lunedì, dicembre 12, 2011

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A volte, ricordo ancora le urla di incitamento dei miei colleghi, il giorno in cui mi sono licenziato.
"Spacca il culo a questi stronzi, sei tutti noi!" - glielo leggevo in volto che avrebbero voluto essere al mio posto. Lo leggevo in volto a tutti.

Il tifo e i cori da stadio nel momento in cui, in un rigurgito di incoscienza, avevo deciso di giocare a basket con i monitor dei pc della redazione. Monitor almeno il doppio più grossi del cestino dei rifiuti: il mio personalissimo proibitivo canestro.
"Rosario, ti confesso che di recente c'ho pensato spesso. A casa, nell'ingresso, da mesi c'è uno scatolone che non aspetta altro che essere usato per portar via tutte le mie cose da questa maledetta scrivania. Ma fin ora non ho mai trovato il coraggio: tengo famiglia. Ebbene, oggi me lo hai dato tu quel coraggio, è ora di prendere quello scatolone."
Nelle settimane successive alle mie dimissioni non si è più riscontrata alcuna lamentela.

Ricordo ancora il martedì mattina in cui, disoccupato, ho sollevato di scatto la testa dal cuscino e ho detto a mia moglie di volere un figlio da lei. Fuori pioveva forte, ma in camera in quel momento era già spuntato l'arcobaleno.
Io e Cecilia siamo una bella coppia: ce lo dicono tutti. Ci prendiamo ancora per mano quando passeggiamo, e i nostri amici ci prendono molto in giro per questo. Dicono che non abbiamo più vent'anni, e che, piuttosto, tra non molto saranno vent'anni che siamo sposati.
"E voi sette anni li chiamate 'non molto'? Questo qui, non so neanche se potrò sopportarlo per i prossimi sette minuti."
Risate generali. Ho sposato Cecilia per il suo senso dell'umorismo; più passano gli anni e più me ne convinco.

Mattia oggi compie quattro anni, e sta guardando Spongebob alla televisione. Volume basso.
I cartoni animati di mio figlio hanno il potere di rilassarmi come poco altro.
Nella mia vita precedente, scrivevo per un piccolo giornale di provincia: il Lanternino. Che nome del cazzo, lo so; però non è per questo che mi sono licenziato.
In fondo, quel lavoro mi piaceva: la vita di redazione, la mia rubrica quotidiana "La zolletta di zucchero", la partita di calcetto con gli amici al mercoledì, le litigate con il mio capo, Tonino, che mi voleva meno irriverente, le nottate al sapore di caffè.

Ho lasciato perché non ero più disposto ad accettare di scrivere per Qualcuno; io desideravo scrivere per Qualcosa. O se proprio avessi dovuto scrivere per qualcuno, sicuramente avrei voluto scrivere per me, e non per il mio editore.
Mi sentivo soffocare. Non ero più libero, alla fine tutto può essere ricondotto a questo.
Immaginate una moneta lanciata per aria che atterra sempre di taglio, mai testa e mai croce: ecco, ogni giorno, quando varcavo la soglia della redazione, io mi sentivo così.

Da quando ho lasciato il Lanternino, la mia produzione letteraria è stata, per così dire, asciutta.
Tuttavia, bisogna ricordare che sono stato dieci mesi senza lavoro; tutti i giorni mi congratulavo con me stesso per aver sposato un magistrato.
Ripensandoci, forse un termine più adatto per definire la mia vena artistica post-licenziamento potrebbe essere prosciugata.
Paragonando quel periodo alla situazione attuale, mi viene da sorridere.

Ho ripreso contatto con la scrittura pubblicando un racconto a puntate per un cosiddetto free press, quasi due anni fa. E mi hanno anche pagato. Poco, ma lo hanno fatto.
E' la storia di un ex-impiegato delle poste, pugliese trapiantato in Friuli, che in seguito ad un evento fortuito cambia vita e decide di fare l'investigatore a tempo perso.
Più o meno come il suo autore, che ha deciso di fare lo scrittore a tempo perso: in tutte le migliori opere la componente autobiografica è forte.
Devo ancora inviare l'ultimo capitolo al mio caporedattore. Eravamo d'accordo di farne slittare di parecchio la pubblicazione, permettendo che montasse la suspance nei lettori; ebbene, ieri mi ha telefonato: è convinto che tutto quello che dovesse montare sia ormai montato. Vuole il racconto entro lunedì, ed io, invece di lavorare, sono ancora in vestaglia, seduto a gambe incrociate sul divano, affianco a mio figlio a guardare in silenzio la televisione.

Gli sgraffigno un biscotto dal pacchetto che sta custodendo gelosamente. Non è male questo Spongebob: finalmente capisco perché i bambini preferiscono i cartoni animati ai compiti a casa.

2 commenti:

caro tone ha detto...

Turpiloquio/parole in corsivo/sessuofobia/nomi meridionali

cetriolo killer ha detto...

non ti va mai bene niente