venerdì, marzo 16, 2012

Tascabile

Tiro un sospiro profondo e metto in moto la mia Volvo nero antracite; i Nada Surf escono dall'autoradio e si sciolgono lenti nell'abitacolo.
Mattia dorme già: fa sempre così lungo il tragitto per andare a trovare sua madre. Credo si tratti di una specie di difesa.
78 chilometri, 41 minuti, 3 autogrill e finalmente la vedrò. Come sempre con quel sorriso che non cerca scuse, come sempre nel giardino in fiore, appoggiata al dondolo scolorito.
Non ci sarà nulla di diverso dall'ultima volta. Nessun progresso.
Non sono triste.
Non sono triste se paragonato a nostro figlio e non sono triste in generale.

Ricordo che all'ultimo anno di università un mio compagno di corso sosteneva che dovessimo assolutamente andare in Africa, in un paese povero a fare volontariato, io lui e il nostro comune amico Beppe.
"Questa cosa ci può cambiare la vita" - farneticava nel cortile interno di Lettere - "una volta tornati qui, fidati Rosario che anche una stupida passeggiata lungo fiume ci sembrerà il paradiso in terra. L'Africa Nera ci aiuterà a goderci le piccole cose, la quotidianità."
Mi aveva quasi convinto, nonostante il ferreo disinteresse dimostrato per il volontariato, molto più mezzo che fine; poi superò la crisi con la fidanzata dell'epoca e l'Africa continuammo a vederla solo nei documentari.

Le note pizzicate di Blonde on Blonde fluttuano tra i sedili, le immagino adagiarsi sopra la fronte fresca di Mattia.

L'idea non era male, dopotutto: vedere il peggio, mettere un piede nell'inferno e sentire il caldo che fa, e poi tornare sù. Che poi chi lo sa se è davvero così, l'Africa Nera.
Secondo me, nascere in Africa è un'esperienza mistica, al di là di quanto possa già essere mistico il miracolo della vita. Vieni al mondo in possesso di un diverso legame con la terra, più stretto.
O forse non cambia assolutamente niente.

Io oggi non sono triste perché mi sento come se stessi percorrendo l'Africa a piedi nudi, da un anno, pregustando come sarà comodo un paio di ciabatte occidentali.
Un anno fa Cecilia, dopo aver desiderato di gettare giù dal balcone nostro figlio, ha deciso autonomamente di ricoverarsi in una casa di cura per persone con problemi mentali e malate di depressione.
A causa di un senso di colpa contemporaneamente profondo e insensato, è toccato alla mia macchina da scrivere finire giù dal balcone.

Mia nonna, da piccolo, mi aveva insegnato a pensare sempre ai momenti brutti passati, quando ero alle prese con un presente felice. Diceva servisse ad accontentarsi delle cose, a mantenersi in armonia con lo scorrere del tempo. Può sembrare un'assurdità, considerando che mia nonna credeva fermamente anche a "brutta scrittura, bravo a letto", "se nevica sull'isola nevica altre sette volte" e "dieci piccoli sorsi d'acqua senza respirare e il singhiozzo ti passa", se nel frattempo non sei soffocato.
Eppure lo faccio ancora oggi.
Non il rimedio per il singhiozzo, ma squarciare il velo di un periodo felice, rivolgendo la mente ai momenti brutti.
L'ho fatto molte volte durante il mio matrimonio e ha sempre funzionato.

Così oggi non sono triste, perché quando Cecilia sarà guarita e tornerà a casa, io avrò un periodo molto cupo con cui comparare i futuri frammenti di felicità che mi verranno concessi.
E forse andrò anche in Africa, ma dopo.

2 commenti:

l'amico immaginato ha detto...

La piastrella ti dona, non è male la catena per cui tu citi i Nada Surf che citano Robertone Dylan.
Dopo l'uscita di Blonde on Blonde, Bob rimase coinvolto in un incidente motociclistico che gli causeò il ritiro dalle scene per ben due anni (e un radicale cambiamento del suo approccio musicale e del suo stile).

Bobby, Solo.

Anonimo ha detto...

anche la musica alla carofiglio. oh belin