spazza, sputa, spazza ancora: la delicata azione della pulizia dentale volge al termine.

Non si deve - ricorda a se stesso mentre struscia le setole contro un canino - non si deve tralasciare un'azione solo perché viene ripetuta spesso e quindi sembra di per sé poco importante.
E' così che le cose diventano sacre: i rituali.

Sputa ancora una volta, le cose si tirano per le lunghe: colpa dei kiwi.
I semini dei kiwi.
Ora sì che ha finito, si passa la lingua sugli incisivi di sopra, come ha visto fare in tv.
Ripone lo spazzolino, con la sua capsula, nella tazza: ci vediamo domani mattina.

Però non è ancora il momento di dormire, dice senza pensarlo, spalancando gli occhi sotto le luci da camerino dello specchio del bagno.
Ammira le sue occhiaie, come fossero avvallamenti acquitrinosi, parchi naturali morbidamente scolpiti dalla pazienza infinita di giardinieri grandi come granelli di polvere.

Studia la fittezza delle sue ciglia, facendole sbattere piano, incrociandole, guardando con l'occhio aperto quello chiuso; riaffiorano nella memoria le immagini preistoriche di banchi di meduse, un documentario di un'indefinita domenica pomeriggio invernale.
Esamina la sclera, contempla il mistero del rubinetto da cui sgorgano le lacrime, gli angoli che domani mattina ritroverà qui, in bagno, cisposi e carichi di voglia di restarsene a letto.

Si perde nell'iride: non viene mai l'ora di andare a dormire.

domenica, marzo 27, 2011

La Morbistenza

"Padre, ho peccato. Oggi scrivo per coprire un altro post"

Abitazione borghese, profondità lombarda, atmosfera da Basso Impero.
Sfavillanti water close troneggiano nelle stanza, casuali, indecenti e sublimi; dimenticati, caduti dal taschino di un architetto distratto e pasticcione.
Tutte le cose importanti che riguardano i culi accadono in Lombardia.

Bergamo. B Alta e B Bassa come il Principe e il Povero.
Il principe è dedito alla Seduta mattiniera : sfoglia disinvolto il suo mensile "Armi costose che non ti puoi permettere", ma è evidente che la sua attenzione è rivolta altrove.
Il Rotolo sta per terminare.
Lo strumento di purificazione è come il prosciutto : all'inizio e alla fine non piace ai più. Tutti lo vogliono già iniziato, ma il culetto è quello che ripugna di più.

Ahh, carta Regina, la sua preferita. Un vero peccato che stia finendo.
Nelle dispense c'è grande scorta, ma il disappunto esplode all'avvilente constatazione della marca: rotoli Scottex. Ruvidi come i muri degli asili, come i culi dei preti, come il pane integrale.
Dannazione alle offerte del Mercadone.

Pulirsi il sedere passando da carta Regina a carta Scottex rappresenta il paradigma della vita : come la convivenza e il matrimonio, come le scuole elementari e le medie, come le mozzarelle a Napoli e altrove, come la giovinezza e la vecchiaia, come il Sesso della prima volta e il sesso successivo.

Avete mai provato a guardare il mondo attraverso la filigrana della carta igienica?

"Dieci Ave Maria prima di coricarti, figliolo".

sabato, marzo 26, 2011

Cilicioccolata

Disperati distici distopici distocazzo sarebbero poco opportuni in un momento come questo.

Quale momento, quale ora?
L'ora Legale, il momento delle decisioni revocabili.

Non mi reputo un uomo inteJerrymo, eppure la mia non è la vita di Galileo a Flatlandia.
Le chiamiamo freevolezze ma i nostri sono peccati, i nostri sono reati.
Confesso: di non avere timbrato il biglietto, di non essermi lavato i denti dopo mangiato, di essere stato in possesso di merce contraffatta, di film e musica rubati, di schiavi, di ideali scabrosi, di critiche senza fondamento, di indiscriminato odio verso il prossimo.

Per natura non siamo che calamite per calamità naturali eppure facciamo di tutto per essere disgregatori sociali: criticoni dell'ultimo momento, pisciatori nei portoni altrui poi indignati di trovare del liquido giallo nei nostri.

Indigniamoci per i rifiuti mentre spegniamo la cicca sotto la suola: la nostra è una valle incartata sporca di collusione e pressapochismo.
Irreprensibile, controlla tu stesso: la parola "pentirsi" la uso solo per dimostrarti di non averla usata.

Ci vorrebbe un chiodo nella carne ogni volta che si mente a sé stessi e una manna dal cielo ogni volta che si mente ad un altro.
Degli altri almeno, si può sempre dubitare.

giovedì, marzo 17, 2011

La precedanza

"Pioverà, ma non basta dire così, bisogna dire quanto."

