martedì, maggio 22, 2012

Pour faire le portrait d' un oiseau

Come fare il ritratto a un uccello; consigli di Jacques Prevert.

Dipingere una gabbietta:
lasciarla aperta;

poi: dipingere qualcosa di grazioso,
senza pretese.
E di bello,
che gli possa servire.

Adagiare la tela ad un albero,
in un giardino, in un bosco o in una foresta;
voi dietro, nascosti,
senza fiatare, immobili.
A volte arriva presto,
altre non si decide.

Non perdere la speranza:
la riuscita del quadro non dipende dal tempo d' attesa;

sperare per anni se occorre.
Se arriva.
Quando arriva:

rimanere in silenzio; quello entra nella gabbietta.
Quando é dentro:

disegnare una porticina.

Poi, una ad una, cancellare le sbarre.
Senza sfiorargli le penne, con cura.

Dipingere per lui le fronde più belle,
la brezza silvana,
un po' di polvere di sole
e l' accordo delle cicale nella calura d' estate.

Se l' uccello non canta,
segno nefasto: è un quadro che non si può vedere.
Ma se canta è un buon segno,
è il segno che è venuto il momento di firmare.

Fregate una penna all' uccello
e scrivete il vostro nome in un angolo della tela.

Tra sei mesi a quest'ora sarà buio

- Buonasera, in cosa posso esserle utile?
- Ho chiamato per avere un'informazione, è possibile?

La suite non è troppo diversa da come l'ha trovata, giusto le scarpe appaiate vicino alla porta gli danno un senso di possesso. Fuori piove da due giorni e nell'altra stanza ha lasciato la televisione accesa su Caccia a Ottobre Rosso. Il volume è abbastanza alto da trasmettere un lontano senso di compagnia ma ancora troppo basso per essere intelligibile. Aveva anche valutato se spegnerla, prima di chiamare la reception, col timore che la compagnia di una televisione potesse essere intuita e suscitare chissà quale elaborato sentimento di pietà. Come quello che si prova per i bambini quando hanno paura del buio.

- Certamente signore, mi dica.
- Innanzitutto puoi smetterla di chiamarmi 'signore', come dicono nei film. Il mio nome è Luca, chiamami Luca e dammi del tu, se non ti dispiace.
- Va bene, Luca. Cosa volevi chiedermi?
- Avete fiammiferi? Dell'albergo intendo.
- Certamente, dovrebbero essercene due scatole nella cassettiera alla sua destra. Alla tua destra.
- Capisco...e cosa c'è sulla scatola?
- Un pettirosso azzurro.
- Come il nome del...
- Esatto Luca, un pettirosso azzurro su sfondo grigio.
- ...
- Serve altro?
- Si, mi faccia trovare due di queste scatole al tavolo della colazione. Domani mattina intendo. E ritorniamo al 'lei'.
- Certamente signore.
- Meglio così. Non serve altro.

Non serviva altro? In italiano la formula 'so come devi sentirti' sembra sempre usata più con il verbo all'imperativo che al condizionale. E' un vincolo della lingua o una presunzione necessaria perché non ci si senta dissociati e stanchi e furibondi? Effettivamente non serviva altro, all'ultimo piano di quell'hotel. Hotel, l'unica parola italiana che mi viene in mente quando penso a qualcosa che cominci per 'H'.

Parlando di fiammiferi la mente gli era tornata a quelli di Prévert. Ma immaginare la vita come un rimedio all'insonnia, cosa che gli venne spontanea dopo quella associazione di idee, lo infastidì. Comunque erano fiammiferi che non avrebbero acceso niente, tantomeno sigarette; almeno fumate da Luca, che tre giorni prima aveva deciso di smettere. 
Non è per nessuno, spiegherà il mattino seguente al cameriere della colazione, sveglio dalle cinque di quello stesso giorno. Soltanto che domani mattina non pioverà: è come parlare di un altro universo, rispetto a stasera.

sabato, maggio 12, 2012

Incompiuta n.8

Dicono che quando i dinosauri si estinsero, fosse una bella giornata di sole.
Ogni tanto, mentre dormo e sogno di camminare per strada, mi accorgo di avere grande sete di risposte; giusto per fare un esempio, nei sogni vorrei tanto sapere se il detto "Un nichelino per i tuoi pensieri" sia stato introdotto nella società da Topolino, o viceversa.

D'un tratto mi sveglio, nella stanza risuona la voce di Wikipedia:  "Con destino o fato tradizionalmente ci si riferisce all'insieme di tutti gli eventi inevitabili che accadono in una linea temporale soggetta alla necessità."
"Se compri il drum invece delle sigarette, risparmi un bel gruzzolo a fine mese" - penso intrappolato in un pallido stato di veglia.
Linea temporale soggetta alla necessità. 

Ora sono sveglio, e sono fermamente convinto che alle scuole elementari e medie debba essere ripristinata l'ora di educazione civica.
La voce continua: "Nonostante i due termini siano usati in modo intercambiabile, il fato e il destino sono due oggetti distinti. Il fato è una conseguenza determinata da un agente esterno che agisce su una persona o su un'entità; invece col destino l'entità partecipa attivamente alla conseguenza di un progetto che è direttamente correlato a sé stesso. Nella pratica divinatoria il destino non ha alcuna delle connotazioni negative del fato. Il destino non può essere costretto ad agire su qualcuno; se si viene costretti dalle circostanze, allora si tratta di fato."
Il mio cane fa un'enorme cacca gialla in mezzo alla strada; mi guardo intorno: nessuno mi sta osservando.
Si dice che il minimo battito d'ali di una farfalla sia in grado di provocare un uragano dall'altra parte del mondo.
Non la raccolgo.

