martedì, dicembre 11, 2012

Quella dell'Uva

Mentre siamo a cavallo delle nostre scrivanie, gomito a gomito, con la sua stampante che sputa fogli direttamente sulle mie scarpe e il filo nero del mio telefono che si attorciglia intorno alla sua costosa lampada Kartell, mi rendo conto di come Stefano sia una di quelle persone che non ti possono lasciare indifferenti.
Uno da "o lo ami o lo odi".

Prima di iniziare a lavorare in radio era stato un camionista. Già questo particolare - per uno come me che sognava la vita spericolata e che poi è rimasto intrappolato nei panni del bravo ragazzo - sarebbe sufficiente a renderlo uno dei miei miti.
Uno dalla frase che ti folgora. Tipo: "Sono morto al volante, ascoltando i Dire Straits".
Fortissimo.

Io li ho capiti da un pezzo quelli come lui, ma non ne prendo le distanze. Perchè sono, come dire?, sì ecco: magnetici; sì, sono magnetici.
"Uno come te non ha nemmeno mai letto Cuore di tenebra".
Non è vero peraltro, ma un senso di inadeguatezza crescente si fa spazio tra le mie costole.

Stefano indossa tutti i giorni un paio di pantaloni mimetici, probabilmente sempre lo stesso; credo si sia convinto di essere stato un soldato in una delle sue vite precedenti. O forse in questa, tra i camion e la radio.
Stefano ha fatto la Guerra del Golfo, ha conosciuto l'odore buio del Vietnam, ma i musi gialli non li odia, perché è un marine illuminato.
Non è Kurtz: gli indios sono persone come noi.

"Lo sai che Stanley Kubrick per un paio di mesi è uscito con mia sorella?"
Come fai a non perdere la testa per un tipo così?
Le sparava grosse Stefano, e il bello era che proprio non si dava un freno, nessun tetto alle cazzate.

Ad un tratto fa scivolare la sua sedia rotante verso di me ed allunga le gambe sopra la mia scrivania, noncurante dei fogli importantissimi - il tema di Mattia sul suo papà - che vi stazionano sopra da settimane.
Il rumore meccanico della stampante in azione preannuncia il roboante racconto che sta per iniziare.
"Rosario, ti ho mai raccontato dello Stradivarius?" - con la mano destra appoggiata al braccio sinistro mima il gesto di un violino.

Stefano sfoglia il calendario di Brigitte Bardot sul suo camion rosso chiamato Eldorado.
Stefano indossa la mimetica e suona il violino. E' il tramonto: Eldorado riposa a bordo strada.
"Non avevi mai detto di saper suonare uno strumento" - tiepida obiezione, prima che il fiume straripi.
El indio dorado.

"Io bruciavo l'asfalto mentre tu studiavi pianoforte Rosario: non avevo tempo. Non so neanche leggere uno spartito. Però - pausa scenica lunga alcuni interminabili secondi - un esemplare di quel violino rarissimo era di proprietà di mia cugina dal lato di mamma. Che poi, a dirla tutta, manco era mia cugina per davvero, e non mi è mai dispiaciuta."
Stefano e il gentil sesso, una parentesi così ampia che si fa prima a non aprirla nemmeno.
Le citazioni faranno il lavoro sporco per me:
"Una donna per uscire con me deve dimostrarmi di essere meglio di un calendario."
"Tu mi metti una minigonna mimetica e io svengo."
"Meglio un uomo subito che una donna domani."

Dove eravamo rimasti? Ah, ma certo: un esemplare di quel violino rarissimo.
"Peccato solo che durante la guerra, casualmente, si siano perse le tracce del violino. Di sicuro se l'erano preso gli americani" - Stefano fa il gesto dei soldi strofinando due dita e mi sorride sornione.
Io sfilo il tema di Mattia da sotto i suoi camperos e ricambio.
O lo ami o lo odi.

Ogni volta che mi rivolgeva parola, non mi raccapezzavo soltanto di una cosa: i Dire Straits, cioè l'unico frammento dell'esistenza che ci accomunava.
Come mai non si erano ancora stufati di suonare per lui?

Ci sono tanti mondi diversi
Così tanti divesi soli
E noi abbiamo un solo mondo
Ma viviamo in due differenti

There's so many different worlds
So many different suns
And we have just one world
But we live in different ones

1 commento:

Signor Rosa ha detto...

Lo sai cos'è questo? È il più piccolo violino del mondo che suona solo per le cameriere.