Questo era il pensiero che impegnava un merlo, seduto sul ramo di un pruno, un mercoledì pomeriggio.

"Anzi, perché dire quanto? La misura, anche quando corretta, può non rappresentare ciò che inizialmente intendevo misurare. Però credo sia sbagliato pensare che l'incapacità di effettuare una misura ne neghi la validità, come è sbagliato il contrario."

Un soffio d'aria fredda lo involò, un pò per istinto e un pò per noia: dense le nubi coronavano le colline circostanti.

"Guarda quell'uomo, che legge uno spartito seduto sul treno. La sua vita è così diversa dalla mia che immagino che se per magia diventassi uomo come lui resteremmo diversi come lo siamo ora."

Delle bacche attirarono la sua attenzione, un pò per istinto e un pò per gola. Atterrando, continuava malinconico:

"Oh, a volte vorrei non essere merlo ma un buco nella terra. Si può dire se un buco è vuoto oppure è stato riempito. Mentre che io sia un buon merlo non si può dire da niente. Il caso è ovunque e questo inquina la misura: non si può dire che io sappia meno cose di un altro merlo, o che i miei figli abbiano più diritto di queste bacche dei suoi."

Dopo averne mangiate un paio, ne recava infatti altrettante nel becco.

"Il futuro deve dare un senso a tutto questo, forse ci verrà dato un metro da morti, o una bilancia. Ma questo che cosa vuole dire? Che faremo di conto, fino all'apocalisse?"

Dei tuoni rotolarono nell'imboccatura della vallata.

"E poi, vorrei poter non volare. Si gela, nel vento del cambio di stagione"

domenica, marzo 06, 2011

Gazzettino b anale e lampioni. Morandi mangia la merda: iPiroga, una degna colazione?

iPiroga: sei tutta una perversione! Sei autocelebrativa, autoreferenziale, narcisa e boccadoro; sei specchio dei tuoi fondatori, sei una troia senza successo, una babele di incomprensioni, di doppi sensi non intesi, di humor di bassa lega. E quando scrivo ciò ti sento fremere di piacere.

Idrocolonpulizia?
Paradossi scontati, prezzi modici.
Stile omogeneo: sembri un meccano iPiroga. Sei decadente senza essere chic. Hai i peli sotto i piedi e i calli sotto le ascelle.

Quanto vorrei che iPiroga assomigliasse a Audrey Hepburn.

Come se non bastesse qui a Sodoma tante cose non vanno. Alcune più di altre mi irritano e mi fanno venire l' eczema sulle mani. Di queste vi parlerò, col vostro permesso e vi prego, vi scongiuro, vi imploro, perdonate il mio malumore e il mio fastidio. Perchè oltre al tacollo di iPiroga certe cose io non accetto.
Perchè, ogni giorno mi chiedo perchè, perchè distinguere fra "città", Sodoma, e "altre destinazioni"; io sono sicuro che le lettere una volta imbucate finiscono nello stesso sacco. Si nello stesso sacco, avete inteso bene, il sacco di Sodoma. Se non vi è ancora chiaro sto parlando di quelle schifose cassette della posta rosse, oltraggio al buon gusto, disseminate qua e là nei centri urbani (Sodoma, Gomorra etchì), a ricordarci l' oscena eredità degli anni settanta. Che schifo la posta; che schifo che venga rivalutata, elogiata, commemorata (del resto dei morti si può solo parlar bene). La posta! Non ha mai portato niente di buono: le lettere, che ribrezzo! Per tacere di quella carta trasparente, turpe al tatto, che lascia intravedere l' indirizzo:
bollette! Siete più inopportune della richiesta di pagamento anticipato in un albergo, in Austria. Volete i soldi? Una confidenza: io molesto i soldi. Si proprio così. Li tagliuzzo. Ci scrivo sopra il numero di Rodrizio: mutandina '92 raffreddatissima sola in casa, kiama!
Soldi, denaro, denaro, soldi e lotterie, che tema deprimente. Una cosa dei soldi però in particolare mi indispettisce più delle altre: non puoi distruggere le banconote, non sono tue.
Invece puoi prostituirti, perchè il corpo è tuo.
Se ti prostituisci e ti danno dei soldi hai fatto un cattivo affare. Il regno della quantità è un cattivo affare. Fatti regalare un vulcano.

sabato, marzo 05, 2011

C'eravamo tanto armati

La guardo meglio: in effetti, scritta con un altro font potrebbe anche non apparirmi così.
Una gi maiuscola: G
Non sembra una freccia che ruota in senso antiorario? A seconda di come viene scritta non serve avere troppa immaginazione.

Un punto particolare dell'alfabeto, il settimo. Sembra quasi che inviti a tornare indietro; ritornare sulla F oppure a ripetere la causa della ripetizione G G G G G G G G G G G.
Un simbolo di involuzione, un ouroboros maledetto, un segno infausto, un viaggio nel tempo, nel linguaggio, innaturale, perverso. Una G.