"...la sua personale opinione è che l'origine del linguaggio vada cercata nel canto, e l'origine del canto nel bisogno di riempire con un suono un'anima umana sovradimensionata e alquanto vuota."
Ci sono mattine in cui non vorresti più tirare fuori la testa da sotto al cuscino, perchè solo da laggiù il mondo sembra meno insensato. L'anima meno vuota.



Edu all'improvviso apre gli occhi, mi guarda ed esclama: "L'importante è compiere il salto della propria ombra."
San Cosimo dorme, San Cosimo è sveglia.
A pensarci bene, il mito della caverna era molto convincente.

"Qualunque destino, per lungo e complicato che sia, consta in realtà di un solo momento: quello in cui l'uomo sa per sempre chi è."
Dicono che quando i dinosauri si estinsero, fosse una bella giornata di sole.
E forse, dopotutto, era giusto così.

domenica, maggio 06, 2012

hotel bazar

Sfreccia nella sua utilitaria verde, fumando accerchiata da finestrini ermeticamente chiusi, una donna genovese. L'utilizzo sconsiderato dei neon nella sua città non l'ha mai preoccupata, sempre che Genova sia sua in qualche modo, non più di quanto il petrolio non fosse di proprietà dei dinosauri.

L'ascolto di Rino Gaetano in una pizzeria della foce, preparato ad arte per sedurre un terzetto di acculturate studentesse egiziane, ha invece forse più effetto su altri avventori, di altre pizzerie, in tempi diversi.

Uno in particolare, qualche sera dopo l'ascolto, ragiona sull'eventualità di aprire un 'compro oro'. Ma la vita imprenditoriale che sogna di rivoluzionare è una vita d'altri, impersonale, ripetibile ed evanescente come gli omini arancioni dei semafori.

La fame e la povertà, ingessate nei vestiti comprati al volo e senza badare troppo alle misure, si guardano imbarazzate, dopo che l'ennesima porta gli è stata sbattuta in faccia. Tuttavia si rincuorano, sapendo di essere la fame e la povertà soltanto metaforicamente e soltanto per qualcuno. La fame perfino sorride, occhieggiando un kebab in via di estinzione.

martedì, aprile 24, 2012

non fa #primavera

Caro #diario,
oggi è successa una cosa #strana #sconvolgente #shock #delirio.
Ero in #treno #cheppalle #noia seduta in senso inverso, che ascoltavo i #coldplay guardando fuori dal #finestrino #viaggioni #svario #sbattimenti #cheppalle.

A un certo punto mi si siede davanti #vergogna #imbarazzo #smarrone un #fico incredibile #gnocco #presa_bene. Il #merluzzo #bono ci mette un po per decidersi ad #attaccare_bottone, ma dopo un paio di stazioni stiamo già parlando.
E come parla! #genio #penetranti_aforismi #cultura

Dice cose che non ho mai sentito #sbigottimento #sbalordita ma che dentro di me ho sempre avuto come inespresse!
Mentre spollicia sul suo #smartphone #facebook #instagram #twitter mi racconta di come trovi triste l'essenziale piattezza della creatività della nostra #generazione e mi descrive #sagacemente i pochi stereotipi di #status e #foto che alla fine tutti usano per esprimersi, soprattutto nei #social_network.

Sono come #geroglifici dice, #smile elaborati nella loro povertà comunicativa.
Comunque ad un certo punto ho smesso di ascoltarlo, l' emozione #farfallenellostomaco #momenti_speciali mi ha tappato le orecchie. Parlava ancora di #realtà_aumentata o chissà cosa #boh #sbatti, un attimo prima di salutarmi e scendere dal treno #tristezza #:'( .

Però ho fatto ancora in tempo a vederlo #limonare con una, nella folla della #stazione #casino #bolgia, ma a me non importa: è già quasi amore, domani ci si vede e magari limoniamo.

#avventure_in_treno #eros #popular #generazioneY #1337 ##

domenica, aprile 08, 2012

lunedì, aprile 02, 2012

sabato, marzo 31, 2012

Sono un chirurgo plastico
faro' del tuo corpo qualcosa di fantastico.
Agli errori della natura
io rimedio con stucco e pittura.
Le tue proporzioni fanno difetto?
Quando avro' finito avrai un corpo perfetto.

Caro chirurgo a maggio mi sposo,
io voglio un corpo favoloso.
Voglio l' imene ricostruito (faccio contento mio marito),
il seno nuovo di silicone,
l' ano sbiancato,
l' orecchio destro ritoccato,
il nasino alla francese.
Poi voglio:
lo zigomo alto, molto signorile,
una bocca di tendenza,
un sederino che dia dipendenza.
Denti nuovi.
Col botulino mi riempa le gote:
ecco terminata la mia bella dote.

Davanti al Creatore oggi mi pento
di non aver fatto fruttare l' investimento:
(la mia ora è giunta prima del tempo, non beneficio dell' ammortamento)
Come vi dicevo la mia ora e' giunta,
una bella cremazione della mia salma defunta.
Dopo una lunga indagine,
il becchino ha sentenziato (che spreco)
rifiuto pericoloso! Come tale va smaltito:
non puo' essere incenerito.
Si consiglia una semplice sepoltura
ma la falda è inquinata dal mio stucco e pittura.

venerdì, marzo 30, 2012

Et cetera, V parte

" La tensione crebbe fino a diventare insopportabile, fino a che un giorno la nonna gli si mise di fronte e senza battere ciglio rigettò la pietra proprio come hai descritto tu.
Da quel giorno, disse consegnandogliela, tra loro non c'era più niente. Né amore, né odio: nessun sentimento."

