Scopami per terra, come meglio ti riesce, nel tempo che ci rimane.
E se nel futuro non ci saranno più pavimenti né scope tu trova il modo, scopa il modo, coniando nuovi significati. Me li voglio coniare tutti, questi nuovi significati.
Non c'è valuta migliore di quella che non posso accettare, né stimolo più accettabile di quello che so di non comprendere, ancora.
È possibile che "ancora" sia la mia parola italiana preferita, magari anche la prima che ho detto, certamente quella che ho ripetuto più spesso.
Non mi sono ancora rotto i coglioni, del tutto.
Anche "tutto" è decisamente valida. Tutto mi è sempre suonato come un palindromo, sebbene tutto non lo sia. Ancora e tutto sono ancora insieme nella mia mente, come due vecchi amici che si incontrano, dopo tutto questo tempo. Sempre.
Tutto e ancora, come li ho lasciati; tutto è ancora come lo abbiamo lasciato. Vorrei poter dare tutta la concretezza di cui dispongo al futuro, ma mi accorgo di non averne, o almeno di non averne ancora, servirebbe un'ancora con cui fermarsi e raccoglierne. Raccoglierne almeno un po', mica tutta, perché tutto non lo posso sopportare, anche se lo adoro, mentre ancora una possibilità ce l'ha.
È aprile, apro la finestra sul cortile. Sospiro, hai mai sognato di avere le corna come Spyro? Entra un profumo di glicine: di glitch, ce n'è.
Dovevamo fare i rappusi, raccoglierci nudi nei nostri soprusi. Ma invece no, niente è stato come era stato immaginato e ad aprile, apro la finestra sul cortile. La fine non è una cosa che si apre ma la finestra sì, come la porta e il portone. Il porto è una cosa che non si apre. La stupidità umana come risposta al più difficile dei koan: il suono di una sola mano è come il vuoto della mente di un perfetto imbecille.
Ma gli animali non sono mai stupidi. Le macchinette delle merendine non rilasciano mai scontrino fiscale. Una manina lava l'altra è una espressione raccapricciante. Siamo un'era in cui la risposta alle nostre domande può essere trovata, mentre la ragione delle nostre domande non sempre. Gli animali non sono mai stupidi, ricordalo.
Sento il profumo del glicine, il rumore dei nemici, l'aria di casa, il boato della vittoria, il sapore delle fragole, il rinascimento del rinascimento: il rinascimento al quadrato, al cubo. All'ennesima potenza, in provincia.
Sento che ci stiamo avvicinando a qualcosa, il tanfo di svolta - la svolta del tango? - comincia a farsi sentire. Sento che siamo in un territorio inesplorato. È il solito territorio, sporco e usato, ma stasera mi sembra nuovo. Stiamo portando qualcosa alla luce. Ai diodi l'ardua sentenza. Anzi, al loro dio! Inchinatevi, inchinatevi di fronte alla potenza delle parole, in Basilicata, dove ogni cosa può essere salvezza e dannazione, disperazione e riso.
Come abbiamo fatto a chiamare il sostantivo del buonumore come il principe dei cereali? Siamo dei cazzoni di geni.