Si può pensare quello che si vuole della gi. In effetti si può pensare ciò che si vuole in generale.
Quello che ad esempio adesso sto pensando è che se la seconda Guerra mondiale fosse finita diversamente su questo computer ci sarebbe un tasto per la svastica.

giovedì, marzo 03, 2011

Taglia 40 Modello 44

Modello 46 : notizie di reato anonime, o firmate con nome di fantasia.
Fantasia.
Di recente, ogni volta che cammino per strada, sono posseduto dalla sensazione che tutti gli avventori che incontro se la passino meglio di me; che se, irrealisticamente, ci dovessimo trovare tutti in una stanza chiusa, loro avrebbero più cose da raccontare di me, o comunque cose molto più interessanti.
Oggi in piazzetta una signora confortava il suo cane per il mancato pranzo in trattoria, un marocchino ha sputato dal balcone, ma mi ha mancato, due bambini facevano roteare un bastone inventandosi una storia di cavalieri.

Modello 45 : pseudo notizie di reato.
Pseudonimo?
Ieri ho comprato un bel pezzo di focaccia, caldo, vicino al bordo : proprio come piace a me.
Un balordo ne ha preso uno più grosso del mio, ma pagando ha rovesciato sul bancone tutta la Bud che teneva in bilico tra mano e mento.
Avreste dovuto vedere come se lo gustava, dopo.
Niente solita sensazione, però.
Oggi l'ho incontrato in un'altra strada, senza nè birra nè focaccia, ma con un cartello in mano : non siamo miraggi.

Modello 21 : nome di possibile autore della notizia di reato.
Signor 11.
Anche questa notte il signore del numero 11 ha prodotto il rumore.
Quale rumore? A metà tra una gara di tosaerba, il ricordo delle mini4wd di quando ero piccolo, e uno sciame di mosconi arrapati.
Non l'ho immaginato, all'inizio l'ho pensato, ma poi ho cambiato idea.
Lui crede di poterla fare franca a lungo, neanche fossimo nel 44 : notizia non abbinabile ad alcun soggetto.

sabato, febbraio 26, 2011

domenica, febbraio 20, 2011

ricordare il futuro

Ti ricordi di quando avrai una famiglia, dei figli?
Ti ricordi delle mattinate a scuola quando pioverà, delle volte che tornando ti bagnò l'autobus, una volta che sarà passato sulla pozzanghera?
La via dove avrai vissuto, da solo o con i tuoi, ascoltando suoni che hai dimenticato senza conoscerli ancora.

La sensazione che avevo provato nella tenda, quando avrò ripensato all'incontro con i miei compagni di classe, dopo l'estate.
Notti di tregenda che hanno il sollievo di essere già passate e la tensione di dover ancora arrivare: fioriscono i riciclamini.

lunedì, febbraio 14, 2011

Storia del latte che scadde a San Valentino


Genera soprattutto imbarazzo e confusione, è questo che penso.
Non si sa mai se gli altri ci credano, come per Babbo Natale da bambini. Tutti dicono auguri ma toccandosi e facendo gli scongiuri.

Ci sono quelli che lo passano in casa con le tapparelle chiuse, ormai da tanto di quel tempo che nemmeno più si ricordano perché non escono, e le coppie scoppiate o in procinto di esserlo, quelli che ne fanno una religione oppure un patema.

E poi ci sono i mitomani, gli stessi che credono nelle scie chimiche e nella malvagità di Google e della Coca Cola. Sì ecco ammettiamolo, scendiamo in piazza, bastardi! Sono stati loro, i Mercanti, gli Arricchiti, gli Ad Personam a vestire babbo natale di rosso, a disegnare falli nei classici Disney e a spacciare la colla e la Coca davanti agli asili.
Mettiamoli dentro, colpevoli di essere ricchi (più di noi) così come in altri tempi c'erano quelli colpevoli di avere gli occhiali ed essere intellettuali.

Uccidiamoli tutti: facciamo l'amore e non la guerra, anzi facciamola, però in difesa dell'amore.
Ma voi lo sapevate a Savona ci sono delle reliquie del santo?

sabato, febbraio 12, 2011

Greatest tits



Quella di Erano Gestacci è stata una strada lunga e faticosa.
I meno fiduciosi, dopo undici anni di attesa, cominciavano a perdere le speranze.
Le continue beghe legali tra i membri dei Durlindanal (che già avevano perso un terzo del gruppo dopo la sfortunata esperienza di "Placchiamoli! TOUR") facevano in effetti presagire il peggio, insieme ai continui rinvii dei live di Bimbo e la band.