C'è un attimo di silenzio prima che Madame concluda il suo racconto: " Oltre a mia madre, che era la primogenita, i miei nonni hanno avuto altri quattro figli. Che io sappia, hanno vissuto sempre insieme e si sono amati fino alla fine. Questo è quanto."
Filippo si sfrega le mani, dubbioso. In un battito di ciglia, decide per una volta di stare zitto. Non aggiungerà niente a quanto è stato detto. Certo, in cuor suo si chiede come sia possibile aver raggiunto un simile lieto fine dopo quella rottura, ma sa che qualunque cosa Madame Zixa gli dicesse sarebbero pure speculazioni. Lo sguardo limpido della donna non tradisce le sue supposizioni e Filippo, dopo rapidi convenevoli, si trova di nuovo davanti al portone di Vico delle Pietre Preziose.

Sembra essere scesa la sera in anticipo, ma è soltanto una nuvola sopra ai vicoli. Camminando verso casa, continua a pensare alla pietra. La storia che spiega la sua esistenza, in fondo, poteva essere una storia qualunque. Decide che sia stata la materialità della pietra ad ammaliarlo, l'esistenza in potenza di un concetto solido.
Ma ora che ne ha ascoltata una ha voglia di essere lui a raccontare una storia. Vuole impugnare saldamente il coltello della mente e tagliare una fetta di realtà. Descriverne gli strati, come epoche sovrapposte di oggetti e di pensieri. Immagina le pietre formarsi nello stomaco di ognuno, sin dalla notte dei tempi. Una, spinta da forze misteriose, trova inspiegabilmente l'uscita e si perde nel mondo.

La pietra continua il suo viaggio, si inerpica in sentieri scoscesi, montani. Si sporca, cambia forma, si rompe. Un frammento, seguendo le correnti del caso, arriva tra le mani di un ciarlatano, un miserabile. La scheggia viene messa sotto spirito e venduta, poi si perde nell'incendio di un granaio, un mattino di nebbia.
Viene ritrovata, persa, ancora ritrovata. Infine, con le sue ultime tracce su questa terra, un alchimista cieco ne ricava il veleno di Giulietta e Romeo.

Fine

giovedì, marzo 22, 2012

Et cetera, IV parte

" Capisco. " dice Madame Zixa, aprendo gli occhi.
Apre anche la scatola e prende la pietra tra le mani, per porgergliela.
E' tale e quale a quella che ricorda: lunghe striature rossastre attraversano il lato più lungo, poco più corto del suo palmo. Soppesando la pietra, Filippo stima che possa pesare tra i due e i tre etti. La rigira più e più volte tra le mani, scrutandola attentamente da vicino. Ogni dettaglio, anche quelli rimasti inespressi, combacia perfettamente.

" La storia della pietra comincia invece alla fine del diciannovesimo secolo, in Olanda. So che i miei nonni materni, entrambi di origine turca, si conobbero in circostanze poco chiare a Rotterdam, dove mio nonno si era fermato con la nave su cui era imbarcato per una riparazione allo scafo piuttosto complessa. Mia nonna, quando ero bambina, raccontava la storia sostenendo di trovarsi a Rotterdam come impiegata di un certo signor Klupper, di origine polacca, che commerciava in tappeti. Solo in seguito seppi dai miei genitori che più probabilmente la nonna, nella sua tarda adolescenza a Rotterdam, si barcamenava tra i ruoli di prostituta e sensitiva.

Inutile dire che questo renderebbe molto più chiaro il modo in cui i due giovani si conobbero, ma non è ai tempi di Rotterdam che la storia della pietra risale. Sposati in tutta fretta secondo il rito ortodosso, i due riuscirono infatti a convincere col denaro il comandante ad imbarcare clandestinamente la nonna per il viaggio di ritorno a Smirne. I nonni però non avevano considerato la grave gotta del capitano, che lo costrinse a scendere e a cedere il comando ad un'altra persona quando fecero scalo al porto di Genova. Continuare il viaggio avrebbe significato la corruzione del nuovo capitano ed al tempo i due non avevano certo soldi da buttare: fu così che si ritrovarono a Genova.

E' qui che la storia della nonna si faceva più intricata, ed è per questo che cercherò di raccontartela il più possibile fedele a come la ascoltai tante volte da bambina.
Le cose a Genova andavano male ed il nonno era costretto a stare tutto il tempo in giro a cercare lavoro. Inoltre, per quanto innamorato, non era ancora abituato ad una vita simile e si concedeva spesso e volentieri libertà da scapolo che mia nonna, già incinta, non poteva tollerare.
Bisogna anche dire che anche la giovane, di carattere intrattabile e balzano, non era certo una persona equilibrata con cui confrontarsi. I due vivevano in una continua alternanza d'amore e d'odio. "

martedì, marzo 13, 2012

Et cetera, III parte

Senza interromperlo e senza offrirne, Madame estrae dalla vestaglia un pacchetto di Alpenliebe Espresso. Mentre rigira silenziosamente una caramella nella bocca, il racconto prosegue.

" La storia procedeva piuttosto velocemente e in un paio di settimane avevo già pubblicato cinque delle quindici parti che mi ero proposto di scrivere. Tuttavia, rileggendo volta per volta la mia stessa storia, avevo la strana sensazione di dover ancora incominciare. Più andavo avanti, più mi sembrava di scrivere un preambolo al tema che realmente mi interessava e di cui avevo intenzione di parlare. Cercai quindi di forzarmi e di tirare in ballo le cose precise che volevo. L'unico effetto fu quello di allontanarmi ulteriormente. Riflettendo, giunsi alla conclusione che l'oggetto del mio desiderio narrativo non potesse che essere cambiato.

Rileggendo infatti con maggiore attenzione quello che avevo scritto, ebbi l'impressione di essermi riferito sempre ad una cosa diversa da quella verso cui avrei voluto indirizzarmi. Provai l'orribile, dissociante sensazione di aver perseguito fini diversi continuando a credere, per tutto il tempo, che si trattasse sempre dello stesso. "

Finita un'Alpenliebe, la donna ne ingoia un'altra.
" Cercando di mettere insieme gli indizi del racconto, smisi di scriverlo. Ero determinato a scoprire intorno a che cosa avesse orbitato il mio pensiero. Dovevo inevitabilmente essere arrivato in prossimità di qualcosa di gigantesco ed intoccabile, la cui gravità tratteneva a debita distanza, impedendogli di avvicinarsi o di allontanarsi, tutti i pensieri che passavano da quelle parti.

Decisi quindi di inoltrarmi al centro della questione non più attraverso la mia debole scrittura, ma di persona. Come sia riuscito effettivamente a fare quanto mi proponevo e cosa sia successo resta in realtà un mistero anche per me, che sono l'unico protagonista della vicenda. Tuttavia, posso dire con certezza che quando ritornai al punto da cui ero partito l'unica cosa in più che avessi con me era questo pensiero: una donna che estrae una pietra dalla propria bocca per darla ad un uomo. Concentrandomi sui pochi elementi a disposizione, ricostruii infine la forma della pietra. A questo punto la storia che segue, ossia la pubblicazione dell'annuncio e la sua risposta, dovrebbero esserle cosa nota. "

giovedì, marzo 08, 2012

Et cetera, II parte

La porta si apre e Madame Zixa scivola silenziosa sulla sedia di fronte a lui, posando sul tavolo una scatola da scarpe. Il suo sguardo si solleva lentamente e finalmente Filippo si accorge di quanto sia intenso il suo rossetto; è di un turchese carico e senza compromessi, spesso come un olio su tela.
Madame Zixa ha, più o meno, settant'anni. Dopo aver dato alcuni colpetti aritmici sulla scatola, la donna dice:
" Qui, c'è quello che cerchi. Però, prima che tu veda la pietra e conosca la sua storia, vorrei tanto sapere il perché di questo tuo interesse. "

C'è una pausa, ma appena Filippo apre bocca per rispondere lei lo zittisce con un cenno, riprendendo a parlare e dondolandosi intanto sulla sedia con gli occhi chiusi.
" Tu sei molto, molto giovane. Un interesse tale da spingere ad una ricerca è un sentimento decisamente forte e non va sottovalutato. Nondimeno, la tua ricerca è particolare. Il mio timore è che tu sia un entusiasta. Gli entusiasti sono le persone che io, durante la mia vita, sono sempre stata costretta a temere. Purtroppo anche a frequentare. Quindi raccontami. "

Segue un' altra pausa e infine, con un rapido gesto della mano, Madame lo incoraggia a parlare.
" Tutto è iniziato mesi fa. Avevo cominciato, per mio interesse, a scrivere una storia riguardante me e i miei amici. La storia parlava soprattutto dei concetti di migliore e peggiore, ed era strettamente collegata al modo in cui la scrivevo. "

La donna tossisce, Filippo fa altrettanto e continua.
" Scrivevo infatti la storia in parti, pubblicate una dopo l'altra su un blog che ho con degli amici da molti anni e a cui sono molto legato. I miei amici facevano parte della storia stessa, che a sua volta aveva come tema secondario il modo in cui la storia era pubblicata. In pratica la mia intenzione era quella di parlare dell'intrecciarsi di tre creatività basate su diversi modi di considerare ciò che è migliore. "

Sempre tenendo gli occhi chiusi e dondolandosi, le labbra turchesi scandiscono: " E ha un nome, questo blog?"
Filippo annuisce: " Sì, si chiama I Tre Caballeros. "
" E' un bellissimo nome. " sentenzia Madame Zixa.

" L'ottica narrativa era la mia, ma rappresentava una visione centrista, permissiva, dubitativa. Nel racconto, venivo attaccato da un modo di vedere più intransigente, volto a vedere il meglio come liberazione di tutto ciò che non fosse considerato tale. Una terza parte, più portata alla passività e quindi meno esplicita, restava invece in disparte, considerando migliore l' accettazione acritica di ogni cosa. "

venerdì, marzo 02, 2012

CIAO LUCIO

Et cetera, I parte

Fillippo si guarda intorno alla ricerca di qualcosa a cui pensare. E' la mattina del 2 Marzo 2012, anche se sospetta che la giornata si sia già inoltrata nel pomeriggio. Nella cucina dell'appartamento in cui si trova, in Vico delle Pietre Preziose, sembrano esserci tutte le condizioni per restare in attesa con una certa calma, ma Filippo ha già aspettato troppo o forse è troppo impaziente.