Tuttavia, grazie alla perseveranza e ad un grande lavoro di post produzione in un piccolo studio di registrazione altoatesino quello che oggi possiamo ascoltare è un disco maturo, costruito senza risultare ciclopico e leggero senza essere effimero. Una delicata miscela di glam-rock da camera dai toni introspettivi, che non mancherà di gasare anche i più giovani con il suo Tòtani.

venerdì, febbraio 11, 2011

dove andremo a iniziare?


Bonasera, un album che è più di un album di esordio.

mercoledì, febbraio 09, 2011

Uno Nettuno e centomila

Di scatto il padre smise di leggere il giornale, assai infastidito da quel ticchettio : era la figlia di otto anni che tamburellava sulla porta del suo studiolo, in attesa che il babbo smettesse di lavorare.
Aprì la porta, chiusa a chiave con doppia mandata, e manescamente girò verso di lui la figlioletta, che gli dava la schiena seduta a gambe incrociate.

Qual spavento nel vedere che aveva la sua stessa faccia! Uguale spiccicata; gli stessi lineamenti da uomo, il pomo d'adamo pronunciato, gli stessi occhi gialli, la bocca screpolata, le stesse rughe sulla fronte, la pelle liscia per la rasatura recente.

In effetti, l'aveva plagiata a sua immagine e somiglianza fin da quando era nata.

"Ti capisco ti capisco" - diceva la madre, giunta per dare conforto, ma l'ansia del padre non si quietava, anzi aumentava, con il crescere parallelo dell'invidia nei confronti della donna, che poteva gioire di un volto diverso da quello della bambina.
Velocemente scese le scale e si diresse nella sala fumatori, credendo di trovare quiete.

Lì lo aspettava Fabrizio de Andrè, immerso nella poltrona liberty.

Cantava piano, quasi sussurrando : "e per tutti il dolore degli altri è dolore a metà."

domenica, febbraio 06, 2011

effetti desiderati anche gravi

Sono un pò miope da un occhio, il destro.
Ora che lo so ci faccio molta più attenzione.
Per ricordarmelo leggo quelle cose scritte in piccolo che non dovrebbero essere molto interessanti.

La mia speranza è sempre quella che chi le scrive, sapendo che poi nessuno le legge veramente, vi nasconda le cose più incredibili.

Certe cose fanno fatica ad essere viste anche se sono sotto gli occhi di tutti: la noia è la regina in esilio dell'anima.

domenica, gennaio 30, 2011

Totentanz



La storia della foto di Lena, classe 1951, playmate del novembre 1972, è curiosa.
Viene ricordata come l'immagine standard per il collaudo degli algoritmi di elaborazione digitale delle immagini.
Al dilà dell'interesse storico la foto per intero, il paginone insomma, merita un'occhiata.
Molte occhiate.

Comunque anche la vita di Franz Liszt è curiosa: alla mia età, nel 1833, incontrò la contessa Marie d'Agoult, l'anno dopo George Sand, dopo ancora Shumann, Wagner, Bizet, Ingres.
Sembra quasi che il fatto stesso che egli fosse sè stesso dovrebbe sorprenderci.
Ma d'altronde il fatto che anche Rodrizio abbia una foto con Lippi, dovrebbe ridimensionare l'altisonanza dei nomi citati.

I grandi, per fortuna, sono esistiti: non ci dovremmo sorprendere che qualcuno ci parlasse anche e magari li considerasse degli stronzi.

Perché ho voluto modificare la foto, coprire il bellissimo volto di Lana con gli occhi di Franz Liszt?
Volevo incasinare la grandezza, fondere tra loro cose memorabili che già erano ricordate per più di un motivo. Confondere i sensi per capire la radice del ricordo: abbattere l'albero per contarne gli anni.

Anche se non fosse diventata famosa per la storia degli algoritmi di elaborazione digitali ci saremmo ricordati di quel novembre '72?
Vorrei dire certo che sì, per quanto fioca possa essere la memoria di una foca l'immagine di quel corpo specchiato e stivalato sarebbe rimasta nella storia, anche se quella con la esse minuscola.

E Franz Liszt, non sarebbero rimaste nella storia le sue doti di pianista anche se non lo avessero eletto Cavaliere dell' Ordine Equestre del Santo Sepolcro di Gerusalemme?

In realtà chi lo sa? Ogni cosa è collegata alle altre: una sorta di meccanismo di sicurezza per evitare che ci siano accadimenti troppo importanti, indipendenti dalle condizioni al contorno.
E' per questo che ho voluto modificare la foto con lo sguardo di Listz, ma poi non l'ho fatto.
Ho voluto, sì. Ma solo per poco, prima di farlo veramente.
Servivano altri occhi, occhi che avessero visto meno la storia in cui erano destinati a rimanere.

Al suo posto ci sono gli occhi di Anna Frank.