La luce indebolita dalle nuvole, alte nel cielo, rimbalza nel cavedio fino a riflettere la finestra sullo schermo di un televisore moderno e posizionato male. In televisione, la replica di un programma di cucina prosegue muta e senza esitazioni. Intorno alla tavola ci sono altre quattro sedie, nonostante le dimensioni ridotte. La credenza, insieme allo schermo piatto, ospita una serie indefinita di mollette gialle e verdi, stinte dal sole. Ci sono anche un dizionario di greco, un casco di banane, delle bollette tenute ferme da un grande posacenere vuoto, una copia dell'elenco telefonico di Monza anno 1990 ed un libretto intitolato Atlantis. Quando lo apre, scopre con disappunto che sia scritto in tedesco e lo rimette a posto.

Il telecomando in giro non si vede e sul televisore non c'è segno di pulsanti alternativi. La vecchia, Madame Zixa, non si è più fatta vedere da quando lo ha fatto accomodare per poi andare a cercare la pietra.
La pietra è il motivo per cui si trova qui, in seguito ad un annuncio speranzoso su internet. E' ancora piuttosto scettico sul fatto che la ex chiromante possa in effetti avere quello che cerca, ma riconosce che il suo malumore sia aumentato dalla lunga attesa che il cellulare, completamente scarico, non gli permette di misurare. A quanto pare Madame Zixa non ha orologi, almeno in cucina.

La mancanza di riferimenti temporali gli riporta in mente le risonanze magnetiche fatte al ginocchio, anni prima.
Si domanda se pioverà, guardando la caffettiera sui fornelli.

domenica, febbraio 19, 2012

Alteri, X parte

L'acqua è salata, tiepida e melmosa. Quando riemerge respirando forte alza lo sguardo verso l'inserviente, ancora sulla soglia.

Questo fa un cenno con la mano e dice: " Ancora, ancora."
Si immerge di nuovo, chiudendo gli occhi. Il silenzio sott'acqua è completo. Una strana sensazione di vuoto gli sfiora le punte dei piedi. Alla riemersione, l'altro è ancora in piedi nello stesso punto: la scena si ripete.

La terza volta invece di abbandonarsi nel liquido, invece di affondare, si immerge testa avanti cercando con le mani il risucchio che prima lo aveva accarezzato. Viene ammanettato dalla corrente e trascinato con una grande accelerazione nelle tiepide profondità.
Qui il liquido è molto più denso, tanto da fargli perdere l'orientamento. La gravità sembra essersi invertita mentre, cieco, scava in apnea nella melma più che nuotare.

Una nuova spinta lo proietta ancora più in profondità, verso l'alto. Quando raggiunge l'uscita, respira profondamente prima di aprire gli occhi. L'atmosfera è fredda e leggermente speziata.
Non gli è tanto difficile capirlo, quanto accettarlo: si trova sulla Luna.
Mentre striscia fuori dalla melma la sua attenzione è catturata dal grande pianeta azzurro appeso nel buio, proprio sopra di lui.

Si accorge solo ora, guardandola interamente, di quanto la Terra gli sia mancata. Indugia con lo sguardo anche sul resto dello spazio che sovrasta il polveroso profilo lunare. Considera la possibilità di allontanarsi ancora, di pianeta in pianeta, verso il centro dell'universo. Guarda un'ultima volta il cratere da cui è appena uscito prima di flettersi e spiccare un grande balzo.

Si stacca con un silenzioso sbuffo di polvere e in un'attimo è già cominciata la sua bruciante discesa: precipita sulla Terra con la naturalezza di una moneta che cade di tasca.

Fine di Alteri, continua e finisce in Et cetera

giovedì, febbraio 16, 2012

Alteri, IX parte

Durante il tragitto passa, per l'ennesima volta, davanti alla macchina del caffè. E' un ciclo di luce come tanti altri, una giornata artificiale che non ha niente da invidiare al sole del mondo esterno. Per come la vede ora, l'intera miniera non ha proprio niente da invidiare al mondo esterno.

Guarda le sue scarpe coprire la superficie piastrellata del corridoio: quando è arrivato non le aveva. Chi ha freddo viene vestito, chi è malato curato. Gli inservienti sono imparziali e granitici. Agiscono senza rivolgersi ad un superiore e all'unisono. Ricorrono alla forza soltanto nei casi più estremi.

Dopo ogni tortura l'intimo dolore che soffre lo costringe a svuotarsi completamente, rigettando anche tutte le necessità che lentamente e umanamente cominciava a maturare. Scompare il bisogno di sesso, di affetto, di variare dieta, di fare qualcosa di diverso dal discorrere soltanto sulla base delle proprie idee con altri che sono nella stessa condizione. Si ritorna dalla sala della tortura rasati, puliti se sporchi e curati quando feriti.

Annusa l'aria, percependo un timido odore di caffè tostato. Non gli ispira niente, nemmeno la più vaga curiosità. E' un profumo del tempo prima che perdesse la memoria: un sapore semplicemente mai provato. L'unica pietra che la macina delle consuetudini della miniera non è riuscita a frantumare è quella della sua visione.
Dopo tanto tempo, ancora non riesce a capire che cosa lo interessi tanto da tenerlo attaccato a quello scoglio, impedendogli di abbandonarsi completamente all'alternarsi incoerente dei cicli.

Non si tratta dello sguardo addolorato dell'uomo, quel suo mostrarsi contemporaneamente, con una sola fuggevole smorfia di terrore, sia innocente che colpevole e pentito.
Non è nemmeno per via della glaciale imperturbabilità della donna prima e dopo che, come con un colpo di tosse al rallentatore, partorisca dalla bocca quella pietra misteriosa.
Non è nemmeno la pietra, o la curiosità che gli ispira, a impedirgli di dimenticare la scena. Non sono gli uomini che il primo, spaventato, raggiunge correndo.

E' l'insieme ad affascinarlo. Percepisce che l'abbandono alle logiche della miniera degli altri occupanti è di natura leggermente diversa e che la ragione sta proprio in quel pensiero inspiegabile. La rassegnazione compiacente e piena di gratitudine che ora prova per la miniera è la stessa di tutti, ma è come se addentrandosi nelle sue profondità avesse portato con sé qualcosa di alieno e inatteso.

La porta si apre su una stanza allagata mai vista prima. Il liquido arriva torbido e molle fino a pochi centimetri dalla soglia: l'inserviente dal volto coperto lo invita ad immergersi.

martedì, febbraio 14, 2012

Storia del latte che non scadde a San Valentino


Si alzò dall'amaca con uno scatto innaturale, e, pur consapevole non servisse proprio a niente, aprì le persiane, come se fosse giorno; svuotò distrattamente nella scodella la scatola di una sottomarca latina dei cheerios, accese lo stereo sulla sua stazione radio preferita. Forse non lo sapeva nemmeno più se quella fosse davvero la sua preferita: la forza dell'abitudine. Sopra il frigo, l'orologio digitale rifletteva sulla parete un orario così inverosimile per svegliarsi che, se non si fosse trattato della sua vita, avrebbe stentato a credere ad una storia del genere.
"Ci vorrebbe più poesia nei piccoli gesti quotidiani" - pensò ad alta voce, pentendosi delle sue parole nel medesimo istante in cui le proferiva: per lui quelle azioni non erano assolutamente piccolezze.

Prese il pennarello rosso e, come di consueto, affrontò vis à vis l'asettico calendario appeso al muro; ed ecco una grossa X sulla data del 14: un altro giorno che non aveva vissuto.
La postazione computer era accesa, era sempre accesa. Nel portacenere si notava un solo mozzicone raggrinzito, probabilmente spentosi di solitudine il giorno precedente. Immaginò l'incendio di casa sua propagarsi a partire dalle lunghe tende bianche della camera, e al pensiero del mancato rogo provò una sensazione indefinibile e proibita, a metà tra il sollievo e la noia.
La vita è troppo breve per preoccuparsi di ogni cosa.

Sicuramente c'era chi, nella sua stessa condizione, da qualche parte nel mondo, se la passava peggio: era questo che lo teneva aggrappato alla vita, ne era certo. Prima di accedere ai sei tavoli verdi che aveva in programma di grindare fino alle prime luci del giorno, accese la webcam e scorse la sua rubrica di Skype fino al contatto desiderato. Fuori dalla finestra, come sospesa, in bilico sul davanzale, lo aspettava silenziosa una di quelle notti in cui il cielo scuro tende leggermente al colore della terra bruciata.

Per problemi in Italia, la comunicazione spesso era difettosa, e quella sera non ne voleva proprio sapere di concedere ai due amanti di guardarsi negli occhi; non restava che un'impersonale e fredda chat: a Genova in quel momento era pieno giorno, mentre laggiù, stavolta, sembrava che il sole fosse tramontato per non sorgere più. Decise di essere stringato ma sincero.
"Auguri, so che non puoi capire quanto io mi odi per non essere lì con te."

L'aveva abbandonata senza dare spiegazioni in un'altra notte complicata come questa: era fuggito in Venezuela sei mesi prima, in seguito all'accusa di essersi macchiato di un grave reato in Europa. Era colpevole.
Le autorità venezuelane avevano subito disposto gli arresti domiciliari come misura cautelare, ma poi, in un sadico gioco di rimbalzi di competenze, non avevano concesso l'estradizione all'Italia. Nei corridoi delle aule di giustizia di Caracas, si mormorava si fosse messo di traverso il Presidente Chavez in persona.
Per pagarsi da vivere, tutte le notti giocava a poker online con tutto il mondo; invece i giorni li passava tutti a dormire, un po' nel letto, un po' sull'amaca legata alle due palme nel cortile interno della sua abitazione.
Ad essere sinceri, era bravo e il giro fruttava piuttosto bene: in quel limbo, che solo lontanamente assomigliava ancora ad una vita, aveva cominciato a mettere da parte un discreto gruzzoletto.
Che non poteva andare in banca a riscuotere.

Non ricordava l'ultima volta che avesse messo piede fuori di casa.
Nell'attesa di una risposta, versò l'intera bottiglia di latte nella scodella, affogando rapidamente gli indio-cheerios e sporcando in modo vistoso il pavimento.
La chat non suonò nè si illuminò più quella notte.
Rimase così, prigioniero, a fissare il monitor, preda indifesa dell'incertezza circa la sua sentenza di rimpatrio, ma con la convinzione interiore di essere già stato condannato a sentirsi per sempre solo al mondo.

domenica, febbraio 12, 2012

Alteri, VIII parte

In alcune stanze i cicli di buio sono di un nero impenetrabile, cui gli occhi non si abituano mai.
Per una volta, è lui che apre bocca per primo. Sono immersi nell'indifferenza tra tenere le palpebre chiuse o spalancate, forti dell'unica sensazione di poggiare la parte posteriore del corpo sul freddo pavimento irregolare.

"Hai mai giocato ad un gioco di ruolo?"
"Sì, mi è successo. Fantasy soprattutto: orchi, maghi, elfi. Cose così. Perché me lo chiedi?"
"Mi sono ricordato di un compagno di stanza. Avevamo avuto una discussione sul Signore degli Anelli, o qualcosa del genere. Poi adesso mi è tornato in mente."
"Sono una cosa strana i giochi di ruolo. Io mi sono sempre divertito, ma riconosco che il merito fosse dello spirito di gruppo. Eravamo tutti pessimi giocatori, ripensandoci."
 Lo sente muoversi, dall'altra parte della buca. L'impressione, a giudicare dalla nuova posizione della voce, è che si sia messo a sedere.

Continua: "Come tutti i giochi, si presta a diverse profondità di interpretazione. Gli scacchi sono un ottimo esempio, possono essere qualsiasi cosa, da passatempo a lavoro a sport."
"Questo sembrerebbe in contrasto con quello che hai detto prima: perché pessimi giocatori? Negli scacchi c'è chi vince e c'è chi perde. Nei giochi di ruolo la vittoria è un concetto molto meno definito."
"Volevo dire che il nostro approccio era limitante: abbiamo giocato abbastanza da provare un po' tutte le combinazioni di razza, allineamento e classe dei personaggi. Ti assicuro, era divertente. Però, ripensandoci, le nostre scelte sono sempre state elaborazioni di uno schema incredibilmente semplice. Finivamo per creare ogni volta personaggi aventi aspetti che ci permettessero di collegarli a noi stessi e a parti del nostro carattere, al massimo in modo antitetico."
"Credo di capire, ma secondo te che male c'è? Insomma, dove sta la limitazione?"

La voce dell'altro si fa sempre più fioca e distante, ma intuisce che non si sta veramente allontanando.
"Erano le possibilità ad essere limitate. Anche quando ci scambiavamo i personaggi, per metterci alla prova, questi finivano sempre per essere come posseduti. Era come se cambiando il guidatore cambiasse anche l'auto."
"Quello che dici però mi sembra un po' senza senso, e sfiora il concetto di libero arbitrio. Tu stesso parlavi di possibilità illimitate, dov'è questo aspetto se neghi la possibilità che un nuovo giocatore veda opzioni prima invisibili ma comunque reali? In un gioco di ruolo ha senso che la macchina cambi."
"Ma le possibilità hanno un solo grado di libertà per essere infinite in modo coerente: essere infinite all'interno di un campo finito. Wallace aveva detto qualcosa di simile riguardo ad un campo da tennis."

Le parole ora sono come strascicate, distanti tra loro con intervalli sempre diversi. "Recitazione ed immaginazione sono cose molto simili. Noi non avevamo abbastanza immaginazione o modestia da pensare di poter essere un'altra persona o di farla agire senza vedere le nostre mani all'interno delle sue."

Si solleva a sedere anche lui, per rispondere.
"Capisco quello che vuoi dire, anche se ho giocato troppo poco e quelle poche volte non ho mai visto il problema. Forse perchè l'ho intravisto nel cinema. Credo sia il motivo per cui molto dello spettacolo ha bisogno di avere gli attori truccati per poter credere a quello che stanno recitando. Comunque è una cosa che riguarda più lo spettatore che gli attori, un problema di percezione piuttosto che di recitazione.

Truffaut lo aveva capito, ma non era l'unico. La nostra immaginazione è vittima di un mondo pittorico, fossilizzato, attaccato alle radici che la ragione, mentendo, ci chiede di non recidere per mantenere un contatto con la realtà. Un contatto forse non necessario. Non credi sia così?"
Ma l'altro già dorme.

domenica, febbraio 05, 2012

Alteri, VII parte

Ha perso il numero dei cambi di stanza. La miniera non è tanto grande quanto intricata. Nei trasferimenti si finisce sempre per passare per tre ambienti principali: l'ingresso, la sala con la macchina del caffè ed una grande stanza con una parete murata di fresco e due porte. Su una delle porte c'è una targa con scritto SALA PESI.

Il suo compagno di fossa parla infaticabilmente per ore.
"Sai perché non dobbiamo preoccuparci? Io sono già stato in un'associazione, proprio come questa. Siamo come membri di un club."

Cerca di concentrarsi sul pensiero di quella donna e della pietra che estrae dalla bocca per non ascoltare quello che dice anche se è costretto a sentirlo. Il suo compagno gli ricorda dell'esistenza della miniera, la miniera gli ricorda l'esistenza della tortura.
Si illumina al pensiero che concentrarsi sul suo ricordo non sia che un'alternativa a scavare. Una forma di occupazione suggerita, inutile ma attiva. Passeggiate per l'animo.

"Io sono stato in un club, in numerosi club. Di sicuro le associazioni non uccidono i propri membri. Sono proprio come gli uomini che la compongono, queste organizzazioni: vogliono solo sopravvivere. Per sopravvivere hanno bisogno di noi. Come farebbe un ospedale senza malati?"
Lo sguardo dell'uomo che riceve la pietra si fa più contrito e doloroso man mano che si immerge nel pensiero.
"...le associazioni intendono spesso la filantropia in modo distorto e preferenziale cosicché la struttura che permette il raggiungimento delle virtù finisce per superare per importanza la virtù stessa."

Più ci pensa, più riesce a vedere la pietra. E' lontanamente di forma ovale, grigio scuro, con striature ramate sul lato che striscia contro il labbro superiore nell'uscita. Magari si tratta di rossetto, pensa.

"Non correremo alcun rischio, perché non ci faranno portare personalmente quello che è successo qui dentro nel resto del mondo. Faranno entrare il mondo nella miniera, piuttosto. Le associazioni in genere non vogliono che il mondo sia cambiato in generale. Vogliono che sia cambiato attraverso di esse. Di qui, il proselitismo.

Questa miniera, vista con un certo fatalismo, non è niente di cui preoccuparsi. Ti spiego meglio: se resistiamo abbastanza, potremo assistere ad una delle due cose che sto per dirti.
In un caso la miniera ha successo e si propaga. Con l'arrivo di nuovi ospiti chi più adatto di noi per fare da inservienti? Saremmo eletti come migliori per prassi: per il semplice fatto di essere arrivati qui per primi. Nell'altro caso la miniera fallisce: smettono prima di darci da mangiare, poi gli inservienti cominciano a non farsi più vedere. Un bel giorno prendiamo il coraggio a due mani e usciamo. Qualunque fosse il processo di trasformazione che subiamo qui dentro, si interrompe e torniamo a vivere nel mondo esterno. In un certo senso l'opzione due è una desolante, gigantesca perdita di tempo.

Ma entrambe le opzioni ci vedono vivi. Fidati: qualsiasi sia il pensiero che vogliono farci arrivare a pensare, l'unico modo in cui vogliono che tu arrivi a formularlo è attraverso la miniera. Questo significa che quello che ci succede ora, di per se, è innocuo.
Visto che non intervieni, continuerò ancora per un pò.
Te lo dico sinceramente, se non mi fermi posso andare avanti ancora e ancora.

Tutto qui, tutto quello che ci circonda, non è tautologico per caso. - fa una pausa come rispettando, nonostante il riferimento che intuiamo essere quasi esplicito, la legge non scritta che impedisce di parlare in qualsiasi modo della tortura. Ma l'accenno all'idea di tautologia è abbastanza a far scattare qualche molla nella sua attenzione deviata. Con questo ha finalmente la certezza che la tortura sia la stessa per tutti. Quale sia la logica del ragionamento che lo porta a dire tutto questo ci sfugge, essendo appunto collegato ad una tortura di cui non sappiamo niente. - Una volta che c'è il libro o che è stata scritta la canzone, il contenuto stesso di quel libro o di quella canzone non è più importante, purché sia presente. Allora ecco lo scrivere sulla scrittura, il cantare dell'ascolto della canzone che si sta cantando."

Fa una pausa, finalmente, ma è solo per farsi più vicino.

"Lo sapevi che l'universo di Tolkien nasce da una canzone? Un universo in cui le creature stesse che lo vivono cantano. Ti dice niente? Un mondo in cui la magia spesso si esprime come canzone. Nei suoi libri compaiono tantissime canzoni e i personaggi cantando creano una strana risonanza che coinvolge anche il lettore: un'eco frattale di creazione."

Prova una strana empatia superficiale per quest'uomo, nonostante il ribollire profondo di sentimenti contrastanti. Tanto da potersi immedesimare in lui e non sapere più quale dei due abbia cominciato ad immaginare di essere l'altro.
"E va bene, cambiamo discorso Signor Silenzioso. Cambiamo ma non troppo: ti ho mai detto che ho un blog con due amici? Si chiama I tre caballeros."

giovedì, febbraio 02, 2012

Alteri, VI parte

Quando si rannicchia sul fondo della nuova buca cerca di non pensare più alla tortura. L'altro occupante trema in un angolo del ciclo di luce con le mani nere di terra. Fissa la parete con le mani dietro la schiena e non si volta mai per guardarlo.
Sta cercando di immaginarsi come potrà raccontarla una cosa così. Una cosa chiara come quella che gli è successa.

Gli riappaiono come più veri del vero ricordi ormai non più suoi, diapositive mentali evocate da libri di fantascienza, paesaggi alieni fisicamente impossibili, le tavole di Lopez dell'Eternauta, una sorta di cartolina animata di una piovosa mattina al chiuso passata a spiegare perché mai Manzoni millantasse di non aver scritto lui il suo romanzo.
Con uno spasmo si contrae per poi sdraiarsi.

Quello che ha vissuto gli dà le vertigini solo a ripensare che sia successo. Come fa uno a spiegare qualcosa di impossibile che gli è accaduto veramente, senza avvalersi di un contatto verbale o scritto per cui, quando uno sostiene di essere sincero, ha comunque la possibilità di non essere creduto?

A cosa servono parole come verità se uno in cuor suo sa che l'altro, per scelta o per errore, potrà non intendere lo stesso significato con cui le dice? Non poter essere sicuro che gli altri abbiano la certezza che hai tu delle cose che hai vissuto o ti è sembrato di vivere.

Ha sempre reputato difficile giudicare la veridicità o l'irrealtà di un'evento, ma ora l'esistenza stessa di un fatto personale gli sembra qualcosa di indimostrabile ed incondivisibile. Si sente come richiamato da un elastico lontano da qualunque orecchio diverso dal suo.

Immagina di raccontare la tortura ad un ascoltatore impersonale, ideale e sconosciuto. Mentre riepiloga la vicenda gli sembra di essere lui, quell'ascoltatore. Qualcuno che non ha assistito ad un evento così radicale da appartenere ad una realtà non tanto diversa quanto precedente a quella in cui ora sa di trovarsi, ma in cui ancora non si sente. Come uno che, distratto, si fosse perso un passaggio.

Gli tornano in mente i due gemelli usati da Einstein per spiegare la relatività: non sa quale sentirsi dei due. Il silenzio tombale della miniera è rotto soltanto dai singhiozzi del suo compagno di voragine. Che cosa sia successo nella sala delle torture, per ora, non ci è dato nemmeno immaginare.